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La verità dell'argilla di tancredi bendicenti

Il Golgota ombreggiava su Gerusalemme, offrendo ristoro alle anime torturate dalla calura e dal peccato. Il sole era tramontato e risorto. Il mattino si era fatto sera,

la sera notte, la notte ancora una volta mattino. Tristano si ergeva sul campo di battaglia, stremato. Nella mano destra stringeva l’impugnatura di una spada logora. Aveva i capelli impiastricciati di sudore e sangue, simili ad un nido mortifero. Non v’erano nubi nel cielo. La luce illuminava le atrocità commesse nel buio. Le colpe dell’Uomo giacevano nude davanti a Dio. Sopravvivere. Sì, sopravvivere. Rimandare, anche se solo di un giorno, il giudizio. Sentì un dolore al collo.

Si tastò con le dita. Poi estrasse, stringendo i denti, una scheggia di legno che gli si era infilzata sotto la mascella. Guardò la lama. Era smussata. Gli era stato detto di stare attento. Le ossa sono dure: le spade devono essere affilate. Un oceano di cadaveri gli si apriva davanti agli occhi. Musulmani, Ebrei, Cristiani. Divisi in vita, uniti nella morte. Il fetore era amplificato dal caldo. Le mosche volavano giubilanti sui corpi dei caduti. I topi banchettavano sulle prede più morbide. Neonati, donne, vecchie, paralitici. Gli occhi sbiancati erano tutti rivolti verso il cielo, o strozzati nella polvere. Da terra si sollevò un bambino. Indossava una casacca fatta a brandelli, che una volta era stata bianca. Aveva il volto annerito da uno spesso strato di sangue secco. Dove prima ridevano due pupille scure, sprofondavano ora due abissi insondabili. Tristano sentì la testa bruciare.

“Ηλει Ηλει λεμα σαβαχθανει;”

Il bambino piangeva forte. Piangeva sangue e sale.

“Ηλει Ηλει λεμα σαβαχθανει;”

E urlava, sempre più straziato, sempre più disperato. La mano del cavaliere era paralizzata sull’elsa. Alzò il braccio. Tentennò. Non capiva che lingua fosse. Ma gli pareva familiare, simile a quella che aveva sentito nella cappella del castello, quando nuotavano ancora i pesci. Il bambino era completamente immobile. Uccideteli. Uccideteli tutti. Aspettava che l’uomo di ferro vibrasse il colpo. Lo osservava con i suoi due occhi svuotati, dal basso verso l’alto. Lo osservava e lo temeva. La lama tremava. Il soldato piangeva. Uccideteli. Uccideteli tutti.

“Ferma la tua spada, Tristano”

Udì una voce che lo avvolgeva, una mano fredda e ossuta, ma ancora vigorosa, che gli afferrava il braccio.

La spada oscillava ancora a mezz’aria.

Manfredi aprì gli occhi. Faceva caldo. L’aria era fetida. La tonaca bianca che lo aveva protetto dal freddo notturno era ora intrisa di sudore. Sentì il capo umido. Lo toccò. Era sangue. Ma poco. Si cercò di alzare. Faceva fatica a trovare un equilibrio. Si appoggiò più volte al muro di pietra su cui si era accasciato. Il sole continuava ad ustionarlo. La sua pelle raggrinzita di vecchio normanno non era fatta per quei luoghi, per quella luce. Riuscì a muovere un passo. Poi un secondo. Infine, un terzo. Si sentì come un bambino. Pensò poi che non ne era capace: non si ricordava cosa significasse imparare a camminare. Nessuno ricorda i suoi primi passi. Nessuno ricorda cosa si prova nell’alzarsi per la prima volta. Arrancò sul campo di battaglia. Pianse. Sondava il terreno con lo sguardo, in cerca di feriti e moribondi, magari di vivi. Nulla. Fu allora che lo vide. Alto. Sporco. Bello. Con la follia negli occhi, e la disperazione negli arti. Corse. Si accorse di essere ferito ad una gamba. Si accorse di essersi spezzato. Corse. Il crocifisso di legno gli batteva sul petto, quasi a spronarlo, a dargli forza. Afferrò il braccio del cavaliere. Mise nelle dita la stessa foga animale di chi impugna una spada. L’aria, come una freccia, uscì tagliente dai suoi polmoni, facendo vibrare le corde vocali. Parlò con voce di predicatore, con vigore di soldato, con spirito di padre. Seguì il silenzio. Una breve successione di attimi. Ma il tempo si era fermato. Tristano si girò verso di lui. Lo guardò con angoscia. Lo guardò con rabbia. Lo guardò con vergona. Scosse via la mano del prete. Gli puntò contro la lama. Alta e terribile, temprata nel sangue.

Manfredi ripensò alla Sicilia. Alla sua casa. Al servo Paolo, ed al suo sorriso largo e generoso. Ai campi di grano, alle arance ed al loro succo. Ripensò a lei. Ai suoi capelli neri. Al male improvviso che se l’era portata via, senza ragione, senza senso. Al suo viso bianco e candido. Rivolse il suo cuore a Dio. Pregò.

Spesso ci si dimentica quanto sia facile morire. Quanto sia facile uccidere. La verità è che i rimorsi, gli incubi, le maledizioni, vengono

solo dopo. Nella maggior parte dei casi non si pensa. Si agisce. Si colpisce. Si ferisce. Si distrugge. Senza alcun riguardo per il mondo, per le norme, per il sole o per la strada. Si agisce e basta. Si spera in un domani più chiaro. In un cielo con qualche stella in più, con qualche nuvola in meno. Così, quando sentì la carne dura del collo fare resistenza, spinse. Quando sentì la spina dorsale e le sue vertebre di sasso, spinse. Quando sentì il midollo e l’anima, spinse. Finché non lo confortò la leggerezza dell’aria. Non volle guardare. Girò gli occhi. Sentì il tonfo di una pietra che cade senza rimbalzare. Poi il rovinare di un corpo inerte. Non volle guardare. Si voltò verso il bambino. Si inginocchiò. Abbassò il capo perché i loro occhi fossero separati da pochi pollici. Lo fissò. Con le vene gonfie di frustrazione, i bulbi ricolmi di lacrime. Gli urlò di correre via. Il bambino non capì, ma corse lo stesso. Corse fino ad Antiochia, fino a Baghdad, fino ai confini del mondo. Corse con le spezie e con l’oro. Corse su templi di legno e mari affrettati. Corse per settant’anni. Corse finché non lo colse la fine in un giardino di cedri, col sorriso sul volto e i baffi profumati. Tristano restò lì per ore, per giorni, per minuti o per secondi. Con le spalle rivolte verso la sua vergogna. Con la rossa croce del mantello che lo proteggeva dalla luce, vera e vendicatrice. Teneva le palpebre cucite come ferite. Il vuoto lo confortava. Si addormentò. Forse svenne. Sognò.

Al suo risveglio era calata la notte. I fuochi e le danze dei bivacchi rallegravano il silenzio delle cicale. La luna splendeva alta in cielo, ungendo di bianco la quiete del sonno. Tristano aprì gli occhi. Si girò. Il corpo era ancora lì, severo, mutilato. Vide che portava una sacca a tracolla. La prese con inusuale delicatezza. Ne cominciò ad esaminare il contenuto. Vi era una croce di ferro, rovinata ma di buona fattura. Un Vangelo in pergamena, di grande valore e dignità aristocratica, copiato da un amanuense esperto. Lo aprì. Sulla prima pagina era scritto un nome. Manfredi di Agrigento. Erano concittadini. Si fermò. Il dolore che il sonno aveva velato precariamente si fece sentire violento. Continuò a cercare. Scorze d’arancia. Secche. Di quelle che piacevano tanto a sua madre. Le odorò, e ricordò la sua terra fertile e rigogliosa. Il profumo era tanto forte da coprire il fetore di morte che lo circondava. Non v’era più niente da cercare. Si alzò. Si accorse di aver perso un altro pezzo di sé stesso. Ormai ci si era abituato. Aveva sete. La birra degli Alamanni lo avrebbe aiutato a dimenticare. I loro baffi biondi e le loro risate gutturali lo avrebbero distratto da colpe e pentimento. Una figura prese forma davanti ai suoi occhi. Non aveva volto. Era insieme puro bianco e puro nero. Riusciva a stento a guardarla e a distinguerla, per quanta luce emetteva e ingoiava.

“Croce”

La morte, compiaciuta, lanciò in aria la moneta scurita, facendo sì che roteasse, in modo

innaturale ed incredibile, per un tempo decisamente sproporzionato alla composizione elementare dell’oggetto. Infine, quando ritenne che il sudore che imperlava la fronte corrugata del cavaliere fosse sufficiente, la fece ricadere. Dopo averla afferrata con delicatezza la pose sul dorso della mano (se così si poteva chiamare) e la guardò.

“Croce”

Tristano rimase sospeso in uno di quegli strani attimi nei quali impressioni, pensieri, ragionamenti ed emozioni si mischiano febbricitanti, stordendo anche la più severa delle tempre. Si rese conto di non sapere quale premio comportasse la vittoria, e cosa, poi, nei fatti, fosse una vittoria. Non era, tra l’altro, nemmeno sicuro di voler vincere, qualunque fosse stato il trofeo. Una sconfitta, una sconfitta definitiva e finale, oramai, gli pareva sempre più vicina ad un conforto, piuttosto che ad un’umiliazione. Gli umiliati, d’altronde, hanno sempre una scusa per essere perdonati.

“Ti starai chiedendo cosa significhi, per te, la Croce, Cavaliere?”

Decise di non parlare.

“Risponderò io, al tuo posto: niente. Che tu avessi scelto Testa o Croce, che tu avessi vinto o perso, poco sarebbe importato”

“Immaginavo”

“Di possibilità ce n’era solo una. Ce n’è sempre solo una”

“Perciò qual era il motivo del tuo gioco?”

“Osservarti. Osservare come gli uomini reagiscono davanti alla prospettiva di essere liberi, di essere senza catene, di essere grandi. La vostra volontà mi diverte, mi affascina: in un certo senso mi stupisce”

“Narrami la mia impresa, Morte”

“Perché tanta fretta? Ogni attimo insieme a me ti separa da Me. Ti andrebbe, per esempio, di giocare a scacchi?”

“No”

“Così sia.

Un anziano Kohen ti aspetta vicino al Tempio, o a ciò che ne resta. Parlaci, lui saprà indicare la via”

E fu così che il turbine di luce e buio si fece tutto e poi niente, che gli occhi si chiusero e poi si riaprirono. Rimase solo a contemplare il suo viaggio, con in cuore la calma di chi ha accettato di dover partire e mai più tornare. Si chiese cosa ci sarebbe stato dopo, e si augurò un inferno più mite di quello che gli era stato descritto tante volte, in modi tanto diversi. Passeggiò per le strade distrutte di Gerusalemme. Il popolo stava tentando di ricostruire ciò che la guerra, ciò che la storia, gli aveva strappato. Crociati ubriachi si riscoprivano ogni notte satiri e pirati, Vandali e Visigoti. Monaci e sacerdoti tentavano di lenire il dolore dei cittadini sopravvissuti. Chi si era salvato pregava, e mattone dopo mattone, legno dopo legno, si riparava da ciò che sarebbe venuto. Un forte odore di spezie bruciate aleggiava nell’aria. Tristano respirava a pieni polmoni, sentendo le narici ardere per la cenere ed il peperoncino. Era sereno, come non lo era stato per molti anni, ormai. Vide una madre. Una donna ricca. Una greca. Vestiva di un broccato intessuto d’oro, di un pendente argenteo. Il trucco nero le esaltava gli occhi traci. Eppure, non aveva sandali ai piedi. Le unghie erano rotte e annerite, come quelle di chi ha passato la vita a scavare, a lavorare, per un tozzo di pane, per un mestolo d’acqua. E continuava a battere le mani sulla roccia, sul cotto pregiato e frantumato, sulle travi di cedro, spostando con forza di bestia pesi immani, rompendosi ossa e legamenti, tendini e ricordi. Davanti a lei un palazzo che, una volta (qualche giorno prima), era stato grande e opulento, ricolmo di servitori fedeli o furbi, di pace, inerzia e pigrizia. Ma quel mondo era finito. La storia era andata avanti. La donna continuava a piangere e ad urlare, a chiamare un nome ed un volto, una speranza ed un legame.

“Σοφία”

“Σοφία”

“Σοφία”

Finché non le mancò anche la voce e la gola le si fece deserto.

Tristano arrivò, infine, al Tempio. O meglio, al muro. Una ciclopica costruzione di massi, testamento monumentale del maestoso edificio di cui mille anni fa faceva parte. Nelle fessure tra le pietre riposavano incastonate le preghiere e le lacrime degli ebrei, assorbite in un materiale strano, simile al papiro ed alla pergamena, eppure da essi distinto. Toccò la struttura, tastandola con leggerezza ed interesse, tentando di comprenderne il segreto, il potere.

“Fu la tua stirpe”

Udì una voce che lo avvolgeva, una mano fredda e ossuta, ma ancora vigorosa, che gli afferrava il braccio. Aveva un accento particolare, molto forte, che rendeva la sua lingua d’oil di non facile comprensione.

“Furono i Latini”

“Io non sono un Latino, sono un uomo del nord”

“Eppure parli con parole simili alle loro, vivi in terre che furono loro, preghi in una lingua che fu la loro: ti chiedo, perciò, non sei forse un Latino?”

“Cosa vuoi, vecchio?”

“La redenzione che tu cerchi. Non è stata forse lei a mandarti da me?”

“E tu, lei la hai mai incontrata?”

“Si, ma allora scrivevo ancora su pergamena”

Passarono degli attimi di silenzio, in cui il vento scosse le vesti (e, parve al cavaliere, l’intero corpo, tanto era esile) del Kohen.

“Quale impresa mi aspetta?”

“Cose inquietanti avvengono in questa città. Fatti strani. Fatti insoliti. E non mi sto riferendo alla guerra…”

“Continua”

“Prima che entraste, quando ancora esisteva un ordine nelle mura, seppur precario, è sparito un uomo, un dotto, uno del mio popolo, più anziano e sapiente di me”

“E?”

“Lo stesso giorno, durante la notte, uno scultore, uno dei vostri, un genovese, è stato ritrovato morto, nella sua bottega. Sul pavimento era scritto, con porpora pregiata, la parola ebraica אמת, verità. La bottega era stata completamente svuotata di tutti i bozzetti in argilla sui quali si esercitava il gentile. Tutti, nessuno escluso. Si pone davanti a te un bivio. Hai solo tre giorni per redimerti, e non hai il tempo di visitare sia la casa del vecchio che la bottega dello scultore. Quale sceglierai?”

Ancora una volta sentì il peso della libertà schiacciargli il capo e l’elsa.

“Conducimi alla bottega dello scultore”

“Così sia”

Ancora una volta il suo corpo fu inghiottito dal dedalo pietroso delle strade di

Gerusalemme. Il pensiero vagava qua e là, negli angusti angoli della mente, travagliato dalla possibilità di una morte imminente. Non aveva mai pensato di avere fretta. La placidità che lo aveva accompagnato nelle ore precedenti, originata probabilmente da un fin troppo letterale e fin troppo assurdo incontro col destino, aveva ormai lasciato spazio all’angosciosa prospettiva di un oggi privo di domani. Il futuro, adesso, corrispondeva ad un lasso di tempo ben limitato e preciso: tre giorni. Vi era ancora, però, la speranza di un successo. Ed il fallimento, che aveva pregustato con tanta gola solo poche ore prima, aveva d’improvviso assunto un sapore amarognolo e sgradevole che si era incuneato in ogni piega della sua bocca umida e dei suoi denti tarmati. Quest’altalena di umori e pensieri, così inusuale per il suo carattere, lo turbava con altrettanto inusuale vigore. Si sentiva come il personaggio malfatto di un poema scadente: una pedina lunatica ed incoerente nelle mani di un giullare dedito al piacere di un pubblico di stolti. Odiava i poemi, odiava i cavalieri, odiava i giullari. I flauti gli perforavano i timpani ed i tamburi gli spostavano il cuore. I banchetti, le danzatrici, le dame e i cortigiani erano un’immane ed insopportabile fonte di disgusto. E di pena. Eppure, Tristano, gran cavalier normanno di Trinacria, era solo un’appendice di quel mondo enorme e decadente, manipolata con dubbia destrezza da un autore anonimo. O almeno, questo era il suo sentire. Avrebbe voluto far caso alla città che gli scorreva intorno, alle luci che riscaldavano l’aria. Non fu così. Camminava vuoto per le strade, seguendo diligentemente il passo del Kohen. E che strano uomo che era il Kohen! Così lontano e così familiare. Con un accento così forestiero e così paterno. Sembrava, però, un uomo in cui avere fede, a cui consegnare la possibilità di essere salvato. Arrivarono, infine, alla bottega. Un luogo abbandonato che una volta era stato brulicante di vita e intelletto, e che ora, nel buio di una notte fatale, risplendeva di quello strano bagliore chiamato pericolo. La porta era spalancata: continuava a sbattere a ritmi regolari sullo stipite di roccia. Ad ogni colpo si staccava una scheggia di legno marcio. Tristano pensò che un filosofo, uno di quegli uomini cui Dio ha dato eccellente mente, sarebbe riuscito a calcolare quanti scontri fossero necessari perché il rumore cessasse.

“È ora di entrare”

“Fammi strada, conosci questo luogo meglio di me”

“Non sono io il protagonista di questa storia”

Puntò così il lungo dito scheletrico verso l’oscurità dell’entrata.

“Hai paura?”

“Forse. Tu, vecchio, non ne hai?”

“Sono arrivato ad una stagione della mia esistenza in cui non si teme più niente”

Entrarono. Il Kohen accesa una vecchia lampada ad olio.

“Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre e chiamò la luce giorno e le tenebre notte”

Tristano fu sorpreso dalla normalità di quel luogo. Una bottega vuota di opere ma ancora piena di strumenti, memore delle grandezze dello spirito e della mano. Non vi erano, in effetti, bozzetti. Quanto lavoro serve per preparare una brutta copia? Immaginò un uomo privo di volto lavorare per ore su statuette che non avrebbe mai amato, scarti propedeutici a cose più grandi. E questo forse è il destino della maggior parte degli uomini: essere bozzetti, supporti in vite ed avvenimenti che li sovrastano. Anche lui, d’altronde, certo non era fatto di marmo. Sentiva un tumulto provenire da sotto i piedi, un fabbricare incessante che rimbombava dalle viscere della terra.

“Cosa c’è qui sotto?”

“Una grotta, una tomba, una culla”

“Cominciamo con gli indovinelli?”

“Non senti come scricchiolano le travi che ti sorreggono?”

Il Kohen avvicinò la lampada ai piedi del cavaliere. Fu allora che Tristano vide la scritta purpurea che gli era stata promessa.

“Significa verità, hai detto?”

“Sì, Verità”

“Come posso scendere?”

“Sotto il banco da lavoro c’è una botola”

“Come puoi saperlo?”

“Lo so perché è necessario che tu lo sappia”

Il normanno spostò il tavolo, che si rivelò stranamente leggero. Vi era una botola, e sotto di essa una scalinata consunta. Scesero i gradini, mentre lo scalpellare continuava.

Arrivarono ad una ruvida stanza scavata con unghie e picconi rudimentali, illuminata dal solo fuoco. Tra due fiaccole si ergeva una figura umana, deforme ed asimmetrica, completamente composta di argilla. Era ricoperta delle vestigia dei bozzetti da cui era stata ricavata. Pezzi di volto e capitelli emergevano smussati dal suo torso e dai suoi arti, ormai irriconoscibili. Un uomo anziano e vestito di abiti pregiati continuava a battere lo scalpello sulla statua mostruosa, spiccando i frammenti di terra secca che ne eccedevano la forma. Sulla fronte della creatura inanimata era scritta in ebraico una parola, sempre quella: אמת, verità. Argilla senza vita, argilla morta. E l’uomo che tentava, con il pensiero e con la mano, di darle vita e scopo. Argilla indurita, inutile, da buttare. Argilla sterile. Argilla, e polvere invece di sangue, pietra invece di anima. Argilla, l’uomo prima di Dio.

“Osserva l’ultima conseguenza del dolore: la follia”

Chiamò quello che doveva essere il nome del sapiente. Avraham. Avraham. Non vi fu risposta alcuna. Lo chiamò con voce più vigorosa. Avraham. La reazione fu egualmente inesistente.

“Ha perso la figlia, Rebecca, durante la guerra. Ha ritrovato, una mattina illuminata, il cadavere di lei, nudo, davanti alla porta. Il volto era così gonfio e sporco da non poter essere baciato, neanche per l’ultima volta, prima della terra”

Fece una pausa.

“Il padre, distrutto, perse il senno. Trovò conforto nella cabbala. Guardalo ora. ἰδοὺ ὁ ἄνθρωπος. Un guscio vuoto che scheggia una torre pericolante, nella malsana speranza che ne nasca un golem”

“Ha ucciso lui lo scultore, il genovese?”

“Si”

“E nessuno si è accorto della stanza sotterranea? Nessuno ha fatto caso al pavimento vuoto?”

“A nessuno interessava. Nessuno ne aveva il tempo. La morte di un cristiano, certo, non era un qualcosa di cui preoccuparsi, a Gerusalemme, qualche tempo fa”

“Tutto qui?”

“Cosa intendi?”

“La mia salvezza dipendeva da questo: scovare un vecchio folle intento a creare una favola?”

“Si, e no. Più di questo, meno di questo. Ma dimmi, vuoi lasciarlo in vita, e condannarlo ad un tribunale iniquo, che lo torturerà e flagellerà, prima di decapitarlo, oppure vuoi dargli, ora, tu, la grazia di una morte veloce?”

Con la mano sull’elsa, sentì ancora una volta l’odore delle arance.

“Non sarò io ad ucciderlo”

“Anche se…”

“Non vi è nulla di ipotetico nell’agire giustamente. Sta scritto: 'Non uccidere'. Tale è la legge,

tale è la Volontà”

“Non capirò mai voi Crociati: un momento barbari, un altro filosofi. Ma forse è questa l’indole dell’Occidente”

Tristano era pienamente consapevole della propria falsità. Quante vite aveva già estinto? Quante anime aveva già sprofondato all’inferno, o innalzato al Paradiso? Non le riusciva a contare. Anche perché, molte, la maggior parte, le aveva dimenticate. Per la prima volta gli era stata data la possibilità di dispensare sofferenze per evitarne di maggiori. Ma lui, con la schiena ritta ed il petto indurito, proprio stavolta, si era tirato indietro, in nome di regole che non aveva mai rispettato. Eppure, non era sicuro di aver preso la scelta sbagliata. D’altronde Dio perdona molte cose per un atto di misericordia. Ma era davvero misericordia la sua? Non sarebbe stato forse più caritatevole terminare le sofferenze di quel vecchio folle? A quale destino lo aveva condannato? Già riusciva a vederlo davanti ai suoi occhi, reale e materiale più di ciò che lo circondava. Schiere di nobili, da lui non così dissimili, con le armature tirate a lucido e le spade sguainate, che vomitavano saliva per vedere una goccia di sangue, anche una sola, bagnare la terra. Finti prelati, nobili anch’essi, senza Dio e senza spirito, appesantiti da oro ingordo e seta, che sentenziavano, privi di ritegno o pensiero, sulla vita di un uomo già morto.

“A morte il giudeo, a morte il mago”

L’urlo, pronunciato in dieci lingue diverse, gli rimbombava senza sosta nel cranio. Ed infine la povera gente di Gerusalemme. Sciami ignoti di creature indifese, trattate come animali, bastonate e macellate, intente a cercare conforto nella disgrazia altrui, o ad inorridirsi. E tra loro i preti accorsi da tutt’Europa: quelli veri. Vestiti di bianco, nero, sacco e stoffa. Con croci di legno e preghiere sincere. E la Chiesa intorno e dentro di loro. Tristano si chiese se mai, un giorno, il popolo avrebbe spezzato le sue catene. Se mai, un giorno, sarebbe stata Giustizia. Ma pensò che non fossero pensieri per gente come lui, quelli. D’altronde, era solo una spada nelle mani dei Grandi.

“Il sole sta sorgendo, e già troppi sono svegli: meglio andare”

E così, si incamminarono, sperando che la morte cogliesse il vecchio prima delle guardie. La città era bellissima. Sebbene fumi speziati ancora inondassero l’aria e scurissero il cielo, una calma innaturale abbracciava le mura, attraversando porte, finestre e corpi. E quelle prime ore del mattino passarono nel passeggiare, senza sforzo o fatica, per le ripide strade invisibili che circondavano la terra.

“Dove ci stiamo dirigendo?”

“Al Monte del Teschio”

“Dove?”

“Al Golgota, ma tu forse lo conoscerai col nome di Calvario”

“Per quale motivo?”

“Già ti è stato detto, non ricordi?”

“No”

“Dannato al Flagetonte

Senza speranza alcuna

Se non del teschio il Monte

Avevi dimenticato le sue parole?”

“Non vi avevo prestato attenzione, rime e scioglilingua non sono mai state di mio interesse”

“Conosci la storia di Re Edipo?”

“Dovrei?”

“Vittima del fato, senza saperlo, uccise il padre, Laio, e violò la madre, Giocasta. Scoperti i suoi crimini, si cavò gli occhi”

“Una storia allegra…”

“No di certo. Condividi uno dei suoi crimini, Tristano”

E si ricordò, non capì come, della canzone della Morte, in ogni sua strofa, in ogni sua lettera. La ascoltò rimbombare nella sua testa per cento e cento volte, come un’eco che diveniva più forte ad ogni ripetizione. Da quel marasma di suoni e grida, urla e ricordi, emersero, però, chiari e distinti questi versi:

La vera e dura sorte

Di quanti al padre antico

Fe’ l’ore già più corte.

Fu breve Laomedonte,

Il peccato tuo ignoto

E forse, il suo più grande scudo, la sua eterna egida, era proprio l’ignorare, il trascurare. La verità delle sue tribolazioni gli era stata resa nota prima ancora dell’impresa. La verità era sempre stata lì, in piena vista, illuminata dal sole e nascosta dalla mente. “Breve Laomedonte”.

“Si dice che Laio sia una forma abbreviata di Laomedonte, Tristano”

Il Kohen sembrava leggergli i pensieri, sembrava cogliere ogni sua domanda, ogni suo quesito, prima che venisse formulato. E sorrideva con aria di padre, con un volto che ricordava una forma nota da principio e da un istante. Una forma familiare, e mai conosciuta. Una forma propria.

“Perché mi hai chiamato Tristano?”

Il vecchio tacque.

“Non ti ho mai detto il mio nome”

“Non è la prima volta che ti chiamo con il tuo nome. Come Edipo ti sei cavato gli occhi, ma non te ne sei accorto”

Il cavaliere, in quel momento, percepì quella piacevole ed inquietante sensazione che si ha quando viene fatta luce su una stanza buia, e tutti gli oggetti, che fino ad un momento prima erano a mala pena distinguibili dal nulla, diventano perfettamente riconoscibili. Il volto del Kohen era il volto del suo peccato ignoto. Non v’era dubbio alcuno. Manfredi di Agrigento era suo padre, il ché spiegava la convoluta coincidenza della concittadinanza. Ed il Kohen, a sua volta, era Manfredi di Agrigento.

“Tre personaggi in uno, tre aspetti in un’anima. La verità spesso risiede nella virtù inaspettata dell’identità”

Non riusciva a muovere il proprio corpo, o a scuotere la propria mente.

“Ho amato tua madre, Tristano, con ogni fibra di me stesso. La ho amata incondizionatamente, infinitamente, disperatamente. La ho amata al mattino, al meriggio, alla sera. La ho amata quando il freddo le riempiva i polmoni e quando il sudore le imperlava il collo. La ho amata nella stagione delle arance, e nel mare in tempesta. La ho amata ogni istante, ogni attimo della mia gioventù. E quando non ho più potuta amarla, perché era promessa ad un altro, ho preso l’abito che tu, solo poco tempo fa, hai conosciuto, e che ora nascondo sotto queste vesti. Tu sei ciò che di lei rimane. Tu sei il motivo per cui ho preso il largo da Agrigento, con la vecchiaia fin dentro le ossa, e ho raggiunto il centro del mondo. Conoscevo solo il nome tuo, Tristano, e gli occhi tuoi, uguali a quelli di tua madre. Eppure, ti ho trovato Tristano. In mezzo ad un mare di strage, intento a dispensare altra morte e sofferenza. Ho tentato di fermare la tua mano, di salvare la tua anima”

Il cavaliere era completamente immobile, con gli occhi purpurei e la gola contratta. Erano giunti al Calvario, e nemmeno se ne era accorto.

“E no, non sono vivo. Ho fatto un patto con la Morte. L’impresa, il mistero: tutta una farsa. Ho ricevuto un travestimento, e la possibilità di starti vicino per tre giorni, di redimerti”

“Confermo la versione vostro onore”

Apparve la morte, in forma umana stavolta, vestito con abiti mai visti ed uno strano cappio colorato al collo. Teneva delle lenti nere sugli occhi, ed un marchingegno luminoso e coperto di tasti nella mano destra.

“Non fate caso a come sono vestito. Si chiamano anacronismi. Tra qualche secolo scoprirete cosa sono. Perciò, come va la reunion padre-figlio? Ti vedo un po’ scosso Tristano. Bella botta eh? Posso capire. Vi rimane ancora un po’ di tempo assieme. Ora non so esattamente quanto. Questo scandaloso individuo è troppo pigro per rileggersi tutto il racconto e vedere quanti giorni siano passati. Dico a te, si, a te che scrivi: se non hai la scorza lascia perdere…”

Entrambi, lo spirito ed il cavaliere, erano abbastanza perplessi.

“Comunque, Manfredi, il prezzo che avevamo stabilito lo rammenti?”

“Si”

“Beh, lascia stare, questo giro è offerto dalla casa, ordini del Principale… E tu, Tristano, ricorda che sono sempre dietro l’angolo, ed il tempo per pentirsi, per redimersi, potrebbe finire da un momento all’altro… Au revoir!”

E sparì nel nulla, come era apparso. Tristano si tolse l’armatura, gettò via la spada, ed indossò un saio che era convenientemente posato proprio ad i suoi piedi. Legò stretta la corda.

“Vedo che non stai perdendo tempo”

E camminarono su e giù per il calvario, per ore, forse per giorni. Tristano sentiva il suo animo alleggerito, reso intangibile come l’aria. Un sorriso sincero in volto, e la volontà di pagare il male passato col bene futuro. E parlò con suo padre, e suo padre parlò con lui. Parlarono del tempo, delle querce, degli aranci. Parlarono, parlarono, parlarono. Si accorse di essere solo un personaggio di un racconto affrettato, una pedina di un giullare annoiato. Si accorse di essere un attimo in vite centenarie, qualche foglio di carta in volumi infiniti. Si accorse che tutti siamo bozzetti in storie altre, e marmi in storie nostre. Scoprì, insomma, la verità dell’argilla.

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