Cap. 4 Dalla guerra del Vietnam alla distensione, 1963-72

L'intervento militare americano in Vietnam

Nel 1954, in seguito alla sconfitta delle truppe francesi presenti in Indocina da parte delle forze vietnamite, subentrarono nel ruolo di potenza anticomunista gli Stati Uniti, che poterono appoggiarsi sul supporto datogli dalle forze anticomuniste locali.

  • Paura dell'espansionismo comunista
  • Attribuzione al Vietnam di un'esagerata rilevanza sul piano della lotta al comunismo

In quel periodo il Vietnam era suddiviso in due regioni secondo le convenzioni prese a Ginevra, una, al nord, filocomunista e guidata dal leader Ho Chi Minh, che era stato anche protagonista della liberazione della nazione dai francesi e l’altra, al sud, che era invece controllata dai filooccidentali, i quali temevano un’ulteriore aggressione da parte del Vietnam del Nord.

A Ginevra si era decisa l’unificazione del Paese entro il 1956, ma gli Stati Uniti e il Vietnam del Sud, temendo che le forze del Nord potessero impegnarsi in un ulteriore espansionismo a vantaggio del comunismo, decisero di non ratificare gli accordi.

Eisenhower fu il primo a sottolineare l’importanza di un impegno americano in Indocina, dove credeva che il comunismo potesse mettere le basi per causare poi il crollo della democrazia in numerosi Stati in tutto il mondo. Per evidenziare il pericolo sottopose al Congresso la teoria del “domino”, dove presentava gli Stati come tessere del gioco dove la caduta di una di esse avrebbe causato il crollo di tutte le altre. L’equilibrio di questo sistema era messo per lui in pericolo dall’Unione Sovietica e dal comunismo che andava diffondendosi nel mondo. Le intenzioni di Eisenhower durante i primi anni della Guerra Fredda rispecchiavano la politica statunitense, cioè la propensione ad assumersi il ruolo di difensori della democrazia e del mondo libero. Questa politica fu indicativa della competizione bipolare tra Stati Uniti e Unione Sovietica, che caratterizzò tutto l’arco del periodo di tensioni tra le due potenze.

Una delle grandi debolezze statunitensi nella questione vietnamita fu l’incapacità di distinguere per importanza i diversi teatri bellici nei quali aveva affermato di volersi impegnare. Arrivarono così ad affermare che la sconfitta dei comunisti in Vietnam fosse strettamente necessaria al fine di salvare il mondo libero e ritennero che non intervenendo sarebbe stata messa in discussione la loro credibilità come potenza anticomunista. Per riaffermare la loro immagine di nemici del comunismo sia presso i propri alleati, sia presso i propri antagonisti, gli statunitensi dichiararono che sarebbero intervenuti in Indocina contro le forze di Ho Chi Minh, il quale era inoltre appoggiato da Cina e Unione Sovietica. A causa di questa collaborazione tra potenze comuniste gli occidentali reputarono il caso del Vietnam come un palese tentativo espansionistico del comunismo, un tentativo che però doveva essere fermato al più presto.

Salito al potere John Fitzgerald Kennedy gli statunitensi iniziarono ad inviare aiuti economici e militari al Vietnam del Sud, con l’intenzione di dimostrare il loro impegno e temendo che si potesse ripetere la situazione verificatasi in Cina nel 1949, che aveva visto la Repubblica cadere in seguito a una guerra civile contro le forze comuniste. Kennedy era perfettamente conscio del fatto che il comunismo riuscisse a riscontrare molto successo nei Paesi in via di sviluppo e per questo organizzò un piano di aiuti economici a numerose Nazioni del Terzo Mondo, in modo che non cadessero facili prede dell’ideologia comunista, il cui successo per loro risiedeva nello sfruttamento delle debolezze di un popolo per convincerlo a cercare un cambiamento a livello politico.

L’impegno e i progetti degli Stati Uniti si scontrarono però con la scarsa collaborazione dei politici locali, non così interessati al riformismo americano; lo sforzo bellico contro le forze del Vietnam del Nord non riusciva a combaciare con il tentativo di rafforzare il sistema politico nella parte Sud del Paese, che finì per essere destabilizzato maggiormente dalle pressioni americane. Nel 1963 gli Stati Uniti appoggiarono un colpo di stato contro il presidente sudvietnamita Ngodihn-Diem, il quale si era dimostrato sino ad allora poco collaborativo, ma i suoi successori non portarono particolari cambiamenti e finirono anzi per lottare tra di loro per ottenere il potere.

Nel novembre del 1963 Kennedy venne assassinato durante una manifestazione a Dallas, in Texas e gli successe Lyndon Johnson, un democratico che dimostrò sin da subito un maggior interesse nei confronti delle questioni di politica interna, anche se fu proprio lui a coinvolgere in modo sempre più importante gli Stati Uniti nel conflitto in Vietnam.

Nel 1964 la situazione in Vietnam subì un ulteriore deterioramento. Il regime comunista nel nord del Paese continuò a rafforzarsi, mentre il Sud, già instabile, fu afflitto dalla corruzione e dalla lotta intestina per la conquista del potere.

I capi militari americani e diversi esponenti del Congresso richiesero al presidente di impegnarsi maggiormente a livello militare contro la minaccia comunista presente nel Nord del Vietnam. Il 2 agosto 1964 delle cacciatorpediniere nordvietnamite attaccarono alcune unità americane presenti nel golfo del Tonchino, fornendo così un pretesto agli statunitensi per attaccare anche senza una dichiarazione di guerra le forze filocomuniste di Ho Chi Mihn e dando così formalmente inizio alla guerra in Vietnam.

Con il definitivo intervento in Vietnam Lyndon Johnson intendeva lanciare un forte messaggio sia a Mosca che a Pechino, eliminando inoltre il supporto che i nordvietnamiti fornivano ai guerriglieri Vietcong insorti nel Sud del Paese. La guerra civile che si era scatenata nel Vietnam del Sud tra forze governative e forze Vietcong fu presentata come una deliberata aggressione da parte del Nord, il quale, per gli americani, puntava solamente a diffondere il comunismo e non aveva nessuna intenzione di riunificare il Paese.

Alcuni esponenti dello Stato Maggiore americano speravano di potersi limitare a piccole operazioni di sabotaggio e terrorismo, mentre altri intendevano lanciare contro le forze comuniste una violenta campagna di bombardamenti aerei, ma l’ulteriore deterioramento della situazione li obbligò ad impegnare direttamente le forze di terra, passando dai 25'000 uomini presenti in Vietnam nel 1964 ai circa 436'000 nel 1967.

Soldati statunitensi in combattimento nella giungla

La guerra in Vietnam ebbe ripercussioni anche in patria. Gli elevati costi della guerra, la lotta crescente per i diritti sociali e i numerosi morti causati dal conflitto furono tutti fattori che convinsero la popolazione a scendere in strada per protestare. Il consenso dell’opinione pubblica verso la politica estera degli Stati Uniti stava iniziando a spezzarsi, ma i militari continuarono a chiedere al presidente l’invio di nuove truppe in Indocina.

Nel 1968 i comunisti lanciarono un’offensiva volta a spezzare la resistenza delle forze occidentali a Sud. Fu un fallimento, ma fu anche il simbolo del fallimento dell’impegno ormai decennale degli Stati Uniti. Gli incredibili sforzi bellici, umani ed economici profusi durante gli anni del conflitto non erano serviti a nulla. Questo momento fu la chiave del cambiamento: Lyndon Johnson interruppe l’escalation militare negando ai suoi capi militari qualsiasi tipo di rinforzo e decidendo di ridurre i bombardamenti aerei, che più che i Vietcong avevano danneggiato enormemente la natura e la popolazione civile.

I presidenti americani protagonisti del conflitto in Vietnam: Kennedy, Johnson e Nixon

Johnson diede inizio alla fine del conflitto, ma sarebbe toccato a Richard Nixon, suo successore alla presidenza, mettere definitivamente fine agli scontri in Vietnam.

LA CADUTA DI CHRUSCEV E L’INTERVENTO SOVIETICO A PRAGA

Nonostante i rapporti con gli USA stessero migliorando «Chruscev si trovava sempre più isolato all’interno della gerarchia sovietica.».Il leader russo era accusato di aver gestito male sia la politica interna che quella estera; se nell’URSS regnava una difficile situazione economica, e «gli ambiziosi piani di sviluppo agricolo durante la sua leadership erano miseramente falliti.». le maggiori critiche che gli venivano rivolte riguardavano comunque le relazioni internazionali; poiché se da un lato aveva portato ad una lieve distensione col mondo capitalista, aveva invece gestito male il blocco comunista.

Nikita Kruscev

C’erano tre obiezioni alla gestione Chruscev, ed erano la sua politica di destalinizzazionee il sostegno al policentrismo, considerate causa delle numerose divisioni ormai presenti all’interno del movimento comunista internazionale. Elemento fondamentale di queste divisioni era la Cina di Mao, sempre più lontana per via dei dissidi creatisi.

La nuova politica del presidente sovietico lo portò alla rovina, difatti le sue idee venivano considerate avventuristiche e causa della perdita di prestigio dell’URSS a livello internazionale, conseguenza della gestione errata della crisi missilistica cubana.

Chruscev venne rimosso dall’incarico nell’ottobre del 1964 e la guida dello Stato venne affidata ad un triumvirato che comprendeva Leonid Breznev, Aleksej Kosygin e Nikolaj Podgornyj; si trattava di tre alti funzionari del partito comunista, che per un breve periodo governarono insieme. La “leadership collettiva” non durò molto ed in poco tempo Breznev divenne l’unico e principale capo dell’Unione Sovietica.

Leonid Breznev

L’eredità di Chruscev veniva definita contraddittoria, poiché aveva lasciato da un lato il possibile avvio ad una distensione con gli USA che avrebbe permesso di «superare il rigido bipolarismo della guerra fredda», ma dall’altro la sua politica di destalinizzazione aveva portato aria di cambiamento sia nell’Unione Sovietica che nell’Europa orientale. La coesistenza politica chrusceviana con gli USA, basata sull’antagonismo e la competizione aveva però sortito gli effetti opposti, portando ad una rapida corsa agli armamenti che i suoi successori continuarono, cercando al contempo di mantenere un rapporto pacifico; cosa che fecero anche gli statunitensi.

Il nuovo governo, a differenza di Chruscev riprese la linea di Stalin, ma senza gli eccessi caratteristici dello stalinismo. Ci fu perciò una repressione delle forme di eterodossia emerse in campo politico e culturale che avrebbero portato allo sbriciolamento dell’URSS.La politica internazionale del governo post-Chruscev vide un’Unione Sovietica sempre meno presente e attiva nei paesi del terzo mondo, ma concentrata per lo più a ricucire gli strappi irreparabili con la Cina.

Nonostante sembrasse meno attiva a livello internazionale l’URSS era riuscita ad assottigliare le differenze di arsenale con gli USA, dal momento che il governo considerava fondamentale il raggiungimento della parità strategica. Tra il 1967 e il 1969 il numero di missili balistici intercontinentali crebbe da 55 a 1140, quello dei missili dei sommergibili da 100 a 185.si era perciò ridotta considerevolmente la superiorità statunitense.

Al contempo Mosca riaffermò il suo controllo sui paesi satelliti dell’Europa orientale. La reazione del governo centrale venne provocata dalla situazione sviluppatasi in Cecoslovacchia. Nella capitale cecoslovacca avevano avuto luogo varie manifestazioni studentesche, che nel 1967 avevano indotto la dirigenza sovietica a favorire la salita al potere di Alexander Dubcek, che subentrò al conservatore del partito comunista Antonin Novotny. L’URSS voleva ripetere ciò che fecero in Polonia negli anni ’50; ovvero di portare riforme e soddisfare in parte le richieste popolari, evitando però che venisse messo in discussione il regime comunista e il fatto che la Cecoslovacchia facesse parte del blocco comunista.

Alexander Dubcek

Dubcek porto molte riforme, come la fine della censura, aprendo le frontiere e dando maggiore autonomia alla Slovacchia. Questo periodo divenne noto come “primavera di Praga” e doveva portare ad un “socialismo dal volto umano”, liberando il paese dal controllo autoritario sovietico.

L’URSS si mostrò sorpresa riguardo a ciò che stava avvenendo in Cecoslovacchia e quindi iniziò ad esercitare forti pressioni cosicché il presidente cecoslovacco moderasse i progetti.

Nell’agosto del 1968 Mosca utilizzò un massiccio intervento militare; le truppe del Patto di Varsavia entrarono in Cecoslovacchia raggiungendo Praga e ponendo fine al governo riformatore.

Dodici anni dopo l’intervento in Ungheria l’URSS si vide costretta ad un nuovo utilizzo della forza per mantenere il controllo sui propri paesi satelliti.

il governo di Dubcek a differenza di quello di Nagy non aveva mai avuto l’intenzione di separarsi dal blocco sovietico e non aveva mai messo in dubbio la propria fedeltà a Mosca.Si trattava comunque di due sfide al socialismo sovietico che Mosca non poté tollerare.

Le premesse della distensione…

Nella seconda metà degli anni Sessanta le tensioni fra Stati Uniti e Unione Sovietica ebbero una graduale riduzione, nota come «distensione». Questa venne inizialmente rettificata nel 1972, quando le due superpotenze firmarono un accordo per il controllo della crescita degli armamenti. Tre principali condizioni spinsero l’apertura di una comunicazione tra le due potenze:

  • L’avvicinamento ad una situazione di parità strategica
  • La fiorente incapacità sia statunitense che sovietica di esercitare un dominio all’interno delle loro sfere d’influenza
  • La decadenza dell’economia di Usa e Urss e la capacità di nuove economie (come quella giapponese) di competere con quella americana.

Stati Uniti e Unione Sovietica basarono la distensione su un interesse comune, quello di stabilizzare e tutelare lo status quo (normalmente si utilizza questa espressione nel caso in cui le forze in conflitto durante una guerra siano in equilibrio più o meno duraturo nel tempo. Nel caso che l'equilibrio si rompa, lo status quo andrà presumibilmente a favore della forza più potente) particolarmente in Europa.

I sovietici vedevano il miglioramento dei rapporti con Washington con molto interesse, in quanto le due superpotenze si approssimavano ad uno stato di parità strategica e Mosca aveva intenzione di rilanciare una corsa agli armamenti dai costi altissimi.Breznev, il capo di stato sovietico, con la distensione aveva anche l’obbiettivo di vanificare un possibile avvicinamento antisovietico tra USA e Cina e di rinsaldare l’egemonia sovietica in nell’Est Europa. Infine questa doveva fornire un incremento per quanto riguarda gli scambi commerciali con l’Occidente che, per un Unione Sovietica di fronte a diverse difficoltà economiche, sarebbero stati fondamentali.

Leonid Breznev, https://forum.termometropolitico.it/58303-leonid-il-ic-breznev-dottrina-e-vicenda-storica.html

Per quanto riguarda questo aspetto una tappa importante per la distensione sovietica fu l’instaurarsi di un sviluppo commerciale con la Germania occidentale. La questione tedesca postbellica era stata travagliata, Mosca e Washington implicitamente, nel 1963, avevano risolto le tensioni presenti nel Paese; il definitivo consolidamento dell’assetto tedesco però arrivò quanto il governo di Bonn, che non aveva mai riconosciuto la Germania dell’est, la riconobbe.Solo tre anni dopo, con l’ingresso del partito socialdemocratico nel governo, il nuovo ministro tedesco, Willy Brandt, appoggiò la necessità di instaurare rapporti più solidi con i paesi dell’Europa orientale. Nel 1969, la politica dell’ormai cancelliere tedesco, denominata Ostpolitik, aveva l’obiettivo di vivere diversamente la guerra fredda e cercare un miglioramento delle relazioni con il blocco comunista per evitare il rischio di un conflitto, che avrebbe visto il territorio tedesco come principale. Il risultato più significativo per la Germania si riscontrò nel 1972, quanto venne stipulato un trattato fra i due blocchi tedeschi: questo ne sanciva il reciproco riconoscimento.

Willy Brandt e Leonid Breznev,http://www.pi-news.net/2013/12/stefan-scheil-ueber-willy-brandts-ostpolitik/

Il nuovo Presidente americano Richard Nixon, grazie anche all’appoggio di Henry Kissinger, il suo maggior consigliere per quanto riguarda faccende estere, manifestò la possibilità di collaborare con Mosca nel tentativo di ridurre le tensioni crescenti con l’URSS e con la volontà di uscire dalla situazione di difficoltà economica che gli Stati Uniti stavano vivendo. La guerra in Vietnam e la corsa agli armamenti erano infatti per gli Stati Uniti estremamente costosi e un accordo con l’Unione Sovietica avrebbe permesso di regolare la competizione nucleare, diminuendone i costi. Da non sottovalutare anche il possibile impegno dell’URSS per permettere contrattazioni con il Vietnam del Nord.

Nixon e Kissinger,https://consortiumnews.com/2013/10/16/what-nixonkissinger-got-right/

Per gli Stati Uniti la distensione serviva a migliorare la politica estera, in particolare la faccenda vietnamita; questo approccio statunitense veniva chiamato linkage e si differenziava chiaramente da quello che aveva in mente l’Unione Sovietica. Infatti gli USA ragionavano su scala mondiale e volevano che l’atteggiamento sovietico si moderasse pressoché ovunque; puntando soprattutto a negoziati con l’URSS per far sì che il loro comportamento cambiasse. Gli USA avevano intenzione di diminuire i propri armamenti e fare in modo che con questo sforzo anche l’Unione Sovietica avrebbe messo impegno per pareggiare i conti aiutando Washington a trovare una soluzione in Vietnam e non supportando forze antistatunitensi nel Terzo Mondo. Secondo Mosca invece la distensione era un metodo per consolidare l’equilibrio pacifico ed antagonista delle due superpotenze in Europa, lasciando però la possibilità di continuare la competizione nel resto del mondo, dove i sovietici vedevano potenzialità rivoluzionarie. Nixon aveva la convinzione che i sovietici potessero condizionare i propri alleati comunisti, in primo luogo il Vietnam del Nord, ma questa era frutto della tendenza statunitense a sopravvalutare l’unità del blocco comunista. Questo modo degli Stati Uniti di interpretare la distensione si allontanava sempre di più dagli schemi di un globo bipolare. Infatti l’ascesa di nuove potenze sulla scena nucleare ed economica stava pian piano ridefinendo gli ordini globali, di conseguenza la scena mondiale si evolveva verso un multipolarismo e la politica estera di Nixon riproduceva un tentativo per misurarsi a questa nuova realtà. L’amministrazione Nixon cercò quindi di agire con una politica di potenza sospendendo le ideologie dello scontro con l’Unione Sovietica ed esortando i propri alleati affinché prendessero parte maggiormente alla politica del contenimento. Il Presidente era dell’idea che se il sistema globale si stesse evolvendo in un multipolarismo di ricchezza, risorse e potenzialità questo necessitava pure di un “multipolarismo” delle responsabilità.

La nuova politica estera statunitense permise un avvicinamento alla Cina comunista, cosa che il Cremlino temeva particolarmente. Tra gli Stati Uniti e i cinesi non si stipulò nessun accordo formale, ma terminata la visita di Nixon nel Paese venne emanato un comunicato contenente riferimenti riguardanti la stretta necessità di mantenere la pace e il dovere di contenere aspirazioni egemoniche all’interno del continente asiatico, alludendo chiaramente all’Unione Sovietica. Inoltre le due nazioni decisero di instaurare scambi commerciali e culturali.

Mao Zedong e Richard Nixon, http://english.cri.cn/7146/2011/04/08/1942s631062.htm

Questo riavvicinamento tra Cina e Stati Uniti rappresentò un avvenimento storico, in quanto i cinesi uscivano da una politica isolazionista che si era intensificata dopo aver avuto grandi screzi con Mosca. Solo sei anni più tardi tra i due Paesi si stabilirono normali relazioni diplomatiche.Come per la distensione con l’Unione Sovietica, anche quella con la Cina aveva l’obbiettivo di facilitare la questione vietnamita e Nixon sperava che Pechino mettesse pressione al governo del Vietnam del Nord per l’accettazione di un compromesso.La Cina pertanto diventò per gli USA un perno fondamentale del contenimento sovietico in Asia: facendosi alleati i cinesi gli Stati Uniti ebbero la possibilità di preservare risorse preziose che sarebbero potute essere utilizzate per contrastare un conflitto su due fronti.Il governo di Mao decise di porre termine alla contrapposizione con gli Stati Uniti principalmente a causa del rafforzamento militare sovietico, che portò anche all’accrescersi delle tensioni tra Mosca e Pechino, queste tensioni sfociarono anche in scontri armati nel 1969. Al vertice del triangolo diplomatico fra i tre Paesi rimaneva l’Unione Sovietica, impegnata in un momento di negoziazioni molto complicate con gli Stati Uniti

… e i suoi esiti

Al fine di evitare un’ulteriore avvicinamento tra Cina e Stati Uniti, l’Unione Sovietica s’impegnò ad accelerare il processo di distensione con gli USA. Per fare ciò Mosca poteva ancora contare sul primato, condiviso con Washington, nel campo degli armamenti. Il peso militare sovietico infatti permetteva all’URSS di possedere una leva negoziale che le consentiva di rimanere ancora il principale interlocutore statunitense, aldilà degli sviluppi degli assetti internazionali.

L'importanza delle testate nucleari

Si assiste così, verso la fine del 1969, all’inizio di importanti negoziati tra le due superpotenze, volti alla riduzione degli armamenti. Tramite questa regolamentazione, l’URSS intravedeva la possibilità di affievolire il divario tecnologico con gli Stati Uniti, i quali erano riusciti addirittura a creare un sistema difensivo contro i missili nucleari sovietici (ABM, Antiballistic Missiles). Questo avrebbe potuto permettere agli USA d’intraprendere un conflitto nucleare senza temere il rischio di un’eventuale rappresaglia. Gli Stati Uniti invece acconsentirono a partecipare ai negoziati soprattutto per ridurre le spese belliche e porre fine ad una corsa agli armamenti che diventava sempre più illogica e dispendiosa. Le relative difficoltà economiche e la scarsità di risorse a disposizione degli Stati Uniti, portarono infatti Nixon a considerare la superiorità rispetto all’URSS prossima al termine.

Nel 1972 si arrivò così ad una serie d’accordi tra Nixon e Breznev, denominati SALT 1 (Strategic Arms Limitation Talks), che prevedevano una tetto massimo, seppur molto alto, delle armi nucleari in dotazione a Stati Uniti e Unione Sovietica. Oltre ad un positivo avvicinamento tra le due superpotenze, le trattative furono in qualche modo favorevoli ad entrambe. Gli Stati Uniti infatti avevano l’opportunità di gestire i negoziati da una situazione di superiorità, con il risultato di ridurre notevolmente i costi della politica di contenimento, già meno onerosa rispetto a quella di Kennedy grazie alla possibilità di mettere pressione all’URSS tramite la Cina e agli alleati occidentali, sempre più responsabili quanto riguarda la propria sicurezza. L’Unione Sovietica invece risultava favorita dal fatto di poter avere, dato il loro ritardo tecnologico, un numero maggiore di testate nucleari. Ipoteticamente però questo le avrebbe permesso, una volta sviluppate le proprie tecnologie militari, di alterare l’equilibrio con gli USA in suo favore.

Nixon e Breznev firmano gli accordi SALT I

In seguito a questo trattato, come già anticipato, le due superpotenze ebbero l’occasione di riavvicinarsi e dare il via a forme di collaborazione, come ad esempio un accordo commerciale che avrebbe permesso all’URSS di acquistare grano dagli USA. Inoltre nel giugno del 1973, Breznev si recò addirittura in visita ufficiale a Washington e l’anno seguente Nixon ricambiò il favore. Il culmine della distensione avvenne però nel 1975, anno in cui si tenne la Conferenza di Helsinki, dedicata ai problemi della sicurezza e della cooperazione in Europa. L’Unione Sovietica vi partecipò al fine di ottenere un’accettazione formale dei territori occupati in seguito alla Seconda Guerra Modiale, obbiettivo che raggiungerà dopo almeno due anni di trattative.

La Conferenza di Helsinki, 1975

Il processo di distensione era però destinato a finire. Le due superpotenze avevano infatti differenti concezioni riguardo la distensione, e ciò era destinato ad emergere, rivelando come essa sia solo un’altra faccia della guerra fredda. Il momentaneo stallo dell’antagonismo in Europa non determinava dunque la fine della competizione nei paesi del Terzo Mondo, anzi. La convinzione dell’impossibilità di porre fine al conflitto con il mondo Occidentale induceva infatti l’URSS a non avere la benché minima intenzione di rinunciare al sostegno delle forze rivoluzionarie nel mondo. Agli Stati Uniti invece la distensione serviva esclusivamente al fine di mantenere lo status quo in Europa, non per porre le basi di un superamento della stessa guerra fredda, con il solo rischio di indebolire il paese e ridurre la sua importanza nel mondo.

Le difficoltà di comprensione tra le due superpotenze, la mancata risoluzione della questione vietnamita e i cambiamenti nel panorama politico statunitense determineranno così la fine degli accordi e della distensione tra le due superpotenze.

Credits:

Created with images by manhhai - "Vietnam war 1972" • Infrogmation - "President Eisenhower 1959" • manhhai - "Battle of Hill 875, Dak To - November 1967 - US Soldiers Atop Hill 875"

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