IMAGO PLANTARUM viaggio fotografico nella bellezza e armonia delle piante

L’artista Fabio Mauri, in un’intervista rilasciata a Manuela De Leonardis, racconta che, vedendo un quadro di Burri (un sacco con un buco da cui usciva del rosso), realizzò “che la pittura non era più la rappresentazione di qualche cosa, ma diventava lei il qualche cosa. Cioè prendeva dentro di sé la metafisicità degli oggetti. Si proponeva come essenza, non come narrazione”.

Nella fotografia ottenere questo risultato è molto più difficile: con questo mio progetto ho cercato di identificare la metafisicità delle foglie, di rendere questi fotogrammi “un qualche cosa in sé”, non più solo foglia (come in Burri il sacco non è più un sacco di iuta e basta), non più solo rappresentazione e narrazione (l’aspetto narrativo non compete ovviamente solo alle foto di reportage ma è insito in ogni rappresentazione puntuale della realtà), ma fenomenologia autonoma, che si concretizza nello scontro tra i raggi ultravioletti del sole e la materia sensibile.

Mi è sembrato anche il modo migliore di rappresentare il “disordine ordinato” della Natura, il cui mistero è stato studiato dapprima dai filosofi, poi dai poeti, dai pittori e dagli artisti in genere e infine anche dagli scienziati, come Leonardo di Pisa, o Fibonacci, vissuto durante il XII secolo e considerato il più grande matematico europeo del Medioevo per aver scoperto la serie di numeri che porta il suo nome. In questa serie, ogni numero è la somma dei due numeri precedenti: 0, 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, 34, 55, 89, 144, 233, 377, 610, 987, 1597, e così via.

Gli steli delle piante, i fiori, la disposizione delle foglie, le squame delle pigne, ma anche i gusci di alcuni animali (come le conchiglie dei molluschi) sono organizzati secondo lo schema armonico dei numeri di Fibonacci.

Nel presente progetto, le immagini di foglie (di alberi e arbusti ma anche di erbe e fiori del sottobosco) divengono dunque, oltre che “meta-oggetti”, anche la metafora delle forme e delle armonie della Natura in generale.

Per realizzare le foto, sono ricorso a tecniche dette "cameraless", perché non prevedono il ricorso a fotocamere, ma solo a superfici sensibili esposte al sole (per ore o anche per giorni) o a una sorgente luminosa, con sopra il "soggetto", cioè le foglie.

Le tecniche in questione sono l'antotipia, la cianotipia, il lumigramma, il cliché verre e il fotogramma, più alcune invenzioni personali come l'oxydolumenprinting.

Nell'antotipia, inventata da sir John Herschel, il grande scienziato e astronomo a cui dobbiamo anche l'invenzione della cianotipia, la superficie sensibile è costituita da succhi vegetali, estratti da petali (anthos in greco, da cui il nome della tecnica), frutti o foglie.

Nel Lumenprinting, invece, si utilizza la normale carta fotografica bianco e nero. I raggi UV del sole modificano lo stato dei grani d'argento della gelatina sensibile, creando l'immagine, che oltretutto è a colori (colori "virtuali" anche se fisici)...

Le tecniche come il lumigramma e il fotogramma sono invece eseguite in camera oscura, ricorrendo a sorgenti luminose puntiformi o diffuse. Si tratta di tecniche che hanno una lunga (e gloriosa) storia in ambito fotografico...

Come ogni fotografo che si rispetti, ho cercato di adattare le tecniche alle mie necessità espressive, appunto creando "ibridi", miscelando tecniche diverse e creandone di nuove. Tutte le foto del progetto (molte delle quali, come le antotipie e i lumenprinting non sono stabili nel tempo), sono state ottimizzate digitalmente, e a volte invertite per ottenerne un'immagine positiva.

E' un progetto a cui tengo molto, e se volete saperne di più potete far riferimento al mio blog specifico sull'argomento: Lucus.

Credits:

All photographs by Marco Scataglini

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