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Il Lato Oscuro dell’Empatia

L’empatia è un’importante competenza emotiva grazie alla quale è possibile entrare più facilmente in sintonia con la persona con la quale si interagisce.

L’empatia è la capacità di “mettersi nei panni dell’altro” percependo, in questo modo, emozioni e pensieri. E’ un termine che deriva dal greco, en-pathos “sentire dentro”, e consiste nel riconoscere le emozioni degli altri come se fossero proprie, calandosi nella realtà altrui per comprenderne punti di vista, pensieri, sentimenti, emozioni e “pathos”.

Essa è un’abilità sociale di fondamentale importanza e rappresenta uno degli strumenti di base di una comunicazione interpersonale efficace e gratificante. Nel nostro lavoro di terapeuti l’empatia è una delle principali porte d’accesso agli stati d’animo e in generale al mondo dell’altro. Grazie a essa si può non solo afferrare il senso di ciò che asserisce l’interlocutore, ma si coglie anche il significato più recondito psico-emotivo. Questo ci consente di espandere la valenza del messaggio, cogliendone elementi che spesso vanno al là del contenuto semantico della frase, esplicitandone la metacomunicazione, cioè quella parte veramente significativa del messaggio, espressa dal linguaggio del corpo, che è possibile decodificare proprio grazie all’ascolto empatico.

Particolari aree del motoria e l'area di Broca nel lobo frontale, sono linguaggio (in rosso nella figura sottostante). Altre nel lobo parietale, sono attivate durante comprensione del linguaggio (in giallo). Ulteriori aree della corteccia cerebrale attive sia parlando sia ascoltando (in blu e arancione). maggior parte delle regioni- specialmente nell'emisfero destro-si manifesta un accoppiamento temporale delle attività tra il cervello del parlante (in blu). Ciò include anche aree cerebrali solitamente non collegate al linguaggio, come prefrontale mediale aree, come il solco intraparietale.

Tecnicamente, l’empatia dovrebbe essere la capacità di porsi in maniera immediata nello stato d'animo o nella situazione di un nostro paziente, con nessuna o scarsa partecipazione emotiva, ma in realtà, nel nostro lavoro quotidiano sappiamo che non sempre è così semplice.

Molte tecniche prese dalla PNL o da altre metodiche servono a dare l’impressione ai nostri pazienti di entrare in empatia con loro, ma spesso sono abili manipolazioni che servono a creare il clima adatto per far passare il nostro messaggio; nulla di poco etico, sia ben chiaro, in sostanza è un modo onesto di trovare la compliance, ossia l’alleanza terapeutica.

Tuttavia queste tecniche, se replicate da un terapista senza un solido background esistenziale, possono far filtrare delle emozioni che sordidamente entrano nelle ossa del terapista inesperto. Avanzando silenziosamente, queste parole tossiche possono depositare un germe di disagio che, se non estirpato, può generare piante malsane che crescono fiorendo in un burnout, la sindrome da esaurimento emotivo tipica degli operatori sanitari.

Specialmente con i pazienti complessi, nel terapista vengono mosse risposte emotive intense, incluse quelle riconducibili al vecchio controtransfert, cioè che cosa un certo paziente mobilizza inconsciamente in noi a seconda delle nostre storie personali. Per esempio durante una consultazione per un banale dolore muscoloscheletrico, un paziente può evocare temi di lutto irrisolto nella nostra infanzia, o di conflittualità legate a sessualità.

Evocando la vecchia immagine della psicologia junghiana della "cura del guaritore ferito”, ogni datore di cura è anche portatore di una ferita”. E la ricerca conferma che spesso chi sceglie una professione di cura lo fa anche sulla base di una storia personale. Questa può essere una cosa bella ma va analizzata.

Il nostro lavoro è così carico di ombre di onnipotenza (io ti salverò), di potere (tu dipenderai da me) e così via, che se non esamini queste ombre con l'aiuto di un psicologo professionista, facendo tu stesso il paziente, rischi di trascinare nel tuo stile di cura troppi aspetti legati a problematiche di personalità.

La terapia aiuta lo sviluppo personale e professionale: insegna a riconoscere sensazioni e sentimenti e quindi aumenta la fiducia nelle proprie capacità e la resilienza alle sfide del lavoro terapeutico.

Soluzioni alternative

In realtà, l'immedesimazione empatica non è l'unica possibilità per mettersi nei panni degli altri e comprenderli. Gli studiosi distinguono per esempio la teoria della mente, più orientata dal punto di vista cognitivo, chiamata anche mentalizzazione. Con questo termine si intende il pensiero attraverso il pensiero altrui... per esempio quando deduciamo ciò che la persona che abbiamo davanti sa, le sue intenzioni o le cose che possiamo fare noi per influenzarla. Questo cambiamento di prospettiva mentale si può distinguere dall'immedesimazione emotiva anche a livello neurofisiologico: mentre la mentalizzazione impegna soprattutto alcune regioni del cervello frontale come la corteccia prefrontale, nel lobo temporale, e nella zona intermedia tra il lobo temporale e il lobo parietale, l'immedesimazione empatica viene elaborata soprattutto dall'insula e dalla corteccia cingolata anteriore [vedi immagine sottostante).

Inoltre l'empatia non va confusa con il fatto di porsi nei confronti del prossimo con il cosiddetto “amore compassionevole”. In questa pratica, molto diffusa nella meditazione orientale, si augura il bene agli altri e li si aiuta senza identificarsi con loro. Soprattutto nelle professioni assistenziali in campo sociale o medico è importante fare attenzione a questo limite. Come dimostrano alcuni studi, spesso l'empatia provoca emozioni negative nell'empatico, mentre una benevolenza distaccata porta con sé un atteggiamento incondizionatamente positivo.

Tania Singer, del Max-Planck-Institut für Kognit und Neurowissenschaften di Lipsia, insieme alla suo ex dottoranda Olga Klimecki, ha chiesto ad alcuni volontari di esercitarsi in due forme di meditazione: nel training empatico i partecipanti dovevano immaginare intensamente di essere loro stessi nella posizione di un'altra persona e di percepire con la massima precisione possibile le sue emozioni. Nell'altro stile di meditazione, quello dell'"amore", si trattava invece di reagire all'altro in maniera illimitatamente affettuosa e amichevole. Già dopo poche settimane di esercizio le persone sottoposte al test riferivano emozioni diversissime durante la visione di film in cui si vedevano individui in difficoltà. I partecipanti del gruppo dell'empatia percepivano sensazioni notevolmente più negative di fronte alle sofferenze mostrate, mentre quelle che si erano concentrate sulla bontà amorevole rimanevano quasi sempre di umore positivo.

In un successivo videogame, questi ultimi si dimostravano inoltre più disponibili ad aiutare gli altri. A quanto pare, concludono le ricercatrici, la “bontà amorevole” favorisce l'impulso ad agire in maniera altruistica più della semplice identificazione negli altri.

tratto da “Mind -Mente& cervello periodico di Psicologia e Neuroscienze e da PNAS, Vol. 111, pp. 18183-18188, 2014

Fabio Colonnello

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