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Designers for Bergamo Un tributo alla città attraverso immagini e interviste ai grandi protagonisti di DimoreDesign

Puntata 16

ATELIER BIAGETTI INCONTRA PALAZZO TERZI

ATELIER BIAGETTI

Alberto Biagetti e Laura Baldassari

lavoriamo sul dna di una specifica situazione.

Intervista a cura di Giacinto Di Pietrantonio

Giacinto Di Pietrantonio: Cosa facevate singolarmente prima di incontrarvi e dar vita ad Atelier Biagetti?

Alberto Biagetti: L’architetto e come tanti “architetti mancati” ho iniziato ad occuparmi di design e delle relazioni esistenti tra spazio reale e spazio virtuale.

Laura Baldassari: Io sono nata a Ravenna e ho studiato pittura all’Accademia di Belle Arti di Bologna, ho lavorato come artista con gallerie d’arte in Italia e all’estero e al contempo mi sono formata come cantante lirica, perfezionandomi alla scuola del Teatro Comunale di Bologna, approcciando il repertorio operistico italiano di tradizione e quello di musica contemporanea, sviluppando un intenso interesse verso la dimensione interpretativa e scenica, dal teatro musicale fino alla performance.

G.D.P.: Cantavi nel coro?

L.B.: No, ero e sono soprano solista, quindi ho lavorato direttamente con direttori, registi e compositori.

G.D.P.: Come avviene poi che vi incontrate e dove?

A. B.: Ci siamo incontrati ad una festa in spiaggia, a Ravenna ovviamente.

L.B.: Sì, una vera e propria coincidenza.

G.D.P.: Di che anni parliamo?

L.B.: Ci siamo conosciuti nel 2006, subito innamorati e poco dopo sposati, ma abbiamo cominciato a lavorare insieme nel 2012.

G.D.P.: Cos’è esattamente l’Atelier Biagetti?

A.B.: Un’estensione della nostra casa nella quale immaginare nuovi scenari, un luogo dove raccontare storie come farebbe un regista, ma attraverso la relazione e contaminazione delle discipline.

G.D.P.: Arte e vita, quindi?

A.B.: I migliori progetti a volte nascono tra le mura domestiche. Atelier Biagetti è un luogo di sperimentazione e confronto continuo.

G.D.P.: In che senso?

L.B.: Inizialmente, ognuno di noi portava avanti il proprio lavoro, ricerche autonome che ad un certo punto si sono incrociate e che ci hanno portato a ragionare insieme su un progetto curato da Gabi Scardi presso la galleria Riccardo Crespi di Milano. In qualche modo abbiamo capito che i nostri lavori avevano già dinamiche e riferimenti comuni.

G.D.P.: Quali coincidenze aveva trovato per decidere di esporre insieme i vostri lavori?

L.B.: In quel periodo stavo lavorando a grandi tavole dipinte ad olio, geografie, mappe astrali e microcosmi attraverso molteplici stratificazioni di segni brulicanti e liquidi. Al contempo, Alberto aveva disegnato oggetti che avevano un forte riferimento ad aspetti della natura nelle sue più estreme e forti manifestazioni. La mostra si chiamava One minute ago. Stavamo affrontando lo stesso tema, ma con linguaggi espressivi diversi.

G.D.P.: Delle stesse cose in che modo?

L.B.: Il mio lavoro si avvicinava all’idea di natura come forza tesa alla catastrofe, forma che permette di sciogliere le logiche precedenti per ricostruire nuovi scenari, una natura quindi pronta a rimescolarsi, a generare altro per istinto di sopravvivenza. Invece, Alberto aveva utilizzato visioni zenitali della terra, mappe di paradisi dimenticati, prelievi, scoperte ispirate a geologie spaziali e siti di ricerca, il tutto teso verso l’idea di una natura che supera e trascina l’uomo.

A.B.: Infatti, per realizzare i grandi tappeti annodati a mano, avevo utilizzato foto satellitari di luoghi nei quali anticamente vi era un paradiso, oggi perduto. Erano presenti oggetti imbevuti nel colore, una materia intesa come elemento primordiale che interviene sull’oggetto e che lo trasforma in maniera apparentemente spontanea, e luci come fossero diamanti estratti dalle profondità di terre lontane e sconosciute.

G.D.P.: Tornando agli oggetti, si trattava di oggetti preesistenti che venivano imbevuti, o anche gli oggetti erano progettati?

A.B.: Anche gli oggetti erano progettati. Si trattava di poltrone, sedie, sedute che ricordavano lapilli di lava solidificata, ma in realtà morbidi, spugnosi…

L.B.: Questi apparenti sedimenti rocciosi e le luci dialogavano con alcune mie mappe astrali, tecniche miste su tela nelle quali ricostruivo le mappe di Henrietta Swan Leavitt, ricercatrice di fine Ottocento.

G.D.P.: Questa occasione metteva insieme due ricerche autonome con significati simili, per prossimità potremmo dire?

A.B.: Certo, capivamo cose che non vedevamo prima.

G.D.P.: E da lì decidete di lavorare insieme a nuovi progetti proposti non più come Laura e Alberto, ma come Atelier Biagetti?

A.B.: Sì, ad un certo punto, insieme alla curatrice Maria Cristina Didero, abbiamo ragionato su un immaginario molto distante da ciò che avevamo fatto prima, in questo caso abbiamo deciso di realizzare una vera e propria scena.

L.B.: “Un vero teatro” nel quale gli oggetti erano intesi come gli attori di un possibile film, attivando connessioni tra corpo, spazio e memoria.

Così è nata una vera e propria trilogia di progetti, presentati in tre distinti momenti, un percorso che ci ha coinvolti a 360 gradi, che ci ha portati a sviscerare tre delle più iconiche ossessioni del contemporaneo, quella della bellezza, e quindi del corpo, poi l’ossessione del sesso, e il suo risvolto psicologico, e infine quella del potere, della ricchezza, il “nuovo” Dio.

A.B.: Un gioco di fattori ancora una volta diversi, nel quale oggetto e performance diventano egualmente importanti. Lo spazio diventa così inevitabilmente il legante disegnato per uno spettacolo che forse è già avvenuto, o forse non avverrà mai. Volevamo coinvolgere lo spettatore all’interno di un’esperienza narrativa più vicina al mondo del cinema. Per questo, l’esperienza di Laura nel teatro ha avuto una parte fondamentale.

L.B.: Infatti, quello che ha colpito molto il pubblico era il forte aspetto di teatralità: in NO SEX, ad esempio, all’ingresso della mostra c’erano un’ambulanza e cinquanta infermiere in parata quasi militaresca. L’esperienza era immersiva, carica di personaggi, intendendo con questi sia le persone che gli oggetti.

G.D.P.: C’erano anche degli oggetti, quali?

A.B.: Per ciascuno di questi progetti abbiamo lavorato attraverso prelievi da ambiti assolutamente riconoscibili, per cui ogni storia parla attraverso forme pre-codificate, cliché che appartengono ad un immaginario collettivo. Lavoriamo sul DNA di una specifica situazione.

Per il primo episodio, BODYBUILDING, abbiamo immaginato un’anti-palestra, nella quale gli oggetti-attrezzi ginnici erano ripensati per eludere la percezione dell’osservatore, ripensati per accogliere il corpo più che per stressarlo.

L.B.: Erano a tutti gli effetti attrezzi estrapolati dall’immaginario della palestra, ma de-funzionalizzati: i famosi anelli per la ginnastica artistica erano stati trasformati in cerchi di neon, sospesi da fasce in cavallino blu elettrico e metallo; erano presenti palle rivestite in pelo e tappeti in cui venivano ricostruite porzioni di campi da gioco attraverso un patchwork in pelle.

G.D.P.: Come avviene nell’arte?

A.B.: Sì, possiamo dire come avviene nell’arte, se ad esempio pensiamo agli oggetti di Meret Oppenheim, che spostava la funzionalità dell’oggetto sull’interazione psicologica. Abbiamo deciso di fare entrare lo spettatore in uno spazio preciso di fronte a oggetti che ponevano interrogativi. Nel caso di BODYBUILDING, sulla scena erano presenti anche bodybuilder, i quali, anch’essi parte dell’opera, erano diventati l’oggetto di interazione preferito.

G.D.P.: Perché?

L.B.: Perché il visitatore pensava si potessero toccare, fossero lì alla mercé del pubblico.

A.B.: Siamo comunque riusciti in un intento fondamentale, quello di creare un vero e proprio cortocircuito, a causa del quale le persone non riuscivano a capire dove finisse l’oggetto e iniziava la persona e viceversa, dove iniziasse lo spazio e finisse l’oggetto. Per cui abbiamo trasformato il tutto in una sorta di limbo.

G.D.P.: E NO SEX?

L.B.: Abbiamo realizzato uno spazio che ricordava chiaramente una clinica medica, un lavoro sulla psiche come elemento fondante della sessualità e sul corpo come strumento di percezione, rispetto all’accessibilità e alla virtualizzazione del sesso nell’immaginario contemporaneo. Un’azione ancora più provocatoria rispetto a BODYBUILDING, che ha aperto una riflessione sulla relazione tra i nostri comportamenti e gli oggetti che ci circondano. Si accedeva alla scena solo dopo aver attraversato una corte dove ad accoglierti trovavi infermiere severe in parata; poi, alla fine di un corridoio, trovavi ad attenderti due infermiere gemelle, bellissime, identiche.

Lo spazio era costruito mediante oggetti in bilico tra attrezzi medici o erotici.

Ad esempio, nel classico lettino da dottore vi è un forte riferimento eroticizzato al Daybed di Mies van der Rohe, soprattutto per quanto riguarda le misure.

G.D.P.: C’erano anche altri oggetti riferiti a icone storiche del design?

A.B.: È interessante lavorare con oggetti le cui forme e/o dimensioni fanno già parte del nostro DNA estetico.

G.D.P.: Chi sono i principali destinatari dei vostri progetti?

L.B.: Sono collezionisti d’arte o di design che decidono di investire in un nostro oggetto.

G.D.P.: Ma voi cosa vendete di queste installazioni la sua totalità, o anche gli oggetti singoli?

L.B.: L’installazione è un elemento molto importante del nostro lavoro e può essere realizzata su commissione per uno spazio specifico, può essere sia l’opera principale, ma anche un solo frammento della scena può scatenare connessioni e memorie, un’espressione dell’esigenza di un vero e proprio teatro domestico che scardina i cliché dell’abitare.

A.B.: A noi non interessa creare uno spazio cucina o un soggiorno, anzi ci interessa sovvertire questa logica creando uno spazio che sia di rottura rispetto al tema dell’abitare tradizionale. Non parliamo di interior design, ma di teatri domestici, o di set cinematografici che ad un certo punto prendono forma all’interno di una casa.

L.B.: I nostri sono scenari che dialogano con l’attitudine immersiva propria dell’arte contemporanea, ma nel nostro caso gli oggetti che costituiscono l’installazione richiedono una vera e propria interazione.

G.D.P.: Abbiamo, avete parlato del corpo, del sesso, manca lo spirito, GOD, per completare la trilogia?

A.B.: GOD a cui abbiamo sottratto una L, perché in realtà l’opera GOD parla del “Dio denaro”, inteso come strumento di potere assoluto. Abbiamo lanciato il progetto con un video nel quale la curatrice Maria Cristina Didero, come in una televendita anni ’90, ha annunciato l’ultimo episodio della trilogia; un susseguirsi di emoji e sottotitoli in russo accompagnavano il video, e in sovrimpressione c’era anche il nostro numero di telefono. Grande fantastico errore!

G.D.P.: Perché, grande errore?

A.B.: Perché, abbiamo ricevuto centinaia di migliaia di telefonate da tutto il mondo. C’era chi voleva sapere come diventare ricco, altri che ci accusavano di blasfemia minacciandoci di morte, perché il video rivelava che non parlavamo dell’anima e dello spirito, elevando così il concetto di Dio, ma del denaro, metro di valore della società contemporanea.

G.D.P.: Al di là del video promozionale qual era lo scenario che proponevate qui in studio?

L.B.: La mostra GOD è stata pensata per attivare una concatenazione di emozioni legate al desiderio, all’euforia, alla brama di possesso e di onnipotenza.

ABBIAMO IMMAGINATO UN LUOGO IBRIDO, UNA VERA E PROPRIA FUSIONE TRA UNA BANCA ED UN SUPERMERCATO, DANDO VITA AD UNO SCENARIO CHE ATTRAVERSO UNA SERIE DI LUOGHI COMUNI POTESSE TRASCINARE IL PUBBLICO IN UN TURBINIO ESPERIENZIALE TOTALIZZANTE.

L’ingresso era sorvegliato da due guardie armate, come quelle che siamo abituati a vedere fuori dai caveau, e questo creava già un certo stato emotivo. Entrando nell’installazione si veniva accolti dal sorriso perfetto di due hostess di volo in uniforme azzurra, chiaro riferimento alle assistenti della famosa compagnia aerea americana, icona culturale del lusso e della ricchezza e simbolo del sogno americano.

Le due hostess invitavano ad estrarre un bigliettino da un’ampolla di vetro per sfidare la fortuna, creando una delusione nel visitatore che immancabilmente leggeva sul biglietto le parole “hai perso”: all’interno della sala principale altre hostess proponevano di ritentare la fortuna, questa volta acquistando un lingotto che funzionava come un gratta e vinci, e solo uno dei lingotti permetteva di vincere un viaggio alle isole Cayman. Accompagnava l’esperienza la voce di Siri emessa da altoparlanti, lanciando messaggi subliminali e promesse di felicità, alludendo alle miracolose possibili vincite. La voce era intervallata da stacchetti musicali, rigorosamente in tonalità maggiore, come i migliori manuali di marketing suggeriscono, tipici degli slogan da supermarket e composti per l’occasione.

Su un monitor si poteva seguire in tempo reale la quotazione dell’oro, che come per i più maturi mercati è in preda a turbolenti impennate o brutali cadute.

G.D.P.: Ma quali oggetti avevate progettato, le divise delle hostess immagino e...

A.B.: C’erano un tavolo realizzato con veri tornelli da supermercato, lingotti “d’oro” giganti su cui potersi sedere, luci dorate con incastonato il simbolo del dollaro, una grande libreria trasparente con luci sospese, fluttuanti, una valigetta da manager completamente rivestita in pelle oro da cui si innalzava un gonfiabile trasparente che reggeva un’aureola di neon.

G.D.P.: I lingotti erano di oro finto?

L.B.: I lingotti Gratta e Vinci erano ricoperti a mano in foglia oro.

G.D.P.: Chi ha vinto?

A.B.: Il viaggio alle Cayman è stato vinto dalla principessa del Liechtenstein, il giro in limousine da una collezionista di Los Angeles.

G.D.P.: Tornando al progetto, o meglio alla progettualità, il vostro è una produzione e progetto a 360°, dalla comunicazione all’oggetto alla scena alla performance?

A.B.: Sì, una produzione totale come nel cinema, appunto.

G.D.P.: Come è stato accolto nel mondo del progetto, del design?

A.B.: Come tutti i progetti di rottura, ci guardano con timore, il nostro operare è incomprensibile a molti, in quanto pone interrogativi e si muove attraverso logiche diverse. La stampa internazionale lo ha accolto permettendoci di avere un forte risalto in diversi ambiti non solo quelli legati al design. Un risultato importante per un progetto “non protetto”.

G.D.P.: Non protetto?

L.B.: Sì, perché essendo un lavoro tra le discipline, non è riconducibile ad un ambito preciso, dunque difficile da collocare in un mondo nel quale si ha bisogno di contesti precisi, di luoghi protetti che servono come riferimento, come alfabeto per contestualizzare e leggere le opere, mentre il nostro lavoro si colloca tra gli interstizi e suscita timori. Molte sono le scuole internazionali che ci chiedono di fare masterclass e lectures, perché i giovani sono molto interessati al nostro approccio.

G.D.P.: Ma a Bergamo come avete collocato questa vostra trasversalità in un contesto carico di storia progettuale interdisciplinare come palazzo Terzi?

A.B.: È stata un’esperienza molto interessante, perché abbiamo collocato gli oggetti in modo da suggerire ancora una volta una storia, immaginandoli come fossero sempre stati lì, spettatori di tante vite.

L.B.: Per noi è interessante creare in ogni stanza un processo emozionale attraverso un nuovo racconto, tenendo anche conto di quello che era successo in quel luogo.

G.D.P.: Dal passato al futuro, a quali nuovi scenari state lavorando, c’è un interesse da parte di qualche azienda per il vostro lavoro finora autoprodotto?

L.B.: C’è in cantiere una collaborazione con Gufram, una storica azienda italiana che ha lavorato negli anni 60 con Piero Gilardi. Gufram ha fatto la storia del radical design degli anni 60. Hanno capito che gli oggetti oggi possono essere un veicolo per raccontare storie. Il tema sul quale stiamo lavorando riguarda l’immaginario della “Disco Golden Era”. Stiamo lavorando ad una serie di oggetti ispirandoci a possibili personaggi che popolano la notte oggi, ognuno di questi con un carattere ben distinto e forti riferimenti, ad esempio al mondo punk, attraverso l’uso del tartan e della pelliccia fluorescente, agli interni delle limousine e a codici culturali molto interessanti. Stiamo anche collaborando con Louis Vuitton, saremo i primi Italiani a far parte di Objets Nomades.

G.D.P.: Come vedete lo stato di salute del design oggi?

A.B.: Si è conclusa una fase importante, ovvero quella del funzionalismo, tema molto importante al quale aziende come Ikea hanno dato una risposta chiara. Si apre un nuovo scenario nel quale il design diviene ancora una volta una disciplina fondamentale che ci permetterà di ragionare su temi come la sostenibilità, la psicologia e la relazione tra gli scenari del contemporaneo che si smaterializzano a favore di una dimensione sempre più astratta e tecnologica. Del resto, di sedie e tavoli ce ne sono già a sufficienza per soddisfare tutte le necessità. È arrivato il momento di trovare nuovi equilibri.

BIO

ATELIER BIAGETTI (Alberto Biagetti, 1971 - Laura Baldassarri, 1985). Alberto Biagetti e Laura Baldassari traggono ispirazione dal mondo che ci circonda, dai comportamenti e dalle ossessioni della società contemporanea. Il loro lavoro è ricco di riferimenti e suggestioni in grado di condurre l’osservatore attraverso un potenziale palcoscenico dove corpo, oggetti e spazio creano un vero e proprio corto circuito emotivo. Ogni progetto racconta una storia, come un cortometraggio dove la narrazione non si sviluppa in una proiezione cinematografica ma viene costruita attraverso oggetti dotati di “funzionalità espressiva”, quindi disegnati non solo per soddisfare una semplice esigenza d’uso ma in grado di suggerire nuove possibilità d’interazione con lo spazio fisico e quello psichico.

Nel 2015 disegnano la collezione BODY BUILDING, progetto a cura di Maria Cristina Didero, che ottiene le attenzioni della stampa e del pubblico internazionale. Wallpaper Magazine gli dedica la copertina del numero di Maggio con un’immagine creata da Maurizio Cattelan e Pierpaolo Ferrari. BODY BUILDING viene selezionato come solo show a Design Miami e nell’aprile 2016 viene presentato il progetto NO SEX che gli autori descrivono come un ulteriore analisi della “natura umana”, sfiorando il corpo per approfondire relazioni che riguardano i comportamenti e i desideri più intimi.

www.atelierbiagetti.com

PALAZZO TERZI

Palazzo Terzi, realizzato nel XVII secolo, è il più importante edificio barocco della parte alta di Bergamo. La sua storia, così come quella della città, è una storia stratificata, fatta di continui mutamenti. Proprio per questo motivo furono necessarie per la sua realizzazione due fasi edilizie e quasi un secolo di costruzioni, soluzioni tecniche, abbellimenti e rifiniture. L’edificio si presenta oggi con un ampio terrazzo e un colonnato antico nella parte esterna, mentre all’interno è caratterizzato da un susseguirsi di sale che si differenziano per forme e colori rendendo il palazzo un vero e proprio sfoggio di ricerca dell’eccellenza. Tra i personaggi illustri passati dalla dimora vanno menzionati i due imperatori austroungarici Francesco II e Ferdinando I, e lo scrittore tedesco Herman Hesse che scrisse di palazzo Terzi: "si scorgeva un cortile con piante e una lanterna, oltre il quale due grandi statue e un'elegante balaustra si stagliavano nitidi, in un'atmosfera trasognata, evocando, in quell'angolo stretto tra i muri, il presagio dell'infinita lontananza e vastità dell'aere sopra la pianura del Po."

Intervista a cura di Giacinto Di Pietrantonio | Testi a cura di Leone Belotti | Fotografie: Ph. dell'installazione di Atelier Biagetti a Palazzo Terzi © Ezio Manciucca – Ph. dei progetti “NO SEX”, “BODYBUILDING”e “GOD” © Atelier Biagetti - Ph. ritratto Atelier Biagetti © Atelier Biagetti | Editing di Roberta Facheris