CANTO III

La porta dell'inferno

«PER ME SI VA NE LA CITTÀ DOLENTE,

PER ME SI VA NE L'ETTERNO DOLORE,

PER ME SI VA TRA LA PERDUTA GENTE.

GIUSTIZIA MOSSE IL MIO ALTO FATTORE:

FECEMI LA DIVINA PODESTATE,

LA SOMMA SAPIENZA E 'L PRIMO AMORE.

DINANZI A ME NON FUOR COSE CREATE

SE NON ETTERNE, E IO ETTERNO DURO.

LASCIATE OGNE SPERANZA, VOI CH'INTRATE».
"Maestro", dissi a Virgilio, "queste sono parole terribili". "Qui bisogna armarsi di coraggio", rispose lui. "Siamo arrivati, come ti avevo promesso, nel luogo in cui vedrai le anime di coloro che soffrono perché hanno perduto Dio". Mi prese per mano in segno di incoraggiamento e mi fee entrare in quel luogo segreto
GLI IGNAVI

Appena superata la porta, rimasi frastornato. L'inferno era quasi completamente buio, e mentre i miei occhi si abituavano a poco a poco all'oscurità, furono le mie orecchie a essere colpite da sensazioni violente e terribili.

"Quivi sospiri, pianti e alti guai

risonavan per l'aere sanza stelle,

per ch'io al cominciar ne lagrimai.

Alle mie affannose domande, Virgilio rispose;"Quelle che senti sono le anime degli ignavi, cioè di coloro

che visser sanza 'nfamia e sanza lodo,

senza scegliere né il bene né il male, senza peccare e senza essere virtuosi.

Spingendo lo sguardo più lontano, vidi altre anime che si affollavano sulla riva di un fiume. "Maestro", dissi, "spiegami chi sono e perché sembrano così desiderose di attraversarlo".
CARONTE

Ed ecco verso noi venir per nave

un vecchio, bianco per antico pelo,

84* gridando: «Guai a voi, anime prave!

Non isperate mai veder lo cielo:

i' vegno per menarvi a l'altra riva

87* ne le tenebre etterne, in caldo e 'n gelo.

E tu che se' costì, anima viva,

pàrtiti da cotesti che son morti».

90* Ma poi che vide ch'io non mi partiva,

disse: «Per altra via, per altri porti

verrai a piaggia, non qui, per passare:

93* più lieve legno convien che ti porti».

E 'l duca lui: «Caron, non ti crucciare:

vuolsi così colà dove si puote

96* ciò che si vuole, e più non dimandare».

Quinci fuor quete le lanose gote

al nocchier de la livida palude,

99* che 'ntorno a li occhi avea di fiamme rote.

Ma quell'anime, ch'eran lasse e nude,

cangiar colore e dibattero i denti,

102* ratto che 'nteser le parole crude.

Bestemmiavano Dio e lor parenti,

l'umana spezie e 'l loco e 'l tempo e 'l seme

105* di lor semenza e di lor nascimenti.

Poi si ritrasser tutte quante insieme,

forte piangendo, a la riva malvagia

108* ch'attende ciascun uom che Dio non teme.

Caron dimonio, con occhi di bragia,

loro accennando, tutte le raccoglie;

111* batte col remo qualunque s'adagia.

Come d'autunno si levan le foglie

l'una appresso de l'altra, fin che 'l ramo

114* vede a la terra tutte le sue spoglie,

similemente il mal seme d'Adamo

gittansi di quel lito ad una ad una,

117* per cenni come augel per suo richiamo.

Così sen vanno su per l'onda bruna,

e avanti che sien di là discese,

120* anche di qua nuova schiera s'auna.

«Figliuol mio», disse 'l maestro cortese,

«quelli che muoion ne l'ira di Dio

123* tutti convegnon qui d'ogne paese:

e pronti sono a trapassar lo rio,

ché la divina giustizia li sprona,

126* sì che la tema si volve in disio.

Quinci non passa mai anima buona;

e però, se Caron di te si lagna,

129* ben puoi sapere omai che 'l suo dir suona».

Finito questo, la buia campagna

tremò sì forte, che de lo spavento

132* la mente di sudore ancor mi bagna.

La terra lagrimosa diede vento,

che balenò una luce vermiglia

135* la qual mi vinse ciascun sentimento;

e caddi come l'uom cui sonno piglia.

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