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L’ ANGOLO DELLA SCIENZA

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L' Angolo delle Scienza

Com’è fatta una mascherina?

In queste settimane di emergenza sanitaria ci sono molte domande e dubbi sull’uso delle mascherine di protezione, i DPI o dispositivi di protezione individuale, utilizzati per le per le vie respiratorie.

Si tratta di strumenti che impediscono o limitano l’inalazione di particelle disperse nell’aria e la loro capacitò filtrante varia a seconda della tipologia.

Le mascherine si dividono in due categorie: le mascherine chirurgiche, pensate per proteggere il paziente dalla contaminazione da parte degli operatori e le maschere DPI pensate per proteggere gli operatori dall’ambiente esterno.

1. mascherina chirurgica - 2. mascherina DPI

Le mascherine chirurgiche sono formate da due o tre strati di tessuto-non-tessuto (TNT), costituito da fibre di poliestere o polipropilene.

strati di tessuto-non-tessuto (TNT)

Tipicamente, lo strato esposto all’esterno è costituito da un materiale di tipo “Spunbond”.

Questa tipologia di T N T è composto da filamenti continui in polipropilene disposti casualmente e saldati termicamente mediante un processo di calandratura. La calandratura consente la produzione di una molteplicità di prodotti in lastre, fogli di spessore costante e dalle finiture precise. Successivamente, il tessuto subisce un eventuale trattamento idrofobo, che ha la funzione di conferire resistenza meccanica alla mascherina e proprietà idrofoba . Lo strato intermedio è costituito da TNT prodotto con tecnologia “Meltblown” e costituito da microfibre di diametro 1-3 micron; questo strato svolge la funzione filtrante. Un eventuale terzo strato, tipicamente in Spunbond, è a contatto con il volto e protegge la cute dallo strato filtrante.

Le mascherine chirurgiche hanno una capacità filtrante pressoché totale verso mentre hanno una scarsa capacità filtrante dall’esterno verso chi le indossa, dovuta alla scarsa aderenza al volto.

Le maschere FFP2 e FFP3 sono dei dispositivi più complessi realizzati con tessuti-non-tessuti di proprietà e funzionalità differente.

A differenza delle maschere chirurgiche, per questi dispositivi è fondamentale la tenuta della maschera sul volto: se l’operatore non è perfettamente rasato, ad esempio, la presenza di barba compromette le capacità filtranti della maschera. Lo strato esterno della maschera protegge dalle particelle di dimensioni più grandi, lo strato intermedio filtra le particelle più piccole.

Le caratteristiche fondamentali di questo tessuto sono morbidezza, elasticità, resistenza chimica delle fibre. Lo strato interno, a contatto con il volto, ha la doppia funzione di mantenere la forma della maschera e di proteggerla dall’umidità prodotta con il respiro, tosse o starnuti. Lo strato filtrante agisce meccanicamente (come un setaccio) per particelle fino a 10 micron di diametro. Le maschere FFP2 e FFP3 si distinguono per capacità filtrante dall’esterno verso l’operatore. La capacità filtrante verso l’esterno è fortemente dipendente dalla presenza o meno di una valvola sulla maschera. Le maschere dotate di valvola hanno una capacità filtrante verso l’esterno sensibilmente più bassa, con valori vicini al 20%. In altri termini, maschere FFP2 e FFP3 con valvola non possono essere usate in ambiente ospedaliero perché non proteggono i pazienti dagli operatori.

Le maschere FFP2 e FFP3

I trattamenti possibili di rigenerazione o sterilizzazione sono tre:

1) esposizione ad alta temperatura (superiore a 60°) in ambiente umido.

2) uso di radiazione ultravioletta;

3) trattamento con vapori di acqua ossigenata o soluzione idroalcolica. Quest’ultimo è il trattamento più promettente in termini di penetrazione di tutti gli strati della maschera e mantenimento delle proprietà meccaniche, inclusa la forma.

Prof. Francesca Moncada

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