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Rosso globale il pomodoro alla conquista del mondo

Se c'è un re della nostra tavola sicuramente è il pomodoro, anzi Sua maestà "il" Pomodoro.

Non c'è praticamente piatto della cucina italiana tra quelli più apprezzati e gustosi che non contempli il nobile frutto, tanto che è divenuto un vero e proprio ambasciatore del gusto italiano nel mondo. Pizza, pasta, ragù, insalate e chi più ne ha più ne metta: il pomodoro è protagonista assoluto, un vero primo attore sulle tavole e nelle dispense degli Italiani e non solo.

Che dire? Di strada ne ha fatta da quando, povero migrante, attraversò l'Atlantico per solleticare la curiosità dei nobili europei che pare lo apprezzassero più come pianta ornamentale che come delizioso ingrediente di mille ricette. Fatto sta che ad oggi la funzione ornamentale è pressoché cessata, mentre la produzione e la commercializzazione dei frutti stanno conoscendo una crescita senza sosta, con un'espansione delle coltivazioni e un ampliamento dei mercati vertiginosa.

Dagli spaghetti al fast food

Se il Bel Paese ancora si distingue per la qualità, il pomodoro ha ormai raggiunto sotto le molteplici forme in cui può presentarsi (seme, piantina, frutto fresco, essiccato, pelato, a pezzettoni, in polpa, concentrato, doppio, triplo ecc.) ogni angolo del globo. Anzi possiamo definirlo per antonomasia l'alimento globale, del resto era forse insito nel suo DNA che dovesse viaggiare per il mondo, non dimentichiamo le sue origini.

Ora, ben lungi dal finire in qualche succulenta leccornia, il pomodoro ha invaso il mondo, diventando ingrediente essenziale di quanto di più lontano possa esserci dalla tradizione culinaria italiana: il cosiddetto fast food di matrice anglo americana.

Eh sì, perché alla base di salse, intingoli, ketchup e chi più ne ha più e metta, tanto amati nella “cucina” nordamericana e quindi globale per conferire gusto a tali pietanze fanno il pieno di pomodoro...ma quale pomodoro?

Già, proprio così: quale pomodoro?

Lasciatemi indovinare: avete pensato al ciliegino di Pachino, piccolo e dolcissimo...

Oppure alla rugosità succulenta del cosiddetto "cuore di bue"...

O ancora al San Marzano, vero?

Be', niente di più sbagliato.

I pomodori che avete visto sopra sono eccellenze italiane destinate a un mercato ristretto.

Li troviamo ancora sulle nostre tavole, magari come frutto fresco, ma molto più raramente sotto forma di prodotto industriale lavorato o semilavorato, e nel resto del mondo la possibilità di imbattersi in un prodotto industriale a base di pomodoro di qualità è veramente minima.

Che cosa mettono le industrie dentro i prodotti spacciati per pomodoro?

Pomodoro migrante, pomodoro globale

Tralasciando per un momento l'Italia, ci torneremo più avanti, per capire la portata del fenomeno dobbiamo fare due lunghi viaggi: verso la Cina e verso l'Africa, da una parte il produttore (proprio così!) e dall'altra il consumatore. In mezzo il pomodoro, che non è il nostro pomodoro (cuore di bue, San Marzano o ciliegino), ma un suo lontano parente il cui triste nome ci dice già molto: il pomodoro industriale.

Tale pomodoro è il risultato di una selezione che permette di avere raccolti in tempi minori, più abbondanti e con frutti con rese in termini di polpa più elevati. Ma la cosa più interessante, o sconvolgente, sono le fasi successive: la semina, la raccolta, la trasformazione e la commercializzazione.

  • La semina in Cina può avvenire senza troppi controlli praticamente ovunque, la crescita delle piante è garantita anche dal massiccio uso di pesticidi e prodotti chimici.
  • La raccolta viene effettuata in condizioni di semi schiavitù, spesso anche da bambini, azzerando o quasi le spese, ma creando innumerevoli problemi, anche di salute agli addetti.
  • La trasformazione: tralasciamo il processo completo, troppo complicato e noioso da seguire, andiamo subito al risultato e cioè a un doppio/triplo concentrato di pomodoro, dalla dubbia qualità, dalle scarse caratteristiche organolettiche, spesso conservato in condizioni a dir poco precarie (alcune testimonianze parlano di concentrato di colore “nero”!), ma con un grande punto a favore: il prezzo! Nell'economia globale troppo spesso è questo il fattore decisivo, quello che muove il mondo, merci e consumatori.
  • La commercializzazione. Il bassissimo prezzo di produzione permette di muovere il pomodoro industriale su lunghissime distanze, in quanto i costi di trasporto sono sopportabili in virtù del basso prezzo che a sua volte garantisce acquisti enormi da parte delle industrie, soprattutto delle multinazionali alimentari che utilizzano nelle proprie ricette per la produzione, per esempio, di ketchup non i succulenti pomodori che vediamo sulle etichette o nelle pubblicità, ma masse informi di concentrato (quasi sempre) cinese che mescolato ad altri ingredienti (conservanti, amido, edulcoranti ecc.) dà origine a prodotti più o meno mangiabili che si vendono grazie al basso prezzo, al conformismo dei consumatori e alla forza della pubblicità.

Questo è quello che accade quando ad accaparrarsi le partite di concentrato asiatico sono le multinazionali che vendono in Europa o in America, ma quando il nostro pomodoro, distrutto dalle selezioni, dai passaggi industriali e dalle continue migrazioni approda in Africa le cose vanno ancora peggio.

Cosa può chiedere una persona affamata ma con poco denaro per sfamarsi? Un prodotto gustoso, nutriente, magari garantito dal marchio made in Italy e soprattutto venduto a poco prezzo. Ecco che il pomodoro globale fa il suo capolavoro: da vero trasformista, riesce a vendersi per ciò che non è. Complici alcuni passaggi spesso poco (o per nulla) chiari, il concentrato cinese entra via nave in Italia, si fa un giro in qualche fabbrica dove viene inscatolato e gli si appioppa il “marchio magico” e senza perdere tempo (fortunatamente certe cose gli Italiani le sanno ancora riconoscere) lo si spedisce oltre il Mediterraneo in confezioni come questa,

La marca di pomodoro in scatola Gino confezionata in Italia è molto venduta in Africa, e viene esportata in decine di Paesi

con tanto di pomodoro sorridente e nastro tricolore...be' (o meglio beh!) il contenuto è tutt'altro: in Italia il pomodoro concentrato ha fatto un bel bagnetto (cioè è stato diluito) in modo tale da farlo vagamente assomigliare alla passata di pomodoro tanto amata da noi italiani e da chi conosce e apprezza la nostra cucina, e per tale viene commercializzato. Perché tutti questi giri? Perché alla fine della filiera il prezzo di acquisto è talmente basso da essere accessibile praticamente a tutti, anche in piccole quantità (spesso nelle zone più povere dell' Africa i commercianti vendono lo stesso concentrato “al cucchiaio”), e per la legge dei grandi numeri chi muove enormi quantità di merci a basso prezzo ottiene comunque enormi guadagni.

Altri due marchi italiani molto diffusi in Africa

Ovviamente l'etica non fa parte di questo sistema.

Ma noi che cosa mangiamo?

Possiamo stare tranquilli, come abbiamo accennato sopra l'Italia è praticamente immune da questo processo eppure anche da noi si potrebbe parlare di pomodoro marcio, pomodoro nero oppure rosso, rosso sangue. Ma procediamo con ordine.

Il pomodoro lavorato che acquistiamo non è marcio, ma senza dubbio c'è del marcio nel sistema di produzione e commercializzazione. Anche da noi il problema del prezzo è molto sentito. Però mediamente nel nostro Paese esiste una certa cultura del pomodoro che permette al consumatore di non cadere in trappole troppo grossolane, così la grande distribuzione ha escogitato altre tecniche, soprattutto considerando che il pomodoro vende molto, ma viene considerato un prodotto base per cui il cliente medio non vuole spendere molto: ecco allora il sottocosto, la super offerta ma su un alimento non di scarto o di dubbia qualità, ma il pomodoro italiano, spesso l'autentico ciliegino di Pachino, svenduto a prezzi impossibili.

Dov'è l'inganno?

Semplice: i gradi distributori si sono inventati le aste al ribasso, cioè vende i propri pomodori chi fa i prezzi più bassi. Se in un primo momento ciò ha fatto comodo a molti produttori per sbarazzarsi della concorrenza alla lunga ha causato problemi notevoli, in quanto il sottocosto viene scaricato dai distributori sui produttori i quali, a loro volta, tentano di rifarsi riducendo le spese e quindi sui lavoratori. In questa sorta di terra di nessuno si intrecciano quindi le storie di tanti italiani e tanti migranti senza diritti e senza prospettive, che vivono in una economia sommersa, spesso illegale e controllata dalla malavita e dalle mafie, in cui il pomodoro assume il colore nero, nero come il lavoro irregolare, come i diritti negati, come le prospettive per il futuro. Nero come i soldi dei redditi criminalmente esentasse, nero come la pelle dei molti braccianti africani, come le mani di chi passa ore e ore nella terra, sotto il sole cocente, come la massa indistinta di varia umanità che a fine giornata non sai se sono maliani, polacchi o italiani. Tanto la fatica, la disperazione e la stanchezza sono uguali per tutti. Tranne quella degli sfruttatori, dei caporali, che da questa disperazione traggono profitto.

Caporale: persona che recluta, per lo più a giornata, braccianti agricoli da impiegare nelle campagne; facendo da tramite con il proprietario del terreno su cui lavorare tratta con questi il prezzo della manodopera che poi sottopaga trattenendo per se una quota rilevante, spesso sotto forma di “rimborso spese”, ma di fatto è un sopruso in quanto il bracciante è costretto ad accettare passaggi, alloggi ecc. forniti dal caporale. La manodopera viene pagata molto meno del minimo sindacale e non gode di alcun diritto in quanto il lavoro prestato è “nero”, cioè irregolare e non tassato. Vittime predilette dei caporali sono i migranti, preferibilmente irregolari in quanto più facilmente ricattabili, e le donne ritenute più deboli e facilmente controllabili degli uomini. Anche se con grave ritardo l'Italia nel 2017 si è dotata di una legge contro il caporalato, che però risulta ancora non sufficientemente applicata.

Pomodoro rosso, come il sangue dei molti, dei troppi morti e feriti nella lotta per la sopravvivenza che si combatte tra gli ultimi nel profondo delle campagne italiane, sulle sue strade e stradine, vere trappole mortali per i braccianti, uomini e donne, stipati in venti nei furgoncini dei caporali da nove posti; rosso sangue: il colore che accomuna tutti, italiani e non, poveri e ricchi, sfruttatori e sfruttati.

Pomodoro rosso, come quello nei barattoli sottocosto a 50 centesimi, perché “vuoi mettere il risparmio?”, che tanto poi la vita di un uomo manco li vale.

Se vuoi saperne di più:

Jean Baptiste Malet, Rosso marcio, PIEMME edizioni.

Il libro è però difficile da reperire perché, in seguito alla diffida di alcune aziende italiane, è stato ritirato dal commercio.

Questi invece si raggiungono con un clic:

Istituto comprensivo E. Donadoni di Sarnico

Anno scolastico 2018/2019

Credits:

Created with images by stevepb - "tomatoes red salad" • Hans - "ketchup tomato ketchup portions bags portion bags" • Christian Bolt - "Fry day fries" • Peter Secan - "Good Dog" • Andrea Riezzo - "untitled image"

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