LUOGHI SENZA TEMPO TimelesS/Scapes

Sono sempre stato ossessionato dal tempo. Mi sembrava (e mi sembra tutt’ora) che non ci fosse mai abbastanza tempo per realizzare le cose che ritenevo importanti, che in qualche modo ci fosse una scadenza da rispettare, un traguardo da raggiungere.

Mio padre mi soprannominò “polverone” proprio per la mia mania di fare le cose in fretta, quasi con affanno, col risultato, il più delle volte, di commettere errori, o di non raggiungere l’obiettivo desiderato, che in genere finivo per lasciarmi alle spalle…

Grazie alla fotografia (mia passione e mio mestiere) ora ho la possibilità di avere una maggiore coscienza dello scorrere del tempo, e della sua reale importanza. Se non altro per ottenere una fotografia correttamente esposta!

Per questo ho deciso di dedicarmi al progetto “Timeless-Scapes”: per rallentare. Molto. Per guardarmi attorno come se il tempo si fosse fermato, come se mi trovassi intrappolato in una sorta di frattura temporale, in cui il passato, il presente e il futuro si incrociassero e convergessero, per dare vita a immagini di paesaggio (il mio genere di elezione) per l’appunto senza tempo, Timeless.

E ho scelto di realizzare le foto eliminando la fretta: sia nel tempo di posa (quasi tutte le immagini hanno tempi di scatto più lunghi di un secondo, a volte superano la mezz’ora) che nel tempo necessario ad accostare il soggetto, a interagire con esso, con la sua “genialità” (intesa come Genius Loci).

Com’è possibile per un fotografo realizzare tutto questo?

Ricorrendo a tecniche che prolungano il tempo di scatto, trasformandolo da momento veloce in frazione della propria vita, che si può ricordare.

Infatti, noi fotografi possiamo certamente ricordare le condizioni di scatto, l’avvicinamento al soggetto, l’impegno messo nella ricerca della composizione più efficace, dell’obiettivo più consono, e anche cosa abbiamo fatto dopo aver premuto il pulsante di scatto: se abbiamo realizzato altre immagini simili (“per sicurezza”), se abbiamo girato attorno al nostro soggetto per valutare diverse composizioni, se ci siamo allontanati o addirittura se siamo tornati a casa, soddisfatti. Ma non possiamo quasi mai avere una percezione di ciò che abbiamo provato e pensato durante lo scatto stesso. Ma se facciamo in modo che il tempo di esposizione si allunghi, ecco che le cose cambiano.

La tecnica prediletta, quella che costituisce il cuore di questo mio lavoro, è la fotografia stenopeica, di per sé la fotografia meno tecnologica possibile: non esistono obiettivi o lenti (l’immagine è creata sul supporto sensibile dalla luce che passa attraverso un piccolo foro, stenos opaios in greco, da cui il nome), non c’è nessuna messa a fuoco, alcuna regolazione da fare, alcuna possibilità di modificare le condizioni di ripresa.

Occorre solo inquadrare (e anche per l’inquadratura non ci sono supporti specifici: occorre affidarsi all’esperienza e all’intuizione) e attendere, a volte per pochi secondi, a volte anche per mezz’ora o un’ora, quando la luce è scarsa.

Il fascino profondo e irresistibile della fotografia stenopeica è tutto qui (oltre che nelle foto particolari e dall’atmosfera unica che si ottengono): nell’attesa che consente di fotografare anche il tempo, non solo il proprio soggetto.

Ecco allora che TimelessScapes diventa una sfida. In un’epoca che ha fatto della velocità il proprio mito, rallentare; in un’epoca che ama la superficialità, approfondire; in un’epoca che cerca solo l’eccezionale, far vedere l’eccezionale in ogni cosa che ci circonda.

E soprattutto in ciò che consideriamo perduto, come i ruderi non monumentalizzati: non le grandi e importanti aree archeologiche, non le rovine turisticizzate con tanto di tabelle con QR code, ma quei ruderi minori che si possono rinvenire ovunque nel nostro paese, e in particolare nella Tuscia (dove ho realizzato il mio progetto).

Antichi castelli medievali, intere città abbandonate, ma anche e soprattutto casali: quei luoghi che hanno conosciuto la vita, anche frenetica a volte, e che poi hanno conosciuto il tempo dell’abbandono. E la riconquista da parte della natura, che si è riappropriata degli spazi che l’uomo le aveva sottratto…

Ma anche luoghi naturali, un tempo magari attivamente frequentati, ma che oggi conoscono di rado la visita di qualcuno. Inoltre, se dilatiamo all’estremo il fattore temporale, una forra, una gola fluviale, qualsiasi tipo di erosione, cos’altro è se non il rudere di un elemento geologico?

Non occorre necessariamente raccontare il luogo fotografato, ma ciò che esso rappresenta.

Un rudere di castello è concettualmente qualcosa che ha lo stesso valore in Irlanda, in Italia o in qualunque altra parte del mondo. Le storie possono essere diverse, ma non diversa è la motivazione per cui una simile struttura è stata concepita ed edificata, e poi abbandonata.

Per noi “rudere di castello” ha emotivamente un significato intrinseco, un senso chiaramente delineato. Lo sforzo che sto compiendo come fotografo è dunque dare universalità a concetti del genere attraverso fotografie scattate con tempi estremamente dilatati, a volte di molti minuti, arrivando anche a un’ora o più. Ma a volte anche a diversi mesi.

E’ il caso delle solargrafie, fotografie stenopeiche ottenute con un’esposizione di uno, due, tre o più mesi, inquadrando la parte di cielo percorsa dal sole, in modo che si registri il suo passaggio. L’arc in ciel solare.

A differenza delle altre queste foto sono a colori, ma i colori non derivano dalla superficie sensibile, che è costituita da comune carta fotografica bianco e nero, ma dall’ossidazione dei Sali d’argento in essa contenuti.

Una piccola magia, che rivela quanto il mondo che ci circonda possa essere diverso anche da come lo immaginiamo.

Se volete saperne di più sulla mia attività potete visitare il mio sito www.kelidon.eu e iscrivervi alla mia newsletter.

Credits:

Copyright Marco Scataglini

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