MANIERISMO parte seconda

andrea palladio

Di umili origini, per sedici anni lavorò come scalpellino, e questo spiega la sua eccezionale sensibilità per la “qualità” dei paramenti, delle strutture, dei tagli delle luci, valorizzata dal fatto che Palladio predilesse materiali poveri come cotto, stucco, legno. A Roma conobbe direttamente la grande architettura romana dei primi decenni del Cinquecento, in particolare di Bramante e di Raffaello. Fu l'architetto più importante della Repubblica di Venezia, nel cui territorio progettò numerose ville che lo resero famoso ( VILLE PALLADIANE) , oltre a chiese e palazzi. Pubblicò il trattato I quattro libri dell'architettura (1570) attraverso il quale i suoi modelli hanno avuto una profonda influenza sull'architettura occidentale

Dopo varie sperimentazioni, la villa palladiana si stabilizza in una forma che diventa tipica, non solo in Italia ma anche all'estero. Lo scopo era quello di residenze estive in campagna per patrizi, luoghi di svago ed unità produttiva.

La pianta è solitamente di forma quadrata o rettangolare con la presenza di uno o più loggiati. La Rotonda, è una villa pensata non solo come abitazione, ma come luogo di piacere e colto intrattenimento; nell'uso tipico della villa romana. In ognuna delle quattro facciate si apre un accesso, pronao, in stile classico. La villa, come un tempio romano, è sollevata su un podio. Questo permette di godere tutto l'ambiente naturale circostante.

PAVIMENTO ALLA PALLADIANA: si trova a volte a Venezia, in sostituzione della classica pavimentazione. Il pavimento alla palladiana si costruisce con dei pezzi irregolari di pietra rossa che vengono incastrati a mosaico. Il fondo è costituito da sabbia e cemento. I frammenti di pietra sono di varie misure. Questo tipo di pavimento costa molto meno di quello in masegni, per cui si potè assistere, durante gli anni '70 del secolo scorso, al proliferare di quel tipo di pavimentazione.

jacopo tintoretto

VITA: cittadino della Repubblica di Venezia, fu uno dei più grandi esponenti della scuola veneziana e probabilmente l'ultimo grande pittore del Rinascimento Italiano. Il soprannome "Tintoretto" gli derivò dal mestiere paterno, tintore di stoffe. Per la sua energia fenomenale nella pittura è stato soprannominato Il furioso ed il suo uso drammatico della prospettiva e della luce lo ha fatto considerare il precursore dell'arte barocca.

Il Miracolo dello Schiavo (San Marco)

La scena si rifà al miracolo di San Marco, che secondo la tradizione rinviene rendendo invulnerabile lo schiavo, spezzando le armi con cui lo stanno percorrendo. La scena si svolge sotto un pergolato; in un ambiente orientale.

La luce ha tre punti di provenienza: frontale, dall'aureola di Marco e dal retrostante. Lo stesso Tintoretto si sarebbe autoritratto nell'uomo barbuto in piedi vestito di scuro, accanto al turco col turbante rosso, nella parte centro/sinistra. La vitalità dei colori e i contrasti chiaroscurali accentuano il vigore plastico delle figure e la vividezza delle pennellate che passano da tocchi densi a quelli rapidi e vaghi che definiscono i dettagli dello sfondo enfatizza la teatralità dell'episodio.

Ultima Cena

È un'opera perfettamente in linea con le opere precedenti del pittore dove possiamo notare che non smentisce la sua fama di pittore della luce.

Nella tela prevale una prospettiva particolare, in cui gli apostoli non vengono messi al centro della scena, che invece viene occupata da personaggi accidentali. Questo particolare momento dell'Ultima Cena non rappresenta il momento del tradimento, come l'Ultima Cena dipinta da Leonardo, bensì il momento dell'Eucarestia.

Tintoretto dà una certa umanità al dipinto, ambientandolo in una sorta di taverna veneziana, la volontà del pittore era infatti quella di ambientare l'ultima cena nell'epoca in cui l'artista stesso viveva.Ci sono tre livelli di luminosità:

  • profana: gestita dalla lampada a soffitto che illumina l'ambiente e colpisce i vari personaggi.
  • religiosa: data dall'aureola degli apostoli e di Gesù Cristo
  • spirituale: deriva dalle figure fatte solo di luce, usate dal pittore per conferire spiritualità alla scena.

IL VERONESE

Si distingue per la peculiare armonia delle sue tinte limpide, brillanti, gioiose e per la trasparenza delle sue atmosfere; mezzi espressivi e libertà di atteggiamenti che ne faranno un punto di riferimento per la pittura veneziana del Settecento.

Cena a casa di Levi

STORIA: Il dipinto fu commissionato a Veronese dai religiosi dell'Ordine Domenicano. Il tema doveva essere quello dell'Ultima cena di Cristo, ma l'autore affrontò tale tematica da un punto di vista fortemente innovativo e particolare, visione che non fu apprezzata dall'organo della Santa Inquisizione. Alla fine della contesa fu costretto a modificare il nome dell'opera. Il nuovo titolo del dipinto divenne La cena a Casa di Levi, il quale ricalca un episodio del Vangelo secondo Luca in cui Matteo, o appunto Levi, prepara una grande festa nella propria dimora.

Attorno a Gesù, seduto al centro del dipinto e della grande tavolata, si muove una grande quantità di personaggi certamente non previsti nella canonica Ultima cena: vi sono animali e bambini che giocano, servi , giullari e militari. Molte figure sono presentate completamente disinteressate alla presenza di Cristo alla tavola, infatti discutono tra di loro animatamente o gli voltano addirittura le spalle.

Anche l'ambientazione non ha nulla a che fare con una povera locanda, qui la cena è spostata in un sontuoso palazzo in stile classico, ispirato dalle forme delle opere Palladiane.

Il soggetto del dipinto, un episodio evangelico ambientato in uno sfarzoso banchetto della Venezia del Cinquecento, era già stato affrontato numerose volte da Veronese con grande fortuna.

Marta Pepe IV D L

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