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Designers for Bergamo Un tributo alla città attraverso immagini e interviste ai grandi protagonisti di DimoreDesign

Puntata 19

KATRIN ARENS INCONTRA PALAZZO AGLIARDI

KATRIN ARENS

solo gli spazi vissuti da persone sono spazi vivi

Intervista a cura di Giacinto Di Pietrantonio

Giacinto Di Pietrantonio: Vieni dalla Germania, cosa facevi prima di arrivare in Italia?

Katrin Arens: Studiavo economia dopo le scuole superiori. Siccome la scuola in Germania prevede anche un anno di stage in un’azienda a me toccò andare a lavorare presso la Van Laak, un’azienda che produceva camicie.

G.D.P.: Di cosa ti occupavi in quest’azienda?

K.A.: Di tutto, perché, devi imparare, fare esperienza in tutte le sezioni del ciclo produttivo, nella parte amministrativa naturalmente. L’azienda era in una vecchia architettura in cui c’era una grande vetrata che divideva la parte amministrativa da quella creativa.

Vedevo, dall’altra parte, fare le camice e pensavo: a me è quello al di là del vetro, la parte creativa, che mi interessa, non l’amministrazione.

G.D.P.: Cosa si diventava finita la scuola?

K.A.: Si aveva un diploma in Economia.

G.D.P.: Qualcosa corrispondente alla nostra ragioneria. Poi sei andata a lavorare in un’azienda?

K.A.: No, perché mi interessava fare qualcosa di creativo e con le mani; per cui mi iscrissi all’Accademia di Belle Arti di Düsseldorf e alla Fachhochschule Düsseldorf per comunicazione visiva e design.

G.D.P.: Una delle migliori al mondo, dove aveva insegnato Beuys. Conoscevi il suo lavoro?

K.A.: Si, l’arte mi piaceva da sempre, mia madre, pittrice, mi ha sempre portata alle mostre. Nella famiglia c’è stato da sempre un interesse per l’arte. Ho iniziato a seguire dei corsi, soprattutto scultura, nella classe del gesso, dove c’era anche l’allora studente Katharina Fritsch che conobbi. Mi interessava il materiale, mentre l’Accademia di Düsseldorf aveva un’impronta concettuale. Era anche il periodo in cui avevano iniziato a prendere in Accademia studenti provenienti da altre culture, anche perché penso che per i professori era più interessante. Io, invece, mi iscrissi alla sezione dell’Accademia in cui si studiava grafica, comunicazione visiva, perché mi sembrava più “sicura”, più utilizzabile.

G.D.P.: Nel senso che fare l’artista ha un margine di insicurezza più alto, devi inventarti un linguaggio?

K.A.: Sì, anche se poi un linguaggio l’ho dovuto inventare lo stesso. Studiavo illustrazione, fotografia, film e i vari corsi di teoria. Mi piaceva molto studiare lì, anche se mi domandavo in continuazione: ma cosa ci faccio con questo tipo di studi? Nel frattempo lavoravo già in un’agenzia pubblicitaria, mentre io volevo fare qualcosa con le mani. Comunque, per il diploma feci una tesi che consisteva in un libro riguardante la visita nello studio di un artista e per puro caso presi a modello il lavoro di un artista di cui avevo visto un tavolo in una fiera a Francoforte.

G.D.P.: Un artista tedesco?

K.A.: No, italiano, di Bergamo, che si chiama Giancarlo Defendi. Il libro non era su questo artista, ma un esempio di come fare un libro che ti parla di una visita nello studio di un artista.

Un libro in cui cercavo di restituirne l’esperienza a 360° con i colori, i materiali, le forme, il profumo, utilizzando anche materie come ad esempio il gesso spalmato sulle pagine.

G.D.P.: Come l’avevi conosciuto?

K.A.: Non lo conoscevo, avevo visto un suo tavolo alla fiera del mobile di Francoforte e ne ero rimasta molto colpita. Un tavolo con due cariatidi, due persone che tenevano il piano del tavolo.

G.D.P.: Quindi sei venuta a Bergamo a trovarlo nel suo studio?

K.A.: Sì, nel 1993. Poi lui mi fece conoscere l’Accademia Carrara di Belle Arti di Bergamo, in cui allora si insegnava ancora la tradizione della pittura dell’affresco.

Tecniche come la calce mescolata al formaggio per staccare gli affreschi, o fare i colori con i pigmenti. Metodi e alchimie da cui rimasi affascinata.

Allora decisi di fare una richiesta di borsa di studio, che mi fu data, dalla DAAD. Così, nel 1995 venni a studiare per un anno Bergamo. Sempre con l’idea di dovermi inventare un lavoro, perché lavorare nell’agenzia di pubblicità non mi piaceva.

G.D.P.: Quando arrivasti chi insegnava all’Accademia?

K.A.: Mario Cresci, Renata Boero, Carlo Sugliani, Italo Ghilardi che insegnava le tecniche pittoriche. Tuttavia avevo già in testa l’idea di fare dei mobili.

G.D.P.: Infatti per la tesi di diploma eri partita da un tavolo?

K.A.: Difatti quando ero studente in Germania, avevo, per la necessità di arredare il mio appartamento, fatto un tavolo, una libreria e così via. Mobili un po’ intuitivi, non essendo io falegname.

G.D.P.: Un po’ decostruttivisti?

K.A.: [ride] Alle persone che allora frequentavano casa mia quei mobili piacevano e mi chiedevano di farne per loro, cosa che non feci. Ma, una volta a Bergamo, avevo un anno di tempo per sperimentare e cercare la mia strada. Andavo due volte alla settimana all’Accademia a seguire i corsi e gli altri giorni, a parte visitare Bergamo e l’Italia, occupavo il tanto tempo a disposizione per fare qualcosa. Tuttavia, a Bergamo avevo affittato un appartamento piccolissimo dove non potevo fare niente. Decisi, quindi, di prendere uno spazio più grande in campagna.

Affittai una cascina a Sotto il Monte, dove durante giorno vi era un contadino che faceva i cesti in vimini e chiesi alla proprietaria se potevo affittarne una parte, il fienile. Lì iniziai a portare vecchi legni che raccoglievo in giro, andavo dalle imprese per chiedere se avevano vecchie assi di legno da regalarmi.

G.D.P.: Come venivi accolta?

K.A.: Alcuni non mi hanno neanche aperto la porta, perché pensavano fossi una zingara. C’era molta diffidenza, finché non ho trovato l’azienda edile Ceribelli che ha capito cosa volevo fare e mi diede le assi. E da lì iniziai a fare i mobili.

G.D.P.: A quel punto vivevi anche nella cascina, o la usavi solo come atelier?

K.A.: Solo come studio. Non ci si poteva vivere, non c’era acqua, riscaldamento, elettricità. Portai un filo per la corrente, avevo pochi strumenti: una levigatrice, un seghettino alternativo con cui iniziai a fare i primi pezzi [ride].

G.D.P.: Ti ricordi il primo pezzo che facesti?

K.A.: Una libreria per la quale chiesi aiuto ad un falegname che mi disse che non stava in piedi, che non era corretto fare spigoli che non erano proprio ad angolo retto. Mi parlava delle imperfezioni. Questo mi fece capire che non potevo lavorare con lui, ma di dover cercare un’altra persona che capisse cosa volevo. Ho quindi conosciuto Gustavo che lavora ancora con me, un bravissimo artigiano per hobby. Con lui ho conosciuto altri artigiani con la voglia di sperimentare con cui lavoro ancora oggi. Quindi io facevo il progetto e lui me li realizzava.

G.D.P.: Ma questi primi pezzi li avevi fatti per te o per venderli?

K.A.: Entrambi. Poi conobbi una giornalista, Laura Locatelli, che scriveva per la rivista Modo a cui piacquero i miei mobili e me li pubblicò. Marva Griffin, che organizzava il Salone Satellite a Milano, li vide e mi invitò ad esporre nello spazio per giovani designer.

G.D.P.: Che anno era e cosa esponesti?

K.A.: Il 1998. Esposi la libreria Terracielo, la credenza Ara Pacis, il Ponentino e il letto Ho sognato di te.

G.D.P.: Come nascono questi nomi?

K.A.: Pensavo che i mobili non dovevano essere solo degli oggetti funzionali, ma anche poetici.

G.D.P.: Questo desiderio di utilizzare vecchi legni, come nasce e perché?

K.A.: Sono stata sempre affascinata da materiali poveri, di scarto, perché in Germania, già quando ero piccola, una cosa che mi piaceva da morire era che una volta al mese c’era lo Sperrmüll, vale a dire la spazzatura di oggetti, mobili che la gente buttava via, mettendoli in strada. La notte la gente andava in giro con le pile, compreso io e mia mamma, per vedere cosa c’era da recuperare. Non hai idea di cosa veniva buttato.

G.D.P.: Quindi c’era gente, tra cui tu e tua mamma, che recuperava cose che gli altri scartavano, il che fa dire che tutto serve, dipende dai punti di vista e dalle necessità?

K.A.: Sì, venivano buttate cose bellissime.

G.D.P.: Diciamo che tu lavori essenzialmente con due tipi di legni: quelli dismessi da case, tipo vecchie porte, vecchie finestre, e che quindi hanno una storia, una memoria e le assi di cantiere che non hanno questo appeal, ma solo lo scarto dell’oggetto di lavoro?

K.A.: I legni di cantiere non hanno l’onore della memoria della casa, ma a me piace farli vedere sotto un altro punto di vista, trasformandoli in cose belle e utili. Lo stesso vale per le vecchie porte. Mi piace farli vedere da un altro punto di vista, lasciando la riconoscibilità della provenienza.

G.D.P.: Si potrebbe dire che hai un po’ anticipato la moda dell’autoproduzione e della sostenibilità, riciclabilità, ecologia dell’arredo?

K.A.: Sì, questo è stata una fortuna e poi c’è che quando vieni da una cultura diversa, porti con te un fare differente. Mi chiedo se avesse funzionato questo tipo di lavoro in Germania. Magari non avrei trovato le persone giuste con cui lavorare. Persone che avevano la voglia di sperimentare. Poi, come dicevo, partecipare al Salone Satellite mi ha aiutato moltissimo.

G.D.P.: Puoi raccontare come andò la presentazione dei mobili al Salone Satellite?

K.A.: Molto bene, conobbi molti proprietari di negozi di mobili e architetti che facevano arredamento interessati con cui iniziai a lavorare, sia in Italia che all’estero. Ma soprattutto con negozi di Colonia, Stoccarda, Tubinga e venivo anche pubblicata su riviste di arredamento tedesche.

G.D.P.: E in Italia?

K.A.: Non ancora, all’inizio vendevo e venivo pubblicata solo in Germania. Poi alcune riviste italiane hanno iniziato a pubblicare gli articoli apparsi in Germania e così è iniziato tutto. Dinamiche strane. Ad esempio questo mobile, Ara Pacis, fu acquistato da Tina Turner per la sua casa di Colonia.

G.D.P.: Da una fase piccola di qualche pezzo inizi ad avere commesse più importanti?

K.A.: Sì, un piccolo albergo di Maiorca mi chiese dei mobili. Il proprietario, un canadese, mi chiese mobili essenziali, infatti il letto Ho sognato di te nacque per quell’albergo, per armadio avevo messo solo un bastone di legno, una semplice panca. Spartano, ma non freddo.

G.D.P.: A quel punto hai capito che poteva essere un lavoro?

K.A.: Certo, mi sono attrezzata meglio e ho cercato un altro posto più grande dove abitare e lavorare, lasciando Sotto il Monte per la cascina sul fiume Adda dove abbiamo lavorato fino al 2004. Poi questa è rimasta abitazione e il laboratorio l’ho spostato.

G.D.P.: Come si è evoluto il lavoro?

K.A.: Collaborando con gli architetti o con i clienti direttamente.

G.D.P.: Hai avuto richieste da altre aziende di design di progettare mobili per loro?

K.A.: Richieste di idee, come ad esempio dalla Mandarina Duck. Nel ‘98-‘99 l’imprenditore Paolo Trento, che aveva comperato dei miei mobili per casa sua, mi chiese se potevo collaborale allo sviluppo di un sistema diverso per i negozi Mandarina Duck. Lavorai un anno e mezzo con loro allo sviluppo del negozio campione. Feci anche il modello espositivo componibile e ricomponibile in cui esporre sempre in modo diverso la merce. Modello che poi fu passato a Michele de Lucchi che ne sviluppò la realizzazione.

G.D.P.: Questa è l’unica volta che hai lavorato per un’azienda altra?

K.A.: Quando facevo vestiti per bambini avevo tante richieste di arredo per negozi che vendevano abiti per bambini a Zurigo, Düsseldorf, La Spezia. Negozi che vendevano anche abiti di mia produzione.

G.D.P.: Questo del disegno degli abiti è un nuovo passaggio del tuo lavoro?

K.A.: Avevo iniziato a fare vestiti per mia figlia, anche qui riutilizzando vecchi abiti di adulti dismessi. All’inizio li cuciva la Amelia, la babysitter della mia prima figlia Laura, perché parlando con lei scoprì che prima faceva la camiciaia.

G.D.P.: Ecco che torna la camicia come all’inizio!

K.A.: Non disegnavo i vestiti ma lavoravo ad intuito, ad esempio prendevo una camicia ne tagliavo alcune parti, poi le mettevo insieme con la cucitrice e dicevo ad Amelia "vorrei un vestito fatto più o meno così" e lei poi cuciva a macchina da vera sarta. Poi li esposi in una mostra in Triennale a cura di Tamara Molinari, mostra che si spostò a Düsseldorf con il titolo Pluriexistenz, mostra in cui partecipai sia con i vestiti che con i mobili. Lì ebbi una richiesta da parte di un negozio di New York che mi chiese se questi vestiti fossero in produzione per farne un ordine di dieci pezzi. Da lì altri negozi a Milano, il vecchio negozio Naj Oleari che aveva iniziato ad inserire altri marchi. Allora lavoravo con Meta a Milano sia per i mobili e poi siamo diventati soci per i vestiti a cui venne poi dato il nome Amelia.

G.D.P.: Lavori ancora con loro?

K.A.: No, ad un certo punto sono uscita, perché la produzione si era ingrandita troppo. Bisognava fare continuamente fiere a Parigi New York. Fare due collezioni all’anno e per me diventava troppo impegnativo.

G.D.P.: Dunque la produzione dei vestiti aveva preso molto piede?

K.A.: Sì, avevamo richieste da tutto il mondo. Ma mi resi conto che non potevo fare tutte e due le cose. Mi sembrava di fare le cose a metà e di non poter dare il meglio in nessuno dei due. Per cui ho lasciato la parte dell’abbigliamento e sono tornata a concentrarmi sui mobili che sono la cosa che da sempre mi interessa di più.

G.D.P.: Perché hai scelto i mobili?

K.A.: Perché nella moda c’è troppa pressione, devi lavorare ad una collezione dopo l’altra.

G.D.P.: Tornando agli arredi, partecipi ancora al fuori Salone o al Salone?

K.A.: Ho partecipato solo a Fuori Salone nei primi anni, perché oggi non è più un’idea così nuova. Veniva copiata ed era diventata una moda, anche se sto pensando di trovare il tempo per tornare a partecipare.

G.D.P.: Come nasce e si sviluppa un tuo progetto?

K.A.: Quando ho avuto l’idea chiedo alla Giulia e al mio socio Omero di fare i disegni e poi i falegnami li realizzano insieme al mio socio. Seguo tutto, la scelta dei materiali del colore, la forma e così via.

G.D.P.: Con questi mobili hai sviluppato lo stile Katrin Arens, come difendi i copyright?

K.A.: L’unica cosa che mi protegge è il fatto di avere delle buone sensibilità per gli spazi, i materiali e i colori. Questo è il motivo per cui chiamano me e non un altro.

Sono in tanti capaci di copiare, ma la sensibilità non si può copiare, o ce l’hai o non ce l’hai.

G.D.P.: A cosa stai lavorando ora?

K.A.: Un arredo per un cliente del Lago d’Iseo, per cui abbiamo fatto tutto, all’inizio di settembre consegniamo arredi per una casa a Krefeld, poi in Norvegia a Oslo, Francia. Il tutto va organizzato in modo impeccabile non può mancare nulla quando spediamo i pezzi.

G.D.P.: Come avvengono i contatti?

K.A.: Spesso i clienti arrivano qui per vedere, parliamo e insieme sviluppiamo un progetto che realizziamo.

G.D.P.: Si dice che nel tuo lavoro fai incontrare il nord con il mediterraneo?

K.A.: Sì le pubblicazioni in Germania, Danimarca, Svezia parlano di uno stile mediterraneo, mentre sulle riviste italiane, spagnole parlano di uno stile nordico. In fondo mi rappresenta, in quanto sono tedesca anche se lavoro e vivo da molti anni in Italia e ne ho assorbito la cultura.

G.D.P.: Per cui ti senti anche un po’ italiana?

K.A.: Un po’? Un po’ tanto! Infatti, vivendo da tanto in Italia, quando torno in Germania mi dimentico che ci sono abitudini diverse, orari, diversi. Quello che mi ha molto aiutato a diffondere il mio stile è stato il fatto di abitare in una cascina da me e aggiustata un poco e arredata tenendo conto della sua storia. Storia che ad un certo punto è iniziata a comparire sulle riviste e nella quale sono stati e vengono fatti shooting fotografici soprattutto da parte di case di moda. Questo mi ha fatto una pubblicità involontaria, perché all’inizio non c’era internet e non ho mai fatto un catalogo.

G.D.P.: Ad un certo punto, oltre ai mobili e ai vestiti per bimbi hai iniziato a fare anche prodotti in ceramica?

K.A.: Anche qui, avevo fatto un viaggio in Puglia, un giorno passando da Grottaglie ho visto la produzione di ceramiche, per cui ne ho comprate un po’ per me, per la casa. Ma mi ero resa subito conto che ne volevo modificare alcune, cosa che chiesi al laboratorio locale da cui le avevo acquistate e loro me le fecero. Le portai a casa e la gente che mi frequentava iniziarono a richiedermele, così come alcuni clienti.

A quel punto li ho messi sul mio sito online shop. Poi accadde che una rivista giapponese fece un servizio sui miei arredi in cui avevo collocato anche le ceramiche, vennero notate dal capo acquisti di un grande negozio giapponese di Tokyo, tipo Rinascimento.

G.D.P.: Che te le chiese?

K.A.: Sì, ma io a quel punto facevo da tramite tra il negozio giapponese e la famiglia di ceramisti di Grottaglie. Non era una cosa facile, perché i giapponesi sono molto esigenti e legati alla precisione.

G.D.P.: Ma questo non doveva essere un problema per una tedesca, anzi?

K.A.: Non hai idea, i giapponesi sull’esigenza e la precisione sono tre volte tante i tedeschi. Mi chiedevano il diametro di ogni tazza, il volume e così via che a mia volta dovevo chiedere ai ceramisti. “La tazzina da caffè quanto volume di caffè contiene?”. E loro rispondevano “che ne so, contiene un caffè!”. T’immagini? [ride]. A esempio, una volta hanno consegnato tre ciotole in più nel caso nel viaggio se ne rompesse qualcuna. E loro: “No!”, bisognava togliere le tre ciotole in più.

G.D.P.: Quindi hai smesso questa relazione.

K.A.: Sì, perché tutto diventava troppo complicato. Se poi cambi di un pochino il disegno di una ciotola che hanno sul sito, essendo le ceramiche realizzate a mano, si blocca tutto.

G.D.P.: Tu sei designer, imprenditrice, amministratrice, artista, come concili tutti questi ruoli?

K.A.: Sì devo fare tutto, con l’idea che devo capire con che cosa e come occupo il mio tempo. Per cui non voglio aumentare la dimensione, deve essere tutto a dimensione umana. C’è stato il periodo della crisi in cui si faceva fatica a stare a galla a pagare gli stipendi e più ti ingrandisci e più sono grandi i problemi. Per fortuna io non ho risentito in modo grave della crisi, perché avevo clienti storici che continuavano a fare ordinazioni. Oggi, per fortuna, la crisi è superata e sono tornati a fiorire gli ordini.

G.D.P.: Hai più richieste dall’Italia o dall’estero?

K.A.: Ora più in Italia, il 60 %, il resto fuori, soprattutto in Europa.

G.D.P.: Esiste una differenza?

K.A.: Più di tipo organizzativo per i montaggi, perché mando i miei falegnami dall’Italia. Solo poche volte non andiamo, come ad esempio a New York, per cui abbiamo fatto un arredo per la stanza di tre ragazzi. Abbiamo disegnato, realizzato e montato gli arredi qui nel nostro laboratorio per provare che tutto funzionasse e poi abbiamo mandato gli arredi smontati con istruzioni precisissime per un falegname del posto incaricato di montarli.

G.D.P.: Per cui quest’aspetto umano è un’altra cosa che ti contraddistingue?

K.A.: Quello che è fondamentale è avere il rapporto personale con il cliente. Una persona con cui confrontarsi e adattare le opere, tutti pezzi unici. L’unicità è data anche dai materiali usati che noi impieghiamo.

I nostri legni nostri vengono da vecchie porte e finestre, o dai bastoni di castagno per tenere su le viti dell’uva nei vigneti. Quindi è materiale vivo e ognuno diverso dall’altro.

G.D.P.: Perché deve essere per forza di castagno?

K.A.: Perché è un legno molto bello e resistente e anche non molto difficile da trovare per via delle sostituzioni con paletti di cemento che sono bruttissimi.

G.D.P.: Per concludere, una domanda sulla tua partecipazione a DimoreDesign, come hai sviluppato quel progetto espositivo per Palazzo Agliardi, dove la richiesta era la relazione con una dimora storica?

K.A.: Lavorando sempre sul concetto di riuso e rianimazione ho cercato di ridare vita a due spazi diversi (in contrasto) all’ interno del palazzo. Uno di essi è il porticato sotto il giardino, uno spazio non utilizzato, essendo all‘esterno. Lo spazio è sobrio, perfetto per i nostri pezzi storici come la credenza Ara Pacis, il letto Ho Sognato di Te, o lo scaffale Terracielo – una stanza da letto estiva. Per il salone principale e di rappresentanza chiamato di Apollo e Diana e utilizzato solo per feste, ma in cui, nonostante la bellezza si respira un’aria di immobilità, l’intenzione era di ridare un soffio di vita.

Ho quindi messo dei tavolini personalizzati per ogni poltrona, oggetti realizzati con lo scarto del laboratorio, portando così il concetto all’estremo: “lo scarto dello scarto”.

Il risultato era di tavolini esili, poetici, dove il fatto di essere stati realizzati con lo scarto si vede solo al secondo sguardo.

Tutti tavoli hanno un elemento in oro per legarsi all’ambiente. Il risultato è stato sorprendente perché i tavolini si sposano benissimo con le poltrone e l’ambiente, nonostante fossero realizzati con lo scarto. Inoltre poltrone e i tavolini erano allestiti con dei piccoli oggetti appoggiati sopra come se fosse appena uscita una persona, perché solo gli spazi vissuti da persone sono spazi vivi. In mezzo della sala avevo messo anche 5/6 tavolini eleganti in ferro con uno specchio sul piano in cui si specchia il soffitto affrescato.

BIO

KATRIN ARENS (1968) è un’appassionata collezionista di oggetti e materiali. Dopo la scuola studia economia, per intraprendere nel 1990 gli studi artistici presso la Kunstakademie di Dusseldorf. Nel 1995 vince una borsa di studio DAAD (Deutscher Akademischer Austauschdienst) che la porta a Bergamo all’Accademia di Belle Arti Giacomo Carrara per approfondire le tecniche artistiche. Nel 1996 apre il suo primo laboratorio in una cascina abbandonata, dove si dedica allo studio e alla realizzazione di primi prototipi di mobili fatti con legno di recupero, mentre nel 1997 espone i suoi pezzi all’interno della mostra “RI-USI” in Triennale a Milano. Nel 1998 avvia un secondo laboratorio all’interno di una vecchia cascina abbandonata sul fiume Adda, spazio che oggi è sia la sua abitazione che location per shooting fotografici di riviste internazionali.

Dopo la partecipazione nel 1998 al Salone Satellite seguono varie esposizioni in mostre italiane, estere e al Salone del Mobile. Nel 2004 inizia la collaborazione con il suo attuale socio, Omero Gasparetti: a lui stanno i disegni e la produzione, a lei la parte creativa e lo sviluppo delle idee e degli arredi con e per i clienti. Dal 2005 il laboratorio/falegnameria evolve e si sposta in una vecchia filanda a Villa d’Adda. Qui il lavoro prende nuovi slanci e dai singoli mobili la produzione arriva a completare interi progetti di arredamento, con particolare attenzione alle cucine. Tutto viene realizzato all’interno del laboratorio anche grazie al supporto di artigiani esterni come fabbri, cementieri e tappezzieri.

Nel 1998 nasce Laura, prima figlia di Katrin, e insieme a lei prende vita la prima collezione dei vestiti per bambini ispirata agli stessi concetti dei suoi mobili ovvero il ri-uso di vecchi oggetti. Questo progetto si traduce nella collezione “Amelia” che viene presentata in fiere italiane e internazionali e venduta nelle boutique più esclusive del mondo. Il progetto sartoriale si chiude nel 2009 quando Katrin decide di concentrarsi solo ed esclusivamente all’arredamento. Il fil rouge di tutto il suo lavoro consiste nel realizzare arredi con materiali recuperati, apparentemente poveri e senza valore, materiali che vengono da un altro contesto, portarli in un nuovo contesto per dargli una nuova funzione e una nuova vita. Gli oggetti realizzati sono sobri, poetici e a volte sorprendono.

www.katrinarens.it

PALAZZO AGLIARDI

Palazzo Agliardi racchiude 500 anni di storia della città e non solo di Bergamo: l’intreccio di vicende familiari, dinastiche, imprenditoriali, artistiche e militari che questo edificio racconta e testimonia è arricchito da grandi nomi ed eventi storici che vanno oltre le mura di Bergamo e segnano da un lato la storia d’Italia e dall’altro la storia dell’arte.

Intervista a cura di Giacinto Di Pietrantonio | Testi a cura di Leone Belotti | Fotografie: Ph. installazione Katrin Arens a Palazzo Agliardi © Ezio Manciucca | Editing di Roberta Facheris