Artemisia Gentileschi Le donne e la pittura

Artemisia nasce l'8 luglio 1593.

La sua infanzia e adolescenza avviene tra gli artisti. Grazie al padre, Orazio Gentileschi, ebbe la fortuna di osservare con i suoi occhi, importanti e meravigliose opere.

Questa donna si può dire rappresenti un'eccezione: le donne del tempo infatti non potevano frequentare l'Accademia ma dovevano rimanere chiuse in casa.

Collaborò con suo padre agli affreschi per il Cardinal Borghese.

Nel 1611 Agostino de Tassi abusò della donna, sola in casa a dipingere, e successivamente cercò di rimediare con la proposta di un matrimonio riparatore.

Artemisia, travolta da un sentimento di vergogna, si sentì costretta a tacere.

Scoprì solo poi che l'uomo era già sposato, e spinta da suo padre, decise di denunciarlo.

IL PROCESSO

Alla fine del febbraio 1612 Orazio Gentileschi denunciò il collega Agostino Tassi per lo stupro della figlia, avvenuto a maggio del 1611. Il processo iniziò a marzo e si protrasse fino ad ottobre, concludendosi poi con la condanna di Tassi.

Per indurre Artemisia alla confessione, le furono schiacciati i pollici, metodo di tortura atroce per i pittori.

GIUDITTA CHE DECAPITA OLOFERNE - versione di NAPOLI

Giuditta che decapita Oloferne è un dipinto, olio su tela realizzato fra il 1612 e il 1613 da Artemisia Gentileschi. È conservato nel Museo nazionale di Capodimonte.

PRIMA IMMAGINE: dalla nuca di Oloferne cola del sangue, rappresentato con estremo realismo. Il volto di Oloferne rappresenta il momento in cui egli si rende conto che sta per morire.

SECONDA IMMAGINE: Giuditta durante l'atto crudele, dal suo viso traspare distacco.

TERZA IMMAGINE: ancella che aiuta la protagonista Giuditta durante l'atto di decapitazione di Oloferne.

QUARTA IMMAGINE: dai volti e dalla posizione distante delle donne rispetto a Oloferne, traspare distacco e un sentimento d'ira profonda. Viso delle donne quasi schifato.

GIUDITTA CHE DECAPITA OLOFERNE - versione di FIRENZE

Giuditta che decapita Oloferne è un dipinto a olio su tela, realizzato nel 1620 circa da Artemisia Gentileschi. È conservato nella Galleria degli Uffizi di Firenze.

Differenze dei due dipinti

In questo dipinto il sangue zampilla in modo differente rispetto al precedente: probabilmente indica l'azione di decapitazione in un momento più avanzato.

Anche il viso di Oloferne rappresenta smarrimento e i muscoli del volto stanno pian piano perdendo vigore.

Anche in questo caso le donne hanno un atteggiamento totalmente distaccato e freddo.

Le vesti delle donne hanno colori più caldi, così come i panneggi sul corpo della vittima.

Nel 1612 Artemisia si unisce in matrimonio con il fiorentino Pierantonio Stiettesi.

Nel 1614 la donna con la sua famiglia si trasferì a Firenze, dove la sua fama crebbe in modo notevole, rendendola molto famosa e conoscendo alcuni committenti di grande rilievo, come Galileo Galilei e Michelangelo Buonarroti il Giovane.

si innamorò di Francesco Maria, che incontro a Firenze.

Nel 1621 ritorna a Roma, dove cerca di imporsi come una pittrice grazie alla fama accumulata durante il suo soggiorno fiorentino.

Tra il 1627 e 1630, la pittrice famosa giunge a Venezia e, ancora grazie al successo ottenuto in Toscana, ottiene delle interessanti commissioni.

Pierantonio Stiettesi e Artemisia non si rividero più dopo il ritorno di Francesco Maria.

Proprio nel 1630 giunge con la sua famiglia a Napoli, una città in costante crescita e centro di cultura e di arte.

In questi anni, padre e figlia si riunirono ma l’anno successivo, nel 1639, Orazio morì. Artemisia rimase qualche altro anno a Londra, dove realizzò, per Carlo I, un importante quadro intitolato "Autoritratto come allegoria della Pittura", oggi considerato uno dei lavori più importanti in assoluto della donna.

Autoritratto come allegoria per la pittura - Artemisia Gentileschi su commissione di Carlo I

A causa di una guerra civile che stava imperversando in Inghilterra nel 1642, la pittrice decise di tornare a Napoli, dove rimase fino alla sua morte, avvenuta nel 1653.

SUSANNA E I VECCHIONI

Il soggetto di Susanna e i vecchioni è tra gli episodi dell'Antico Testamento. L'episodio al quale si riferisce l'opera è narrato nel Libro di Daniele: la casta Susanna, sorpresa al bagno da due anziani signori che frequentavano la casa del marito, è sottoposta a ricatto sessuale: o acconsentirà di sottostare ai loro appetiti o i due diranno al marito di averla sorpresa con un giovane amante. Susanna accetta l'umiliazione di una ingiusta accusa; sarà Daniele a smascherare la menzogna dei due laidi anziani. La rappresentazione di Susanna sorpresa ignuda dai vecchioni ha apparentemente intenti moralistici, ma è spesso un pretesto per soddisfare la "pruderie" di committenti che si compiacciono di soggetti di nudo femminile.

Created By
Elisa,Giulia,Sara
Appreciate

Made with Adobe Slate

Make your words and images move.

Get Slate

Report Abuse

If you feel that this video content violates the Adobe Terms of Use, you may report this content by filling out this quick form.

To report a Copyright Violation, please follow Section 17 in the Terms of Use.