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VOLERE E POTERE Considerazioni sull'aspetto del potere in terapia

Una delle domande che faccio durante il colloquio ai fisioterapisti candidati per un posto in azienda è: “Perché fai questo lavoro?”

La grande maggioranza dei candidati risponde: “Per aiutare le persone”.

Motivazione nobilissima. Soprattutto se il desiderio di aiutare gli altri è una vocazione accompagnata da sufficiente centraggio e assertività.

Altrimenti si finirebbe invischiati nelle dinamiche di controtransfert che la nostra professione a volte presenta. O peggio, decentrati da noi stessi, protesi nell’atto di aiutare gli altri che in realtà cela il bisogno di essere aiutati a nostra volta. “Salvare” gli altri per salvare sé stessi, insomma: grave errore.

Fortunatamente i colleghi hanno ricevuto una formazione universitaria che ben prepara i futuri professionisti sanitari a questa malaugurata eventualità, ma talvolta, guardando bene tra improvvisati operatori volontari ci si accorge questo pericolo è spesso presente.

Curare gli altri per rispondere ad un bisogno affettivo AM, dunque?

Niente male per un professionista che ha scelto l'approccio manuale, il tocco, l'ascolto e la parola, come elementi caratterizzanti la propria professione, se fosse vero.

Tuttavia, approfondendo un po’ più la struttura della risposta con domande opportune, talvolta viene fuori un'altra verità, durante il colloquio.

A volte, la necessità che spinge il giovane candidato a fare il fisioterapista è un bisogno in risonanza con la catena PAAP, il bisogno di educare.

Educare il paziente al gesto corretto, alla gestione consapevole del proprio corpo, all' igiene posturale. Ottimo.

A volte però, in qualche terapista, questo bisogno educativo contiene una nozione di forza, di coercizione, tipica della PM, come chi sente di avere la missione di “eliminare le false credenze del paziente” o sfatare i falsi miti”. Questo bisogno pedagogico può essere giusto, per creare una collettività più informata sulla realtà delle cose, ma può essere incauto nel caso in cui queste “rivelazioni” vengono imposte con senso autoritario e cattedratico.

Laddove, anziché sul paziente, il focus della mission del terapista viene spostato sul nemico da combattere, la presunta ignoranza dilagante, la relazione con il paziente diventa scivolosa e l'efficacia del terapista viene meno; appare più chiaro il concetto di cosa significhi per questo terapista “aiutare le persone”: trasformare “pecore” ignoranti in persone istruite. Lodevole, se fosse questa la risposta giusta alla domanda di aiuto dei nostri pazienti. Purtroppo i pazienti cercano solo risposte semplici, come l’attenuazione dei propri dolori e spesso non hanno molta voglia di cambiare mentalità per abbracciare una nuova fede.

Mi domando se sia sempre conveniente togliere una credenza al paziente quando questa può essere utilizzata per migliorare l’empatia e l’alleanza terapeutica.

Talvolta certi modi di tenere la relazione con il Paziente, appaiono solo come una conseguenza di una necessità del terapista: per lui aiutare un paziente significa farlo emergere dalla fangaia di piombo dell’idiozia o della cultura popolare. Non dico che questo sia sbagliato, ma ci sono modi migliori e forse momenti migliori per informare le persone. Solo vivendo l’onda di crescita in sintonia con il paziente si può calmare l’eccesso di irruenza, nel trattare la delicata sfera umana altrui.

Nessun candidato invece, osa rivelare una delle motivazioni forse più veritiere che spingono un giovane a fare il fisioterapista o l'osteopata o il chiropratico: il potere.

Potere di “aggiustare” una persona, di sedare un dolore assillante, il potere di rimettere in campo un atleta: con le nostre capacità tecniche, infatti, possiamo ridare gioia e salute alle persone.

Questo porta con sé quintali di gratificazione personale: il terapista viene riconosciuto, considerato ed elevato ad una posizione di “superiorità” relazionale alla quale molti pazienti si sottomettono di buon grado a causa della riconoscenza che il “miracolato” prova per il suo “guaritore”.

Il rapporto terapista\ paziente si sviluppa così in un assetto up\down nel quale intere frotte di terapeuti sembrano gongolare di soddisfazione.

Questa ottica di potere caratterizza molte professioni, tra cui quelle sanitarie, infatti.

Un giorno durante una visita, una psichiatra mi chiese se avessi mai desiderato fare il chirurgo. “No davvero, perché poi il chirurgo?” - le chiesi – “Perché i chirurghi in sala operatoria hanno il potere di vita e di morte, quando il paziente è addormentato, la persona è completamente nelle loro mani, sul lettino.. ” Fu un'osservazione che mi fece riflettere.

In effetti il potere dà alla testa, il potere logora chi non l'ha, come ricordava un vecchio politico democristiano, ma indubbiamente il potere nella nostra professione è una condizione che esiste e va gestita.

In catene GDS si dice che il potere sia uno dei bisogni sotto-primari del soggetto dominato dalla catena PM, che ha come necessità preponderante il fare e l’essere utile.

Assieme al bisogno di apparire, questo meta funzionamento del PM è facilmente riscontrabile nell’utilizzazione corporea e nell’ organizzazione statico-posturale delle masse e intermasse del corpo umano.

A livello anatomico è rappresentato simbolicamente nel torace, la residenza della catena PM, dove la catena PM con i fasci costo-costali del muscolo ileo-costale, si crea una estensione dei tubercoli costali che ha come effetto un sollevamento della gabbia toracica e un aumento di distanza, sul piano sagittale, tra sterno e colonna toracica. Il torace si gonfia e si atteggia in inspirazione trazionando i legamenti sterno-pericardici e vertebro-pericardici.

Il diaframma, appiattendosi, altera la sua funzione respiratoria e ripartitrice di pressioni alterando l’intera fisiologia della persona.

Il troppo fare quindi, insieme all’eccessiva ricerca del potere, accompagnati da una insonnia caratteristica e prodromica, produce un grande dispendio energetico. L’iperattività stanca il corpo ed ingabbia il cuore in una costrizione del suo sacco pericardico, tirato dai suddetti sistemi fasciali, ed esponendo questa tipologia morfofunzionale ad un terreno facile ad accidenti cardio-vascolari.

Il potere tuttavia non riguarda solo la tipologia PM, ma è una facoltà di azione che è ben presente anche in tutti noi, composti anche da altre “famiglie” muscolari, per ognuna delle quali esso viene declinato in una sfumatura differente da tutte le altre.

A seconda della tipologia comportamentale dominante quindi, il potere viene vissuto in modo differente:

Vediamo come:

Per un PM il potere è essenzialmente un potere esecutivo, politico, di comando, di inibizione un potere gerarchico o di leadership affine alla sua caratteristica funzione guerriera.

In una tipologia AM il potere si manifesta con un desiderio di potere economico. E’ facile che in questa tipologia si ricerchi fondamentalmente il controllo economico degli incassi o della gestione delle risorse.

In una PAAP il potere è rappresentato dal potere spirituale. In questa tipologia di persone è frequente trovare colui che cerca carriera all’ interno di un ordine religioso o colui che si crede “più potente” di altri nell’utilizzare una tecnica o un rituale, anche perfino in senso magico o sensoriale. Per questa tipologia la verità discende dall’alto e ricercare il potere significa elevarsi, staccarsi dalla massa comune per poter assurgere a “guru” del proprio campo, in grado di elargire e dispensare, a sua volta, illuminanti pillole di verità.

Per un terapista PM il potere è ottenere l’approvazione dei propri pazienti, avanzando nella scala della riprova sociale. Significa somministrare con autorevolezza esercizi, ascriverne altri e vedere con soddisfazione che le sue indicazioni sono seguite con deferenza dai pazienti. L’eccesso di potere è rappresentato dal prendersi il lusso di far aspettare a lungo i pazienti in sala di attesa poiché si è raggiunto il livello di “star”, oppure erogare trattamenti dolorosi poiché “sono io che comando” e il massaggio “più fa male, più fa bene”. Ho visto colleghi ricercare la fama tramite i racconti dei pazienti circa la dolorosità dei suoi trattamenti. Un chiaro bug nel paradigma della ricerca del successo a tutti i costi.

Per un terapista AM il potere è riscontrare nei propri pazienti una sorta di dipendenza, più o meno affettiva, per la quale l’ego dell’AM viene riempito abbondantemente. Significa mostrare con orgoglio i regali di natale ricevuti dai propri pazienti. Significa avere il controllo delle fidelizzazioni a vita dei propri pazienti. Potere significa chiedere, per i servizi forniti, un compenso economico e vederselo elargire poiché si è amati ed apprezzati.

Per un terapista PAAP il potere è diventare l’erede unico di una determinata metodica di cura o l’ideatore di una determinata tecnica terapeutica che crea dei seguaci, degli adepti. Significa far percepire ai propri pazienti sensazioni posturali mai provate prima, creare nuovi pattern negli schemi motori. Nel lavoro con il paziente , essere potenti per un PAAP significa essere in grado di creare consapevolezza attraverso l’ascolto del movimento e rendere i pazienti autonomi, riconoscenti per aver visto per la prima volta nella loro vita “la luce” che ha fatto germogliare in loro il seme della coscienza corporea.

Conclusioni

Il bisogno di potere è fisiologico e presente in quasi tutte le persone. Ciascuno di noi può sublimare questo desiderio o cavalcarlo anche all’ interno dell’ambito lavorativo.

Spesso ci si attribuisce significati personali e specifici connotati, ma rimane un semplice “effetto collaterale” della nostra professione.

L’importante è saperlo. Riconoscerlo. Prenderne coscienza e gestirlo al meglio, per un migliore servizio ai nostri utenti.

In effetti, nella nostra professione, senza l’uso di farmaci e con il solo uso del cervello e delle mani, a volte siamo in grado di compiere piccoli miracoli: certo che siamo potenti, siamo potentissimi! E a qualcuno di noi piace molto questo potere, è sicuro. Non c’è nulla di male in questo, se facciamo il nostro lavoro in modo onesto e professionale.

Quando invece, inconsci della nostra architettura interna, inconsapevoli della nostra struttura motivazionale, affermiamo che facciamo questo lavoro prettamente “per aiutare le persone”, quando in effetti non corrisponde a verità, allora lì si crea una discrepanza tra ciò che si pensa di essere e ciò che si fa, il nostro comportamento. Cominciano ad emergere delle incongruenze tra il nostro linguaggio verbale, paraverbale e non verbale. Diventiamo meno credibili, perdiamo parte dei nostri poteri. E questo incide sfavorevolmente sul nostro operato.

In qualità di terapisti dunque è bene lavorare su noi stessi al fine di comprendere quali siano le reali motivazioni che stanno dietro la nostra scelta originale di divenire terapeuti; questo ci consente di organizzare le nostre energie in un senso più ecologico, più lineare e meno dispendioso; ci permette di servire meglio i nostri pazienti, termine ultimo di tutto quello che abbiamo investito nel corso della nostra crescita professionale e personale.

Created By
Fabio Colonnello
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