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Seconda tappa Rasiglia

Nella prima metà del Seicento Rasiglia vide lo sviluppo di tutta una serie di attività artigianali favorite dalla presenza della cospicua forza idraulica garantita dal fiume Menotre e, in particolare, dall’acqua della sua maggiore sorgente, la Capovena. Questa sorgente attraversa il paese e fornisce l’acqua alle fontanelle e ai due lavatoi anticamente usati dalle donne per lavare i panni sporchi.
Nel laboratorio di un’antica filanda gli esperti mostrano ai visitatori come si lavorava la lana. Le pecore venivano lavate nel fiume Menotre, dove la loro lana veniva ripulita da tutte le impurità e poi venivano tosate. Successivamente, la lana bianca veniva cardata, un’operazione che consente il finissaggio del vello: la pezza passa attraverso due tamburi rotanti ricoperti di cardi vegetali che girano a senso inverso, uno estrae il pelo e l’altro lo pettina. I cardi sollevano e direzionano il pelo, rendendo il tessuto morbido, lucente.
Se si vuole cambiare il colore della lana la si immerge in un bagno liquido in cui sono disciolti i coloranti che anticamente erano di origine naturale. Per tingere i tessuti in modo naturale si usava: per il blu l’indaco, i lapislazzuli, l'azzurrite e il guado; per il marrone il caffè o il castagno; per il giallo la Ginestra; per il rosso la cocciniglia.
La lana viene suddivisa in strisce sottili da cui risulta lo stoppino che poi viene arrotolato su un fuso per poi essere lavorato con il telaio
Tra gli opifici potevano essere annoverati gualchiere, mulini (Accorimboni, Angeli, Silvestri, Ottaviani). Le tintorie e i lanifici (Tonti, Accorimboni) si dedicavano alla lavorazione della lana e di stoffe pregiate utilizzando telai jacquard, cioè telai manuali che lavorava grazie ad una struttura composta da un nastro formato da cartoni perforati, una catena di trascinamento che fa avanzare i riquadri perforati e una serie di contrappesi cilindrici collegati alle maglie dei licci. Ogni filo di ordito passava in una maglia di liccio. Ogni singola maglia di liccio era collegata, tramite una cordicella rinviata nel punto più alto, a un contrappeso cilindrico di sezione sottile , inferiore comunque al diametro dei fori dei cartoni. Quando i fori del cartone permettevano ad alcuni contrappesi di cadere, le maglie dei licci ad essi collegate facevano alzare i fili di ordito che passavano nel loro foro, creando così un'apertura di passo con alzati solamente i fili necessari per eseguire un determinato disegno o armatura. Il tessitore introduceva il filo di trama e batteva con il pettine. Alla battuta successiva il cartone avanzava di un riquadro e i contrappesi trovavano differenti buchi aperti dove cadevano alzando i fili per formare la riga successiva del disegno.

Realizzato da: Margherita Cartoni, Andrea Fioravanti, Zoe Matiotti, Eleonora Salis, Alecsandra Radu

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