Monastero di Santa Maria del Sagittario ©ARCHEO MAPPA. OPEN DATA CHIAROMONTE (PZ) - NUOVI FERMENTI

A cura di Valentino Vitale 2017

L’abbazia cistercense di Santa Maria del Sagittario

La storia

Il rinvenimento nella Biblioteca Apostolica Vaticana del Codice Barberino Latino 3274, contenente il “Cathalogus Abbatum Sagittariensis Monasterii”, consente il recuperare non solo di un frammento dell’archivio sagitteriense utilizzato da Gregorio de Lauro (abate del Sagittario e biografo del Beato Giovanni da Tolosa), ma anche alcune importanti testimonianze documentarie attraverso le quali è possibile ricostruire la vicenda storica dei Cistercensi in Basilicata.

Fin dal X secolo nel territorio compreso tra il Latinianon (esteso tra il medio corso del Sinni e Lagonegro) e il Mercurion (a ovest del monte Pollino ai confini con la Calabria) si sviluppò un’intensa e vivace stagione monastica d’ispirazione orientale stimolata da monaci itineranti accettati per il loro grande carisma.

Il territorio Lucano, compreso tra il Latinianon e il Mercurion, rimase profondamente grecizzato e sottoposto dal 1168, con tutti gli altri monasteri greci della Lucania, alla giurisdizione dell’archimandrita del monastero di Carbone. Il monachesimo latino (e in particolare l’Ordo Cavensis il cui insediamento venne favorito dalla politica ecclesiastica dei feudatari di Chiaromonte) non riuscì a sviluppare in questo territorio esperienze di vita religiosa tali da modificare sostanzialmente il quadro della preesistente organizzazione monastica greca. Infatti non è documentata fino alla prima metà del XII secolo una forte e capillare espansione monastica latina.

Pertanto la Basilicata monastica nel XII secolo appare distinta in due aree: una, ormai pienamente latinizzata con forte penetrazione demica, che si estende tra Melfi e Montescaglioso; l’altra, italo-greca, in cui il monachesimo latino non riesce, nonostante la favorevole congiuntura politica, ad imporsi soprattutto per ragioni etniche e culturali.

Proprio in questo difficile e composito contesto ambientale restio ad accettare nuovi modelli, religiosi e culturali, maturarono le più significative esperienze monastiche cistercensi: parliamo proprio della fondazione di Santa Maria del Sagittario, unica fondazione cistercense maschile in Basilicata, così chiamata da una leggenda che raccontava di due cacciatori che imbattutisi in una cerva in quei luoghi ove ora sorge il monastero, tentarono più e più volte di colpire quello splendido animale con delle frecce (sagittae) ma non riuscirono nel loro intento.

Questo monastero sorse nel territorio di Chiaromonte, nella diocesi di Anglona, su un’altura, la cui posizione strategica consentiva di dominare le valli del Frida e del Sinni; era ubicato in una “densissima sylva” di piante fruttifere e erbe medicinali (B.A.V., Codice Barberino Latino 3274 (d’ora innanzi: Barb. Lat. 3274), f. 2r. Nella “densissima sylva” che circondava il monastero crescevano insieme “abietibus, castaneis, quercubus, illicibus, nucibus, avellanis, pyris, pomis, allisque fructiferis; nec salutiferis herbis ac hypericone, quam vulgus perforatam, sive Divi Ioannis herbam vocitat, testicolo vulpis, saxzofragia, angelica, lupatoria, valeriana, peucedamo, lunaria, … ecc”), fonte di reddito per l’iniziale economia monastica.

Non sono ancora chiare le circostanze che favorirono l’insediamento cistercense e la fondazione del monastero, datata al 12 dicembre 1155, è attribuita a Alibreda Chiaromonte sulla scorta di una copia di un transunto di privilegi riconfermati nel 1444 da Alfonso I d’Aragona, in cui, oltre al privilegio concesso nel 1320 dal conte e dalla contesse di Tricarico e di Chiaromonte, è riportata anche la data di fondazione.

Il Giustiniani (GIUSTINIANI 1802, p. 7) sostiene che il monastero sorse nel 1152 per volontà di Ugo di Chiaromonte, durante il pontificato di Eugenio III. Probabilmente la fonte comune per queste ipotesi di datazione sono gli “Annali del monastero del Sagittario” contenuti nel Codice Barberino 3274 e compilati nel XVII secolo dall’abate del Sagittario Gregorio De Lauro o De Laude. Gli Annali risultano l’unica fonte per una ricostruzione approssimativa della vicenda storica del monastero e anche l’ipotesi che ritiene il monastero fondato dai Benedettini nell’ XI secolo e posto sotto la protezione apostolica da Alessandro II (1061-1073), viene suggerita dal De Lauro.

Infatti questi scrive che le origini del Sagittario sono da ricercare nella leggenda della cerva e dei cacciatori e, poi, nella devozione di un ricco cittadino di Chiaromonte, tale Tancredi Murrino, che nel 1061 a sue spese fece costruire una chiesa ai piedi della montagna, alla confluenza dei fiumi Frida e Sinni, in località Ventrile, dove collocò la statua prodigiosa della Deipara (la leggenda narra che fu trovata dai cacciatori in una cavità d’albero, mentre cercavano di uccidere la cerva). Tancredi Murrino cedette la chiesa con il territorio circostante ai Benedettini (“A Sagittario venatore eius est denominatio derivata. Hic (ut fama per manus ducta transmisit ad posteros) Sagittarium theca succinctus et gravi ballista instructus, dum per saltus, lustraque sylvae istius feras persequerentur et teso arcu sagittam usque terbio in cervam emisisset, semperque ad eum fuisset sagitta riversa tangens et non offendens: ad castaneae arboris concavum advertens, quorsum cerva venusto et faceto pede gradum faciebat, intemeratae et sempre gloriosae Virgins, sinistra Filium Dei Uniganitus gestantis, ligneum simulacrum praspexit; Deiparam Virginem devotissime salutavit; et salutari, tamqua praeco, clero et universo populo revelavit; nec dum vixit Mariae Virgini, quo intus et foris urebat amore, inserire desiit, heud sacri simulacri inventionem narrare cessavit. Clerus et populos in longissimam producti seriem, devozione ineffabili inde Clarummontem asportare curavere et in eo Phano reponere, unde discesserat, peccatis populi absentiam eius et indignationem exigentibus: at frustra, nam seguenti mane in castaneae concavo reperiere simulacrum sacrosanctum. Quando et a quibus sacra domus edificata non constat. Ante autem annum millesimum sexagesimum primum institutam convincit privilegium Honorii pape tertii sub datum Laterani per manus Guillelmi Sanctae Romanae Ecclesiae notarii quarto kalendas octobris, indictione quarta, Incarnationis Dominicae anno millesimo ducentesimo decimo sexto, pontificatus vero Domini Honorii Papae tertii, anno primo. In quo versus principium, haec continentur: Ea propter dilecti in Cristo filii (loquitur ad abbatem et fratres Beatae Mariae de Sagittario) iustis petitionibus annuentes, Beatae Mariae de Sagittario monasterium, quod nobilis vir Tancredus Murrinus iure proprietatis Romanae Ecclesiae obtulit, ad Ezemplar praedecessorum nostrum Apostolicae memoriae Alexandri secondi, Gregorii septimi, Urbani secondi et Callisti secondi speciali Apostolicae sedis authoritate protegimus et libertatis privilegio communimus et reliquia”. “Verum ne lector meus modernum Sagittari monasterium cui terius Honoris praecitatum privilegium concessit, cum altero a nobili Tancredo Romanae Ecclesiae oblatum, confundat, scire debet. Quod nobilis iste vir et divitiis praepotens Deiparae Virgini studiosissimus, videns, quod hyberno tempore, nive praesertim incruente, ad sacram domum accessus impediebatur; immensis sumptibus ad ermi radices, inter Signi et Fridi amnes, a moderno Sagittario ad tertium lapidem dissitum, monasterium extruxit et Benedectini Ordinis Patribus excolendum dedit”.

(Barb. Lat. 3274,ff. 2r-2v), i quali, dopo la costruzione del nuovo monastero del Sagittario (forse nel 1152), la destinarono a grancia monastica e fino ai tempi di Giacomo Chiaromonte (senza dubbio fino al 1248) venne denominata “Sagittarium Vetus” (Barb. Lat. 3274, f. 3r). Pertanto il più recente monastero del Sagittario, secondo la testimonianza del De Lauro, sarebbe stato fondato nel 1152 (il de Lauro scrive di aver rinvenuto la data di fondazione del monastero nella chiesa della Deipara “In basi columnae iuxta cornu Evangelii” (Barb. Lat. 3274, f. 6v); ma egli stesso aggiunge che altri lo datavano al 1200 (Anno 1200. Miraculosae fondata est condita haec Abbatia Sanctae Mariae de Sagittario Ordinis Cisterciensis in Diocesis Anglonensis, in Provincia Basilicatae iuxta oppidum Claromontis” (De Lauro 1660. Cap. V)). Peraltro la data del 1152 deve essere riferita non all’insediamento cistercense, ma solo alla fondazione del monastero benedettino, risultato di complesse complicità politiche tra i signori di Chiaromonte e i Benedettini, nei piani normanni, elemento di decantazione politica, religiosa ed etnica in un territorio radicalmente grecizzato. Sicuramente non si hanno documenti di questo periodo che possano provare l’insediamento cistercense.

Lo stesso abate de Lauro, non solo non esclude la data del 1200 per l’insediamento cistercense ma, nel “Catalogus Abbatum Sagittariensis”, compilato nel 1673, facendo cominciare dal 1222 il governo del secondo abate, Guglielmo, rende verosimile l’ipotesi dell’inizio intorno al 1200 del governo del primo abate, Palumbo, ricordato tra l’altro in un diploma di Federico II dell’aprile del 1221; diventa impossibile, che egli abbia governato per tutta la seconda metà del XII secolo, cioè per una settantina di anni.

A questo punto risulta attendibile l’ipotesi che il monastero fondato intorno al 1152 dai Benedettini, dopo essere stato distrutto o danneggiato dal violento terremoto che nel 1184 colpì la Valle del Crati e la Valle del Sinni, venisse incorporato nell’Ordine cistercense di Casamari soltanto nel 1200. È improbabile che la fondazione del 1152 fosse cistercense anche in considerazione del fatto che, essendo elevate le richieste di nuove fondazioni, al fine di evitare l’impoverimento degli organici delle abbazie che l’esodo dei monaci avrebbe collassato, si stabilì di non “ulterius alicubui costruantur novae abbatiae nostri ordinis”. Ne è da escludere che l’insediamento cistercense in questo versante calabro della Lucania, quanto meno nella ricostruzione o nel restauro del monastero, sia da mettere in relazione con le molteplici iniziative di questo genere promosse dai monaci della Sambucina anche fuori regione durante l’abbaziato di Luca Campano (1193-1202). Quali, altrimenti, le ragioni che spinsero i Cistercensi a insediarsi in questo territorio? Il loro insediamento nel Mezzogiorno, in particolare in Calabria, nella prima metà del XII secolo vene favorito sicuramente dal rinnovato clima politico che, dopo l’uscita di scena di Anacleto II, riavvicinò normanni e papato; e in questo contesto di distensione politica Ruggero II e Bernardo che riuscirono a riscoprire interessi comuni ribaditi nell’incontro di Mignano del 1139.

Nella Lucania, invece, lo stanziamento cistercense, tra la fine del XII ed il XIII secolo, venne prima sollecitato dall’azione riformatrice dei papi Innocenzo III (1198-1216), Onorio III (1216-1227) e Gregorio IX (1227-1241); poi, venne favorito dagli slanci mistici di Federico II soprattutto durante il pontificato di Onorio III.

Tra il 1200 e il 1203, il monastero venne completato dall’abate Palumbo insediatosi con 12 monaci provenienti da Casamari (Barb. Lat. 3274, f. 14v.), e nello stesso tempo “pro istituendo” il monastero di Santa Maria di Bonavalle, Rinaldo del Guasto e la moglie Agnese di Chiaromonte “de mandato et concessione Innocentii tertii”, nel 1203, donarono proprio all’abate Palumbo “totum territorium Castri Sicilei”.

Ma i monaci sagittariensi furono spinti in quella zona non solo per disboscare, dissodare e coltivare le aree a “densissima sylva” e gli incolti o per rimuovere le ragioni sottese alla crisi del monachesimo latino, ma per decantare, oltretutto, la conflittualità con le fondazioni e la popolazioni greche, evitando abusi dottrinari e liturgici capaci di suscitare fermenti ereticali e spinte centrifughe già avvertite in Calabria.

L’espansione territoriale del monastero del Sagittario e il potenziamento della sua struttura economica coincisero con l’abbaziato dei monaci Palumbo (?-1222) e Guglielmo (1222-1246). Secondo una bolla di Onorio III del 18 settembre 1216 il primo nucleo fondiario del Sagittario si costituì intorno alla fondazione che “eo tempore nuncpatum Sagittarii veteris, hodie vulgo dicitur Ventrilis” (Barb. Lat. 3274, f. 18v).

Questo tenimento si estendeva “a muro veteri et limitibus ipsius loci usque ad frontem vadens et tendens ad vallem de Layno et concam de Ventrile et per risman usque ad Petram de Farmaco et ad lumen fridi et per ipsum flumen deorsum usque ad medietatem plani, ubi iungitur primo fini” (Barb. Lat. 3274, f. 18v. La “charta” di Giacomo di Chiaromonte del 1248 conferma i privilegi concessi da Onorio III). Nel 1203 Rinaldo del Guasto, conte di San Marco, la moglie Agnese e il fratello Riccardo, figli di Ugo di Chiaromonte, costituirono a favore del Sagittario un consistente beneficio (che accrebbe la dimensione economica del monastero) comprendente la chiesa di Santa Maria di Buonavalle con le relative pertinenze mobili ed immobili (Barb. Lat. 3274, f. 15 v). La chiesa era stata fatta costruire dal conte Rinaldo del Guasto nel Sicileo “Quod nullo colebatur abitatore”, dopo aver ottenuto in permuta da Ugo de Sicileo e dalla moglie Mabilia il tenimento di Ginapura che si estendeva “a parte orientis vallonus de Sicileo et ascendit per ipsum vallonem sursum per cristam serrae Sanctae Ginapurae, a parte meridei et versitur ad canalem de Rubeo et descendit per praedictum canalem de Rubeo usque ad flumen Signi et per praedictum flumen redit ad praenominatum vallonem de Sicileo et ita concluditur” (Barb. Lat. 3274, f. 14 r). Intorno al 1210 Rinaldo del Guasto dotò il Sagittario di altri beni fondiari in “locum Sanctae Agatae” tra Malvito e Sangineto in Calabria (Barb. Lat. 3274, f. 15 v).

Da questo momento, durante l’abbaziato di Palumbo, le proprietà fondiarie del Sagittario si estesero lungo il versante jonico soprattutto tra Policoro e Scanzano, in una vasta area compresa “ab oriente ubi est via publica, quae venit a molendino Curiae et vadit per caput terrae Hospitalis et vertit ad viam publicam, quae venit a Pantano et vadit per ipsam viam et per caput terrae Sancti Basilii usque ad vallonem Sancti Gregorii et vadit per Gigonem Gigonem usque ad terram, quam tenebat Constantius Camerarius et vadit per Gigonem usque ad Petram Latam. A meridie est aquarium molendinorum Curiae et Pantanum. Et a septentrione est praedictus vallus Sancti Gregorii”( Barb. Lat. 3274, f. 15 v). Questa cospicua estensione di terre nel 1221, venne confermata all’abate Palumbo da Federico II “cum iuribus, honoribus et pertinentiis suis” e incrementata dall’apporto di altre terre demaniali incolte e boscose situate presso il monastero “liberae et quitae” da qualsiasi molestia e da qualsiasi servitù a favore di baroni, conti principi o signori.

Federico II confermò ancora tutte le terre e i privilegi che erano pervenuti al monastero da Rinaldo del Guasto, in particolare il “locum Sanctae Agatae” tra Malvineto e Sangineto, e da Albereda, signora di Colobraro e Policoro, quale il “tenimentum Rotundae Maris et Trisagia”.

Molta importanza poi, era attribuita al possesso dei mulini che assicuravano alla mensa abbaziale la disponibilità dei cereali per il generale fabbisogno monastico, oltre che una buona rendita proveniente dal pagamento del diritto di macinato cui erano soggetti gli abitanti delle terre monastiche. Dei due mulini di proprietà del Sagittario, uno era ubicato in località Ventrile, nei pressi della peschiera, il cui meccanismo a ruote orizzontali veniva attivato dall’acqua del Frida; l’altro, sorgeva sul confine orientale del tenimento della Grancia del Ventrile (attualmente si conservano alcuni ruderi): anch’esso funzionava con le ruote orizzontali attivate dall’acqua del Sinni. Successivamente, in un tempo imprecisato, venne costruito un altro mulino alimentato dalle acque del Villanito. Il diritto di macinato lungo il Sinni e il diritto di sfruttare la acque del Frida, del Sinni e del Villanito dettero origine a lunghe controversie, che si svilupparono soprattutto nel periodo della commenda, con i Certosini del monastero di San Nicola in Valle e con alcuni signori dei vicini centri abitati.

La munificenza del sovrano svevo consentì al monastero del Sagittario di potenziare la propria struttura economica e di ampliare il potere giurisdizionale anche su terre e chiese situate fuori regione, nella Calabria settentrionale e lungo il versante jonico della Basilicata.

Tuttavia la cospicua dotazione di beni, il conferimento di poteri giurisdizionali sulle terre del monastero, la protezione apostolica e quella imperiale configurarono, già verso la fine dell’abbaziato di Palumbo, una struttura signorile precocemente robusta in cui l’autorità dell’abate venne assimilata a quella di un feudatario laico con poteri pubblici legati al possesso della terra. Infatti Federico II, con diploma del 24 aprile 1221, concesse all’abate l’esercizio del “merum et mixtum imperium” (HUILLARD-BREHOLLES 1857, pp. 174-175), poteri di giurisdizione civile e criminale da esercitarsi nell’ambito della propria terra (“Pro excellentia et libertate dicte ecclesie volumus et (…) concedimus et espresse mandamus dictum abbatem et qui pro tempore fuerit nullum alium superiorem habere in omnibus causis tam civilibus quam criminalibus” (HUILLARD-BREHOLLES 1857, p. 176)), e il diritto di “castigare, correggere e condannare” (“Nolumus enim ut de ullo banno teneatur fratres, oblati, domestici et homines et ceteri vasalli et subditi ac servientes predicto monasterio ubicumque commorati fuerint, nisi imperio et excellentie dignitatis nostre, nec ab aliquo domino quacumque auctoritate prefulgeat molestentur aliqua rottone vel causa, castigentur, corrigantur, astringantur aut condemnentur tam civiliter quam criminaliter nisi a prefato domino abbate” (HUILLARD-BREHOLLES 1857, p. 176)).

Per favorire il popolamento delle terre monastiche, in prevalenza dominate dal bosco e dall’incolto, e per consentire una certa vita comunitaria nelle compagne, Federico II concesse agli abitanti numerose libertà e privilegi fiscali. L’abate del Sagittario poteva accogliere nelle proprie terre “homines adventitios” ed averli “in racommendatione”.

L’abate nella propria terra poteva imporre o riscuotere tributi da tutti gli “homines extranei” che conducessero le greggi nei pascoli del monastero. Invece alla greggi del monastero era garantito il libero pascolo su tutte le terre del demanio regio con l’uso altrettanto libero delle acque e degli ovili senza il pagamento di gabelle (“Et animalia dicti monasterii que fuerint in custodiam ejus necton animalia hominum et pastorum et servientium ipsius monasterii per totum tenimentum Ordeoli, Roseti et per totum demanium nostrum et ubicumque fuerint libere inde pascant, commorentur, capiant et habeant quecumque necessaria, aquas sive glandagia et herbagia, caulas” (HUILLARD-BREHOLLES 1857, p. 176)).

Difficili furono i rapporti con l’episcopato anglonense, afflitto da una grave decadenza morale e da contrasti istituzionali. Infatti i vescovi di Anglona dettero adito a frequenti “altercationes” sia con i monaci italo-greci di Carbone, sia con i Cistercensi del Sagittario ai quali tentavano di sottrarre o di limitare alcune prerogative giurisdizionali su alcune chiese.

La contesa provocò il decisivo intervento di Onorio III che, nel 1216, confermò al Sagittario gli antichi privilegi e la protezione della Sede Apostolica (già conferita, secondo la tradizione, da Alessandro II, Gregorio VII, Urbano II, Pasquale II e Callisto II). Il monastero del Sagittario, dunque, dipendeva direttamente dal papa che aveva accordato all’abate perfino l’uso della mitra e dell’anello e delle altre insegne episcopali (“Usumque mitrae et anuli, caeterorumque episcopalium insignum abbati indulsit” (Barb. Lat. 3247, f. 16 v.)). Tra il 1269 ed il 1274, durante l’abbaziato del monaco Roberto, un altro monaco del Sagittario, Leonardo, resse le sorti della diocesi di Anglona. Ma il declino della monarchia sveva coinvolse in qualche modo anche il monastero del Sagittario: la rottura dei rapporti politici tra Papato e Impero, acuitasi in età angioina, e le turbolenze popolari esplose al cambio di regime esposero il dominio monastico, cui erano venute meno la protezione apostolica e quella imperiale, alle attenzioni rapaci di feudatari senza scrupoli.

Già nel 1269 i monaci del sagittario dovettero restituire il monastero di Sant’Angelo di Raparo, mentre negli stessi anni Riccardo di Chiaromonte, al quale Carlo d’Angiò aveva restituito il territorio di Senise, si era appropriato illegittimamente della chiesa di Santa Ginapura e delle sue terre e dei vigneti circostanti (Barb. Lat. 3247, ff 19v.-20r). Questo fu il periodo di maggiore decadenza economica e politica del monastero.

Nel XIV secolo, avviato il processo di ricomposizione del dominio feudale, il monastero si giovò della munificenza e della protezione di Giacomo Sanseverino e della moglie Margherita di Chiaromonte, profondamente devoti alla Vergine Deipara del Sagittario. Durante l’abbaziato di Ruggero, essi confermarono, con atto pubblico del 1338, tutte le donazioni e i privilegi accordati al monastero dai loro predecessori a cominciare dal tenimento “in quo sagittarii monasterium fundatum erat” con ampie garanzie di libertà e con la sanctio di dodici once d’oro per tutti i loro vassalli che “in aliquo inquietare praesumpsissent” (Barb. Lat. 3247, f. 21r.). Proprio Margherita di Chiaromonte, nel 1350, restituì all’abate Guglielmo II “decimas, redditus, census, terras, domos, vineas, prata, pascua, remora, grancias, instrumenta pubblica et nonnulla alia bona Sagittarii” di cui alcuni “filii iniquitatis” si erano appropriati erodendo il patrimonio del monastero (Barb. Lat. 3247, ff. 22v-23r) in un periodo di grave congiuntura (1328 - 1348) per tutto il regno di Napoli, sconvolto dai terremoti e dalle pestilenze.

E in quegli anni (1346 e 1367) il monastero venne esentato dal pagamento alla Sede Apostolica della tassa relativa al comune servizio “propter paupertatem”: una crisi, tuttavia, transitoria che venne agevolmente superata proprio dalla munificenza dei feudatari di Chiaromonte e dai cospicui lasciti e dalle offerte della popolazione devota a Giovanni da Caramola. Infatti, sulla scorta della concessione del presule Leonardo del 1241, con la quale si consentiva ai parrocchiani del Sagittario di essere sepolti nella chiesa del monastero, molti devoti del Tolosano (erano passati appena trentadue anni dalla morte (“Hinc beati Ioannis a Caramola sanctitatis famam taliter dilatatam, ut de longinquo eius devoti, post obitum in propria sua ecclesia mandaverint sepeliri: cum vix triginta duo anni et necdum completi, decurrissent a felici eius transitu; atque non solum beati titulum, sed et ecclesiam haberet suo Beato nomini dicatam” (Barb. Lat. 3247, f. 24r.)) vi destinavano cospicue fortune in cambio della sepoltura nella chiesa a lui dedicata (Barb. Lat. 3247, f. 24r).

Nel 1369, Venceslao Sanseverino, Conte di Tricarico e Chiaromonte, confermò ai monaci tutti i privilegi e i beni che avevano ab antiquo nel territorio di “Rotundae Maris et Trisagie” (Barb. Lat. 3247, f. 24r). Inoltre la devozione per il Beato Giovani da Caramola e l’ammirazione per quei monaci che spinsero la regina Giovanna I a confermare nel 1378 le concessioni di Alibreda di Colobraro, di Rinaldo del Guasto, di Federico II, di re Roberto, di Riccardo di Chiaromonte, e ad accordare più ampi privilegi giurisdizionali in grado di potenziare le prerogative signorili del monastero in un ampio territorio in cui i monaci cistercensi esercitavano ancora l’alta e la bassa giustizia, imponevano dazi e balzelli vari, controllavano i settori più importanti della struttura economica come il bosco e i mulini (Giovanna I, con atto del 10 maggio 1378, confermò al Sagittario “singula quaeque privilegia, concessiones, exemptiones, iurisdictiones, iura ac bona, videlicet tenimentum spatiosum et amplum in quo situm erat praelibatum, tenimentum Sicilei, forestam Terrae Ordeoli, tenimenta Rotundae Maris, Trisagiae et Sancti Nicolai de Frascinis, locum Sanctae Agatae inter Malvetum et Sanginetum, tenimentum Pollicorii; molendina et alia plura tenimenta, bona ac territoria, franchitias, libertatesque et maxime ut animalia Sagittarii ac servientium ipsius, ne dum in Clarimontis comitatu et tenimentis illius ac defensis; sed et in toto Siciliae regno, tam per terraset loca sui demanii, quam aliorum dominorum eiusdem regni sine molestia, vexatione aut exactione aliqua libere et expedite pascua su mere posse”. Inoltre la regina “pro progenitorum quorum rimedio animarum” concesse in perpetuo “super introitibus et redditibus duanae Neapolis uncias duodecim” (Barb. Lat.3247, ff. 24r-24v.)).

Non senza una precisa strategia politica ed economica (che potenziando la struttura economica del monastero gli si assegnava una funzione politica di controllo di una vasta area in cui vi erano fermenti centrifughi e reazionari), Giovanna I (1343 - 1382) aveva concesso al Sagittario tutti i mulini che ricadevano nelle terre monastiche (“Ad eiusdem abbatis Guillelmi de Vineola humilem supplicationem; nec non ob singularem devotionem, qua stringebatur erga sagittariense monasterium, ad honorem et reverentiam Deiparae Virginia ac beati Joannis a Caramola, idem comes Vincislaus espresse prohibuit, ne quis valeret novum molendinum edificare vel vetera reficere in toto territorio di Clarimontis, sine Sagittariensium abbatis, pro tempore existentis, mandato et licentia speciali” (Barb. Lat. 3247, f. 25r.)), e Venceslao Sanseverino altri “duo molendina, quorum unam erat in territorio claromontano, in contrada dicta de Carroso; alterum in territorio Sinisii in loco de Embulo et in contrada de Milioto”, “cum iuribus, rationibus et pertinentiis eorundem, franca, libera et exempta, cum aquis, aquarumque decursibus ac viis, ingressibus et egressibus suis”, con la facoltà che “si praedicta duo molendina vel eorum aliquod, quocumque tempore in aquarum decursibus indigissent refectione, propria authoritate Guillelmus abbas vel successores sui sive eorum officiales nulla venia ab eis petita vel ab haeredibus et successoribus vel officialibus eorundem, possint reficere velde novofacere dictos aquarum dictus et cursus, tam in locis antiquis, quam alibi per totum dictorum oppidorum territorium, quacumque et per loca quacumque habilia eis visa fuissent et opportuna (Barb. Lat. 3247, ff. 24v-25r)”.

Ormai, verso la fine del XIV secolo, l’abbazia del Sagittario, sotto gli auspici dei Sanseverino, aveva realizzato una solida struttura economica, tanto da consentire un potenziamento della mensa e il regolare versamento alla Sede Apostolica (tra il 1399 e il 1444) della tassa del comune servizio. I monaci cistercensi furono i referenti privilegiati di numerosi benefattori: tra questi vi furono i sovrani angioini che trovarono in essi un alleato più sicuro degli infidi baroni, sempre più ribelli, nel controllo delle campagne del regno. Del resto i Cistercensi si mostrarono capaci di attutire le più acute tensioni popolari oltre che abili a far decantare nelle campagne le tensioni e i contrasti tra feudatari e contadini, spesso motivo di saccheggi, devastazioni e furibonda lotte fra centri vicini.

In questa linea politica acquistava pregnanza il privilegio con cui Ladislao, il 22 ottobre 1412, “pro redemptione animae” potenziava il ruolo economico e sociale dei due monasteri della Valle del Sinni (il Sagittario e la neonata fondazione cartesiana di San Nicola in Valle) consentendo che tutto il loro bestiame “pro omnibus et singulis ovibus, castratis, baccis, bobus, domitis et indomitis, porcis, capris et animalibus cuiuscumque generis” fosse esentato dal pagamento dei diritti di gabella in tutto il regno di Sicilia (GIGANTI 1978, pp. 131-135), e che “abbas, priores, fratres et conventus seu gregarii et custodes […] omnium praedictorum animalium” fossero “liberos et immunos” (GIGANTI 1978, pp. 131-135).

Abbazia cistercense di Santa Maria del Sagittario

Le architetture

Unica fondazione cistercense maschile in Basilicata, sorta come fondazione Benedettina, prima, e riformata dai monaci cistercensi di Casamari, poi, denota numerose perplessità per quel che riguarda l’anno di fondazione. Questa abbazia venne soppressa con legge napoleonica il 26 febbraio 1807. Le strutture sarebbero riuscite ad arrivare a noi intatte se solo non si fosse organizzato attorno al Sagittario un recente nucleo abitativo utilizzando il materiale dell’abbazia per fini privati, deturpandone lo stato dei vari corpi di fabbrica.

I fondatori dell’Ordine cistercense avevano fornito importanti indicazioni in tal senso; qualunque spreco inutile di materiali o di denaro andavano rigorosamente evitato.

Di solito la scelta del sito di costruzione è legata alla presenza di acqua corrente, e il monastero è percorso su due lati da due differenti canali di acqua.

Centro dell’abbazia è l’unico chiostro quadrato, intorno al quale si distribuiscono tutti gli ambienti. Sul lato settentrionale, a sinistra, si impostava la chiesa, di regola a tre navate, ma nel nostro caso analizzando la pianta di Firenze, doveva essere ad aula unica con l’aggiunta di un’unica cappella laterale costruita nella porzione settentrionale e dedicata al Beato Giovanni.

Al livello del chiostro, allineata al transetto destro si incontra la sala capitolare, con accanto la scala che portava al piano superiore, interamente occupato dal dormitorio comune dei monaci. Se si considera veritiera la pianta del 1707, nell’abbazia del Sagittario, vi era la presenza di un loggiato parallelo e adiacente alla sala del capitolo, da cui si poteva vedere il centro di Chiaromonte.

Lungo il lato opposto alla chiesa erano organizzate le cucine, la cantina e il refettorio.

L’ultimo lato era riservato ad un ampio magazzino dispensa, guardaroba e ai locali per i conversi. L’ingresso al complesso si conserva nella sua posizione originaria come anche la fontana, ieri come oggi, sgorga ancora nella sua posizione.

Attualmente sono visibili solo pochi ruderi rispetto alla grandiosità del complesso al massimo del suo apice a inizio ‘800: il campanile, la torre di fortificazione ottagonale, parte dell’ingresso in muratura, porzioni di quello che era il refettorio, alcuni lacerti, seppur consistenti, del recinto fortificato lungo il lato est del complesso.

Il campanile, con uno stato di conservazione discreto, è localizzato nell’angolo N-W della chiesa. I paramenti murari sono costruiti con blocchi spaccati, mattoni cotti e rinzeppature in laterizio

Sono ancora evidenti le due cornici marcapiano costruite con materiale lapideo modonato. Elementi rifiniti sono anche gli archi delle aperture ancora presenti, i quali sono costituiti anch’essi da blocchi di arenaria lavorati e modanati.

Lo spessore murario della torre campanaria è notevole, raggiungendo ca. 1 m, con un’altezza complessiva stimabile in ca. 13 m. Tutti e tre i lati presentano incassi per travi e numerose buche pontaie.

Altro corpo di fabbrica superstite e in discreto stato di conservazione è la torre ottagonale posizionata nell’angolo S/E dell’abbazia; questa conserva interamente la copertura con volta ribassata e costruita esclusivamente con lastre di arenaria e la sua originaria planimetria. Tecnica costruttiva e materiali impiegati risultano gli stessi del campanile, come anche gli spessori murari superando il metro circa risultano notevoli. Essendo posta a ridosso di un canale, sfrutta le sue ridotte dimensioni in altezza (m 5) utilizzando il naturale salto di quota offerto dall’orografia stessa del luogo di fondazione.

Il codice Barberiniano Latino 3247, F. 40V-6V

Descrizione del monastero

Grazie al Codice Barberiniano Latino 3247 abbiamo una descrizione alquanto minuziosa di quelle che un tempo erano le fabbriche dell’ormai distrutto monastero di Santa Maria del Sagittario.

“Il sacro tempio della Vergine non supera, in lunghezza, i 75 palmi, in larghezza i 30 ed in altezza i 32. Vi è contigua la chiesetta dedicata a San Giovanni da Caramola che misura 64 palmi di lunghezza, 22 di larghezza e 26 di altezza. In questa chiesa, dall’altra parte dell’altare in una custodia di cristallo, ben custodita e adorna con gusto sia all’interno che all’esterno, si ammira il corpo incorrotto dello stesso beatissimo personaggio di straordinaria soavità e di profumo fragrante; ed insieme è la testa del martire Sant’Apollonio, un braccio di San Cornelio e, inspiegabilmente, parti di altri santi, come il ginocchio di San Zenone martire, le ossa di San Vitale e di San Vincenzo ed anche un ufficio scritto su pergamena della Beata Vergine Maria col quale lo stesso beatissimo Giovani da Caramola era solito rendere omaggio alla Deipara, un pugnale con cui scavava erbe per procurarsi il cibo e si fabbricava canestri quando conduceva vita eremitica, e un anella del laccio delle scarpe; vi è anche un altro altare dedicato a Sant’Antonio di Padova. Nell’ angusto tempio della Vergine, oltre l’altare maggiore dov’è la grande icona dell’Assunzione della Deipara, che dipinse quell’egregio pittore fiorentino Giovan Battista Fusco, nel 1555, ornato da quattro colonne e da altri elementi architettonici, alla base di una colonna posta all’estremità dell’altare c’è la lapide che ricorda la data di fondazione del monastero del Sagittario, del seguente tenore: ‘questo monastero venne fondato nell’ anno 1202’. Il sacello è elegantemente scolpito, colorato ed ornato d’oro; in esso si trova, restaurata, la sacrosanta immagine della Vergine Maria rinvenuta dal cacciatore sagittariense. La storia di questo rinvenimento, prima che fosse eretto il sacello, venne affrescata con vari colori sulla parete a destra del celebrante”.

Scrive ancora il De Lauro: “Grazie all’operosità dei Padri, il Sagittario è completo in ogni sua parte e chiuso dappertutto. Le sue mura, che guardano la difesa (del Sagittario), superano in altezza 32 palmi ed in lunghezza 171, mentre il chiostro è alto 30 palmi e lungo 66. In esso vi sono quattro corridoi: il più grande è fatto di travertino e guarda la porta che è a settentrione; alla destra di chi entra c’è la bottega del falegname. Alla fine di questo primo corridoio vi è la porta grande che trattiene la moltitudine dei laici, quindi il forno, la dispensa del pane, la cucina dov’è una fonte da cui zampilla acqua limpida e fresca e poi si entra nel refettorio attraverso una porta più piccola; questa è fatta in maniera tale da guardare, in linea retta il grande ingresso del monastero. Nell’ altro corridoio del chiostro, alla destra di chi entra, c’è la porta più grande del refettorio sulla cui volta è raffigurato l’albero di San Benedetto, opera non completa del celeberrimo pittore Fabio Nucio; accanto c’è la grande e abbastanza bella dispensa, con due porte, di cui la più piccola comunica col refettorio mentre quella più grande, dalla quale si oltrepassa il corridoio del chiostro, guarda diritto il muro della chiesa.

Nell’altro corridoio, anche a destra, è la piccola porta del carcere dove scontano le pene quelli che hanno commesso dei reati; poi la scala cha porta al dormitorio; seguono i magazzini dove sono custoditi frumento, orzo e lardo per condire i cibi; poi segue il capitolo delle colpe e quindi il locale per la lavorazione del latte.

Ai limiti di questo corridoio, sempre sulla destra, v’è la porticina per la quale si accede al sacro tempio. Ad est s’incontra un altro corridoio del chiostro e per chi entra, ancora sulla destra, c’è il deposito dell’olio e, dopo questo, c’è un altro locale in cui si ammassa l’orzo che quotidianamente viene dato agli animali; e finalmente, l’officina dove il fabbro ferraio custodisce gli arnesi necessari al suo mestiere che però svolge in un altro locale grande situato fuori dal monastero per non turbare i Padri raccolti in preghiera e in contemplazione. Lungo la scala che porta ai dormitori, per chi entra alla sinistra dei dormitori dei Padri, ci sono sette stanzette da letto e, oltre la dispensa, il refettorio; e nella dispensa del pane si trova verso la parte dov’è il congegno per attingere l’acqua; in queste parti abitano l’abate e quattro monaci; quindi c’è un altro brevissimo corridoio che porta alla fonte d’acqua perenne, fresca e salutare, diversa dall’acqua della fonte della cucina, ed anche ai luoghi destinati a tutta la comunità monastica, in cui sono sistemati quindici sedili per la riservatezza e la comodità, dai quali non promana nessun cattivo odore; infatti altra acqua, e in grande abbondanza, scorrendo attraverso quelli, porta via qualunque tipo di escremento; a destra sono ricavate cinque celle a mo di barriera, rivolte a settentrione, non abitate dai Padri né utilizzate come depositi.

E alla destra di chi entra vi sono altri due dormitori contenenti ciascuno cinque stanze: uno guarda il chiostro ad occidente e l’altro ad oriente; il primo destinato ai conversi e agli oblati, il secondo al maestro dei novizi e ai recenti professi, e questi certamente godono di una vista migliore ed ampia rispetto agli altri i quali non sono in grado di spaziare lo sguardo sia per l’ampia difesa del Sagittario, sia per il territorio di Chiaromonte. Dispongono di uno spazio lungo 83 palmi e largo 10, dove il maestro esercita ed istruisce novizi e professi; di qua osservano bene, come da un posto di vedetta, la Valle del Sinni per ventimila passi e, ancor più in lontananza, i centri di Chiaromonte e di Colobraro. Accanto a questo spazio ve n’è un altro più piccolo, lungo e largo 10 palmi, dove d’estate, di tanto in tanto, convengono i Padri per godere l’aleggiar dell’asprezza. Alla fine del corridoio di questi dormitori, c’è la porticina attraverso cui i Sagittariensi scendono al piano della chiesa, davanti all’altare maggiore, madiante sedici gradini. In seguito un terzo corridoio avente sulla destra un’altra porticina attraverso cui l’organista scende in chiesa per raggiungere l’organo situato a destra, all’estremità del coro; alla sinistra quattro camere da letto per gli oblati. Oltre il soffitto del sacro tempio e dei citati dormitori degli oblati s’innalza una sacra torre quadrangolare, avente cacumen peractum rodis quatuor concordantibus ornata. Le citate stanze da letto degli oblati guardano il chiostro a sud. Infine il quarto corridoio dà pure verso il chiostro: alla destra ha due grandi stanze da letto per ospiti e pellegrini, una delle quali ha due finestre a settentrione e a occidente; ed un magazzino grande per preservare dall’umidità il grano ed uno piccolo per gli altri prodotti dei campi, con finestre che guardano ad occidente.

La libreria e l’armadio delle scritture vengono conservati in un locale fuori dalle tre stanze da letto dell’abate claustrale, e così le armi che servono a proteggere la sostanza del monastero dai malintenzionati. I libri vengono distribuiti ai religiosi a seconda delle loro esigenze.

Attraverso una porticina della cucina si accede in un gran cortile, che comunemente è detto vaglium, in cui vengono allevati porci e galline per l’alimentazione dei Padri.

L’edificio è lontano dal monastero un tiro di pietra: esso misura 129 palmi in lunghezza, 27 in larghezza e 30 in altezza. Nella parte inferiore è stata ricavata una grande stalla per i cavalli, i muli e gli asini utili ai Sagittariensi per cavalcare e per il trasporto; nello stesso posto è un altro locale utilizzato dai famigli.

Nella parte superiore, dell’edificio, vi è una grande sala destinata ad accogliere gli ospiti autorevoli, e due stanze da letto di qua e due di là; a settentrione, vi è una fonte d’acqua perenne della stessa qualità di quella della cucina.

Ad un altro tiro di pietra è ubicato il mulino, infatti durante la stagione invernale si semina il frumento per l’alimentazione dei Padri. Nelle Terre di Bollita, Chiaromonte, Sirite, Episcopia, Castelluccio, Laino e Rotondella il Sagittario possiede delle grancie per le quali l’abate e il procuratore sono in lite; mentre nelle terre predette e in altre terre, il monastero possiede altri beni” (Barb. Lat. 3247, ff. 9r, 10r, 10v).

Il codice, conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana (Città del Vaticano) con la segnatura Barb. Lat. 3247, è un manoscritto cartaceo composto di cc. 1+68+1 suddivise in 17 binomi. È opera di un’unica mano; l’inchiostro unico è databile alla prima metà del XVII secolo (alla carta 68 si legge la data “12 iulij anno 1633”).

Il testo si interrompe improvvisamente al foglio 68v con la parola abbates e, cronologicamente, in corrispondenza dell’abbaziato del De Lauro. È probabile che il De Lauro sperava in un successivo e costante aggiornamento dell’elenco degli abati. In base agli argomenti trattati, il codice può essere diviso in tre parti: la prima, riguardante la storia del monastero dalle origini fino ai suoi tempi; la seconda, la cronotassi degli abati (da Palumbo, che fu il I abate, a Hieronimo Bragallito, cioè dal 1200 al 1606); la terza, l’elenco dei priori claustrali con carica triennale e dei priori con carica quadriennale a partire da Silvestro da Grizzo (?/1573) fino a Teodosio Caymo (1623/1627).

Le notizie, invece, si fanno più sicure e dettagliate man mano che ci si avvicina ai suoi tempi: la testimonianza relativa all’articolazione della fabbrica monastica, alle sue dimensioni, agli incendi che rovinarono alcune parti, ai diversi restauri, allo stato dei monaci e agli avvenimenti che determinarono la crisi tra XV e XVI secolo.

Erbario del Sagittario

1. Citiso una specie di trifoglio

2. Dragada forse è la drangontea (dracungulus vulgaris)

3. Cardo che secerne il mastice forse è il lentisco

4. Tragio forse una varietà dell’iperico

5. Dittamo cretese origanum dictamus

6. Camaleonte ibrido forse è la camelea

7. Imperatoria peucedanium ostruthium

8. Rabarbaro rabarbaro

9. Stellaria stellaria

10. Piretro forse è l’anacyclus pyrethrum

11. Nardo celtico valeriana celtica

12. Turbit convolvulus turphetum

13. Anonide Ononus spinosa

14. Peucedamo peucedanum orseolinum

15. Anemone anemone coronaria

16. Mano di Cristo forse è la marruca paliurus spinachristi

17. Paride paris quadrifolia

18. Iperico iperico

19. Sassifraga

20. Garofolaria geum urbanum

21. Dentaria dentaria

22. Valeriana valeriana

23. Pionica peonica officinalis

24. Bistorta

25. Abrotano artemisia abrotanum

26. Lingua di passero melilothus officinalis

27. Agrifugina forse agrifoglio ilex aquifolium

28. Isotopo montano hissopus officinalis

29. Salvia salvia

30. Polipodio della quercia polipodiumm vulgare

31. Capello di Venere adiantum capillus Veneris

32. Sanguinaria forse geranium sanguineum

33. Palma di Cristo o morso del diavolo scabiosa succisa

34. Lunaria botrychium lunaria

35. Lupatoria aconitum lycoctonum

36. Betonica stachyus officinalis

37. Lingua di cervo phyllitis scolopendrium

38. Serpentaria dracunculus vulgaris

39. Angelica angelica

40. Testicolo di volpe varietà di orchidea

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