La follia nell'Orlando Furioso Giuseppe, Andrea, Daniele, Pietro

Movimento circolare "errare errore"

Ogni personaggio citato nell'Orlando Furioso, ma in particolare all'interno del I canto, è alla ricerca di un oggetto o di una persona. Desiderandolo ardentemente, ogni personaggio, maggiore o minore che sia, compie numerose peripezie recandosi in tutte le regioni del mondo per cercare questo oggetto. Questa ricerca sfrenata è chiamata inchiesta, e rappresenta la totale perdita del controllo da parte dei personaggi del poema che non ragionano più secondo gli schemi tradizionali, ma agiscono soltanto in funzione dell'oggetto del desiderio. L'inchiesta inconcludente si traduce in un movimento circolare in quanto non trova mai una soluzione, nessuno raggiunge mai ciò che cerca. L'inseguire vanamente questi oggetti deludenti costituisce per i personaggi uno sviamento materiale o morale, meglio identificabile nella parola "errore". Difatti il viaggio di ogni essere umano viene definito "errare", girare a vuoto: questo sottolinea ancor di più il vagabondare all'interno di uno spazio labirintico, dove quasi sempre l'animo umano sbaglia e si smarrisce.

La pazzia di Orlando

Con l'avvento di Ariosto, invece, si ha un ribaltamento di ruolo di eroe; la figura dell'eroe, fino ad ora considerata pura ed incorruttibile, viene sostituita da quella dell'antieroe feroce, sanguinario e, in questo caso, folle. Impazzire nel romanzo di Ariosto significa varcare il limite umano, scendendo, nel caso di Orlando, al livello della plebaglia. Perciò la pazzia deve essere considerata come il momento supremo della crisi dell'uomo, oltre la quale vi è il ritorno alla vita comune con tutti i suoi pregi e difetti. Di conseguenza l'errore sostanziale di Orlando è stato appunto quello di non aver capito i propri limiti in quanto uomo, ed è proprio nell'atto di varcare questi confini che l'eroe ha abbandonato, smarrendola per amore, la sua razionalità ed umanità, acquistando infelicità, follia e ferocia. La pazzia di Orlando è strettamente legata all'amore tanto da poter affermare che il limite dell'uomo coincida con questo stesso sentimento, facendone indirettamente il tema dominante dell'intera opera.

Il cavaliere, dopo aver vagato per due giorni alla ricerca di Mandricardo, raggiunge una silenziosa e ospitale campagna dove cerca riposo. Proprio in quell'ambiente apparentemente delicato ed accogliente, dove venne consumato l'amore tra Angelica e Medoro, Orlando matura la rivelazione della grande delusione amorosa. L'eroe vede il mondo crollargli addosso, tutte le sue convinzioni e tutti i suoi desideri si infrangono, lasciando un vuoto incolmabile nell'animo del giovane cavaliere. Sebbene consapevole di non essere l'amore di Angelica, Orlando usa frode a se stesso, illudendosi che l'amore della dama sia per lui. Più si inoltra nel viaggio maggiori sono le prove che dimostrano l'amore tra Medoro e Angelica, prove che lentamente fanno perdere ad Orlando ogni residua speranza. Il trovarsi poi sul letto dove Angelica e Medoro hanno consumato il loro amore è la goccia che fa traboccare il vaso.

La pazzia, in questo modo, non è completamente generata dalla sua psiche, bensì dai tanti fattori esterni, ben peggiori dei fatti stessi. Oramai folle, Orlando si aggira nei boschi sradicando alberi e uccidendo innumerevoli contadini accorsi per vedere le clamorose azioni del “cavaliere pazzo”. Ariosto in questo passo del Furioso non vuole far altro che mettere in evidenza la fragilità dell'animo umano di fronte all'amore, forza universale che governa tutto e tutti. L'amore inteso come mezzo per raggiungere la pazzia, può essere considerato allo stesso tempo mezzo per raggiungere la felicità, poiché la felicità e la follia non sono del tutto differenti, ma più somiglianti di quanto chiunque possa pensare.

La follia in Don Chisciotte

Orlando e Don Chisciotte aprono e chiudono un secolo che ha visto il dissolversi della fiducia rinascimentale nelle potenzialità dell’uomo di progettare e trasformare il mondo. Due sono gli elementi macroscopici che legano l’opera di Cervantes al Furioso: la materia cavalleresca e la follia. Questo legame è dichiarato dallo stesso Don Chisciotte che, nel cap. XXVI della prima parte del romanzo, riflettendo su quale possa essere il comportamento migliore per dimostrare al mondo il suo amore per Dulcinea, considera i casi di Orlando e di Amadigi di Gaula. In entrambi la follia si manifesta come rifiuto della realtà circostante; due figure romantiche la cui mancanza di adattamento nei confronti della società è giustificata dalle precarie condizioni mentali: con questi due folli, la letteratura si fa portavoce della crisi e dello smarrimento dell’uomo dell’epoca di fronte a una realtà incontrollabile e inconoscibile.

Le differenze tra questi due capolavori della letteratura mondiale, utili a comprendere meglio entrambe le opere, possono essere individuate attraverso l’analisi della loro relazione rispetto al tema comune della follia.

- La follia di Orlando inizia a metà dell’opera e il paladino segue un percorso che va dalla saggezza alla follia e torna all’equilibrio e all’assennatezza. Il personaggio di Don Chisciotte, invece, s’identifica totalmente con la condizione di pazzia.

- Orlando viene travolto dalla follia suo malgrado; il suo comportamento successivo è segnato dall’assenza di controllo e termina grazie a un intervento esterno. Alonso Quijada sceglie di essere Don Chisciotte, riflette lucidamente su quale forma di follia sia più congeniale al suo scopo e, consapevolmente, ne assume il contegno, così come alla fine guarisce per un’autonoma presa di coscienza e torna a essere Alonso Quijada.

- Cervantes definisce ironicamente il suo personaggio “ingenioso” ovvero scaltro, astuto. Orlando è definito programmaticamente furioso già nel titolo e nel prologo si sottolinea che la sua follia sarà la materia del narrare, ma del paladino conosciamo anche l’aspetto assennato: Orlando è il migliore fintantoché è assennato, diventa moralmente riprovevole da folle quando perde il senso della misura e dell’equilibrio. Nell’opera di Cervantes, Alonso Quijada non è nessuno, mentre Don Chisciotte eccelle proprio nel momento in cui le sue azioni sono smisurate in un mondo che non ne comprende più il senso.

Elogio alla follia di Erasmo da Rotterdam

Erasmo considera la follia come ciò che non è conforme alla ragione, ciò che sfugge alla ragione e che essa non può comprendere, allo stesso modo in cui la descrisse Ariosto solo poche decine di anni dopo. La sostanziale differenza tra i due autori è che in Erasmo la pazzia è lo strumento grazie al quale l'uomo può acquistare la vera conoscenza; l'esperienza è follia (Esperire= uscire di se), senza follia non ci sarebbe vita, società, la vita sociale ha un certo grado di mancanza di ragione. In Ariosto, invece, la follia non ha nulla di divino ne di diabolico, ma fa parte dell'uomo che a volte va oltre il limite della "normale pazzia" e viene trascinato fuori dal sentimento, diventando furioso. Ciò avviene quando l'uomo non accetta di non poter raggiungere l'oggetto del desiderio, non accetta la realtà, insegue mete vane e una felicità illusoria (come accade in Orlando che insegue Angelica senza riuscire a raggiungerla).

La follia in dante

La follia per Dante, uomo medioevale, è quell' errare (nel senso di vagare lontano dalla via che salva) che rappresenta il motivo stesso della dannazione, non c' é dannato che sia salvo dalla follia: furono folli Paolo e Francesca, trascinati dai loro amorosi sensi, lo fu il conte Ugolino che travolto dalla follia della fame divora i suoi stessi figli, lo fu Ulisse che, dopo essere tornato alla sua isola, si rigetta nel mare aperto, inseguendo un folle desiderio di

conoscenza. E' questa bramosia, questa avidità oltre misura, che condanna ai tormenti eterni dell' inferno. La follia per Dante è la trasposizione cristiana dell' Hybris del greco, è uscire dall' armonia misurata delle cose, dalla giusta proporzione su cui è costruito l' universo intero.

Nell' Orlando Furioso per follia s'intende la mancanza di senno; contestualizzato nelle parole dantesche il termine assume un significato totalmente diverso: per Dante, follia è mancanza di fede, perdita della diritta via, l’affidarsi totalmente alla ragione. Quanto detto trova particolare legittimazione nel canto di Ulisse, il XXVI

e volta nostra poppa nel mattino, de’ remi facemmo ali al folle volo, sempre acquistando dal lato mancino

Nello specifico, si parla del “folle” volo di Ulisse. Definito in tal modo perché egli, attraversando le colonne d’Ercole (Stretto di Gibilterra), dimostrò di volersi affidare esclusivamente alla ragione umana, al desiderio insopprimibile di conoscenza (“divenir del mondo esperto“). Il volo è “folle”, quindi, non soltanto perché lancia la nave in un mondo ignoto e “sanza gente“, ma perché con arroganza e presunzione viola una legge precisa che impediva agli esseri mortali di superare tale barriera, desiderio dunque di varcare un’imposizione dettata dall’alto. Ulisse ritiene sufficiente la propria ragione per intraprendere il viaggio che lo conduce, suo malgrado, alla scoperta di una verità che non può essere toccata dalla superbia umana e che resta inattingibile.

La follia in shakespeare

Amleto

Quella di Amleto è invece una finta follia, al contrario della follia di Orlando, causata dalle sue pene d'amore. Rispetto al piano originario, dove Amleto si finge pazzo per mimetizzare i preparativi della vendetta, in Shakespeare la scelta risulta tutt’altro che adatta allo scopo. La pazzia di Amleto è chiassosa, iraconda, offensiva, teatrale, indecifrabile: scatena dunque attorno a lui l’allarme generale. Amleto, oltre alla finzione d’avere perso il senno, utilizza anche un altro espediente dalle forti implicazioni psicologiche per ottenere il suo scopo, ovvero organizza un dramma nel dramma e fa rappresentare da una compagnia di attori la ricostruzione del crimine commesso dallo zio,affinché questi si tradisca con i gesti, mostrando la propria colpevolezza.

In Shakespeare, la follia occupa sempre una posizione estrema, nel senso che essa è senza rimedio. Niente la riporta mai alla verità e alla ragione. La follia, nei suoi vani ragionamenti, non è vanità; il vuoto che la riempie è «un male molto al di là della mia scienza», come dice il medico a proposito di Lady Macbeth; è già la pienezza della morte: una follia che non ha bisogno di medico. La dolce gioia alla fine ritrovata da Ofelia non riconcilia con nessuna felicità; il suo canto insensato è vicino all’essenziale […] (Foucault)

Macbeth

Nell'opera di Shakespeare, Machbeth, la pazzia è uno dei temi fondamentali. In tutta l'opera ricorrono allucinazioni e visioni di ogni tipo, che fungono da monito della complice colpevolezza dei Macbeth, che si macchiano di delitti sempre più atroci. In quest'opera, a differenza dell'Orlando furioso, la follia del protagonista non è data da una delusione amorosa ma da una persistente paura che i delitti commessi portino a delle conseguenze divine.

In tutta l'opera si nota un meccanismo costante: ad ogni morte, accompagnata da un evento sovrannaturale, si assiste a uno sgretolamento dell’equilibrio psichico del protagonista. Il Macbeth può essere letto come il ciclo vitale di un uomo in balia di forze della natura che si illude di controllare, ma da cui finisce per esserne schiacciato mentalmente e fisicamente.

Created By
Pietro Rocci
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