Terenzio

Le scarse notizie sulla vita di Publio Terenzio Afro (190-160 ca a.C.) si ricavano da una biografia scritta da Svetonio, riportata dal grammatico Elio Donato insieme a un prezioso commento alle sue commedie. Originario di Cartagine in Africa, fu condotto a Roma in giovane età come schiavo, con il nome di Afer (Africano), dal senatore Terenzio Lucano, che prima gli dette una buona educazione e poi lo affrancò. Come era consuetudine, assunse il nome dell'ex padrone. Per ingegno e per cultura fu accolto tra il patriziato romano, diventando amico soprattutto di Gaio Lelio e di Scipione l'Emiliano, nel cui circolo si coltivavano gli aspetti più innovativi della cultura filoellenica del tempo, con l'affermazione di quel valore di humanitas che fu poi centrale anche nel mondo poetico del commediografo . Fu messa in dubbio la paternità delle sue commedie, a cui Scipione e Lelio avrebbero largamente collaborato; ma le smentite di Terenzio non furono particolarmente decise, forse perché tali voci risultavano gradite ai potenti protettori. Forse per conoscere meglio gli usi e i costumi della Grecia, vi si recò in viaggio dopo il 160 a. C. e non ne fece più ritorno. I dettagli sulle circostanze della sua morte (annegamento) sono poco credibili: si pensa a un voluto accostamento alla morte per annegamento di Menandro, suo ispiratore.

Terenzio scrisse sei commedie : Andria, Hecyra (la suocera), Heautontimorumenos (il punitore di se stesso), Eunuchus, Phormio e Adelphoe. Centrale nelle opere di Terenzio è il messaggio morale dell'Humanitas, cioè il rispetto dell'uomo nei confronti dei suo simili. Terenzio crea personaggi umani in cui lo spettatore può identificarsi, cercando di approfondire la psicologia di ciascuno.

L' humanitas si sintetizza nel celebre verso dell'Heantontimorumenos: "Homo sum; humani nihil a me alienum puto". "Io sono uomo; e nulla di ciò che è umano ritengo a me estraneo", che doveva colpire profondamente sant'Agostino e che sarebbe stato assunto come emblema dell'atteggiamento interiore del poeta.

Perciò le commedie di Terenzio presentano diversi temi di ordine etico: il conflitto generazionale, considerazioni sui sistemi educativi, considerazioni sulla rigidità delle convenzioni sociali e sul valore fondamentale della sincerità nei rapporti.

I modelli delle commedie di Terenzio sono i commediografi greci della commedia nuova: Menandro, Apollodoro di Caristo e Difilo.

Pur trattandosi dei due più grandi commediografi latini, le differenze tra Plauto e Terenzio riguardano soprattutto il diverso modo di approcciare alla commedia: tanto vivace, dissacrante e a tratti volgare il primo, quanto introspettivo, raffinato ed elegante il secondo; entrambi però hanno contribuito a farne la fortuna: le loro opere infatti sono state il modello di riferimento dei commediografi più importanti di tutta la letteratura, tra i quali Molière, Shakespeare e Goldoni.

Plauto

Considerato il principe romano della risata ‘ante litteram’, Tito Maccio Plauto (250- -184 a.C.) è uno degli autori più importanti della letteratura latina. Fu il primo, insieme a Terenzio e a Nevio, ad occuparsi di un solo genere letterario, la palliata, commedia di argomento greco adattata però al

diverso carattere del pubblico romano. Nelle sue opere infatti mescola occasionalmente gli elementi delle due differenti realtà, creando una comicità travolgente, vivace e particolarmente esilarante.

Le 21 commedie a lui attribuite presentano una trama piuttosto ripetitiva: tutte infatti si basano sulle difficoltà di un giovane innamorato di una fanciulla, spesso una prostituta, che deve vincere le resistenze del padre, o del padrone, contrario al matrimonio. Dopo una serie di equivoci e di litigi, il giovane riesce nell’intento grazie all’aiuto del suo astuto schiavo. Quest’ultimo personaggio, rispetto al modello greco di riferimento, rappresenta la novità più importante delle commedie plautine: spesso al centro dell’intreccio è lui che con le sue trovate vivacizza l’azione e diverte il pubblico.

Tutti gli altri personaggi sono maschere ricorrenti, né greci né romani sono figure astratte e costanti: c’è il senex, il vecchio tradizionalista e avaro, l’adulescens, il giovane innamorato, la meretrix, la cortigiana e il leno, il commerciante di schiavi antagonista dell’adulescens.

.

Terenzio

Autore molto meno prolifico del suo predecessore – le sue commedie infatti sono solo 6 – Terenzio è considerato il commediografo dell’indagine psicologica per eccellenza. Nato a Cartagine nel 185 a.C., giunse come schiavo a Roma; qui, dopo essere stato affrancato, cominciò a dedicarsi al teatro, dimostrando ben presto doti eccellenti. Le sue commedie però non furono apprezzate subito dal pubblico romano, ancora troppo ‘affezionato’ alla vivacità del suo predecessore Plauto.

Come plauto anche Terenzio utilizza come modello le opere greche, in particolare la commedia nuova attica di argomento comico e con un finale lieto, dove l’intreccio è costruito sulla satira dei costumi e dei personaggi contemporanei e la narrazione è ricca di casi divertenti e di colpi di scena.

Tuttavia, pur attingendo dagli stessi modelli, Plauto e Terenzio si differenziano per stile, linguaggio e diverso significato che attribuiscono ai temi delle loro commedie.

Mentre per Plauto l’interesse principale era quello di suscitare, con battute esilaranti e spesso piuttosto spinte, le risate del pubblico, Terenzio con le sue commedie invitava lo spettatore a riflettere sulle grandi questioni morali che riguardano l’uomo.

Nelle commedie terenziane, si affrontano argomenti difficili e molto più profondi rispetto alle tematiche plautine, come i rapporti familiari, il matrimonio, la condizione della donna e l’educazione dei giovani. Anche i personaggi, pur essendo simili, presentano delle caratteristiche diverse: mentre Plauto concede ampio spazio a figure buffe e caricaturali come il servo e il parassita, Terenzio preferisce analizzare psicologicamente le figure familiari come il padre o il figlio, mettendo in secondo piano l’intento comico, presente in maniera più sobria e raffinata.

Rispetto a quello plautino, quindi, il teatro di Terenzio è molto più colto e raffinato, così come la lingua che, elegante e priva della volgarità plautina, riproduce il linguaggio dei cittadini di buona educazione. In Plauto, invece, lo stile linguistico è molto basso: ricco di arcaismi, neologismi, metafore e giochi di parole, riprende soprattutto il sermo familiaris.

L’ultima, ma non meno importante, differenza tra i due grandi commediografi latini, riguarda il prologo delle loro commedie: mentre in Plauto è di carattere espositivo poiché racconta esclusivamente l’antefatto della storia, Terenzio lo utilizza per rispondere polemicamente alle accuse o per parlare del suo modo di far poesia. Al contrario di Plauto che spiegava la trama cosicché il pubblico potesse seguirne l’intreccio, Terenzio preferiva svelare gradualmente la verità, attraverso gli equivoci e gli errori che costituivano l’azione delle sue commedie.

A causa delle numerose critiche che gli venivano rivolte e dello scarsissimo successo che otteneva con le sue commedie, Terenzio usa invece il prologo per difendersi dai critici malevoli e per giustificare le proprie scelte drammaturgiche.

Ciò che gli veniva rinfacciato soprattutto era di servirsi della contaminatio, di copiare commedie latine di altri autori, di essere poco vivace e coinvolgente nello stile e di non essere il vero autore delle sue opere, ma solo un prestanome di uomini illustri.

I prologhi
HECYRA

L’Hecyra ha due prologhi, all’interno dei quali le tematiche principali sono:

1. Insuccesso della prima rappresentazione (il pubblico se ne andò per uno spettacolo di funamboli);

2. Cenno alla prima volta – Preghiera al pubblico di ascoltare benevolmente la commedia.

Durante le prime due rappresentazioni dell’Hècyra il pubblico dopo le prime scene abbandonò il teatro: durante la prima gli spettatori erano fuggiti dopo aver avuto notizia di uno spettacolo di funamboli, la seconda per uno di gladiatori. Nel secondo prologo, scritto per la terza rappresentazione, Terenzio ricorda questi insuccessi supplicando però il pubblico di offrirgli un’ultima possibilità stando attento e in silenzio

Adelphoe

Nel Prologo degli Adelphoe Terenzio fa emergere le accuse di plagio “furtum” e quella di avere ricevuto l’aiuto da parte degli “homines nobiles” per la stesura della commedia.

Il prologo inizia con il poeta che prende coscienza del fatto che la gente sia prevenuta nei confronti delle sue opere. Per quanto riguarda l’accusa di plagio, Terenzio dichiara di non avere copiato dai Commorientes di plauto ma di essersi ispirato direttamente alla fonte greca ; dichiara però che la scena che lo accusano di aver copiato è una parte dell’originale che Plauto aveva tagliato; perciò il suo non gli pare un furto: “Giudicate attentamente se questo vi pare un furto o la ripresa di una scena tralasciata”. La seconda accusa riguarda alcune dicerie che vorrebbero Terenzio prestanome per le commedie, che sarebbero state scritte in realtà da alcune sue conoscenze aristocratiche. Ma Terenzio non si difende da quest’accusa, anzi afferma che per lui si tratta di un onore, in quanto può vantare l’amicizia e la stima di persone di rango molto elevato che tutti stimano. Il prologo si conclude con l’invito rivolto al pubblico a non aspettarsi un prologo tradizionale; infatti la trama verrà illustrata a grandi linee solo in poche battute. L’ultimo invito è ad essere benevoli con l’autore in modo da accrescere in lui il desiderio di scrivere ancora.

Report Abuse

If you feel that this video content violates the Adobe Terms of Use, you may report this content by filling out this quick form.

To report a Copyright Violation, please follow Section 17 in the Terms of Use.