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Consapevolezza corporea nella seduta individuale - Integrazione del Metodo delle catene muscolari G.D.S. e del Metodo Feldenkrais1 Anne Laure Gardeux: Fisioterapista Specializzata nel Metodo delle catene muscolari ed articolari G.D.S. Insegnante del Metodo Feldenkrais Delegata dell’associazione A.P.G.D.S. in Italia

Questo articolo è stato scritto per la rivista “Accordages” dell’A.P.G.D.S. France (Association internationale des Praticiens de la Méthode GDS) e pubblicato en 2016, numéro 5. www.apgds.com

Autore: Anne Laure Gardeux, Fisioterapista, Specializzata nel Metodo delle catene muscolari ed articolari G.D.S., Insegnante del Metodo Feldenkrais, Delegata dell’associazione A.P.G.D.S. in Italia

L'interesse per la percezione corporea nella sua complessità, il desiderio di aiutare i miei pazienti a muoversi meglio ed ad acquisire la consapevolezza del proprio corpo: ecco i fondamenti della mia pratica di fisioterapista. Esercito la libera professione da ormai 30 anni, sia in sedute individuali che di gruppo, nell’ambito della reumatologia, dell’ortopedia e della neurologia. Aiutare la persona a “ri-sintonizzarsi” sulla globalità del proprio corpo e su se stessa in generale, è una bella sfida ma anche una scommessa difficile.

La seduta individuale può essere per il paziente il luogo di una prima riflessione sul proprio corpo. Questa è infatti un’ottima occasione per iniziare un percorso che conduca gradualmente alla scoperta della propria postura e del proprio modo di muoversi. Uno dei vantaggi rispetto alle sedute di gruppo, per il paziente, è senz’altro la possibilità di essere toccato dal terapeuta.

Durante le sedute, noi fisioterapisti, ci troviamo spesso di fronte alla mancanza di percezionecorporea da parte dei nostri pazienti, mentre essa è una condizione necessaria, e allo stesso tempo uno degli obiettivi principali, di tutti metodi di rieducazione o educazione attraverso il movimento che possono rientrare nel giusto significato etimologico di “kinésithérapie”2. Affinare le proprie sensazioni corporee è un processo impegnativo ed è importante considerare che ogni persona è diversa rispetto alla percezione di se stessa. Solo alcune persone, infatti, riescono a entrare facilmente in contatto con le loro sensazioni. Come affrontare questo problema nelle sedute individuali? Quali strumenti pratici utilizzare e a quali riflessioni teoriche ispirarsi?

In questo approccio, la consapevolezza corporea del terapeuta è un punto cruciale, poiché per aiutare le persone a muoversi meglio e ad organizzare più efficacemente i propri gesti, è indispensabile avere prima di tutto sperimentato questo tipo di lavoro su di sé, in modo sempre più approfondito. Godelieve Denys-Struyf, a proposito dell’azione del terapeuta, diceva: “Sono un’onda che ha la forma di un corpo costruito ed è questo che si trasmette nelle mie mani oltre alla tecnica”.

Quest’articolo è l’occasione per definire a grandi linee il mio approccio fisioterapeutico: sintesi personale tra il metodo delle catene muscolari GDS, il metodo Feldenkrais e alcuni metodi di ginnastica dolce (Ehrenfried, Gindler). Vorrei condividere il mio punto di vista sul modo di integrare questi metodi tra di loro, collegandoli attraverso un filo conduttore coerente. La mia iniziale formazione di psicomotricista mi ha fornito gli strumenti teorici di base del mio mestiere, permettendomi di comprenderlo nella sua globalità e nella visione dell'unità psicosomatica. In questa prospettiva, l’incontro con il metodo GDS è stato decisivo nel mio percorso professionale. Integrandolo con altri metodi, in particolare quello Feldenkrais, è progressivamente emersa una riflessione sul mio modo di lavorare, nel quale il metodo delle catene muscolari ed articolari è un elemento essenziale.

Questi due metodi si riferiscono entrambi all’organizzazione del movimento e del gesto, ma si sviluppano con modalità diverse: un’educazione somatica (una pedagogia del movimento) nel caso del metodo Feldenkrais3 e un’approccio biomeccanico e comportamentale di fisioterapia per quanto riguarda il metodo GDS4.

Senza definire, in questa occasione, i suddetti metodi, metto a confronto due casi, dando un esempio della mia pratica quotidiana. Come si può costruire, nell’incontro particolare ed unico con ognuno dei nostri pazienti, una cura “qui e ora”? Le strategie elaborate sono guidate dall’analisi della postura, specifica del metodo GDS e dagli strumenti di riflessioni che da essa derivano.

Porre l’agire del paziente al centro del lavoro, aiutarlo a ritrovare il piacere del movimento e a familiarizzare con i propri appoggi

La signora S., 68 anni, è un’impiegata di ufficio in pensione. La paziente è stata molto sportiva da giovane. Una decina di anni fa ha prestato opera di volontariato in ospedale con persone non autosufficienti, sollecitando la sua colonna vertebrale fino ad avere dolore alla schiena. È stata operata quattro volte alla colonna vertebrale a livello lombare tra il 2011 e il 2012. La paziente prosegue tuttora numerose attività associative e sociali: è una persona dinamica, aperta verso gli altri e volenterosa.

Si lamenta di dolori cronici lombari molto invalidanti, nonché di un fastidio alle gambe, che descrive “di piombo”, con numerosi crampi notturni. Questi problemi le rendono i gesti della vita quotidiana, come girarsi nel letto, alzarsi dalla sedia, scendere le scale, camminare, molto spiacevoli e difficili. Ha effettuato numerose sedute di fisioterapia in centri di cura, e più recentemente ha provato la rieducazione in piscina ottenendo scarsi risultati. La signora S. è psicologicamente traumatizzata dai suoi interventi chirurgici. Nella terapia scelgo di cominciare con un approccio globale dei suoi gesti in relazione alle sue difficoltà quotidiane: cerco di fare emergere la presa di coscienza del suo agire, nei suoi movimenti e nella sua postura.

Durante il colloquio, riesco ad effettuare un primo bilancio posturale: la paziente si tiene eretta sul suo asse, senza curvatura lombare, le sue ginocchia sono in iper-estensione, le dita dei suoi piedi sono contratte e a mala pena poggiate a terra. La sua tipologia nell’analisi posturale GDS è un’associazione PM (catene muscolari postero-mediane) e PL (catene muscolari postero-laterali) con alcuni elementi di PA (catene muscolari postero-anteriori).

Dal lavoro sotto carico ad un “lasciare andare” (“lâcher-prise”) senza carico

Osservo che cammina claudicando, il passo è un po’ rigido ma dinamico: questo sarà il punto di partenza per entrare immediatamente nel vivo del trattamento. La paziente non usa le dita dei piedi, non srotola il suo passo, sembra che cammini “sulle uova”. Le propongo di rivolgere la sua attenzione alle dita e all’appoggio dei piedi durante il cammino. È molto importante che lei ritrovi la funzionalità del passo posteriore (con la spinta sulle dita dei piedi), cioè che associ lo spostamento del corpo in avanti all’appoggio delle dita del piede posteriore, in particolare dell’alluce (ancoraggio AM).

S. ama molto muoversi, e rendersi conto che determinati movimenti sono nuovamente accessibili e che può eseguirli senza provare dolore è incoraggiante. Scopriamo insieme le posizioni di lavoro possibili, sulle quali ritorneremo durante le prime sedute: in piedi, seduta, in quadrupedia e infine sdraiata.

In piedi

Per migliorare la comodità di questa posizione bisogna sviluppare la consapevolezza degli appoggi plantari e ritrovare un’adattabilità dei movimenti in tutte le direzioni dello spazio.

Ecco di seguito qualche esempio :

  • Risveglio della motricità delle dita dei piedi, in particolare delle articolazioni metatarso-falangee.
  • Rimbalzo ritmato rapido (rilancio della dinamica PA-AP): sbloccando le ginocchia, flessione alternata delle caviglie partendo dalla flessione delle ginocchia e delle anche.
  • Scoperta degli appoggi plantari differenziati, giocando su lievissimi trasferimenti di appoggio dell’insieme del corpo, in avanti, indietro, a destra, a sinistra.
  • Aumento dell’appoggio sul bordo interno o sul bordo esterno dei piedi in un’alternanza ritmata, partendo direttamente dal movimento delle caviglie.

Queste esplorazioni si effettuano sotto forma di piccoli “flash” di movimento per stuzzicare le sensazioni e poi tornarci, durante le sedute successive, in modo più approfondito.

Seduta sullo sgabello

Scoperta dell’appoggio sull’ischio:

  • Grazie al contatto della mano direttamente sull’osso (rilasciando il peso del bacino sulla mano posta sotto il gluteo).
  • Con il movimento, oscillando leggermente l’insieme del tronco in avanti poi indietro, verso destra e verso sinistra sugli ischi.

Queste due esperienze risvegliano l’appoggio dei nostri “sitting bones”, letteralmente “ossa per sedersi” e sviluppano la consapevolezza del bacino come base, ancoraggio per l’asse vertebrale.

In seguito lavoreremo il passaggio dalla posizione seduta alla posizione in piedi, prendendo coscienza del fatto che il trasferimento del peso del tronco sui piedi, contemporaneamente alla flessione della coxo-femorale è fondamentale per organizzare il gesto ed alzarsi senza sforzi per la schiena.

In quadrupedia

Nella progressione adatta ad S., esploriamo diverse variazioni del movimento detto “del gatto”. Come per qualsiasi movimento, l’esperienza sensoriale, guidata verbalmente e diversificata, favorisce l’apprendimento. Occorre giocare in modo preciso sui contrasti tra i movimenti sincroni o asincroni delle due estremità della colonna vertebrale che sono la testa ed il bacino.

  • Andare indietro verso i talloni guardando verso il pube, poi tornare in appoggio sulle le mani con lo sguardo in avanti. Questo movimento globale coinvolge tutto il tronco nell’allungamento. L’alternanza degli appoggi prepara questa posizione di base e la rende più accessibile.
  • Utilizzare le braccia e le cosce come pilastri e cominciare ad arrotondare la schiena (verso il soffitto) e ad inarcarla (verso il pavimento), poi progressivamente integrare le due estremità della colonna vertebrale (bacino e testa) nel movimento. Questa scelta permette di non fare, inizialmente, del bacino il motore del movimento per poi coinvolgerlo successivamente.
  • In un terzo momento, invece, partire dal movimento del bacino e, vertebra dopo vertebra, srotolare il movimento fino alla testa (sinusoide). Questo movimento richiede una maggiore differenziazione articolare e sarà sviluppato nelle sedute successive.

In modo sorprendente S. realizza questi movimenti senza dolore e prova piacere nell’esplorazione e nella scoperta delle possibilità del suo bacino e dell’insieme della sua colonna.

A questo punto accompagno la sua esplorazione, ponendo i palmi delle mani o un dito dietro il bacino, sulle creste, sulle fosse iliache, infine sul sacro. Si potrebbe continuare in seguito

sulla regione lombare, sull’addome, sul T8 che andrà il più possibile indietro, sul C7-T1, sullo sterno, l’occipite, ecc... Sono mani che ascoltano e svelano un’alternarsi di posizioni di apertura verso l’avanti nel movimento di estensione e verso l’indietro nel movimento di flessione della colonna. Il tocco, testimone della sua propria azione, agisce come un amplificatore sensoriale, non è invasivo, è rispettoso, ed è sopratutto preciso. La quadrupedia è una posizione mista: la colonna vertebrale non è sotto carico, al contrario degli arti che sopportano tutto il peso del corpo. Questa trasmissione del peso attraverso i femori e gli arti superiori è un’esperienza di distribuzione del peso del corpo molto inusuale, ma strutturante per le cinture scapolari e pelviche, che ricevono informazioni dagli appoggi

articolari molto diverse dall’abituale. Inoltre, la colonna vertebrale si ritrova ad essere un

“ponte sospeso” tra le due cinture portanti (come sviluppato da B. Valentin). Le vertebre sono

di conseguenza più libere nei loro movimenti, ed è quindi una bella posizione per svegliare la

coscienza del volume della colonna all’interno del tronco.

La posizione sdraiata

Inizialmente non scelgo per lei la posizione sdraiata sulla schiena a causa di un dolore di appoggio al livello dell’iliaco destro. Le propongo di sdraiarsi sul fianco più comodo e questo corrisponde alla sua posizione di riposo abituale. La paziente si posiziona in decubito laterale destro con le gambe piegate in avanti e le due braccia allungate davanti a lei, con i palmi delle mani sovrapposti. Questo sarà il primo lavoro possibile senza nessun carico di peso del corpo e favorirà una distensione più profonda.

  • S. sperimenta il rotolamento sul suo lato destro, indotto dallo scivolamento della mano sinistra in avanti, poi indietro. Il movimento guidato è facile, gradevole ed innesca uno spostamento della spalla, della scapola sinistra, che induce anche una rotazione passiva della colonna vertebrale, insieme ad un rotolamento sul lato destro che è in appoggio. L’attenzione viene gradualmente portata all’eco che questo movimento provoca sulla testa e sul bacino. S. scopre che la sua testa può seguire il movimento del braccio, rotolando come una palla e che in questo modo il movimento è più facile. Poi diventerà consapevole della trasmissione del movimento fino al bacino e al ginocchio sinistro.
  • S. può così muoversi senza dolore. Il valore di questa sequenza Feldenkrais è che risvegliando il movimento di rotazione della parte scapolo-toracica, aumenta la percezione dei legami tra l’insieme della colonna vertebrale, la testa e il bacino, lavorando su quest’ultimo sempre a distanza. Numerose variazioni di movimento sono possibili e, a seconda del punto di partenza, si scoprono diverse combinazioni del gesto.
  • Alla fine della seconda seduta, la posizione sdraiata è resa accessibile con un pouf rettangolare, posto sotto le gambe per un massaggio e per la mobilizzazione dei piedi. Il massaggio, sebbene doloroso è tuttavia ben tollerato da S., ha un effetto di rilassamento generale sulle sue gambe, e mi permette di apprezzare le tensioni muscolari delle dita dei suoi piedi.

Le percezioni e le scoperte determinate da queste esplorazioni richiedono del tempo per essere integrate nel vissuto quotidiano della paziente e nella sua immagine di sé: questa è la sfida maggiore della terapia ed è il filo conduttore delle prime sedute, sul quale siamo tornate durante tutto il trattamento.

Risultati

Sin dalle prime sedute, la paziente sta molto meglio e ritrova un’autonomia di movimento nei cambiamenti di posizione. In particolare, si sente molto più libera nelle gambe, è più comoda da seduta e dorme meglio. Sono anche sorpresa dalla rapidità di questo miglioramento perché riconosco che obiettivamente non ha potuto cambiare il proprio funzionamento, né la propria struttura, in un tempo così breve. Allora, cosa è successo? Ha riacquistato fiducia in se stessa.

Spunti di riflessione

Prendere distanza dalla patologia del paziente, soprattutto se è cronica

Questo vale sia per il terapeuta che per il paziente, anche se è non è sempre facile che avvenga. Nel caso di S., il fastidio funzionale è molto importante e lei è consapevole dei limiti del trattamento, spera soltanto di stare meglio. Il mio punto di partenza è stato di aiutarla a sviluppare la consapevolezza dell’insieme del suo corpo, cioè lavorare sulla sua unità funzionale. Rimanere focalizzata sul dolore non sarebbe servito a nulla, avrebbe soltanto significato mantenerla in una visione frammentata di se stessa, in particolare di una regione lombare malata. Gli interventi chirurgici e i vari trattamenti di fisiochinesiterapia segmentaria hanno segnato il suo vissuto mentre un elemento fondamentale della terapia fatta con me è stato il cambiamento del punto di vista su se stessa, per permetterle di ritrovare fiducia nelle sue possibilità di movimento, nei suoi gesti. Un momento cruciale è quello durante il quale il fisioterapista si pone come terapeuta, proponendo un punto di vista da cui partire per elaborare una strategia di trattamento intesa come “piste” da esplorare. Non bisogna pretendere di curare una persona ma più umilmente di affiancarla del trattamento (Siamo dei “passeurs” – traghettatori - dice Alain d’Ursel).

Mettere il paziente al centro del lavoro nell’agire

S. ha un comportamento PM (volontario, attivo) e PL estroverso, è allegra negli scambi e chiacchierona, quindi è necessario cominciare immediatamente con il trattamento con delle esplorazioni attive, assumendo però io, in un primo momento, il ruolo di colei che dirige, per limitare la sua tendenza alla logorrea. Lei sta al gioco: è diventata disponibile durante le esplorazioni, più consapevole dei suoi gesti e movimenti, più presente nel suo agire.

Comprendo che la relazione che si è stabilita tra di noi è totalmente diversa da quella che lei ha vissuto nelle cure precedenti: questo rende efficace il lavoro. Accompagnandola nelle sue esperienze, sia verbalmente che con il tocco, mantengo la sua attenzione sull'ascolto delle proprie percezioni corporee. In questo modo lei diventa disponibile verso se stessa. Nelle catene muscolari questo richiama l’AP: a livello comportamentale è il dialogo, l’adattabilità.

Una strategia di diversificazione delle esplorazioni propriocettive per abbordare l’unità funzionale globale

In particolare, sia utilizzando posizioni di lavoro in cui il rapporto con la gravità è ogni volta diverso (in piedi, seduta, in quadrupedia, sdraiata) e sia sperimentando diversi spostamenti sui suoi appoggi, la paziente ha potuto raggiungere una migliore consapevolezza corporea. La proposta di situazioni e movimenti inusuali ha sollecito la percezione e favorito l’ascolto di se stessa.

Se c’è dolore, l’accesso sensoriale a un possibile ascolto di sé è compromesso

Cercare le posizioni di lavoro che non diano dolore e proporre movimenti che facciano star bene è indispensabile. Nel linguaggio delle catene muscolari, questo è in risonanza con l’AM. Ecco perché ho scelto una progressione nel trattamento con S.: dalle posizioni sotto carico, inizialmente maggiormente accessibili, verso quelle senza carico.

L’empatia e l’ascolto AM del terapeuta contribuiscono all’ascolto di sé e permettono progressivamente di abbordare il tocco a distanza della zona dolorosa.

Questo si otterrà con un massaggio dei piedi e con il “tocco induttore” del movimento, durante il lavoro in quadrupedia e durante il lavoro in decubito laterale.

In questo trattamento, abbiamo favorito la strutturazione del gesto tramite la strategia dell’onda. Partendo dalla sua espressione comportamentale PM / PL e stimolando l’AP, la paziente è stata portata di più verso AM.

Poggiarsi, imparare ad appoggiare la schiena e riposarsi

La Signora G., 57 anni, è madre di famiglia ed è molto attiva fisicamente nella sua vita quotidiana: accudisce dei bambini e fa giardinaggio. La paziente soffre di lombalgie e sciatalgie frequenti, principalmente a sinistra e soprattutto in piedi: teme di bloccarsi. Fino ad ora ha preso antinfiammatori, ma è consapevole di non “poter andar avanti così” ed esprime chiaramente il desiderio di essere aiutata. Non ha mai fatto fisioterapia. Inoltre, negli ultimi due anni, ha avuto problemi ginecologici, recentemente risolti. È una persona tranquilla, ma un po’ sulla difensiva e mi sembra ansiosa e stanca.

La radiologia mostra segni di disco-artrosi su tutta la colonna lombare, due protrusioni discali L3/L4/L5, una riduzione della curva fisiologica lombare ed un sacro arcuato, con un coccige a forma di amo.

Con il metodo di osservazione GDS di profilo (detto “il flash”), si osserva una posizione del tronco all’indietro rispetto alla linea di riferimento (AM): le ginocchia sono flesse. La sua postura è globalmente compressa sull’asse (AL), e ci sono anche degli elementi di chiusura al livello della cintura scapolare. Inoltre la sua silhouette è gracile. La paziente sembra come appoggiata sulle sue vertebre lombari e non è visibile una linea di forza che esprima la trasmissione del peso del corpo dal bacino verso i piedi, nonostante la flessione delle ginocchia. D’altronde, non percepisce chiaramente l’appoggio dei piedi. Sembra mancare sia di asse (PA) che di rimbalzo (AP). La tipologia è AM/AL, con elementi di PM “acquisiti”, cioè inseriti nel tempo nel suo funzionamento corporeo. Quand’è in piedi, l’esercizio di srotolamento della colonna in avanti è appena accennato, la tensione dei muscoli lombari è molto netta, il bacino ha un atteggiamento antalgico.

Equilibrare il bacino

É una persona con una lombalgia acuta, che prova dolore a stare in piedi e che non sta bene con il proprio bacino. Un lavoro nelle posizioni senza carico della colonna vertebrale, che abbassi il suo tono muscolare, s’impone per equilibrare le catene muscolari tra di loro a livello del bacino.

Senza scendere nei dettagli delle tecniche GDS che sono gli “accordages” muscolari e le isometriche5, vorrei sottolineare l’interesse della consapevolezza corporea perchécomplementare al lavoro biomeccanico.

Posizione prona

In questa posizione, vincolante per le spalle e per la nuca, è importante assicurarsi che G. stia comoda. Adatterò regolarmente la posizione delle braccia e della testa: girata per favorire la distensione dei muscoli para-vertebrali oppure mantenuta nell’asse per tenere conto della sua influenza sulla posizione del bacino.

La palpazione dei punti di riferimento ossei, la percezione dei micro-movimenti degli iliaci, del sacro e gli accordages muscolari sono tutti stimoli che G. percepisce e che l’aiutano ad avere un’immagine più completa del suo bacino. Oltre a comunicare con lei attraverso il tocco preciso, che fornisce concrete informazioni, rispondendo alle domande di G., mi capita di nominare le ossa, le articolazioni e i muscoli sollecitati durante le sedute.

Durante gli “accordages” nella posizione prona, cominciamo un lavoro di respirazione che favorisce la consapevolezza dei suoi appoggi sul davanti del corpo. In effetti, l’attenzione del paziente è spesso, al pari della nostra, focalizzata sulle manovre posteriori e quindi il lavoro che il terapista fa per aiutarlo a connettersi con se stesso in modo globale è complementare al lavoro manuale del terapista sul bacino. Durante l’inspirazione l’appoggio sull’addome e sulla parte anteriore delle costole aumenta, rendendo molto percettibile l’influenza del movimento del diaframma sulla colonna vertebrale. Questa si de-lordosizza durante l’inspirazione e si ri-lordosizza durante l’espirazione. Poiché il tavolo fornisce un appoggio sul davanti, la respirazione fa muovere delicatamente nell'alternanza, la colonna lombare permettendo l’apertura posteriore della gabbia toracica. In questo modo viene sollecitata la consapevolezza del volume del tronco, che permette di stabilire un dialogo tra davanti e dietro.

Supina, con le gambe allungate

Il punto di partenza del lavoro in questa posizione è porre delle domande a G. sui propri appoggi a terra. Come sono distribuiti? Sta bene? E comoda ? Osservo che ha la schiena inarcata, poco appoggiata sul bacino (PM), gli arti inferiori sono in rotazione interna ed il suo torace è chiuso (AL). Queste impronte fisse (linguaggio inciso) confermano la prevalenza dell'espressione delle catene muscolari AL e PM nel suo schema corporeo. È quindi prioritario migliorare gli appoggi per proseguire nel trattamento.

Per questo, utilizzo un pouf rettangolare su cui poggiare le sue gambe (dai polpacci ai talloni) affinché siano sollevate. Bisogna badare a posizionare la T8 in cifosi, eventualmente con l’aiuto di un cuscino sotto la testa. Quest’appoggio, che sostiene le gambe, è molto comodo perché G. non deve più impegnarsi a tenerle. Con le anche flesse a circa 45°, il bacino si posiziona indietro dando un appoggio lombare spontaneo per la paziente. Dato che la superficie di contatto è aumentata sulla parte posteriore del corpo, gli appoggi risultano meglio distribuiti tra di loro e la distensione viene percepita quasi immediatamente. G. apprezza molto il riposo consentito da questa posizione e la sua respirazione diventa più libera. In questa posizione comoda, proseguo il lavoro di accordages sulla parte anteriore del corpo.

Posizione supina con gambe flesse e piedi in appoggio

Considerato che la paziente ha preso confidenza con l’appoggio della schiena, il trattamento si orienta verso un lavoro più attivo dove G. prenderà consapevolezza dei cambiamenti d'appoggio sul pavimento dei suoi piedi, del suo bacino, della sua schiena attraverso il movimento. La metto così in situazione di interazione con i propri appoggi.

Piegare le ginocchia verso il petto

Comincio con un gesto molto semplice e conosciuto: le chiedo di portare un ginocchio alla volta al petto, prima l'uno poi l’altro, per arrivare alla posizione delle due ginocchia sulla pancia, per poi riportare a terra i piedi uno per volta. Questa sequenza mette in gioco,

partendo della flessione del femore sugli iliaci, dei movimenti indotti e coordinati di retroversione del bacino e di flessione della colonna lombare. Sollevare e riappoggiare la pianta dei piedi alternativamente favorisce la trasmissione del peso del corpo dal basso verso l’alto e all’indietro, poi al ritorno dall’alto verso il basso e in avanti. Così la paziente riesce a trovare facilmente un appoggio ampio e comodo sulla schiena imparando ugualmente a differenziare il movimento di ogni coxo-femorale.

Il basculamento del bacino

La paziente impara il movimento ritmato di rotolamento del bacino, indietro ed in avanti, senza sforzi. Questo movimento richiede più differenziazioni, poiché sono le ossa iliache a muoversi rispetto ai femori. Le faccio osservare un modello di bacino intero per aiutarla a visualizzare la forma convessa sulla quale rotola continuamente ed accompagno il

movimento con le mie mani, precisando verbalmente durante il lavoro, le direzioni. In effetti, trattandosi di un volume, l’orientamento è complesso. Tutto dipende dalla parte del corpo su cui si pone l'attenzione: sacro, coccige, pube, inguine, parte inferiore della schiena, creste iliache. È necessario variare i punti di vista per dare alla persona la possibilità di trovare la parte che funziona meglio in lei, aiutarla a scoprire la buona chiave del movimento e quindi ottenere una qualità di esplorazione rinnovata e non stereotipata. A poco a poco, G. prende confidenza con il movimento che risultava inizialmente molto difficile, migliorandone la qualità fino a renderlo piacevole e molto più fluido.

L’onda

Sempre proseguendo questi movimenti di rotolamento di cui il bacino è motore, l’attenzione è progressivamente spostata al movimento indotto in tutta la colonna vertebrale fino alla testa che bascula insieme al bacino. Questi cambiamenti di appoggi percepiti nell’alternanza dell’onda, dal basso verso l’alto e viceversa, coinvolgono tutta la catena articolare del tronco. Infine la percezione del respiro, libero o coordinato con il movimento, completerà l'onda.

Con una pallina sotto il sacro

Questa esplorazione permette di diversificare le sensazioni propriocettive a livello del sacro e di percepirlo bene mentre rilascia il suo peso sull’elasticità della pallina. Questo ha favorito l’ancoraggio del sacro tra le iliache ed è stato proposto solamente quando il bacino di G. è diventato meno dolorante.

Sulla schiena, con le gambe allungate

Questa valutazione, ripetuta più volte come test per integrare i cambiamenti, conferma che appoggi e confort sono migliorati. Il trattamento renderà necessarie delle variazioni nei movimenti del bacino, in altre direzioni e posizioni, sulle quali non mi soffermerò ora.

Risvegliare l’asse

È fondamentale far evolvere il trattamento verso le posizioni sotto carico:

Seduta

Innanzitutto è necessario prendere consapevolezza dei propri ischi, per liberarsi delle tensioni eccessive delle spalle e per ristabilire l’appoggio della cintura scapolare sul bacino. Si proseguirà quindi con il movimento dell’onda (AP) della colonna vertebrale che permette di risvegliare la consapevolezza dell’asse (PA) al livello cervicale e stimola la lordosi lombare.

In piedi

Mimare le diverse attitudini corporee (AM, PA, PM) che si esprimono sull’asse verticale sensibilizza G. alle differenti organizzazioni posturali possibili. Lo stimolo (PA-AP) dei quadricipiti ottenuto con un movimento di rimbalzo ritmico è importante nel caso di G. La paziente rilancia una dinamica a partire dagli arti inferiori e attiva la consapevolezza del suo asse vertebrale (aforisma di F. Mézières “Non esiste un buon portamento della testa senza buoni quadricipiti”).

A casa

Sin dalla prima seduta, e per renderla protagonista del percorso intrapreso insieme, la paziente ed io ci mettiamo d’accordo sul fatto che lei si prenderà un momento di riposo durante la giornata, per poggiare la schiena a terra (utilizzando il divano come appoggio per le gambe), per percepire i propri appoggi e per fare qualche movimenti. La paziente esprime ansia all’idea di sbagliare o di farsi male facendo movimenti errati, quindi le spiego che provare, tentare, sperimentare fa parte dell’apprendimento. Molto motivata, la paziente ripeterà in effetti questi movimenti a casa, diventando protagonista del suo miglioramento.

Risultati

I risultati sono buoni e stabili. Il cambiamento posturale è netto, la paziente recupera una lordosi lombare fisiologica, è meno compressa sul suo asse, più eretta e più aperta ed ha recuperato adattabilità e dinamismo. A metà trattamento, arriva un giorno a studio, vestita in modo seducente con tacchi alti, scherzando sul fatto che forse questo è un po’ prematuro... Il trattamento è durato 5 mesi e da allora la paziente continua questo lavoro in gruppo.

Spunti di riflessione

Partire dal bacino: la strategia dell’uomo ruota

Per fornire un sollievo rapido a G., il lavoro biomeccanico è stato essenziale. La sua patologia acuta ha determinato la scelta di cominciare il trattamento dal bacino e questo trova le sue fondamenta nella strategia del trattamento GDS, detto dell’uomo ruota. Il corpo umano è iscritto in un cerchio che pone il bacino al centro.

Il bacino è il crocevia sia delle catene articolari che delle catene muscolari, è il centro della ruota ed è anche il punto di ancoraggio delle quattro catene articolari degli arti e della catena dell’asse vertebrale.

È spesso essenziale cominciare con un lavoro locale, cioè cominciare il trattamento dal centro della ruota, non dimenticando la globalità del corpo, cioè il cerchio. Philippe Campignion ci parla di “Azione locale, pensiero globale”.

Abitare il bacino: un punto di vista più psico-comportamentale

G. manca di fondamenta per costruire il proprio asse vertebrale. Nel suo vissuto recente, la sfera pelvica è fonte di preoccupazioni e di dolori sia nell’ambito ginecologico che locomotore. Al livello comportamentale, è prioritario nutrire la sua AM: è ansiosa, deve essere rassicurata e ha bisogno di riposarsi per un dover fare troppo intenso. La paziente non ha integrato abbastanza il bacino nel suo schema corporeo. Essere toccata, massaggiata, trovare appoggi più comodi sui quali imparare a poggiare e a rilasciare il proprio peso, integrare meglio l'immagine del bacino nell’insieme del proprio corpo, imparare a muoverlo: tutto ciò contribuisce a stabilizzare ed equilibrare le catene muscolari tra loro. Le manovre di accordages sulla pelle sono avvolgenti, strutturanti e entrano in risonanza con la struttura AM, il cui ancoraggio è proprio a livello del bacino.

Muovere il bacino

In entrambi i metodi, la funzione del bacino è sia statica che dinamica. Per Godelieve Denys- Struyf, il bacino è una base sulla quale la colonna vertebrale si costruisce, ma anche l’incrocio delle catene muscolari ed articolari. Secondo Moshe Feldenkrais, il centro dell’organizzazione del movimento e della potenza del gesto è il bacino. Esso contiene il nostro centro di gravità, che si adatta in continuazione. Dopo la Seconda Guerra mondiale, Moshe Feldenkrais è stato uno dei primi occidentali ad ottenere una cintura nera di judo.

L’influenza delle arti marziali, che pongono il centro dell’energia – il “Qi” – a livello della parte bassa della pancia, è determinante in questo metodo.

La dinamica AP generata dal movimento di rotolamento e dell’onda contribuisce ad equilibrare, le catene muscolari AM e PM tra loro. Quest'equilibrio tra la parte anteriore e posteriore del corpo è un punto di convergenza tra i due metodi.

Risvegliare la consapevolezza della colonna vertebrale e dell'asse

Si parte dal movimento del bacino, nel quale si radica la colonna vertebrale, ed in seguito si sposta l’attenzione verso la catena articolare del tronco (uno dei raggi della ruota). Dal npunto di vista delle catene muscolari GDS, il movimento della colonna vertebrale, “l’onda” (Feldenkrais) permette di migliorare l’equilibrio delle catene muscolari anteriori (AM-AL-AP) e delle catene posteriori (PM-PL-PA) in un’alternanza ritmata (AP). Per limitare gli eccessi della PM, non occorre stirarla in modo violento, ma è preferibile ricercare una armonia tra il davanti e il dietro. I cambiamenti di appoggio del sacro e della colonna vertebrale fino alla testa, nutrono l'AM, stimolando sempre la consapevolezza ossea (PM).

Inoltre si riesce a trovare il proprio asse verticale, risvegliando l'alternanza dell'AP.

Riflessioni generali

Dal punto di vista GDS, le esplorazioni propriocettive del primo esempio si inseriscono in una ristrutturazione del gesto, costruita ed elaborata tramite la strategia detta dell’“onda di crescita”, in un “ri-gioco” AP6. Si può fare un parallelo con il metodo Feldenkrais, che propone, per riorganizzare il movimento, di ripercorrere da adulti le tappe dello sviluppo psicomotorio del bambino. I due metodi presentano quindi su questo un punto di incontro: propongono una psicomotricità dell’adulto.

Nel secondo esempio la strategia GDS detta dell’“uomo ruota” permette di elaborare un filo conduttore: si parte dal bacino per andare verso la globalità. Il bacino è centrale nella teoria e nella pratica del metodo GDS: ristrutturare il bacino è un punto di partenza, sia da un punto di vista biomeccanico che comportamentale e gestuale. Ecco che si evidenzia un ulteriore punto di convergenza con il metodo Feldenkrais, dove il bacino è al centro dell’organizzazione del movimento.

Qual’è la riflessione comune, sollecitata da questi due esempi, per lo sviluppo della consapevolezza corporea?

La consapevolezza del supporto e degli appoggi

Poggiare la schiena a terra

Questa è una premessa fondamentale al lavoro corporeo, poiché spesso si comincia il trattamento facendo sdraiare il paziente sulla schiena. Occorre portare, in un primo momento, l'attenzione agli appoggi del corpo per terra, iniziando da punti ben precisi per poi metterne a fuoco, a poco a poco, altri. Questo è il primo step che renderà facile percepire gli appoggi a terra, perché questi stessi diventano più vivi, più presenti. Il pavimento diviene allora il testimone del “lasciare la presa” (“Lâcher-prise”) della persona e dell’armonizzazione del suo tono muscolare.

È attraverso il contrasto tra i contatti ossei e quelli muscolari che gli appoggi si svelano, diventando in questo modo percettibili. Tutte le posizioni in scarico favoriscono una diminuzione del tono muscolare e possono portare ad un re-equilibrio delle diverse parti del corpo tra loro. La relazione del corpo con la forza di gravità determina tutta la nostra organizzazione corporea: qui, ne facciamo un'esperienza specifica. La posizione supina può essere scomoda (a causa di sciatica, cruralgia, dorsalgia) e quindi provare a renderla confortevole è una importante tappa del percorso di apprendimento. Poter allungare le gambe stando comodi è un grande progresso per un paziente dal bacino tormentato da una escalation di tensioni muscolari.

Quest’attenzione data agli appoggi è comune a tutti i metodi di consapevolezza del corpo, dalla ginnastica dolce d’Ehrenfreid e di Gindler alle tecniche di rilassamento, al Feldenkrais.

Ma non è sufficiente portare attenzione agli appoggi per favorirli. Sentire i propri appoggi non è minimamente ovvio, poiché quest’invito alla percezione può a volte sembrare troppo lontano dal vissuto, troppo difficile poiché troppo mentale. Il metodo GDS contribuisce, dando un punto di vista originale, a collegare la ricerca di appoggi e di stabilità con una struttura comportamentale7 chiamata AM8. Nel “L’espressione del corpo che si muove nello spazio”, il movimento o la pulsione AM che porta all'indietro è collegata con “il ritorno verso sé e i propri appoggi” (A. d’Ursel). Quella sdraiata sulla schiena e con le anche flesse, o quella sdraiati sul lato con le ginocchia ripiegate sono tutte posizioni dette AM in cui i muscoli del davanti del corpo sono in condizione di distensione.

Appoggiarsi per riposarsi

Si tratta di provare l’esperienza fisica dell’ancoraggio. L’appoggio sul supporto nutre la struttura AM, una struttura in risonanza con la sfera affettiva. L’esperienza di essere portato dal suolo, di sentire l'“appoggio-terra” permette il riposo. Il pouf rettangolare posiziona la persona permettendo un appoggio ampio in modo passivo. In questa posizione, la schiena diventa meno sconosciuta, i pazienti cominciano a percepirla e di conseguenza a distenderla.

Nelle catene GDS, questo corrisponde ad una distensione (“lacher-prise”) della catena muscolare postero-mediana (PM) in una posizione che favorisce la struttura AM, qui in risonanza con il benessere determinato dalla posizione. Favorire l’AM permette di dare le basi ad una strutturazione corporea.

Ancorarsi per trovare il suo asse

É in relazione alla forza di gravità che siamo eretti, i piedi a contatto con la terra sulla quale siamo radicati. Nelle posizioni di carico, da seduti o in piedi, facciamo ugualmente l’esperienza degli appoggi. Con il tono muscolare posturale9 questa è un’esperienza più complessa, perché non si tratta di rilassarsi ma di sentire che l’appoggio verso il basso ci permette di percepire sia il sostegno del suolo che la reazione del suolo in senso inverso, verso l’alto quindi. Le nozioni GDS contengono delle immagini forti: scendere per salire meglio, appoggiarsi per permettersi di respingere. Qui è l’ancoraggio verso il basso (AM) che permette alla struttura dell’asse PAAP di erigersi verso l’alto.

La consapevolezza attraverso il movimento

Siamo degli esseri in movimento: “il movimento è la vita” (Engels). Il movimento è fondamentale per migliorare la consapevolezza degli appoggi. Modificando i propri appoggi, per esempio rotolandoci sopra (sacro, colonna vertebrale, lato del tronco), e trasferendo il peso del corpo da un ischio all’altro, da un piede all’altro, questi migliorano. Qualsiasi spostamento del corpo, qualsiasi movimento richiede dei cambiamenti di appoggio, delle trasmissioni del peso del corpo. Rendere vivi questi cambiamenti migliora la consapevolezza corporea del nostro rapporto con la forza di gravità e quindi il nostro ancoraggio (AM). La consapevolezza del corpo attraverso il movimento è centrale nel metodo Feldenkrais. Ne illustrato diversi esempi e la varietà delle sequenze è estremamente preziosa per sviluppare il nostro lavoro nella dinamica.

La consapevolezza ossea

Questi due elementi, consapevolezza degli appoggi e consapevolezza attraverso il movimento si completano per accedere progressivamente alla percezione della presenza dello scheletro in noi.

La consapevolezza degli appoggi è una prima tappa per favorire la consapevolezza ossea. L’ho descritto ampiamente nei due esempi: le parti dello scheletro esterne sotto cutanee come gli ischi, il sacro, la colonna vertebrale, le scapole e l’occipite, ad esempio, sono accessibili alla nostra percezione. Ma bisogna andare oltre, percepire i nostri ischi o il sacro in modo isolato non è sufficiente, perché è necessario integrare il volume dell'osso al quale ci riferiamo. Per il bacino, questo significa creare dei collegamenti propriocettivi tra il davanti, il dietro, il basso ed i lati. Integrare la consapevolezza dell'organizzazione scheletrica all’interno di sé è un elemento essenziale del metodo GDS. In effetti, questo metodo propone di svilupparla attraverso la rappresentazione interna della nostra struttura ossea, il più fedelmente possibile alla nostra anatomia. Guardare i modelli anatomici per visualizzare meglio le ossa nelle tre dimensioni dello spazio, toccare le proprie ossa, mimare la forma dell’osso all’esterno di sé, sono alcune delle strategie utilizzate.

Il metodo Feldenkrais propone l’esplorazione della spinta da terra in diverse posizioni (per esempio: mani e femori in quadrupedia, piedi e sacro in posizione supina) per chiarire la trasmissione delle forze muscolari sulle leve ossee. E questo permette ai nostri movimenti di organizzarsi in modo più efficace. Trovare degli appoggi adatti consente una spinta efficace con una economia di forza. Con i movimenti funzionali del metodo Feldenkrais, liberati da tensioni muscolari parassiti, che nuocciono alla loro fluidità, siamo vicini al “geste juste”10 del metodo GDS e all'armonizzazione del tono muscolare ottenuto dalla coordinazione delle catene muscolari tra di loro.

Conclusione

Con il metodo GDS come punto di partenza, numerose sequenze Feldenkrais sono utilizzate nel lavoro di riorganizzazione del gesto. È nei contrasti e nella varietà delle esperienze proposte che si costruisce la consapevolezza corporea. Emergono vari punti di convergenza: l’importanza dell’unità funzionale del corpo, la proposta di una psicomotricità dell’adulto, la centralità del bacino e la coscienza della struttura ossea stimolata da appoggi chiari.

I metodi GDS e Feldenkrais hanno ciascuno la propria coerenza. Articolarli tra di loro in funzione delle necessità del paziente permette di arricchire la mia pratica quotidiana e la mia esperienza lavorativa.

NOTE:

1 Questo articolo è stato scritto per la rivista “Accordages” dell’A.P.G.D.S. France (Association internationale des Praticiens de la Méthode GDS) e pubblicato en 2016, numéro 5. www.apgds.com

2 Kinesiterapia: “kinêsis” in greco significa movimento. La kinesiterapia o chinesiterapia è la terapia del movimento.

3 Il Metodo Feldenkrais è un metodo di educazione al movimento basato sulla consapevolezza. Attraverso l’esplorazione di sequenze di movimenti semplici ha come scopo di migliorare l’organizzazione e la qualità di movimento di ogni persona. Il Metodo Feldenkrais può rivelare e cambiare i comportamenti abituali responsabili di condizioni di tensione e dolore. La lezione in gruppo “Consapevolezza attraverso il movimento® viene guidata verbalmente. La lezione individuale di “Integrazione Funzionale®”viene condotta utilizzando il tocco, rispettoso e non invasivo, delle mani dell’insegnante. L’insegnante Feldenkrais® sviluppa e affina la sua capacità di osservazione degli schemi motori, porta l’attenzione dell’allievo sulle proprie percezione sensoriali e sul proprio senso cinestesico, per favorirne l’organizzazione neuro-motoria e funzionale e l’ampliamento dell’immagine di sé.

4 Godelieve Denys-Struyf (GDS), fisioterapista e osteopata belga, ha concepito negli anni 60 un metodo di prevenzione e di cura definito “Le catene muscolari e articolari- metodo GDS” ® . La sua originalità consiste nell’aver saputo distinguere e definire anatomicamente sei insiemi di muscoli collegati tra loro, che determinano sei tipi fondamentali di equilibrio posturale e sei orientamenti del corpo nello spazio, 6 forme corporee di base collegate con le 6 catene muscolari, strumenti delle nostre espressioni corporee e delle nostre tendenze psico-comportamentali. Quindi ha evidenziato quattro catene muscolari sull’asse verticale detto della personalità, AM (catene antero-mediani), PM (catene postero-mediani), PA (catene postero-anteriori), AP (catene anteroposteriori) e due catene sull’asse orizzontale detto relazionale AL (catene antero-laterali) e PL (catene postero-laterali). Al fine di una chinesiterapia preventiva, questo studio morfologico permette la comprensione dei possibili scenari, funzionali e disfunzionali. Gli schemi posturali globali indotti dalle sei dinamiche di base rappresentano delle tipologie di riferimento. La rilevanza di questi collegamenti tra postura e comportamento è da intendere non come una griglia definitiva di lettura del corpo ma come un’orientamento all’osservazione della postura.

5 Gli accordages muscolari e gli isometrici sono tecniche specifiche della Biomeccanica delle catene muscolari e sono insegnate da Philippe Campignion (C.F.P.C. Centre de Formation Philippe Campignion- www.philippe-campignion.com)

6 Ri-gioco, letteralmente Re-jeu: nel concetto GDS, si riferisce alla strategia dell’onda di crescita e alla sua ri-esplorazione da adulti.

7 La base del concetto delle catene muscolari GDS è che l'essere umano è mosso da sei tendenze comportamentale alle quale corrispondono sei catene articolari.

8 “Si definisce questa struttura attraverso una immagine, l'immagine d'un bambino in posizione fetale, in stato di ritorno su sé stesso. L'atteggiamento mostra un orientamento verso l'ego, la vita vegetativa, le sensazioni.” Godelieve Denys-Struyf

9 Tono muscolare: si differenziano diversi tipi di tono muscolari. Il tono di base, o di fondo è permanente, involontario che si mantiene anche durante il sonno. Il tono posturale è quello che necessario per mantenere una posizione, qui la posizione in piedi.

10 Espressione utilizzata in GDS, il “geste juste” è un gesto adattato, pieno di significato, un gesto organico. Equivale al gesto funzionale del metodo Feldenkrais.

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Autore: Anne Laure Gardeux, Fisioterapista, Specializzata nel Metodo delle catene muscolari ed articolari G.D.S., Insegnante del Metodo Feldenkrais, Delegata dell’associazione A.P.G.D.S. in Italia

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