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Designers for Bergamo Un tributo alla città attraverso immagini e interviste ai grandi protagonisti di DimoreDesign

Puntata 21

ANDREA SALVETTI INCONTRA VILLA GRISMONDI FINARDI

ANDREA SALVETTI

"Andrea Salvetti. Sono e non sono"

di Giacinto Di Pietrantonio

Il post che segue, pubblicato sulla sua pagina Facebook il 1° marzo, 2017, pochi giorni prima di lasciarci il 18 marzo, ci dà il senso della ricerca portata avanti da Andrea Salvetti:

Il lavoro al mio studio è in crescita e lo staff non è più sufficiente. Cerco qualcuno che aiuti nello sviluppo delle idee e ne organizzi la fase di realizzazione, in progetti di scultura, design, allestimento, cibo e performance.

È un post che ci dice molto sul suo lavoro che non si riusciva a collocare in una disciplina esclusiva, tant’è che spesso nelle interviste e/o dichiarazioni premetteva il Sono e non Sono. Spesso ripeteva:

Io non Sono un designer, benché il mio lavoro venga per lo più mostrato nell’ambito del design. Io non Sono un designer. Sono forse più uno scultore, perché faccio tutti i pezzi da me. Io non Sono per niente o quasi legato ai processi industriali e tutte le mie opere le faccio totalmente da me. Io Sono anche un artista-artigiano

È un’attitudine che probabilmente gli veniva dall’aver studiato prima al Liceo Artistico e poi, invece di iscriversi all’Accademia di Belle Arti, dai suoi studi alla Facoltà d’Architettura di Firenze. Una scelta, questa, che non l’aveva messo al riparo dall’arte, perché proprio nella facoltà fiorentina di architettura, nella metà degli anni sessanta, si era sviluppato il movimento dell’Architettura Radicale, volto a mettere in discussione l’architettura modernista in favore di un’architettura decostruita dall’arte e dal design, ampliandone le possibilità espressive che la sottraevano all’architettura – urbanistica, ingegneria sociale della modernità.

Con queste premesse e da questo humus Andrea Salvetti non poteva che diventare e continuare ad esprimere quel sentimento d’arte che ha fatto sì che anche il design italiano diventasse un’unicità mondiale. Allora la domanda continua ad essere:

Sono o non Sono Design? Sono o non Sono Arte? Sono o non Sono Designer, Sono o non Sono Artista, Sono o non Sono Artigiano

dove il tutto finisce per essere una interrogazione vitale sull’Essere e non Essere.

Comunque la sua attività iniziò ad Essere agli inizi degli anni novanta con le sculture-arredo che vengono per prima notate da Lella Valtorta, che vuol dire Dilmos, un marchio, un negozio, una galleria molto interessata alle contaminazioni e all’ibridismo. Non a caso sono gli stessi anni in cui Dilmos accoglie e ospita le prime opere di Maurizio Cattelan, anch’esso con opere limite come il tavolo Cerberino, questo ancora in produzione, o paraventi ecologici. Se poi Cattelan si staccherà sempre di più dal mondo del design per andare in quello dell’arte, finendo per farvi ritorno nell’ultimo decennio con Toilet paper, Salvetti verrà sempre più accolto nel mondo del design, in quanto è lui stesso a creare e proporre opere-sculture funzionali, che sono per lo più arredi.

Sono e non Sono tavoli, sedie, armadi, poltrone, cupole, lampade che a prima vista appaiono come sculture, ma sono anche mobili, tutti lavorati dall’artista-designer-artigiano, in materiali quali alluminio, ferro, legno, bronzo. Per lo più Sono materiali da fusione, quindi soggetti a prendere forma con l’uso del fuoco, che è un altro elemento centrale nel lavoro di Salvetti

Infatti, Salvetti si mette anche ai fornelli della cucina inventando qui piatti-sculture performative in cui il pubblico, parole di Andrea, è parte attiva della performance culinaria che lo porta anche a collaborare con noti chef come Scabin per non fare che un nome. Quel fuoco, diceva l’artista, che è alla base della sua creazione, perché le sue idee erano illuminate da lampi, visioni che si consumavano nel breve tempo di una fiamma. Una fiamma con cui crea opere, ma anche opere per la fiamma come Mystery Pot, un attrezzo-contenitore che, scaldato su un fornello, cuoce come in un forno il cibo all’interno, mentre il piatto raffredda. Una forma di espressione che gli vale l’invito alla 48° Biennale Architettura, che sottolinea come i confini disciplinari sono oramai più che caduti.

Dunque, l’opera di Salvetti è forgiata a 360°, e non è solo arte, design, artigianato, cucina, ma un progetto di vita che si sviluppa nell’ambiente e per l’ambiente: acquistando un piccolo borgo antico a Pescaglia, nella sua Toscana, ristrutturandolo e rivitalizzandolo in un agriturismo, in cui si compiono i gesti antichi legati alla terra e riportati all’attualità sempre tra arte, design, cucina e architettura, madre di tutte le arti.

Salvetti aveva una visione ampia della creatività e, non a caso, nel suo studio in lucchesia (Alpi Apuane) campeggiava una scritta neon in cui si leggeva

L’arte si fa con tutto

E con tutto la faceva Andrea, tant’è che è un antesignano dell’autoproduzione oggi tanto di moda, ma che agli inizi degli anni novanta veniva guardata con sospetto. Una pratica, quella dell’autoproduzione che gli derivava dal fatto di provenire da una famiglia contadina, dove si è abituati a essere il più possibile autosufficienti.

Da questa provenienza Salvetti non vorrà mai staccarsi, anzi ha continuato per tutta la vita a trarre ispirazione sia nelle forme delle sue opere che nei nomi che dava come, ad esempio, le sedute e librerie Ortofrutta, o i tavoli Sottobosco sempre per Dilmos. Qui ha rivitalizzato sempre, tramite fusioni in alluminio e/o bronzo, sedute e scaffalature che utilizzano immagini e forme delle cassette della frutta, oppure piani-tavoli in cui sulla superficie sono stampati prati di foglie, come appunto si vede per terra quando andiamo nei boschi. Con questo ritorno alla natura, sviluppato anche nella serie di mobili Tronchi, sempre in metallo, Salvetti ci ricorda che è bene comprendere e amare lo spazio che ci circonda tramite cose belle e utili che ci permettono di superare l’ostilità dello spazio da cui spesso siamo circondati, con un rapporto empatico e amico.

Con questa attitudine sperimentale, mai dismessa fino alla fine, Salvetti affronta anche l’invito fattogli dall’allora curatore di DimoreDesign Gianluigi Recuperati ad esporre presso Villa Grismondi Finardi in cui, come in tutto il progetto in questione, il centro espositivo-creativo è quello di confrontare la propria opera contemporanea inserendosi in contesti del passato che in questo caso vanno dal XVIII al XIX secolo.

Sono ambienti molto caratterizzati dall’architettura antica con all’interno mobilia, arredi, soprammobili, carte da parati, pitture, sculture, decori con cui confrontarsi e in cui inserirsi. Mai un compito facile, né scontato.

C’è da dire che sono due le principali possibilità di inserimento e confronto per opposizione, o per mimetismo, la seconda ovviamente più difficile data la distanza temporale e la frattura che la modernità ha prodotto tra le due.

Tuttavia l’oppositività non è mai scontro e anche in questo caso il gioco riesce da un lato per la qualità delle parti coinvolte e dall’altro perché questo sta anticipando una sensibilità di là a venire, quella di ibridare gli arredi.

. Così Salvetti inserisce i suo mobili-scultura all’interno come tavoli, sedute, armadi, sculture e all’esterno, nel parco, con l’intento di armonizzarsi-mimetizzarsi con la natura, installa la scultura-seduta in filo di allumino intrecciato a mano Nido. Ma c’è qualcos’altro ancora che Salvetti inventa come modalità espositiva per legare il tutto: mettere sotto o vicino alle sue opere delle forme geometriche irregolari realizzate con pigmenti colorati che setaccia sul pavimento o sul terreno. Setaccia proprio come si setaccia la farina in cucina, chiudendo così quel cerchio che va dalla scultura, all’oggetto, al cibo e che solo l’arte può unire e che fa dire ad Andrea Salvetti

Io Sono designer, Io Sono Chef, Io Sono Artigiano, Io Sono Architetto, Io Sono Artista

che cucina tutti gli ingredienti della creatività, perché, come dichiarato in un’intervista rilasciata a Debora Pioli: “L’esperienza dell’opera d’arte – di cui il cibo è colore, sapore, odore – è principalmente esperienza sensoriale. Bisogna fermarsi e percepire. E queste sono già due operazioni di lusso per i nostri tempi: fermarsi e percepire.

Anche per questo motivo l’arte non è “superflua”, nonostante ciò che il culturame del nostro Paese insinui nei suoi atti governativi, l’arte è l’essenza di ciò che si è. L’identità muore, si disorienta, si disintegra, se l’arte non traccia le sue coordinate.”

Quell’arte che in questo modo ci permette di Essere, sottraendoci al non Essere e dunque ci fa sapere Chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo e dunque di sapere chi Sono o non Sono.

BIO

ANDREA SALVETTI (1967 - 2017) ha studiato arte e architettura ma da sempre ha preferito lavorare con le proprie mani. Diventato scultore e designer, nel 1991 ha fondato il proprio laboratorio. La sua attività ha interessato varie tematiche in uno spazio interdisciplinare molto ampio tra scultura, design, installazioni ambientali, performance e cucina.

Per le sue produzioni utilizzava materiali e tecnologie diverse con particolare attenzione per i metalli e la fusione. Ha collaborato stabilmente con gallerie d’arte e italiane e internazionali, ha partecipato alla 48° Biennale d’Arte di Venezia e fiere internazionali come Design Miami/Basel, Moscow Design Week, PAD Paris-London, Arte Fiera, Art Dubai, Swab Barcelona.

VILLA GRISMONDI FINARDI

Raccontare la storia di Villa Grismondi Finardi significa avventurarsi nella scoperta delle radici più intime del panorama intellettuale italiano dal settecento in avanti. Il Conte Luigi Grismondi, la moglie Paolina Secco Suardo, il matematico Mascheroni e il garibaldino Giovanni Finardi sono solo alcuni degli eccentrici personaggi che hanno frequentato le stanze di questa dimora negli anni. La Villa, rimodulata con il passare dei secoli, si presenta attualmente come un incrocio tra il settecentesco luogo di villeggiatura e l’antica abitazione rurale bergamasca. Il suo androne d’ingresso, dove si conservano affreschi sacri di epoca medievale, l’ampio e ombroso giardino, così come la collocazione della dimora nel quartiere “liberty” della città, la rendono una testimone eccezionale delle epoche passate e un luogo che con la sua quiete è capace di farci immergere in un’atmosfera d’altri tempi.

Testo di Giacinto Di Pietrantonio | Fotografie delle opere di Andrea Salvetti a Villa Grismondi Finardi © Emilio Tremolada | Editing di Roberta Facheris