Il termine epitafio proviene da επί + τάφος e significa iscrizione su tomba.

L'epitafio di Pericle è contenuto nel secondo libro delle "Storie" di Tucidide (nei capitoli 35-46). Si tratta di un discorso funebre che Pericle pronuncia per commemorare i defunti durante il primo anno di guerra del Peloponneso ed è il più antico λόγος επιτάφιος storico che ci é pervenuto. Si tratta della seconda delle tre demegorie inserite nell'opera di Tucidide. Le demegorie sono discorsi pronunciati davanti all'ecclesia (assemblea di tutti i cittadini) e entravano nell'oratoria deliberativa poiché trattavano di argomento politico.

L'epitafio è un tipo di discorso che rientra nel genere letterario dell'oratoria epidittica. Esso è diviso in tre grandi sezioni:

1)elogio dei caduti in guerra

2)consolazione dei genitori dei caduti

3)esortazione agli orfani.

Le tematiche tipiche dell'epitafio si possono anch'esse suddividere in tre parti:

Esaltazione e memoria degli antenati;

Lodi della città e della sua costituzione;

Ricordo ed elogio dei caduti.

Tucidide riporta questo lunghissimo discorso tenuto da Pericle non solo per ricordare e omaggiare i caduti in guerra ma soprattutto perché gran parte di tale discorso funebre è dedicata alla celebrazione di Atene e della sua costituzione. Infatti la parte più interessante di questo epitafio è proprio l'esaltazione della democrazia ateniese. Pericle, dunque, potremmo dire che utilizza l'elogio ai caduti come pretesto per esaltare e celebrare la sua città rispetto a tutte le altre città greche. Non a caso alcuni critici hanno definito tale epitafio come un manifesto della democrazia ateniese del V secolo A.C.

Valutando il testo del discorso di Pericle nel dettaglio, vale la pena soffermarsi sugli aspetti più interessanti.

Pericle inizia il suo discorso dicendo di volersi inserire in una tradizione già affermata ad Atene, quella di celebrare i caduti in guerra tenendo un'orazione al momento della loro sepoltura. In seguito Pericle afferma di voler cominciare dall'elogio degli antenati a cui spetta la prima menzione, tralasciando le imprese di guerra in quanto già note a tutti. Al contrario, lo statista ateniese, considera doveroso indicare in base a quali principi e grazie a quale costituzione, l'impero ateniese abbia raggiunto un così grande potere e si sia così enormemente differenziata dalle altre città greche e del mondo.

Infatti i capitoli 37-41 sono interamente dedicati all'elogio della democrazia ateniese.

Nel capitolo 37, Pericle presenta Atene come modello di Costituzione democratica ed esempio per i popoli vicini. La democrazia ateniese è intesa non solo come parità difronte le leggi ma anche come rispetto delle leggi, la cui violazione reca vergogna al cittadino. Pericle offre un'immagine di democrazia fortemente caratterizzata in senso meritocratico; infatti anche nell'amministrazione dello stato, chiunque venga prescelto, è preferito non per la provenienza sociale ma per i propri meriti.

Di seguito le parole di Pericle:

"Abbiamo una costituzione che non emula le leggi dei vicini, in quanto noi siamo più di esempio ad altri che imitatori. E poiché essa è retta in modo che i diritti civili spettino non a poche persone, ma alla maggioranza, essa è chiamata democrazia : difronte alle leggi, a tutti spetta un piano di parità, mentre nell'amministrazione dello stato, ciascuno è preferito non per la provenienza della classe sociale ma più per quello che vale.... nella vita pubblica la reverenza soprattutto ci impedisce di violare le leggi, in obbediemza a coloro che sono nei posti di comando, e alle istituzioni, che, pur essendo non scritte, portano a chi le infrange una vergogna da tutti riconosciuta."

Nel capitolo 39 Pericle evidenzia la differenza della costituzione ateniese rispetto a quella dei nemici (con particolare riferimento a Sparta) in ambito militare. Lo statista afferma che la fiducia ateniese è riposta più nella consapevolezza del proprio valore che nella preparazione militare. Dalle parole di Pericle emerge la convinzione del prevalere delle doti innate rispetto all'addestramento militare. Inoltre, egli sottolinea che, mentre l'educazione presso gli spartani è tutta finalizzata alla pratica della guerra, sin dai più teneri anni, quella ateniese invece consentiva ai fanciulli di godere della propria giovinezza, pur educandoli ad affrontare i pericoli con estremo coraggio.

Ecco le parole di Pericle:

"Ma anche nell'esercitazioni della guerra noi differiamo dai nemici per i seguenti motivi. Offriamo la nostra città in comune a tutti... poiché la nostra fiducia è posta più nell'audacia che mostriamo verso l'azione (audacia che deriva da noi stessi), che nei preparativi di difesa e negli inganni. E nell'educazione, gli altri subito sin da fanciulli cercano con fatiche ed esercizi di raggiungere un carattere virile, mentre noi pur vivendo con larghezza, non per questo ci rifiutiamo di affrontare pericoli equivalenti. Eccone la prova: neppure i Lacedemoni invadono la nostra terra da soli, ma insieme a tutti gli alleati, e quando noi assaliamo da soli i nostri vicini, di solito non duriamo fatica a vincere in una terra straniera... se noi siamo disposti ad affrontare pericoli più col prendere le cose facilmente che con un esercizio fondato sulla fatica... da questo ci deriva il vantaggio di non affaticarci anticipando i dolori che ci attendono e di non apparire meno audaci di coloro che sempre si mettono a dura prova.

Nel capitolo 40, ritroviamo la parte centrale dell'elogio di Atene, in cui Pericle si sofferma sull'armonia spirituale del cittadino ateniese, che riesce a riunire in sé sia la cura dei propri interessi privati, sia quella per gli affari pubblici, considerando ozioso colui che non adempie ai propri doveri di cittadino. Pericle elogia negli Ateniesi l'amore per il bello e per il sapere, la loro grande nobiltà d'animo che consiste nel procurarsi alleati non ricevendo benefici, ma facendoli. Inoltre, Pericle esalta la capacità propria degli ateniesi rispetto agli altri popoli di distinguere i pericoli e di saperli affrontare.

Riporto le parole di Pericle:

"Amiamo il bello, ma con semplicità, e ci dedichiamo al sapere, ma senza debolezza... riuniamo in noi la cura degli affari pubblici insieme a quella degli affari privati.. non manca in noi la conoscenza degli interessi pubblici. Siamo i soli, infatti, a considerare non già ozioso ma inutile chi non se ne interessa.. e di certo noi possediamo anche questa qualità in modo differente dagli altri, cioè noi siamo i medesimi e nell'osare e nel ponderare al massimo grado quello che ci accingiamo a fare, mentre negli altri l'ignoranza produce audacia e il calcolo incertezza... e anche per quanto riguarda la nobiltà d'animo, noi ci comportiamo in modo opposto a quello della maggioranza: ci procuriamo gli amici non già col ricevere i benefici ma col farli."

Nel capitolo 41 Pericle definisce orgogliosamente Atene "scuola dell'Ellade" in contrapposizione alla città di Sparta che si autodefiniva guida dei Greci. Pericle sostiene di poter affermare ciò non solo a parole, ma come dato di fatto, in quanto la grande potenza raggiunta da Atene lo confermerebbe con una serie di prove e testimonianze. In questa parte conclusiva relativa alle lodi di Atene e della sua costituzione, Pericle avvia l'elogio ai caduti, i quali presero la nobile decisione di sacrificare la propria vita in difesa di una città così gloriosa e degna d'onore.

Ecco le parole di Pericle:

"Concludendo, affermo che tutta la città è la scuola della Grecia.. e che questo non sia ora un vanto di parole più che una realtà di fatto lo indica la stessa potenza della città, potenza che ci siamo procurata grazie a questo modo di vivere... noi spieghiamo a tutti la nostra potenza con importanti testimonianze e molte prove, e saremo ammirati dagli uomini di ora e dai posteri... per una tale città combattendo, costoro, che nobilmente pretesero di non esserne privati, sono morti, e ognuno dei sopravvissuti è giusto che sia disposto ad affrontare sofferenze per lei".

I capitoli 42-46 che chiudono l'epitafio pronunciato da Pericle, contengono il vero e proprio elogio dei caduti. Pericle afferma che i caduti si mostrarono degni della città per cui morirono e che i superstiti debbono mostrare contro i nemici la stessa determinazione. Pericle si rivolge innanzitutto ai genitori dei defunti verso i quali non ha parole di compianto ma di conforto, esortandoli a essere fieri dei loro figli. In seguito, si rivolge ai figli e ai fratelli dei defunti a cui spetta il compito più difficile: la gara di valore con i caduti. Nei confronti delle vedove, Pericle usa ben poche parole, esortandole brevemente a non essere più deboli di quanto comporta la loro natura di donne, poiché ciò sarà per loro motivo di vanto.

Infine Pericle conclude il suo discorso funebre avviando gli onori della sepoltura e, dopo aver detto che da quel momento in poi i giovani figli dei caduti saranno allevati a spese pubbliche, invita ciascuno a tornare alle proprie case.

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