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CHE COS'E' LA MAFIA? Lavoro a cura della classe 4^B del Liceo Scientifico delle Scienze Applicate "E. Fermi" di Mantova - a.s. 2018/2019

La mafia fa affari, ma non è una congrega di affaristi. Traffica, ma non è una banda di trafficanti. Tratta con i politici, ma non è un partito politico. È un’organizzazione criminale, ma non è solo «criminalità organizzata». Cos’è, dunque, la mafia?

La mafia fa immediatamente volare il pensiero ai tanti gravi lutti che hanno tristemente caratterizzato la storia del nostro Paese fino a tempi, più o meno, assai recenti.

Tra la fine degli anni Settanta e la metà degli anni Ottanta del Novecento, gli omicidi e le stragi diventarono purtroppo per la Sicilia norma del vivere quotidiano.

Cadono sotto il fuoco mafioso importanti esponenti politico-istituzionali nazionali e locali (Cesare Terranova, Piersanti Mattarella, Pio La Torre, Carlo Alberto Dalla Chiesa e la moglie Emanuela Setti Carraro), membri delle forze dell’ordine e magistrati (Boris Giuliano, Emanuele Basile, Rocco Chinnici, Beppe Montana, Ninni Cassarà, Antonino Agostino e la giovane moglie incinta Ida Castelluccio), giornalisti (Mario Francese, Giuseppe Fava, Mauro Rostagno), imprenditori (Pietro Patti, Libero Grassi) e semplici appartenenti alla società civile, come Paolo Giaccone, medico legale dell’Ospedale Policlinico di Palermo.

La mafia non è solo violenza, benché sia comodo per tutti noi pensarlo.

La mafia non è un cancro proliferato per caso su un tessuto sano. Vive in perfetta simbiosi con la miriade di protettori, complici, informatori, debitori di ogni tipo, grandi e piccoli maestri cantori, gente intimidita o ricattata che appartiene a tutti gli strati della società. Questo è il terreno di coltura di Cosa Nostra con tutto quello che comporta di implicazioni dirette o indirette, consapevoli o no, volontarie o obbligate, che spesso godono del consenso della popolazione. (giovanni falcone)

Art. 416-bis - Associazione di tipo mafioso

«[...] L'associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri.

[...] Nei confronti del condannato è sempre obbligatoria la confisca delle cose che servirono o furono destinate a commettere il reato e delle cose che ne sono il prezzo, il prodotto, il profitto o che ne costituiscono l'impiego».

MAFIA E POLITICA

Nessuna banda di gangster è mai durata più di 20 o 25 anni. La mafia c'è da 150. Come si spiega? Da un lato con il controllo del territorio, primo fattore che la differenzia dal crimine organizzato comune. Dall'altro (direi soprattutto), le "relazioni esterne". Vale a dire l'intreccio di rapporti, di affari e di interessi con pezzi della politica, delle istituzioni, della pubblica amministrazione, dell'economia. Sottolineo che si tratta di "pezzi", pezzi distorti e deviati. (giancarlo caselli)
La mafia fa politica

Le organizzazioni mafiose fanno la loro politica, che è una politica antidemocratica e finalizzata al loro arricchimento e al controllo del potere sul territorio.

la mafia Entra in contatto con la politica

Per il raggiungimento dei propri scopi, le organizzazioni criminali mafiose ricercano il dialogo con le organizzazioni politiche (partiti, sindacati, associazioni), ricorrendo alla corruzione e alla violenza come strumento di scambio politico-elettorale.

MAXIPROCESSO

474 rinviati a giudizio per appartenenza all'organizzazione mafiosa di Cosa Nostra, 360 condanne in primo grado per un totale di 2665 anni di reclusione

Dal febbraio 1986 al dicembre 1987, nell'aula bunker di Palermo si conclude, dopo un'istruttoria gigantesca guidata dal pool di Caponnetto, Falcone e Borsellino, il più grande dibattimento giudiziario della storia italiana. Ci vorrà qualche anno per la conferma in Cassazione dell'impianto accusatorio e delle sentenze di condanna per i capi.

È un processo di massa, che in qualche modo aveva pochi precedenti (forse soltanto in periodo fascista). 114 di loro furono assolti: importante precisazione, perché molti avevano avanzato l'ipotesi, più o meno maliziosa, che il processo si sarebbe risolto in una grande rappresentazione, alla fine della quale tutti sarebbero stati condannati secondo un giudizio aprioristico. Invece il giudizio ci fu, e non fu solo basato sulla presunzione di colpevolezza (che spesso di applica di fatto nelle indagini di mafia), basata su una serie di connessioni falimiari o di ambiente, ma fu basata su una rigorosa ricognizione delle responsabilità di ognuno degli imputati. (Salvatore Lupo)

È la prima volta che si processa per un simile reato (è incredibile, ma quello di mafia è diventato un reato specifico da appena due anni). Ma il Maxiprocesso è non solo il frutto di un grande impegno. È anche, finalmente, la manifestazione di un cambio radicale della prospettiva attraverso la quale lo Stato guarda a un male antico.

La mafia non è più un codice culturale primitivo da tollerare o tutt'al più da deprecare. È un'articolata organizzazione politico-criminale che dalla fine degli anni '70, attraverso stragi intestine, ha promosso un processo di centralizzazione, mostrandosi come una struttura capace di formulare un suo progetto politico-criminale

All'opzione terroristica mafiosa lo Stato risponde per la prima volta con un riarmo istituzionale paragonabile a quello verificatosi di fronte al terrorismo degli "anni di piombo".

Tra polemiche, dibattiti, scontri politici, proteste collettive, la stagione dell'antimafia lascia il segno nella vita morale e politica del nostro Paese.

LA STRUTTURA ORGANIZZATIVA

All'indomani dell'Unità d'Italia il fenomeno che in Sicilia venne detto "mafia" si presentò, agli osservatori dei fatti sociali e agli uomini delle neonate istituzioni statali, più complesso di quello del banditismo genericamente inteso

Le "reti" su cui si appoggiavano i mafiosi, cioè l'insieme delle relazioni che essi intrattenevano con la società, si estendevano verso il basso della scala sociale, cioè verso contadini o poveracci, parenti o compaesani dei latitanti (che davano informazioni, concorrevano a collocare la merce rubata, partecipavano talora alle azioni violente). Ma queste reti andavano a toccare anche, sorprendentemente, gli strati alti della società, i proprietari fondiari e i notabili.

Il mafioso siciliano non assomigliava per nulla alla raffigurazione romantica del ribelle all'ordine sociale, del Robin Hood che ruba ai ricchi per dare ai poveri

In che modo spiegare il contatto tra due sfere sociali, una alta e una bassa, che secondo l'opinione comune avrebbero dovuto mantenersi sempre ben distinte, in particolare in un mondo classista come quello dell'Ottocento?

Come già nell'Ottocento, ci sono oggi territori più o meno sottoposti al controllo mafioso, e le cosche stanno ben attente a difendere il loro territorio, a controllare le attività economiche, a tenere lontani i concorrenti e gli indisciplinati.

Il sistema non poteva e non può funzionare senza un livello di concertazione permanente tra i mafiosi e tra le cosche che dominano ogni singolo territorio, per decidere chi proteggere e chi danneggiare, per emanare sanzioni contro il delinquente che colpisce attività gestite dagli amici o contro l'imprenditore che agisce senza rispettare gli interessi degli amici; per stabilire la stessa divisione dei settori e dei luoghi di attività tra i mafiosi, che da violenti sono spesso portati a risolvere i loro contrasti con le armi, danneggiando così l'andamento degli affari.

Le risultanze dei processi recenti e delle più antiche indagini ci danno il quadro di compatte organizzazioni clandestine intente a dividersi territori, a tramare delitti e affari, a regolare le gerarchie interne, a nominare organismi direttivi

E' evidente però che su quest’ultimo aspetto non bisogna esagerare: le commissioni direttive composte dai rappresentanti delle diverse cosche, di cui le indagini recenti e la ricerca storica ci attestano l'esistenza nella Palermo di inizio secolo e degli anni 1970-80, in Sicilia e negli Stati Uniti, sono ORGANISMI INSTABILI, SUSCETTIBILI DI SPACCARSI sotto i contrasti interni che danno luogo alle micidiali guerre di mafia.

Bisogna guardarsi dall'idea del “grande e unico complotto”, dall'immagine popolare di una “piovra” con una testa e mille tentacoli, con una direzione onnisciente e onnipotente, che talora ci è stata semplicisticamente proposta dalle autorità, in America come in Sicilia, in particolare nel corso delle prime inchieste ottocentesche.

IL METODO FALCONE

Con questa espressione ci riferiamo a un innovativo impianto per l’istruzione dei processi di mafia, che utilizzava gli ordinari strumenti forniti dal codice adattandoli a una nuova visione del fenomeno mafioso.

La novità era rappresentata dall'unire ogni porzione d’indagine, solo in apparenza scollegata con l’altra, entro una visione generale d'insieme

In tale contesto venivano alla luce costantemente intrecci, sovrapposizioni o identificazioni di interessi occulti, che facevano capo a centrali d’intermediazione tra realtà politica ed economica con quella criminale.

L’intuizione forse più intelligente fu sintetizzata da una frase che Falcone amava ripetere a proposito delle indagini sui traffici di stupefacenti: “La droga può anche non lasciare tracce, il denaro le lascia sicuramente”.

Una nuova filosofia d’indagine basata sull’attenzione ai documenti finanziari, agli scambi di assegni, alle impronte che il denaro lasciava dietro di sé e che caratterizzò il metodo di lavoro di Falcone, Borsellino e degli altri magistrati del futuro pool antimafia.

Giovanni Falcone sviluppò così una conoscenza e una capacità di analisi attraverso atti istruttori, nel rispetto totale non solo delle norme, ma anche delle persone

MAFIA E DROGA

Le indagini delle forze inquirenti sono sostenute dalla cruenta guerra di mafia che, tra la fine degli anni Settanta e gli inizi degli Ottanta, spacca l’unità entro Cosa nostra con le morti eclatanti dei boss Stefano Bontade e Salvatore Inzerillo, assassinati dai killer dei Corleonesi a pochi giorni di distanza, il 23 aprile e il 12 maggio 1981.

I cadaveri dei due capimafia trucidati a Palermo, segnano l'inizio della Seconda guerra di mafia
La Seconda guerra di mafia vive la sua fase più violenta tra il 1981 e il 1983, con quasi un migliaio tra morti e lupare bianche

Sul finire degli anni Settanta la maggior parte delle tensioni in seno all’organizzazione criminale mafiosa deriva da un’importante novità, la conduzione del business della droga su scala internazionale.

Dietro la droga si nasconde uno degli aspetti più odiosi e complessi delle relazioni tra Nord e Sud del mondo, con la distribuzione dei proventi delle attività illegali a favore soprattutto delle borghesie criminali dei paesi più ricchi, la simbiosi tra capitali legali e illegali attraverso il riciclaggio

A metà degli anni Settanta, le famiglie mafiose siciliane più influenti si trovano d’accordo nell’organizzare una SICILIAN CONNECTION, una sorta di consorzio di imprese mafiose con un programma preciso, di tipo industriale tale da rendere la mafia una multinazionale del crimine organizzato con sede centrale in Sicilia e succursali ovunque in Italia, nel bacino del Mediterraneo e oltreoceano.

Tali organizzazioni non corrispondONO alle “famiglie” di Cosa nostra palermitana, in quanto essE gestiscono non controllo territoriale ma traffici a lunga distanza

Entro Cosa nostra siciliana rileviamo due distinti modelli di organizzazione:

  • "POWER SYNDICATE" - la struttura territoriale delle famiglie, con le rigide affiliazioni, la formidabile stabilità nel tempo, la forza militare e dunque la capacità di svolgere una funzione vicaria della sicurezza pubblica lungo il circuito estorsione-protezione;
  • "ENTERPRISE SYNDICATE" - la molto più mobile rete degli affari che già nell’Ottocento si intesseva per l’abigeato e il contrabbando, che si avvia a gestire negli anni Settanta il traffico illegale di tabacchi e stupefacenti.

Negli affari le relazioni travalicano i limiti territoriali, le influenze si incrociano. Ci si muove lungo assi non limitabili al perimetro della signoria territoriale delle singole famiglie. Inevitabilmente si crea una spinta al monopolio settoriale, più che territoriale.

Dall’esterno si è creduto che l’imbarbarimento di Cosa Nostra provocato dal traffico di stupefacenti avesse scatenato la guerra di mafia del 1981-83 per questioni di denaro. Ma i fatti si sono svolti in modo diverso. Senza dubbio i contrasti interni si erano aggravati, ma la guerra venne a innestarsi in un contesto in cui la posta in gioco era molto più importante del traffico di droga. Le rivalità risalivano a decine di anni prima e la guerra costituì soltanto l’epilogo di una vecchia storia, il momento della resa dei conti di annosi conflitti di famiglie e di territorio, e dunque di competenze, che mettono in discussione la tradizionale egemonia palermitana all’interno di Cosa Nostra. Fino a quel momento i rappresentanti delle famiglie del capoluogo erano stati di fatto i padroni di Cosa Nostra. Il problema sollevato dalla guerra di mafia è dunque un problema di poterE. (g. falcone, "cose di cosa nostra")

In Cosa nostra, mentre sul versante affaristico la leadership è esercitata dal trio Inzerillo-Badalamenti-Bontade, sul versante del power syndicate la Commissione provinciale dominata dai Corleonesi svolge decisamente un ruolo di preminenza.

Quando quest’ultima decide di giungere al controllo totale del commercio della droga, tagliando fuori quindi anche la componente siculo-americana di Badalamenti, si arriva all’inevitabile epilogo, la guerra di mafia.

Nella foto: Luciano Liggio, Totò Riina, Stefano Bontade e Tano Badalamenti
il denaro, le relazioni esterne, economiche e politiche, Gambino, Sindona, i Salvo, Lima, stanno tutti da una parte, eppure quella parte perde nel momento in cui lo scontro si trasferisce sul piano militare. La mafia esprime affarismo e notabilato, ma non si trasforma in un club di notabili e affaristi, anzi di fronte alla sfida reagisce accentuando il suo carattere militare del quale un uomo come Riina è il miglior (peggior) rappresentante

Strumentalizzazione ideologica della droga, cuneo fra la mafia e la società, nel solco dell’operazione di perpetrazione del cliché della (presunta) purezza della mafia delle origini a dispetto della "degenerazione odierna"

Ho un sacco di amici in politica, ma mi restano amici finché sanno che il mio business è solamente il gioco d’azzardo, che per loro è un vizio di scarsa importanza. Ma la droga è sporca! (Vito Corleone, “Il padrino”)
Il tentativo di attribuire ogni colpa alla droga è anche il segno della necessità che alcuni esponenti della classe politica hanno di salvarsi l’anima, ovvero del tentativo di liberare la democrazia repubblicana dalla responsabilità di aver prodotto, essa per prima, le più gravi degenerazioni della nostra storia (s. lupo)
Il capitalismo è una mafia che produce. La mafia è un capitalismo improduttivo: tranne che per la produzione della droga (L. Sciascia)

MAFIA E INFORMAZIONE

"Quando nasce la mafia?"

Il quesito cruciale ha generato le più bizzarre risposte: vi è stato chi ha parlato di remote origini arabe in periodo medievale, chi addirittura è arrivato anche a tirare in ballo l’epoca della dominazione romana, in una delirante sfida a chi andava più indietro nel tempo. Alcuni hanno sostenuto che vi sia un collegamento tra la mafia e la rivolta siciliana dei Vespri contro i francesi, nel 1282.

Cercare una data che possa rappresentare l’inizio del fenomeno mafioso è quantomeno fuorviante.

Parallelamente, cercarne le radici in epoche antichissime può sì rivelarsi un interessante sforzo erudito, ma può anche dar vita a un pericoloso effetto boomerang. Perché se si va a cercare troppo indietro nel tempo, la possibilità che si diffonda l’idea che tutto sia “sempre stato così, quindi non c’è nulla da fare” per cambiare il corso delle cose, non è affatto remota.

Per quanto riguarda la mafia, giochiamo su due livelli: c’è il fenomeno e c’è la parola, o per dirla nei termini proposti dallo storico Umberto Santino, c’è il “nome” e c’è la “cosa”

Nel 1812 il Regno di Sicilia ottiene una Costituzione, concessa da re Ferdinando III di Borbone in risposta alla rivolta scoppiata nell'isola e all'avanzata napoleonica nel Regno di Napoli, che sancisce l’abolizione del sistema feudale

Con la scomparsa del feudalesimo, i baroni ottenevano di non dover più sottostare a legami di vassallaggio con il sovrano e di poter godere delle proprie terre in quanto proprietà private.

La Sicilia entrava nella modernità. Di fatto da "feudi" si passò a parlare di "latifondi".

Così inizia una democratizzazione della violenza. Tra i membri delle nuove élites paesane sono protagonisti indiscussi i gabellotti, i quali nel corso dell’Ottocento preunitario e postunitario hanno come obiettivo principale quello di ereditare i beni e il potere sociale che apparteneva all’aristocrazia ex feudale.

I gabellotti cercarono di intercettare quelle ricchezze facendo uso, se le condizioni lo richiedevano, anche della violenza per ottenere l’affitto o l’acquisto dei terreni

In questo periodo in cui i diritti di proprietà non erano ben definiti ed era assente una forte struttura statale, nasceva una domanda di protezione che veniva soddisfatta da nuove figure, quelle appunto dei mafiosi che facevano uso di metodi extralegali.

Il mafioso si inserì, con un’attività tipicamente parassitaria, nel rapporto fra contadini e proprietari terrieri, sostituendosi al proprietario lontano dalla terra fino a privarlo dell’esercizio dei suoi diritti, ricattandolo e imponendogli come prezzo dei suoi servizi e della sua stessa presenza, un’assoluta libertà nella gestione dei rapporti con i contadini e la completa amministrazione del podere.

Mafia è una parola recente del nostro vocabolario, non sempre esistita. Entra nell’uso pubblico subito dopo l’Unità d’Italia, verso la metà dell’Ottocento.

La utilizza per la prima volta – per quello che ne sappiamo – un rappresentante delle istituzioni, l'allora prefetto di Palermo Filippo Gualterio, che in una relazione al ministro dell’Interno del Regno d’Italia scrive che in città esiste un problema criminale e politico di ordine pubblico, che lui chiama maffia.

Il prefetto di Palermo usa questa parola nel 1865 e ciò vuol dire che la “cosa” già esiste

Perché la parola viene dopo il fenomeno o, per meglio dire, i due elementi vanno a braccetto. Senza la percezione di un qualsiasi fenomeno e senza la sua concettualizzazione in un termine, niente esiste.

Quando esso abbia avuto inizio, in realtà, è cosa impossibile da dire con esattezza e quindi a noi non interessa. Ciò che a noi importa capire è piuttosto quando diventa fenomeno percepito come tale dalla società

Solo verso la metà dell’Ottocento si inizia a parlare di mafia, come di un fenomeno complesso che avvelena la vita pubblica della Sicilia.

Per percepire la mafia come una piaga, è necessaria la cosiddetta antimafia, che ne addita la pericolosità.

PROBLEMA: è innegabile che la mafia non si veda a occhio nudo, non sia qualcosa a se stante, esterna, tangibile, oggettiva

Si racconta che un giorno un giudice - presidente di sezione - chiese a Luciano Liggio, capomafia del clan dei Corleonesi: “Liggio, secondo lei la mafia esiste?”. La risposta del boss non si fece attendere: “Signor giudice, se esiste l’antimafia…”.

PROBLEMA: quando dice questo, in realtà Dell’Utri tocca un tasto dolente. La mafia non è qualcosa che si vede o si trova al supermercato

È proprio questo il punto. La mafia non esiste in sé, ma viene svelata da quella sensibilità particolare e nobile che chiamiamo comunemente “antimafia”, che costituisce il suo esatto contraltare.

Il movimento antimafia si configura per il suo essere, per definizione, "contro la mafia": afferma quindi una narrazione del fenomeno mafioso in negativo, con l'obiettivo progettuale positivo di trasformazione e costruzione di una società alternativa al sistema mafioso.

MAFIA E TRADIZIONE

A Palermo gode ancora oggi di straordinario successo la storia dei Beati Paoli, la misteriosa setta d’incappucciati protagonista del noto romanzo di Luigi Natoli, ambientato negli storici quartieri della città.

Quella dei Beati Paoli è una delle leggende metropolitane di Palermo: le avventure di una setta misteriosa che prende il nome dall’affiliazione a san Francesco di Paola

I protagonisti si riuniscono nottetempo all’interno delle gallerie sotterranee che percorrono il centro della città, per sentenziare condanne di morte contro colpevoli di alcuni reati non sanzionati dal la giustizia ufficiale.

Il romanzo uscì a puntate sul Giornale di Sicilia nei primi anni del Novecento ed ebbe un grandissimo successo di pubblico.

Stilisticamente ispirato al romanzo gotico di moda in quegli anni, "I Beati Paoli" costituisce per la mafia stessa un’opera imprescindibile per la sua legittimazione sociale.

L'ideologia di fondo professata dal romanzo si basa sul classico cliché secondo cui lo Stato non è sufficiente a difendere o comunque garantire giustizia e incolumità alla società civile, mentre in questo riuscirebbero molto meglio alcune organizzazioni locali, formalmente illegali, presenti sul territorio.

Secondo un percorso tortuoso, nel tempo si è venuta ad affermare la convinzione secondo cui la mafia nasce proprio come diretta prosecutrice dell’azione della setta dei Beati Paoli. È chiaramente una menzogna, visto che la setta non è mai esistita, si tratta solo di un soggetto letterario.

L’opera di costruzione di un’immagine positiva della mafia si è sempre basata nel tempo sulla presunta distinzione tra una “vecchia” mafia che garantiva l’ordine e una “nuova”, trasformatasi oggi in violenza e sopraffazione

In realtà, questa famosa “vecchia” mafia dell’ordine non è mai esistita: la teoria professata dagli stessi mafiosi, chiaramente a loro discolpa, viene recitata ciclicamente da parte di tutti gli affiliati all’organizzazione criminale, una volta arrestati. Ed è evidente il loro interesse nel sostenere questa tesi.

La mafia non è stata mai né “vecchia” né “nuova”, ma ha sempre operato a fini criminali, esercitando violenza e seminando morte, con l’obiettivo di procurare vantaggi per i suoi affiliati in barba alle esigenze democratiche del resto della società.

Questo lavoro collettivo, generato all'interno di un laboratorio sul fenomeno mafioso, si propone come uno strumento di comprensione e approfondimento da mettere a disposizione di chiunque - docente, studente o semplice lettore appassionato - volesse approfondire la sua conoscenza sull'argomento.

I materiali costituiscono una risorsa libera, gratuita e indipendente, che ha l'obiettivo di costituire da supporto per la diffusione del sapere in relazione al fenomeno mafioso.

Le ricerche hanno preso spunto dalle puntate delle serie "Diario civile" (2014) e "Lezioni di mafia" (2012), curate per Rai Storia dagli allora Procuratori della Direzione Nazionale Antimafia Franco Roberti e Pietro Grasso.

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