Porrajmos

l Porrajmos in Italia indica la persecuzione subita dalle minoranze linguistiche sinte e rom durante il fascismo.

A partire dagli Anni Venti, la politica fascista si è progressivamente radicalizzata delineando quattro periodi di riferimento: 1922-1938: i respingimenti e l’allontanamento forzato di rom e sinti stranieri (o presunti tali) dal territorio italiano; 1938-1940: gli ordini di pulizia etnica ai danni di tutti i sinti e rom presenti nelle regioni di confine ed il loro confino in Sardegna; 1940-1943: l’ordine di arresto di tutti i rom e sinti (di cittadinanza straniera o italiana) e la creazione di specifici campi di concentramento fascisti a loro riservati sul territorio italiano; 1943-1945: l’arresto di sinti e rom (di cittadinanza straniera o italiana) da parte della Repubblica Sociale Italiana e la deportazione verso i campi di concentramento nazisti.

Il 19 febbraio 1926 una circolare inviata ai prefetti precisava di respingere gli “zingari”, qualsiasi fosse la loro provenienza ed anche in caso di documenti validi per l’ingresso in Italia. L’8 agosto di quello stesso anno il Ministero degli Interni precisava che l’obiettivo da perseguire era l’epurazione del territorio nazionale dalla presenza di carovane di “zingari”, di cui era superfluo ricordare la pericolosità nei riguardi della sicurezza e dell’igiene pubblica.

L’attenzione veniva quindi rivolta immediatamente verso le frontiere, dalle quali non permettere l’ingresso di rom e sinti, ma con l’ordine del mese di agosto l’obiettivo diventava quello di espellere anche quegli “zingari” di cittadinanza straniera che fossero già presenti nel Regno. Si cominciava una politica di espulsione verso qualsiasi rom o sinto potesse essere individuato come soggetto privo di cittadinanza italiana

A partire dal 1939, il noto periodico La Difesa della Razza come pure alcuni testi accademici in particolare di Medicina sociale hanno pubblicato saggi in riferimento alla pericolosità sociale degli “zingari” da considerarsi “uno sfavorevole apporto razziale alla genìa italica”. Gli articoli erano firmati dal giovane antropologo Guido Landra e da Renato Semizzi, ordinario di Medicina sociale a Trieste e firmatario del Manifesto della Razza.

La convinzione espressa da Benito Mussolini che ebrei e rom fossero spie attive contro lo Stato, portava ad ordinare un sempre più stretto controllo sui confini e l’Istria divenne il banco di prova di questa politica antizingara. Il 17 gennaio 1938 Arturo Bocchini ordinava di contare e categorizzare tutti i rom istriani dividendoli tra soggetti con precedenti penali non pericolosi, soggetti senza precedenti penali e pericolosi e soggetti pericolosi. Il prefetto istriano Cimoroni rispondeva con delle liste di nomi dettagliatissime e tra febbraio e maggio 1938 l’ordine emanato da Arturo Bocchini il 17 gennaio 1938 avviava la pulizia etnica dell’Istria nei confronti dei rom e sinti: questi furono imbarcati sui traghetti e portati verso il confino in decine di paesi sardi, tra le province di Nuoro e Sassari. Arrivarono in Sardegna almeno 80 persone che poi furono disperse nelle campagne e controllate dai carabinieri.

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