La Cena di Carnevale del centro pannunzio, 28 febbraio 2017

Carlo Goldoni, La stagion del Carnevale (componimento tratto dal dramma comico La mascherata (1751)).

La stagion del Carnevale

tutto il mondo fa cambiar.

Chi sta bene e chi sta male

Carneval fa rallegrar.

Chi ha denari se li spende;

chi non ne ha ne vuol trovar;

e s’impegna, e poi si vende,

per andarsi a sollazzar.

Qua la moglie e là il marito,

ognun va dove gli par;

ognun corre a qualche invito,

chi a giocare e chi a ballar.

Par che ognun di Carnevale

a suo modo possa far;

par che ora non sia male

anche pazzo diventar.

Viva dunque il Carnevale,

che diletti ci suol dar.

Carneval che tanto vale,

che fa i cuori giubilar.

(Link alla foto: https://goo.gl/images/VAqRgh)

Nelle rappresentazioni Carnascialesche, sin dal Medioevo, la fame e l’abbondanza erano due estremi che convergevano, ma non erano i soli elementi di segno opposto ad attrarsi. Com’é possibile?

Il fatto è che in questo periodo dell’anno tutti gli ordini andavano sovvertendosi. Anche quelli sociali: il povero, il miserabile e il ricco (o il nobile), erano tutti sullo stesso piano. Almeno per un brevissimo istante. Quello della gozzoviglia, dell’ingordigia senza redini; dei paesaggi costituiti da montagne di pasta condite con nevicate di formaggio, dei fiumi inesauribili di vino. L’incredibile scenografia del paese di Cuccagna.

Ma c’è un motivo ben preciso.

Mangiare diventa conoscere. È quello che avviene nel Gargantua e Pantagruele, di Rabelais (nella prima metà del 1500): mangiare è inghiottire, assorbire il mondo. Si rende libera la parola, che solo durante il banchetto può essere veritiera. Il cibo è quindi sempre il “cibo della mente” tant'è che Rabelais invita i lettori a fare come il cane che mangia l'osso:

«per poter annusare, sentire e apprezzare questi bei libri di gran succo, svelti nell'andatura ma arditi nell'assalto; e poi, con curiosa lettura e meditazione frequente, rompere l'osso di fuori e succhiare la sostantifica midolla (e cioè quello che io ho voluto significarvi per mezzo di questa simbologia pitagorica) con sicura speranza di diventare scorti e valenti in questa mia lettura. Perocché in essa ben altro gusto troverete, e più segreta dottrina: la quale vi rivelerà altissimi sacramenti e orrifici misteri, tanto per quel che concerne la nostra religione, come anche la situazione politica e il momento economico».

Il cibo diventa parola. La scrittura permette, letteralmente, di mangiare e divorare il mondo!

E in questa serata Carnascialesca come beviamo?

Già! Avete compreso bene. Come beviamo, non già cosa. Perché stasera avremo soprattutto l’occasione di rinsaldare la nostra salute! Non ci credete?

Basta seguire le parole di Paolo Monelli, nel suo O.P. ossia il vero bevitore del 1963.

«Qualche anno fa a Roma, quando giunse dall’Asia un’influenza più perniciosa del solito, nel più forte dell’epidemia, quando non si trovavano più dai farmacisti i rimedi proposti per combattere il male o prevenirlo, fra cui la vitamina C, disse un medico illustre: «E allora prendete la vitamina F». «Quale vitamina F?» chiese qualcuno, «F per frascati, o falerno, o freisa», rispose il savio medico, «o meglio la vitamina V, cioè vino di ogni nome o qualità, purché generoso e genuino.» E s’è sempre saputo che il vino ha particolari virtù in quelle malattie che si curano con il caldo, avendo appunto la qualità, in combinazione con l’ossigeno della respirazione, di sviluppare un calore benefico e corroborante: un calore salutare che, come osservava l’insigne patologo Giulio Bizzozero, si oppone al malaticcio calore della febbre e l’attenua. Questa virtù non è sola del vino, è anche delle nobili acquaviti. È nota, e usata con successo da molti, la cura dei tre cappelli. Ai primi sintomi del raffreddore ci si mette a letto, dopo aver collocato un cappello sulla seggiola o sul cassettone, insomma in un posto visibile dal letto, e sul comodino accanto una bottiglia di grappa o di rum o di vecchio cognac. S’incomincia a berne tenendo gli occhi fissi sul cappello. Dopo un certo numero di bicchieri il cappello si sdoppia; voglio dire se ne vedono due. Bene, si continua a mandar giù grappa o rum o vecchio cognac, non perdendo mai di vista gli ormai due cappelli. Quando i cappelli son diventati tre si spegne il lume e ci si butta a dormire. La mattina dopo il raffreddore è già passato».

(immagine da "Il ghiottone errante" di Paolo Monelli, illustrazioni di Novello)

Quindi vedete: stasera come beviamo? Ma con l’intenzione di non aver necessità dei farmacisti, è ovvio (e neppure dei medici, che è festa)!

In questa occasione, però, non possiamo parlare soltanto di come trangugiare vini. Perché è risaputo che i vini sono il volto di un’intera popolazione, gli somigliano, ne hanno identiche fattezze! Ce lo illustra sempre Paolo Monelli dal volume già citato.

«Ecco il Piemonte, pais d’ì môntanar, pais d’omini dur e tut d’un toc, come li definisce Cesare Balbo, paese di gente di montagna, dura, tutta d’un pezzo, forse come il granito delle Alpi, e militare; gente pratica, di abitudini regolari, con poca fantasia, razionale piuttosto che poetica; è chiaro che dovesse produrre i vini più seri d’Italia: l’aristocratico concettoso barolo, che invecchia lentamente, matura tardi, si conserva a lungo; il gattinara, il barbaresco, e la barbera, corposa, robusta, che regge ai viaggi ed ai climi, tutta afrore, tutta vino (e Umberto Calosso la definì buona come il pane), vini tutti che in contrasto con l’adolescente chianti da giovani sono ruvidi e aspri, rozzi ma villani come si dice degli alpini, e poi con gli anni diventano sempre meno burberi e più generosi, ma sempre con un che di solenne».

Piemontesi, insomma. Fin dentro la barbatella!

E voi? fra voi convenuti a questa cena, piemontesi o meno: reggete i cibi forti, energici e corposi come i vini di questo territorio? Se la risposta è affermativa sappiatelo: forse la colpa è della Bella Rusin.

Ce lo racconta Francesco Rosso ne Lo stivale allo spiedo del 1965:

«L’uso di condire tutto con l’aglio pare lo abbiano introdotto in Piemonte i Savoia portandolo dalla Francia, ma da buoni imitatori noi abbiamo esagerato, e vi sono alcuni paesi in cui si condiscono persino i cotechini con aglio pestato. Altri, invece, dicono che sia stata la bela Rusin a introdurre a corte la sua inclinazione plebea per l’aglio, invogliando il suo regale consorte morganatico Vittorio Emanuele II all’aspro piacere dei cibi all’aglio, forse per non turbarlo col suo alito forte nei piacevoli momenti dell’intimità. E’ noto che, mangiando aglio tête a tête, l’odore si elide. La storia dell’aglio in casa Savoia ha un certo fondamento anche perché Vittorio Emanuele II, fanatico sterminatore di selvaggina (oltre che di gonnelle), era perennemente in giro sulle montagne piemontesi perché amava le piacevoli fatiche della caccia allo stambecco e alle montanare pienotte».

E ci ha lasciato così l’eredità dei gusti rustici e sinceri (certo più delle sue adulazioni per le gonnelle di cui sopra!).

E noi, stasera con cosa ceniamo? Ma con i cibi e i vini genuini! Lo ascoltiamo dalle parole di Mario Soldati che nell’Introduzione. Il momento del vino, in Vino al vino del 1977 ci illumina:

«La verità è che, in fatto di gusto, nessuno potrà mai sostenere che la maggioranza abbia necessariamente ragione. Nemmeno in politica è così. Infatti, che la maggioranza abbia sempre ragione non è, contrariamente a quanto si crede, la base della democrazia: ma soltanto il suo ideale, il suo miraggio. La base della democrazia è un'altra, più complicata, più delicata, più radicata nel cuore dell'uomo: è che gli inconvenienti di un regime politico autoritario sono, o presto o tardi, tali e tanti che è più saggio per i popoli affidarsi alle decisioni di una maggioranza, che abbia torto, piuttosto che alle decisioni di una minoranza, che abbia ragione. In ogni modo, questo, ovviamente non è il caso del vino. Giacché la minoranza, sempre più esigua, che difende il vino genuino e instabile, non pretende affatto di governare i consumatori e i produttori, né di proibire il vino troppo lavorato e troppo stabile: si limita a compiangere codesta maggioranza e a consigliarle di convertirsi, per il suo bene. Nel vino, come nella cucina, può succedere che il parere di una persona sola sia più giusto del parere di milioni di persone».

E ora, Buona Cena a Voi...

(Le foto sono tratte da Pinterest.com)

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Monica Mercedes Costa
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