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Designers for Bergamo Un tributo alla città attraverso immagini e interviste ai grandi protagonisti di DimoreDesign

Puntata 23

GIOVANNI LEVANTI INCONTRA PALAZZO AGLIARDI

GIOVANNI LEVANTI

Questo è il bello degli oggetti, il loro mistero che poi comunica anche altri valori: affettivi, simbolici... Questo è il bello del design, per ciò son belle le cose

Intervista a cura di Giacinto Di Pietrantonio

Giacinto Di Pietrantonio: Per Palazzo Agliardi ti abbiamo chiesto di confrontare il tuo lavoro con la storia.

Giovanni Levanti: Io faccio il designer e il mio approccio è quello di creare oggetti decontestualizzati. Non progetto per dei luoghi specifici. La decontestualizzazione è una caratteristica dell’industrial design e i miei sono oggetti seriali. Nel caso delle dimore è stata una sfida stimolante e mi sono comportato come vorrei si comportasse un architetto. Quando penso all'architettura, penso sempre al concetto di luogo e quindi a contestualizzare le cose. Lo spazio di Palazzo Agliardi mi ha suggerito delle azioni, e questo è una cosa estremamente interessante. Poi credo che in genere lavorare con le dimore storiche sia un tema molto attuale visto che oggi viviamo un presente che è un po’ nel passato, un po’ nel futuro, e dunque quale situazione migliore di questa per verificarlo. Quale posto migliore di un luogo dove vediamo la contemporaneità inserita in un contesto che rimanda a qualità di vita passate.

G.D.P.: Come hai affrontato questo spazio, perché hai scelto di mettere certi oggetti e non altri?

G.L.: Quando ho visitato il Palazzo, ho capito che c’era una sala principale e altre quattro laterali. Allora ho deciso di fare un percorso con oggetti e disegni in cinque scene. Tutte le stanze mi hanno suggerito delle possibilità, per esempio nella stanza principale c’è un busto di madonna lignea e un soffitto affrescato che rimandano a un clima di festa e alla tradizione religiosa e popolare. Poi una stanza con grandi pitture di paesaggi alle pareti mi ha portato a pensare ad una introduzione allo spazio domestico. Infatti ho fatto dialogare le vedute sulle pareti con i miei disegni della serie dei Gps dove il paesaggio viene interpretato da una persona che è ormai abituata a vedere il mondo attraverso il telefonino e internet.

G.D.P.: Cosa sono i paesaggi Gps?

G.L.: Sono delle tecniche miste su carta, dove il posizionamento è presente - attraverso un puntino dipinto con una bomboletta spray- sia in paesaggi notturni su carta nera che nei diurni su carta bianca. Paesaggi visti come una sorta di planimetria onirica, uno sguardo dall’alto, ma non solo.

G.D.P.: Come consideri tali disegni: opere d’arte, idee per il design, per l’architettura?

G.L.: Prima di ogni cosa le considero necessarie. Mi sono sempre mosso, come in una specie di ping-pong, tra la cultura figurativa e quella del progetto. Progettare significa arrivare a una forma e questa deve attingere a qualcosa. Ho sempre avuto una vicinanza all’arte, e guardato con grande interesse la storia dell’arte. Ho sempre disegnato e continuo a farlo. Non mi pongo il problema se sia arte o meno.

G.D.P.: Che senso ha per il progetto questa prossimità?

G.L.: Come dicevo nel mio processo progettuale questo dialogo è necessario, senza di esso non saprei sinceramente arrivare a definire una forma. Poi li vedo insieme perché sono entrambi figli miei e quindi non riesco a vedervi una dissonanza. Ma è chiaro che oggetti e disegni hanno anche una loro vita autonoma.

G.D.P.: Certo, ma per fare gli oggetti c’è, comunque, un passaggio a un disegno tecnico, con le misure di scala... Ma continuando a parlare del processo di vicinanza questi disegni, diciamo così intermedi, tu non li esponi mai con gli oggetti, preferendo mostrare i disegni primari, quelli che definiscono una poetica.

G.L.: Si, è chiaro che quando arrivo alla fine a definire un progetto c’è un modo di rappresentare e comunicare al produttore l’idea, però c’è tutta una fase iniziale di avvicinamento progressivo, che è poi quello che ha dato il titolo all’allestimento della mostra a Palazzo Agliardi, che chiamo “Il candore umano”. Esso fa riferimento a un mio progetto, un cavallo a dondolo per adulti (Candore, 2003), ma anche a quel momento cruciale della progettazione in cui non è ancora chiaro il risultato finale, ma c’è un avvicinarsi a esso. Lì si diventa dubbiosi, incerti talvolta indifesi e fra i vari appigli, per me, c’è questa vicinanza a quella espressività un po' autonoma di cui parlavamo prima.

Quindi i riferimenti ai disegni e alle fotografie sono indispensabili proprio in quel momento di fragilità, di purezza, che poi invece diventa disciplina, linguaggio tecnico, consapevolezza di ciò che si sta facendo e nel migliore dei casi alla fine prodotto vero.

G.D.P.: Visto poi i risultati ultimi del processo mi sembra di vedere e capire che per te il design, quindi l’opera finale, l’oggetto, è più una poesia che un oggetto vero e proprio, perché quando ci si trova davanti ad esso la prima cosa che ti viene in mente non è come usarli, ad esempio il divano per sedersi, ma come qualcosa con cui giocare, oppure come sculture, poesie.

G.L.: Non so se è poesia, comunque, in questo senso, un po' di mistero i miei oggetti ce l’hanno. Infatti, spesso non comunicano subito il loro uso e questo - rispetto a una logica strettamente disciplinare o all'opposto strettamente mercantile - può sembrare qualcosa di negativo. Pensiamo a quello che diceva il modernismo, Bauhaus “La forma segue la funzione” comunque da allora la forma in qualche modo “appare”. Nel mio caso questa specie di enigma ha l'intento di comunicare la disponibilità ad un uso che va scoperto.

Per esempio non è un divano che cerca solo di sorprendere, ma “qualcosa” che ha una sua logica interna e funziona anche da divano. Il puntualizzare determinati comportamenti fa sì che si diventi più attivi rispetto a tutto ciò che ci sta intorno... non utilizziamo soltanto, ma acquisiamo un comportamento di conoscenza nei loro confronti delle cose.

G.D.P.: Possiamo forse dire che viviamo in un’epoca, quella postmoderna, neo-moderna, sur moderna, o come vogliamo chiamarla, in cui la forma segue la comunicazione invece della funzione. D’altra parte il filosofo Michel Serres ha detto che oggi non viviamo più in un tempo prometeico e dunque della modernità, ma in quello mercuriale. Siamo, cioè, passati dal mondo di Prometeo – divinità fondatrice della modernità, a quello del dio Mercurio – portatore di messaggi, di comunicazione appunto.

Tuttavia, ciò non va visto in negativo come la scomparsa della funzione, ma come un arricchimento. In questo senso ci può venire incontro la relazione con il passato e soprattutto con le dimore storiche in cui gli oggetti del tempo storico non erano realizzati e/o richiesti solo per il loro uso “primario,” ma per la loro dimensione simbolica, comunicativa.

G.L.: Si, anche se il simbolismo lo pratico senza che sia un atto voluto. Se ci pensi anche un martello, rispetto a una pietra, è qualcosa di inaudito, perché ci sono relazioni inaspettate, materiali diversi, forme differenti.

Questo è il bello degli oggetti, il loro mistero che poi comunica anche altri valori: affettivi, simbolici... Questo è il bello del design, per ciò son belle le cose.

G.D.P.: Poi come procedeva il percorso?

G.L.: Dopo l’introduzione de “Il paesaggio e il posizionamento” si entrava sempre più nella casa, in un ambiente molto raccolto, propriamente domestico. C’era anche un camino e di fronte a esso ho messo Gobbalunga una seduta che inizia come una poltroncina apparentemente tradizionale e termina con una lunga coda che si raccoglie. Da qui il titolo della scena “Sembra un gatto”.

Era come stringersi intorno al camino, creando un ambiente molto raccolto, intimo.

Questa ricerca del calore domestico era accentuata anche da una lampada che ho disegnato molti anni fa che si chiama Cromatica. Una lampada che attraverso una gestualità conosciuta come quella di voltare pagina, colora improvvisamente le pareti della sala.

G.D.P.: Una lampada che esprime l’idea del libro?

G.L.: …e di uno spartito. Infatti c'è una partitura cromatica fatta da una sequenza di carte colorate inclinate come su un leggio, questo per accentuare maggiormente l’effetto: la luce è diretta sulle pagine, rimbalza e colora le pareti. Quando l’ho pensata, nel 1993, non c’erano ancora i led, e neppure quella specie di luce sintetica odierna che si può anche memorizzare e controllare attraverso il telecomando; eri tu, attraverso un gesto a cambiare la luce e l'idea di una stanza.

G.D.P.: Tornando al divano Gobbalunga, fatta di due pezzi mi fa pensare non come citazione, ma come sistema di seduta composta di due elementi alla Poltrona Up di Gaetano Pesce.

G.L.: La Up di Pesce è un capolavoro e un’icona pop del design non solo italiano. La sua forza innovativa è data dal fatto che veniva venduta sottovuoto e si materializzava al momento dell'apertura mostrando la forma della donna, del grembo della fertilità con una palla legata al piede come pouf e tante altre cose. Nel Gobbalunga è come se io fossi entrato dentro il linguaggio degli imbottiti, dei divani. La seduta è unica ma formalmente differenziata con una prima parte che rimanda a una poltroncina abbastanza tradizionale, poi una coda mobile e versatile la trasforma in chaise longue con pouf integrato, con la possibilità di conformare spazi relazionali diversi.

Sono oggetti con cui interagire, performativi...disponibili.

G.D.P.: Come per la lampada...

G.L.: Si, come tante mie cose. Ho lavorato, per esempio, con l’azienda Campeggi che fa della trasformazione e del movimento la sua cifra stilistica, ma spesso con meccaniche complicate. Le mie proposte hanno cercato il movimento e la trasformazione riducendo – se non addirittura annullando – questa meccanicità con un design morbido. Poi sono riuscito a convincerli a mettere in produzione un’inedita palestra domestica in cui il movimento non è più nell’oggetto, ma in chi lo usa.

G.D.P.: Ciò che mi sembra di vedere nel tuo lavoro è che cerchi di mantenere una condizione manuale non tanto nell’aspetto visivo dell’oggetto, come ad esempio avviene negli oggetti di quei designer che rivalutano l’artigiano e in cui si vede immediatamente il fatto a mano, ma una manualità nell’uso che ne fa l’utente che è chiamato a collaborare alla creazione dell’oggetto, dell’opera. Quest’aspetto nell’arte è molto discusso, almeno dai tempi dell’Arte programmata e di Opera aperta entrambi concetti determinati da Umberto Eco.

G.L.: Si, e questo è un punto molto importante. Nei miei lavori la fase dell’ideazione è nettamente separata da quella della produzione, non c’è l'idea dell’autoproduzione e neanche della piccola serie. Sono prodotti seriali realizzati dalle aziende, prodotti forse un po' alieni... ma direi empatici. Un altro elemento - per me interessante - è che essendo realizzati con materiali, fatture e tecnologie abbastanza normali non sono molto costosi. Il tema del lusso non mi ha mai coinvolto. Poi se queste cose si vendono o meno, è un altro discorso (ride).

G.D.P.: È chiaro che nel design, ma non solo, il tema della vendita, del mercato è un punto fondamentale.

G.L.: Diciamo che il mio rapporto con il marketing non è sereno. Anche recentemente ho fatto delle proposte che sono state molto apprezzate dai produttori (intesi come uomini) e meno dal marketing (inteso come strategia) il risultato sono stati oggetti non-nati, non-prodotti, ma questo fa parte del gioco.

G.D.P.: Tornando alle sale di Palazzo Agliardi?

G.L.: Si, ora ci troviamo nella sala centrale, che per me rappresenta il luogo della festa e delle origini, comprese le feste patronali, le processioni... Ho immaginato un grande evento centrale che è poi diventato una specie di carro del sole, ma anche un carretto siciliano.

G.D.P.: Che è anch’esso una sorta di carro del sole, visto che il colore base del carretto siciliano è giallo.

G.L.: Si è vero, qui Candore il cavallo a dondolo per adulti di cui parlavo prima è diventato piumato come in un carretto preparato “a festa” col pennacchio. Poi ci sono due lunghe aste di colore giallo e rosso – che sono quelli della bandiera con la Triscele siciliana ma anche quelli dello stemma del comune di Bergamo - che conducono ad alcuni miei progetti: una palestra domestica morbida (Sneaker), un tappeto plurifunzionale (Xito) e 12 orologi di varie dimensioni molto grandi e colorati (Mozia).

G.D.P.: Come andava a finire?

G.L.: Mi è dispiaciuto non poter intervenire nel giardino pensile a causa di lavori in corso. Finivo con altre due sale laterali: una l’ho chiamata “La stabilità domestica”, perché lo spazio mi dava la sensazione di una stanza rassicurante, con una sua simmetria evidente. Allora ho introdotto l'instabilità con un dondolo per adulti e poi ho posizionato un piccolo salvadanaio a forma di pigna sotto un quadro che racconta e rappresenta la fortuna. L’ultima stanza era quella che una volta era adibita a cucina. In questa scena chiamata “L’equipaggiamento” sono presenti un po’ di materiali del mio arsenale personale: schizzi, fotografie, modellini di studio e lavori autonomi vicini agli oggetti presenti in mostra.

G.D.P.: Tu insegni Design. Come e che cos’è per te l’insegnamento?

G.L.: Insegno ormai da tanto tempo, passando dalla Domus Academy alla NABA di Milano, dall’ISIA di Faenza all’Accademia di Belle Arti di Catania. Un’esperienza che mi ha dato la possibilità di conoscere studenti di varia provenienza italiana ed estera. Ho capito come siano importanti e stimolanti per un docente le differenze, e che il compito di un docente deve essere proprio quello di alimentare queste diversità. Da parte mia cerco di far diventare i giovani progettisti coscienti del loro lavoro. Mi interessa cercare di comunicare loro una possibile coerenza tra un’idea iniziale e un risultato finale al di là degli stili, delle mode e delle posizioni. Mi interessa lasciare aperta questa pluralità di approcci all’interno di un modo responsabile di fare le cose. Credo molto nell’idea pluralista del design contemporaneo.

G.D.P.: Visto che siamo arrivati a parlare di giovani, di studenti, ricordi come, quando e perché hai iniziato?

G.L.: Ho iniziato a fare design perché non mi piaceva l’architettura che si faceva allora. Ero iscritto ad architettura a Palermo e imperava il postmoderno della citazione esplicita, quello della Strada Novissima che Portoghesi aveva esposto alla prima Biennale di Architettura. Poi ho sempre amato le avanguardie artistiche, una borsa di studio per un master in Industrial Design alla Domus Academy di Milano mi ha portato a fare delle scelte. A me sembrava che il design, agli inizi degli anni ottanta, fosse più avanti dell’architettura. Allora non si capiva bene dove si stesse andando, perché si era rotto il meccanismo della sicurezza disciplinare (forma-funzione) e non si capiva bene cosa stesse nascendo, ma personaggi come Sottsass, Branzi, Mendini e Mari erano illuminanti. Poi c’era la cultura figurativa, la Transavanguardia, affascinante ma che - per il ritorno al quadro e alla pittura - poteva essere letta come un momento passatista. Anche se a me piacevano e piacciono molto Cucchi, De Maria, Paladino, ma anche gli altri... Tuttavia nel design si iniziava a non capire più nulla e per questo era un terreno affascinante.

G.D.P.: E come ti sei districato?

G.L.: Alla Domus mi sono arricchito della compresenza di tanti studenti provenienti da varie parti del mondo. Ho iniziato subito a collaborare con Andrea Branzi e contemporaneamente ho avuto la possibilità di disegnare per diverse industrie che in quel momento volevano aprirsi ai giovani progettisti e mi è andata bene, nel senso che parecchie mie cose sono state prodotte.

G.D.P.: Ricordi il primo?

G.L.: È stata una fruttiera. Ma contemporaneamente ho disegnato oggetti per Memphis (un sogno realizzato, allora avere degli oggetti nella sua collezione) oppure per Cassina, altra azienda che sembrava irraggiungibile. In quel momento ho capito che bisognava lavorare molto seriamente e i risultati sarebbero arrivati.

G.D.P.: Hai avuto dei rifiuti per gli oggetti che hai progettato, o ti è stato sempre prodotto e/o esposto tutto?

G.L.: Succede spesso che i progetti si fermino e non vengano prodotti perché il rapporto con le aziende non è semplice anzi, oggi direi sempre più complicato. Altra cosa è – ma qui siamo nell'aneddotica – che vengano rifiutati in delle mostre degli oggetti già prodotti. Per esempio ho disegnato un lavabo (Nativo) tuttora in produzione e con un discreto successo commerciale, che a livello espositivo è già stato rifiutato due volte...

G.D.P.: Perché?

G.L.: Credo la tipologia …la paura di vedere in mostra un sanitario non so, la bellezza di un lavabo sembra qualcosa di preoccupante.

G.D.P.: Nel mondo dell’arte è vero il contrario se pensiamo che tutta l’arte concettuale nasce dal gesto di Duchamp di esporre un sanitario, l’orinatoio.

G.L.: Infatti tutto ciò rimane incomprensibile. Mendini recentemente ha scelto il mio lavabo per un suo lavoro decorativo, cosa che in qualche modo ne ribadisce la qualità, per il resto non saprei cosa dirti, cento anni dopo Mutt/Duchamp il gran rifiuto dei sanitari continua...

BIO

GIOVANNI LEVANTI (1956) nasce a Palermo, ma ha vissuto la sua infanzia a Prizzi (PA) e Sant'Agata di Militello (ME) in Sicilia. Dopo la laurea in Architettura interessato all'arte nelle sue espressioni più contemporanee e al design radicale si trasferisce a Milano per conoscere da vicino il "sistema design". Frequenta la Domus Academy e inizia a collaborare con Andrea Branzi. Nel 1991 apre il proprio studio.

Il suo lavoro è subito riconosciuto e apprezzato: partecipa alla mostra "12 nuovi Memphis" e marchi rinomati del design come Cassina ed Edra includono nei loro cataloghi suoi progetti. Inizia una duratura collaborazione con l'azienda Campeggi che lo porta ad indagare - attraverso un metodo fatto di continui rimandi tra intuito e rigore - nuove possibilità e nuove tipologie per rinnovare il comfort domestico: "contestatore coraggioso del salotto buono" per Beppe Finessi, "Un metodo individualista e un'opera individuale" per Alessandro Mendini. Il suo lavoro tra ricerca e prodotto, aperture utopiche e realtà produttiva si manifesta attraverso l'uso di molteplici linguaggi: disegno, pittura, scultura, fotografia. Collabora con Alessi Twergi, Azzurra Ceramica, Diamantini&Domeniconi, Domodinamica, Foscarini, Pallucco, Salviati, Serafino Zani, e le aziende giapponesi In the Room, Marutomi e Nagano. Suoi oggetti, progetti e disegni sono selezionati per prestigiose mostre internazionali tra le quali: Ultrabody, a cura di Beppe Finessi (Milano, 2012), Design una storia italiana, a cura di M. Romanelli (Roma, 2011, Torino, 2012); Le Fabbriche dei sogni, a cura di A. Alessi (Milano, 2011); Ospiti inaspettati, a cura di B. Finessi, (Milano, 2010); Abitare l'utopia, a cura di A. Mendini (Verona, 2010); Quali cose siamo, a cura di A. Mendini (Milano, 2010); 1978-2008 Made in Italy, Brazilian Design Biennal, a cura di V.Pasca (Brasilia, 2008); Il Modo Italiano, a cura di G. Bosoni (Montreal, 2007, Toronto, Rovereto); 1945-2000 Il Design in Italia, 100 oggetti, a cura di S. Annichiarico (Seoul, 2001 itinerante); Italia e Giappone – design come stile di vita, a cura di A. Branzi (Yokohama, Kobe, 2001); Il Design Italiano 1964-1990 a cura di A. Branzi (Milano,1996); La Fabbrica Estetica a cura di A.Mendini (Parigi,1993); Capitales Europennes du Noveau Design, a cura di A. Branzi (Parigi,1991); Dodici Nuovi Memphis, a cura di B. Radice (Milano,1986). Suoi oggetti sono presenti nella Collezione Permanente del Design Italiano della Triennale di Milano, nella Collezione di Design del Museum of Fine Arts di Montreal e nella Collezione di Design del Museo Nazionale d’Arte Moderna del Centre Pompidou di Parigi. Tra i riconoscimenti: Il Palermo Design Week (Palermo, 2007) e il Design Plus Prize (Francoforte, 2000), le selezioni al XXII Premios de Disegno cDIM Professionales (Valencia, 2004) e al XIX Premio Compasso d’Oro ADI (Milano, 2001). Nel 2007 la sua prima personale nei locali del Caffè Letterario del Teatro Massimo di Palermo. Nel 2010 Beppe Finessi cura un'ampia retrospettiva sul suo lavoro negli spazi delle gallerie Careof e Viafarini, presso la Fabbrica del Vapore di Milano.

www.giovannilevanti.com

PALAZZO AGLIARDI

Palazzo Agliardi racchiude 500 anni di storia della città e non solo di Bergamo: l’intreccio di vicende familiari, dinastiche, imprenditoriali, artistiche e militari che questo edificio racconta e testimonia è arricchito da grandi nomi ed eventi storici che vanno oltre le mura di Bergamo e segnano da un lato la storia d’Italia e dall’altro la storia dell’arte.

Intervista a cura di Giacinto Di Pietrantonio | Testi a cura di Leone Belotti | Opere Giovanni Levanti: fotografie installazioni a Palazzo Agliardi © Ezio Manciucca | Senza titolo (serie dei Gps), Giovanni Levanti - Tecnica mista su carta, 35x27cm, 2014 | Il candore umano, Giovanni Levanti - pastelli a cera su carta 21x29,7cm, 2014 | Candore, Giovanni Levanti - prod. Campeggi, 2003 ph. Ezio Prandini | Cromatica, Giovanni Levanti - prod. Domodinamica, ph. Emilio Tremolada | Nativo, Giovanni Levanti - prod. Azzurra Ceramica, 2012 - ph. Fabrizio Faedda | Ph. ritratto Giovanni Levanti © Gianluca Widmer | Editing Roberta Facheris