Caravaggio A Natale con ... prof dellafiore

Canestra di Frutta, 1599, olio su tela, Pinacoteca Ambrosiana, Milano

Il quadro è l’unica natura morta di Caravaggio che non sia andata perduta. In quest’opera, la frutta è l’assoluta protagonista,: non ci sono persone a sorreggerla, né tavole imbandite da arricchire. La scelta di sottrarla a una funzione puramente decorativa nobilita un tema considerato secondario, dandogli la stessa dignità artistica della figura umana. Il soggetto è inquadrato frontalmente e realizzato con estrema concretezza plastica. La cifra artistica di Caravaggio è già evidente in quest’opera giovanile dove, attraverso la drammaticità di contrasti tonali netti e decisi, il pittore esalta il profilo e i volumi delle forme. La pera e la mela bruciate dalla luce ingaggiano un intenso conflitto cromatico con i toni scuri dell’uva nera e della foglia di vite, che è dipinta in controluce.

Caravaggio non cerca una rappresentazione estetizzante, non si preoccupa che la sua frutta risulti bella o gradevole alla vista. Per il pittore il soggetto deve essere prima di tutto reale: dipingere significa accettare la realtà così com’è, senza abbellimenti e con tutte le sue imperfezioni. Anche i dettagli meno seducenti - la mela mangiata dal bruco, la foglia secca del fico o la polvere sugli acini d’uva - meritano di essere ritratti sulla tela. Caravaggio elabora in questo modo una rivoluzionaria estetica del vero, che viene però percepita dall’ambiente accademico romano come volgare e brutale. Non è chiaro come l’opera sia arrivata nelle mani del cardinale milanese Federigo Borromeo, probabilmente gli viene donata dal cardinale Del Monte nel 1599. Il Borromeo a sua volta la regala alla biblioteca Ambrosiana di Milano nel 1618. L’opera si trova oggi nella Sala 6 della Pinacoteca Ambrosiana di Milano.

I Segreti Nascosti Nella Canestra Di Frutta

Conversione di San Paolo, 1600 - 1601, olio su tela, Santa Maria del Popolo, Roma

La scena è una semplice stalla, una postazione poco prima la città cui Saulo era diretto. Testimoni della vicenda soprannaturale: il cavallo, che occupa più della metà del dipinto, un anziano palafreniere che appena s’intravede sulla destra del dipinto, dietro il muscoloso collo possente del destriero. Paolo, invece, è riverso a terra. è la luce la vera ed autentica costruzione del dipinto che fa la protagonista principale del teatro della vicenda.

Si scorge il moto ancora attivo delle gambe, inclinate, le braccia alzate, gli occhi accecati dalle palpebre chiuse in segno di difesa da quel bagliore. E’ un crescendo: la spada alla sinistra affrancata alla cinta è lontana, non può difenderlo, è lì al suo fianco predata come il padrone. Sbigottiti per lo stupore gli attori di questa scena e anche noi osservatori, dal pathos evocativo caravaggesco. Il cavallo è in una posa singolare: l’anteriore destro è rialzato, d’istinto per non calpestare il cavaliere caduto.

Crocifissione di San Pietro, 1600- 1601, Santa Maria del Popolo, Roma

La Crocifissione di san Pietro ha un impianto molto solido e tutta la scena ha un vigore notevole. Il taglio del quadro è decisamente innovativo, con la scelta di comprimere l’immagine in un angolo visivo ristrettissimo che non riesce a contenere neppure tutta la croce. Come è noto, al momento del martirio, san Paolo, che doveva essere crocefisso, chiese, per essere inferiore a Gesù, di essere crocefisso a testa in giù. Ed è quanto si apprestano a fare i tre operai che stanno eseguendo il compito. I tre sono tutti dipinti senza che ne possiamo vedere il volto: tecnica questa che serve ad accentuare la loro disumana mancanza di pietà. Vediamo invece bene il volto di san Pietro, che ci appare senza alcuna trasfigurazione, come un povero vecchio in carne ed ossa, al quale viene imposto l’incredibile supplizio di essere inchiodato mani e piedi a delle assi di legno.

Non c’è nessuna dimensione trascendentale in questa immagine: lo sgomento che produce è la sensazione del dolore vero, inflitto ad una persona reale come noi. Il tutto viene ancora più drammatizzato da questa oscurità che avvolge il tutto. Anche qui sembra che la notte sia calata, come metafora più ampia. L’oscurità che li avvolge è il buio delle coscienze, nel quale nasce la ferocia ma anche il terrore.

Federico Fontana 4 Turismo

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