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Designers for Bergamo Un tributo alla città attraverso immagini e interviste ai grandi protagonisti di DimoreDesign

Puntata 33

MARCELLO JORI INCONTRA VILLA GRISMONDI FINARDI

MARCELLO JORI

Dall’inizio della mia attività ho sempre pensato all’artista come a una figura eclettica. Oggi preferisco chiamarmi artista intero.

Intervista a cura di Giacinto Di Pietrantonio

Giacinto Di Pietrantonio: Tu costituisci un’anomalia all’interno del progetto DimoreDesign, nel senso che non sei un designer e neanche un architetto, ma un artista visivo che si è cimentato e cimenta con varie pratiche disciplinari.

Marcello Jori: Sono un artista che porta la storia nel design, cosa che ho espresso sin dall’inizio quando cominciava la mia collaborazione con Alessi o con Patrizia Moroso. E per storia non intendo solo la storia dell’arte, ma il “racconto” dentro l’oggetto. Come è successo con le palle presepe quando ho avuto l’idea di fare un presepe sull’albero di Natale. Il lavoro è stato molto difficile. All’inizio Alessi non le voleva fare perché il vetro non era il suo campo, ma quando ha visto i disegni delle palle personaggio - la palla Madonna, la palla Gesù Bambino, la palla Re Magi… - dove ogni palla raccontava una leggenda, hanno fatto un test internazionale scoprendo che al mondo le palle presepe non esistevano, perché si sa, certe tradizioni sono radicate, schematiche: o si fa l’albero, o si fa il presepe. L’idea di metterli insieme li ha convinti ad investire in questo progetto che si è rivelato, da subito, una novità mondiale, in Europa ma anche in oriente, in Giappone…

G.D.P.: Il design nel tuo percorso artistico è, per ora, l’ultimo arrivato, allora ti chiedo quando, com’è avvenuto, e perché?

M.J.: Si è l’ultimo arrivato, anche se l’avevo sfiorato all’inizio degli anni ottanta quando il mondo della moda, del design, dell’architettura e delle riviste si avvicina agli artisti. Era quel momento in cui riviste come Vanity, Vogue cercavano di affidare la pubblicità di grandi stilisti agli artisti.

Eravamo molto coraggiosi in quel periodo, sperimentatori. Erano caduti complessi e barriere fra arti alte e basse, eravamo curiosi delle arti degli altri maggiori e minori che fossero. Era festa della creatività promiscua. Io ero andato a ficcare il naso anche nel mondo del fumetto.

Ripeto, ero un cosiddetto artista visivo, la mia prima mostra la feci a Torino in una collettiva in cui c’erano Paolini, Salvo, insomma artisti concettuali impeccabili.

G.D.P.: Cosa presentasti?

M.J.: Il mio lavoro di allora era concettuale, fotografie in cui mi ritraevo nei panni di artisti storici, Picasso, Max Ernst e altri, individuando nel corpo dell’artista il contenitore di tutte le opere. Ecco, sul finire degli anni settanta e del periodo concettuale, è seguito il momento magico dell’eccesso pittorico, dell’esplosione del colore, dell’emozione sbandierata, il calore degli anni ottanta insomma, il postmoderno, l’intreccio fra le arti.

Dall’inizio della mia attività ho sempre pensato all’artista come a una figura eclettica. Oggi preferisco chiamarmi artista intero.

Così almeno mi sono definito nell’ultima intervista sul “Corriere della Sera”.

G.D.P.: Bella definizione...

M.J.: Si, una definizione che ho scelto alla fine della mia ultima fatica davvero titanica: “La storia dipinta dell’arte” che mi ha portato a riconoscere nel Rinascimento, l’atteggiamento più conforme al mio progetto di attualità. In quel periodo gli artisti erano architetti, scultori, pittori; scrivevano trattati, scrivevano poesie. Nel design ho portato quello che ho imparato nella pittura, nella scrittura. Una proposta di sapori di avventure di storia di tempi andati e futuri che vengono espressi dall’oggetto stesso.

G.D.P.: Per concludere la risposta alla mia domanda sul tuo primo oggetto…

M.J.: Si, stavo dicendo che agli inizi degli anni ottanta c’erano persone che cercavano fra gli artisti dei nuovi designer ed erano anche i tempi in cui, ad esempio Mendini faceva l’artista con bellissime performance. Sottsas, Mendini, Guerriero cercavano di dialogare con gli artisti. Studio Alchimia mi invitò, insieme agli amici di Valvoline, a fare un tappeto. Nello stesso periodo, su Vanity, disegnavo pubblicità per stilisti come Ferrè, Valentino, Gaultier che ebbero così tanta attenzione che decisi di smettere per non rimanerne troppo segnato. La moda mostrava con evidenza il confine delle proprie regole dominate dal mercato e dai suoi tempi veloci. Così come del resto anche il design ha i suoi recinti definiti dalla funzione degli oggetti. E non parliamo dell’architettura: se fai una casa, prima di tutto, quella, deve stare in piedi.

L’artista intero si nutre della creatività presente in ogni ambito del fare arte. Una convivenza fra professionismo e libertà. Tanto è vero che un artista intero, qualche volta, una casa può farla anche cadere.

G.D.P.: Parliamo dei tappeti fatti per Alchimia.

M.J.: Era un tappeto soltanto. Avevo rappresentato sul tappeto una sorta di tromba delle scale di un albergo asburgico, un’immagine così intricata da diventare un perfetto decoro da tappeto. Mi arricchivo di queste incursioni in altri settori, ricchezza che riportavo a casa mia, nella mia arte. Negli anni ottanta c’è stata un’enorme gettata di talento in tutti i settori di confine. Ricordo che frequentavo Ontani, Nitsch, avevo conosciuto Paolini, persino Patty Smith portata a Bologna da Francesca Alinovi, o Peter Gordon da Adelina von Fürstenberg. Ma anche il gruppo di Frigidaire che esprimeva un’energia potente, una creatività rivoluzionaria, allora ancora considerata un’arte minore. L’arte è sempre maggiore o minore in base a chi la esprime.

G.D.P.: Un processo di rinnovamento in cui si inserisce anche il gruppo Valvoline di cui facevi parte?

M.J.: Valvoline rappresenta la parte colta del fumetto, con Igort, Brolli, Mattotti, Kramsky...

G.D.P.: Anche quella del gruppo Frigidaire era a suo modo colto?

M.J.: Di una cultura diversa, pop, splatter che esprimeva una vitalità esplosiva, nuova.

L’Arte Concettuale invece era alla fine del suo corso. Alla fine degli anni settanta il concettuale era oramai diventato accademia. Si apriva l’orgia della sensibilità calda, l’abbuffata del postmoderno di cui ho goduto al massimo. Quando quest’orgia è finita tutto è tornato a diventare mestiere ma certi artisti sono diventati “Artisti Arricchiti”, nel senso dell’uranio. Negli anni novanta avevo firmato un contratto di sette anni con una delle più grandi case editrici giapponesi, la Kōdansha. È con loro che ho dovuto imparare la sintesi. Mi dissero

Jori, per favore, le chiediamo due cose soltanto, trovi in lei quello che può capire un giapponese, un indiano, un italiano, un cinese. Ci dia quello”.

E poi, la seconda cosa:

Per favore, ci emozioni.”

Per fare “La storia dipinta dell’arte”, in parte apparsa a puntate su Flash Art a partire dal 2014, e ora in volume completo da Rizzoli, mi sono ricordato della lezione giapponese: la sintesi, il segno e il testo che si potenziano nel giusto equilibrio. L’esperienza in Giappone mi è stata utilissima.

G.D.P.: E per fare il punto?

M.J.: Possiamo dire che gli anni settanta sono stati quelli dei dilettanti per scelta. Era un vanto essere dilettanti. Erano tempi in cui il pittore faceva il musicista, il musicista lo scultore, lo scultore faceva lo scrittore e così via. Ognuno faceva ciò che non sapeva fare e questo è stato un punto di forza, perché nascevano, da prospettive diverse, cose nuove. Negli ottanta invece l’esplosione di cui ti ho parlato, dopodiché arriva un momento in cui scelgo il professionismo, dove decido che, frequentando i vari ambiti espressivi mi voglio accordare a quelle che sono le regole di ogni settore. Quindi non voglio più fare il designer da straniero, ma secondo le regole del design, e lo scrittore secondo le regole dell’editoria e della letteratura e così via. È così che comincio ad amare e frequentare chi l’editoria la vive da dentro. Uno per tutti? Oreste Del Buono che nel duemila mi ha portato a pubblicare per Baldini+Castoldi e poi per Mondadori. Nel design è stata Laura Polinoro che mi ha portato in Alessi.

G.D.P.: Come anche Patrizia Moroso, altra grande professionista.

M.J.: Certo, con lei ho provato a sviluppare la mia pittura nel design, mentre con Alessi preferisco sviluppare la mia parte narrativa, giocosa, qualche volta infantile.

G.D.P.: Ad esempio?

M.J.: Iniziando a sviluppare figure che provenivano anche dal mio personaggio del fumetto Minus. Le figure per Alessi erano personaggi animali, un po' nella tradizione settecentesca della porcellana semplificata.

G.D.P.: Dovuto anche al fatto che tu sei di origine altoatesina?

M.J.: No, vengono dal mio fumetto che ha due anime, quella seria di Frigidaire e Valvoline, l’altra Linus con Minus che era quasi solo disegno, un personaggio evanescente, fantastico, poco fumetto. Tutta quella parte quando l’ho interrotta l’ho portata nel design anche con le palle presepe che sono lo sviluppo di quella parte onirica, fiabesca.

G.D.P.: Infatti ricordo che venni a conoscenza di questa tua incursione nel design alcuni anni fa, quando eri ancora a Bologna. Venni in studio da te e mi mettesti in mano una statuina di Pinocchio in porcellana dicendomi: “Tieni questo è un oggetto che ho fatto per Alessi. Un oggetto di design narrativo per fare compagnia con sorriso.”

M.J.: Si, ricordo che quando ne parlavo con i collaboratori in Alessi dicevo:

Io voglio fare degli oggetti che non servono a niente, ma che facciano sorridere.”

G.D.P.: Perché scegliesti Pinocchio?

M.J.: Perché lo considero il numero uno! Perché in lui c’è la storia di un uomo che fa un burattino di legno che poi diventa un uomo vivo. E io volevo che queste mie figure diventassero vive, che producessero una reazione simile a quella prodotta dai cuccioli di cane, o da un neonato. Il mio neonato è stato Pinocchio. Per qualche anno ho prodotto diverse figure umane e animali come Michael Natale, Topolone, I Valentini, I Buonanno, che potevano essere personaggi di storie. Poi, volendo continuare cercavo di fare qualcosa di più originale. Così ho iniziato a pensare alle palle di Natale, finché mi è venuta l’idea della palla presepe.

G.D.P.: Mettendo insieme una tradizione del Nord con quella del Sud?

M.J.: Esatto, infatti è stato un momento di grazia che nel design avviene quando idea, storia, fantasia si sposano con la funzione, diventando oggetti di mercato. Nel design non è piacevole fare cose di nicchia, che non si vendono, perché il design vince quando un oggetto si propaga, si afferma, si vende nel mondo. E comunque non basta avere la grande idea, ma bisogna poter lavorare con professionisti di massimo livello, o diventa impossibile realizzare un prodotto esemplare. Oggi devi diventare un professionista tra grandi professionisti.

G.D.P.: A questo punto mi pare naturale chiederti, come ti sei comportato nella scelta delle opere e dell’allestimento della tua mostra a Villa Grismondi Finardi per DimoreDesign, il cui scopo è quello di relazionare opere di design contemporaneo in un contesto architettonico e di arredo antichi.

M.J.: E stato facile, naturale, perché gli spazi e le camere già arredate sembravano pronte ad accogliere i miei tavoli Moroso, semplici e severi esternamente ma ricchi di pittura abbagliante all’interno. Prima sala per la pittura: una gigantesca foresta bianca e nera con il terreno tempestato di cristalli e le chiome di decorazioni vegetali. Nelle sale interne due tavoli capaci di aprirsi alla pittura: uno alla luce accecante diurna, l’altro a quella notturna dell’infinito spazio. Alle pareti, piccoli cristalli illuminati dall’interno.

G.D.P.: Ecco, hai parlato molto dell’esperienza con Alessi, ora vorrei che precisasti anche quella con la Moroso.

M.J.: Con la Moroso ho cominciato un processo di ricerca che è appena agli inizi, portando nell’oggetto la mia pittura. Ho fatto un tavolo che si chiama Ali Babà, nel senso di “Apriti sesamo”.

È un tavolo esternamente semplice, silenzioso, con cristalli di legno stampati su legno ma che aprendosi a libro rivela all’interno un tesoro, il tesoro della pittura. All’interno, un giacimento di cristalli di colori sgargianti che urlano felicità. Poi richiudi e tutto si spegne.

Ma ora conto di lavorare anche sui materiali per arrivare a una soluzione più leggera. Una ricerca sui materiali che vorrei portare anche oltre il tavolo, sempre per affermare la mia interezza.

Certo nel secolo scorso essere artisti interi era rischioso…Ti ricordi Savino, pittore, scrittore, musicista? Quanta fatica in più rispetto al fratello De Chirico… E Dino Buzzati considerato come scrittore, ma discusso come pittore. Pensa che una volta andò a lamentarsi da Picasso parlandogli della sua difficoltà ad essere accettato e Picasso rispose: “Nemmeno io, che sono Picasso, riesco ad essere riconosciuto come poeta”. E dire che gli scritti e le poesie di Picasso sono assolutamente di serie A. Per fortuna oggi le sfaccettature, sono l’attualità. Essere artisti interi adesso, si può, anzi, si deve!

BIO

MARCELLO JORI (1951) vive e lavora tra Bologna e Milano. E’ fra i protagonisti della scena artistica italiana, e riveste una posizione di grande attualità nella definizione dell’eclettismo contemporaneo. Ha partecipato a tre Biennali di Venezia, alla Biennale di Parigi, a due Quadriennali di Roma. Le sue opere spaziano dal fumetto alla scrittura, dall’illustrazione alla fotografia fino alla pittura, e sono state protagoniste di esposizioni ed eventi presso Musei, Fondazioni e Gallerie d’Arte di tutto il mondo. E’ stato uno dei fondatori del Nuovo Fumetto Italiano e da anni sta sviluppando l’ambizioso progetto della Città meravigliosa, una città per gli artisti più significativi della scena internazionale. Negli anni Novanta ha preso parte alla mostra Psicho e a un’importante esposizione a quattro, con Dan Flavin, Sol LeWitt e James Croak, al Kunst Hall di New York. Ha tenuto anche una personale all’Art Institute di Boston ed esplorato infiniti livelli di comunicazione artistica, realizzando per Vasco Rossi la scenografia di Rock sotto l’assedio, storico concerto tenutosi allo stadio San Siro di Milano nel 1995: una città dipinta di 20 metri per 70. Negli anni Duemila ha pubblicato per Mondadori il romanzo Nonna Picassa, e presentato le Predicazioni (libri opera illustrati e pensati per essere letti ad alta voce) riscoprendo poi il fumetto e la pittura attraverso nuove declinazioni espressive, testimoniate dalle collaborazioni con importanti aziende italiane di design, come Alias e Moroso.

www.marcellojori.it

VILLA GRISMONDI FINARDI

Raccontare la storia di Villa Grismondi Finardi significa avventurarsi nella scoperta delle radici più intime del panorama intellettuale italiano dal settecento in avanti. Il Conte Luigi Grismondi, la moglie Paolina Secco Suardo, il matematico Mascheroni e il garibaldino Giovanni Finardi sono solo alcuni degli eccentrici personaggi che hanno frequentato le stanze di questa dimora negli anni. La Villa, rimodulata con il passare dei secoli, si presenta attualmente come un incrocio tra il settecentesco luogo di villeggiatura e l’antica abitazione rurale bergamasca. Il suo androne d’ingresso, dove si conservano affreschi sacri di epoca medievale, l’ampio e ombroso giardino, così come la collocazione della dimora nel quartiere “liberty” della città, la rendono una testimone eccezionale delle epoche passate e un luogo che con la sua quiete è capace di farci immergere in un’atmosfera d’altri tempi.

Intervista a cura di Giacinto Di Pietrantonio | Testi a cura di Leone Belotti | Opere di Marcello Jori © Marcello Jori | Editing di Roberta Facheris