Chiesa di Sant'Uopo ©ARCHEO MAPPA. OPEN DATA CHIAROMONTE (PZ) - NUOVI FERMENTI

A cura di Valentino Vitale 2017

Chiesa di Sant’Uopo

A chi percorre la strada statale 104 Sapri-Jonio, a ca. 5 km da Chiaramonte, verso Est si offre la vista di una contrada che prende il suo nome da quello di un santo da tempo immemorabile venerato a Chiaromonte e nei paesi vicini: Sant’Uopo, la cui tradizione popolare ed ecclesiastica locale gli ha riservato un culto che ancora oggi viene praticato.

Sant’Uopo è un santo che non figura in alcun Martirologio, né in quello Romano, né in quello di Beda, né in quello attribuito a San Girolamo, né in quello di Rabano Mauro, né in altri. È un santo locale di cui non abbiamo notizie storiche. Tuttavia il nome e il toponimo da questo derivato si trovano nel territorio dell’antica Noepoli come si legge in due documenti medievali, uno del 1145 e un altro del 1165 riportati nel Syllabus Graecarum membranarum del Trinchera. In tali documenti il personaggio è chiamato Santo (hagios) (RACIOPPI 1889. Vol. II, p. 43).

In termine originario da cui deriva Euplo/Uopo parrebbe essere il greco Euplos, accanto al quale, nei testi latini si incontra anche Euplius che deriverebbe non più da Euplos bensì da Eupleios, ovvero “molto pieno”. La corrente ed attuale dizione di Uopo è sicuramente recente, perché nei vecchi documenti parrocchiali si legge sempre “Opo” (PERCOCO 1993).

Una chiesa dedicata al santo da remotissimi tempi è stata edificata nella contrada omonima. Della chiesa abbiamo sicure notizie da fonti scritte che risalgono al 1616, ma che rimandano, tuttavia, a tempi precedenti questa data.

Il chiaromontese Nicola Lista riferiva:

“La chiesa che tu vedi là, tanti anni fa non era così. E che ci vuoi fare? Mi ricordo che nella cappella c’era una bella statua di legno che quando la guardavi ti parlava proprio. Aveva il petto incavato. Tu sei giovane, ma hai sentito dire qualche volta per qualche persona: - hai il petto incavato come S. Uopo – per dire che è magro come se facesse penitenze? Quella statua aveva gli occhi della buona gente. Poi il prete l’ha portata in paese e non so cosa ne ha fatto e dove l’ha messa, ma prima l’aveva tenuta in una casa privata, qui, quella che sta alle nostre spalle, là sotto, la vedi? È stata lì quando facevano i lavori alla cappella. Poi il prete ce ne ha messo un’altra, ma mica di legno. […]. Però non assomiglia proprio a S. Uopo. Quella era bella veramente. E poi pure la cappella non era così una volta: te l’ho detto. […]. Sembrava una casa di contadini quella chiesa, e stava bene perché S. Uopo era contadino. […]” (PERCOCO 1993. p.103 e segg.).

È proprio nel 1616 che un nobile chiaromontese per grazia ricevuta da Sant’Uopo fece riedificare a sue spese l’antica cappella, la quale dopo quella data fu abbellita e adornata con opere d’arte:

Un altare di gran pregio artistico merita di essere conservato con le norme che si addicono a un’opera d’arte, giace in una Cappella dedicata a Sant’Uopo in contrada omonima di quest’agro... La tradizione popolare vuole che in detta località sia vissuto nei tempi antichi un eremita al quale gli agricoltori si rivolgevano quando desideravano abbondanti piogge per i campi. Si racconta pure che una volta delusi essi dalla mancanza di acqua abbiano legato ad un albero l’eremita, non lasciandolo libero se non dopo caduta abbondante pioggia. Ma a parte la leggenda, sul luogo dove anticamente abitò l’eremita, fu edificata una cappella col contributo dei cittadini di Chiaromonte (la cappella fu riedificata da Paulo De Arbia e non con il contributo dei cittadini di Chiaromonte. Cfr. PERCOCO 1993). In essa fu posto un altare in legno scolpito di gran valore artistico, con due alte braccia che si attorcigliavano, poggiando in alto, su una grande cornice a rilievo.

Laddove poggiano le colonne, sulle basi portanti dei rosoni di grande precisione, su un lato si legge: “Hoc opus coronavit Lorenzo Donadio Proc.” E a destra: “Gius. D’Arbia. Roc. F. Aug. An. 1717”. L’altare scolpito a colori è ancora ben conservato e ricorda lavori fatti nel 1700 da valenti artisti.

Nella cappella, attaccato al muro di fronte, vi è pure un quadro su tela di pregevole fattura, largo due metri e mezzo, alto tre, ma purtroppo coverto di calce e che manaccia di essere logorato dal tempo. E ciò per la ragione che nessuno curandosi della manutenzione della cappella alla quale era annesso un fabbricato di cui si vedono i ruderi, che doveva servire ai monaci, avvenne che il tetto cominciò a cadere, onde la Cappella rimase abbandonata e aperta. Due anni or sono dei generosi cittadini fecero una sottoscrizione e ripararono il tetto alla meglio chiudendo la Cappella. Ma un’opera d’arte così pregevole, a causa dell’altare in legno scolpito e il quadro menzionato non è giusto che non abbia quella custodia e quella valorizzazione che merita. Siamo sicuri che la Sovrintendenza della antichità e belle arti, che ha saputo disseppellire e custodire tante nostre opere, farà eseguire un sopralluogo per studiarle e stabilire se vi è opportunità di dichiarare la Cappella monumento nazionale e disporre altresì le opportune opere di riattazione e conservazione, come è nel voto della cittadinanza e di quanti le hanno apprezzate”.

L’unico documento originale della cappella è un blocco iscritto, oggi murato sulla parete destra rispetto all’entrata, il quale riporta la data della riedificazione: AD 1616.

L’edificio si articola in una navata unica con ingresso orientato ad oriente e altare ad occidente. La copertura dell’edificio è a capanna con doppio spiovente. Nella porzione settentrionale si individua l’unico ambiente annesso all’edificio ecclesiastico adibito a sagrestia e magazzino. La piccola cappella è stata attualmente restaurata, mentre l’area antistante l’ingresso negli ultimi anni è stata abbellita e resa funzionale per la celebrazione del santo stesso il 22 maggio.

Lo sviluppo e gli stili architettonici dell’edificio furono cambiati più volte nella loro fisionomia ogni qual volta ci fosse bisogno di un restauro. Durante il secolo XX, a memoria d’uomo e grazie e cartoline e fotografie che ne testimonino il divenire. Ci sono due momenti in particolare: il primo quando l’edificio prende le sembianze di una chiesa gotica con archi a tutto sesto impiantando due bifore lungo il perimetrale orientale e realizzando un campanile quale corpo a parte; un secondo momento in cui vengono eliminate tutte questi feticci storici per ritornare all’immagine del luogo quale prima del detto cambiamento. Si riconosce, infatti, un piccolo campanile a capanna in facciata in cui è presente una piccola campana in bronzo e ogni elemento gotico viene rimosso.

I miracoli di Sant’uopo testimoniati in un manoscritto del 1616

Nel palazzo vescovile di Chiaromonte dal 6 giugno al 19 luglio 1616 furono rese al vicario generale dell’Ordinario diocesano testimonianze su miracoli operati da sant’Uopo. I miracolati hanno deposto le loro testimonianze sotto giuramento. I testimoni sono notabili, sacerdoti, medici e gente del popolo.

Testimonianze di Paulo de Arbio

Al principio del mese di marzo del 1616 Paulo “una sera verso tre hore in circa di notte” si sentì male e chiamò i suoi figli Giovanni Tommaso e Giovanni perché lo aiutassero a medicare il “ruttorio” alla gamba, cioè una ferita che causava la fuoriuscita di pus e sangue. Mentre i figli erano intenti a curare la ferita, il genitore fu colpito da un malessere terribile: “et mentre stavano quelli medicandomi, mi senti occupare il core, in modo che mi levo’ subito la parola, et il moto del brazzo destro, et steva quasi morto, et li detti miei figli, per quanto mi dissero dopo, mi chiamavano, et Io non li rispondeva, né sentiva”. I figli, spaventati cominciarono a gridare “missere, missere” ma Paulo “steva come un o cadavero”. Fu chiamato allora il medico fisico Jacovo Canusio che “ordinò alcuni rimeij, però ni disse facemo quanto potemo per aiutarlo, ma questo è morto, et verso mezza notte se ne va perché ha una mala gutta et è vecchio”. Paulo dà così la sua testimonianza: “et così tutti mi stevano a torno, et in questo mji vende a mente s.to Opo, et mi voltai con la mente, che con altro non potevo, et li feci voto di reedificare la cappella di detto s.to posta in questo territorio di Chiaromonte, et subito mi senti levare quell’occupatione de core, et cominciai a parlare…”. E Catarina Lerro depone: “havea riceputo la grâ, poiché si sentiva meglio, et dopo’ si sanò da detta gutta, come lo videte”.

Paulo dopo tre mesi dalla sua guarigione, il 24 maggio, fece iniziare i lavori per la ricostruzione della cappella di Sant’Uopo.

Sant’Uopo è un Santo non proclamato, ma riconosciuto dalla Chiesa cattolica e può essere venerato come tale a norma del decreto di papa Alessandro VII, il quale stabiliva che i Beati e i Santi che godevano di un culto ininterrotto da più di cento anni e mai contestato, e che avessero avuto la visita dell’ordinario del luogo, potevano essere riconosciuti come Beati e Santi. E tale è il caso di S. Uopo.

Il decreto di papa Alessandro VII è stato emanato il 27 settembre 1659 e pubblicato il 3 febbraio 1660.

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