IL 600: FAME, CARESTIA E PESTE Dalla storia a "i promessi sposi"

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Il Seicento viene definito dagli storici il secolo di ferro perché fu un periodo particolarmente duro per la popolazione che si trovò ad affrontare grandi guerre, contrasti sociali, rivolte, carestie e pestilenze. In questo secolo, infatti, quasi tutte le aree europee furono investite da un processo di trasformazione chiamato crisi generale del Seicento, ovvero la crisi delle strutture agrarie, la contrazione demografica, la crisi manifatturiera, industriale e commerciale, gli effetti dannosi della guerra, il declino di vecchie gerarchie nella vita degli Stati con l’avvento degli assolutismi e il consolidamento di movimenti sociali quali rivolte e rivoluzioni.

Dalla crisi alcuni Paesi uscirono più deboli, altri più forti: alcuni, come l'Inghilterra e l'Olanda, stabilirono la loro egemonia sul continente, altri si indebolirono ulteriormente e furono sottomessi alle grandi potenze economiche fino alla seconda rivoluzione industriale.

Nel corso del Seicento soprattutto l’agricoltura rallentò la sua produzione, con il risultato che i generi alimentari presero a scarseggiare in molte zone d’Europa.

La questione ebbe inizio durante il Cinquecento, quando la resa dei terreni crebbe grazie ai dissodamenti di nuove terre e alle opere di bonifica, ma le tecniche agricole non avevano conosciuto significativi progressi. Parallelamente poi la popolazione era di gran lunga aumentata e con essa si erano moltiplicate le bocche da sfamare. In questo modo la produzione agricola risultava appena sufficiente a sfamare la popolazione. Quando, poi, le risorse diminuirono ulteriormente a causa di alcune annate di cattivi raccolti (dovute a un raffreddamento del clima) e alle devastazioni della guerra, si verificarono in molte aree micidiali carestie.

A peggiorare la situazione furono anche le cattive scelte politiche da parte degli Stati del Seicento. Essi infatti accrebbero un po’ ovunque il prelievo fiscale, che mirava a mantenere gli eserciti e reclutare forze nuove, stipendiare una massa crescente di funzionari pubblici, conservare un alto tenore di vita per i nobili ma sottraendo così risorse ai miglioramenti agricoli e a nuovi investimenti nei trasporti e nelle bonifiche. Di conseguenza i governi dell’epoca decisero di imporre pesanti tasse che fecero crollare il tenore di vita delle classi medie e popolari, provocando un diffuso malcontento e anche rivolte represse sanguinosamente.

In questo momento di crisi e di diminuzione della produzione e dei commerci, gli Stati si contesero il grande commercio internazionale: si credeva infatti che la produzione ed il commercio mondiale avessero un volume fisso e che ogni Paese potesse accrescere la propria quota di prodotti soltanto ponendo un limite a quella altrui. Questa pratica prese il nome di “mercantilismo” ed ebbe come conseguenza una politica doganale molto rigida, un controllo serrato sulle industrie di lusso affinché raggiungessero altissimi livelli qualitativi e una gran diffusione di regolamenti industriali e commerciali.

Inoltre la scarsità di argento, dovuta alla brusca riduzione delle importazioni dall’America, determinò attorno al 1620 un crollo dei prezzi e una crisi delle attività commerciali.

Anche in questo caso le conseguenze furono diverse nelle varie aree europee: alla crisi dei commerci spagnoli e italiani corrispose in Olanda e in Inghilterra un incremento dell’attività commerciale, cui si legò un’espansione dei traffici sulle rotte oceaniche.

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Si accesero numerose guerre tra Stati, in parte dovute a conflitti religiosi, in parte alla volontà di potenza e affermazione di alcuni Paesi come la Spagna, l’Impero germanico e la Francia, dove l’assolutismo monarchico trovò il suo massimo esponente nel re Luigi XIV.

Innanzitutto continuarono le guerre di religione fra mondo cattolico e mondo protestante.

La Chiesa infatti aveva reagito alla diffusione della Riforma protestante con una Controriforma, per riaffermare la propria autorità e la propria dottrina; per eliminare le eresie furono potenziati i Tribunali dell’Inquisizione e venne istituito l’Indice dei libri proibiti. Si affermò quindi un nuovo modo di vivere la religiosità, caratterizzato dal senso del peccato e della fragilità dell’uomo: l’idea del Rinascimento di equilibrio e armonia era tramontato.

Notte di San Bartolomeo, 1572

Molto cruenta fu la Guerra dei Trent’anni (1618-1648), che coinvolse quasi tutte le potenze europee, devastò l’Europa e si concluse con la pace di Westfalia, la quale sancì la frammentazione dell’Impero germanico, la fine del predominio spagnolo in Europa, la vittoria della Francia e l’inizio della sua egemonia, la sconfitta dell'Impero asburgico e della Controriforma politica, ponendo la tolleranza religiosa come base della convivenza tra gli Stati europei: ogni singolo suddito ha la possibilità di scegliere a quale fede appartenere, si affermano le libertà individuali che caratterizzano l'organizzazione delle città più progredite.

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Lo scenario di questo momento critico è stato ben descritto da Alessandro Manzoni nel romanzo storico “I Promessi Sposi” dove, benché i personaggi siano frutto dell’immaginazione dell’autore, i luoghi e il tempo in cui si svolgono le vicende sono reali.

La storia ha inizio a Lecco, vicino Milano, nel 1628, quando l’Italia era ancora sotto il dominio spagnolo. Il trattato di Cateau-Cambrèsis del 1559, infatti, aveva assegnato alla Spagna il controllo diretto su Milano, il Mezzogiorno, le isole e forte influenza sugli altri Stati della penisola.

Le regioni direttamente controllate dalla Spagna, come il Regno di Napoli e le isole, risentirono più gravemente della crisi economica, ma con sostanziali differenze tra Nord e Sud. Milano, ad esempio, mantenne un ruolo importante per diversi anni, prima di essere travolta dalle pestilenze. Al contrario i domini spagnoli del Meridione patirono enormemente l’arretratezza dell’economia: nelle campagne l’insufficienza dei raccolti e il malcontento dei contadini produsse proteste anche violente e diffusi fenomeni di brigantaggio.

Allo stesso tempo, infatti, la Spagna stessa stava attraversando una profonda crisi a causa del tentativo di dominare l’Europa, poi fallito. Per aumentare le proprie entrate, quindi, decise di tassare pesantemente i suoi possedimenti italiani che così si impoverirono sempre di più, causando numerose rivolte popolari.

Questo periodo fu per l’Italia uno dei peggiori di tutta la storia: scomparve ogni sentimento di indipendenza e di libertà politica, il fiscalismo colpì i sudditi e impoverì il Paese, il commercio decadde, le terre furono abbandonate, la popolazione diminuì paurosamente.

Proprio questa realtà devastante è diventata lo sfondo dell’intero romanzo del Manzoni. Infatti il tema della carestia, che assume un ruolo fondamentale nello svolgimento dei fatti e nelle avventure dei protagonisti, viene subito presentato nei primi capitoli: durante la sua narrazione include indizi che ci permettono di percepire la povertà in cui viveva la maggior parte della popolazione a quell'epoca.

Per esempio nel capitolo III Manzoni racconta che Agnese rimprovera Lucia per aver fatto un'eccessiva elemosina di noci a fra Galdino poichè, a causa della scarsa annata, era necessario risparmiare il più possibile.

Nel capitolo IV, padre Cristoforo si reca da Pescarenico alla casetta di Agnese e Lucia e vede ovunque i segni della penuria: i "mendichi laceri e macilenti", i contadini che gettano le sementi con parsimonia "e a malincuore", la "fanciulla scarna" che spinge la "vaccherella magra e stecchita" e raccoglie l'erba come pasto per sé e la famiglia.

Al contrario, nel capitolo V, l'avvocato Azzecca-garbugli brinda alla generosità dei pranzi di don Rodrigo, dove il cibo è consumato con avidità mentre fuori infuria la carestia.

Per esempio, infatti, nel capitolo VI a casa di Tonio, dove si mangia una polenta scura, fatta di grano saraceno di scarsa qualità poichè la resa delle coltivazioni di grano normale non era sufficiente a soddisfare tutta la popolazione.

Ma è solo nel capitolo XII che Manzoni racconta uno degli eventi più significativi per l'evoluzione della storia che testimonia la grave situazione del momento: il tumulto di San Martino dell’11 novembre 1628.

Inizialmente Manzoni presenta il quadro economico e sociale in cui versa il territorio milanese da un paio d'anni: a causa dell'insensata guerra di Mantova e del Monferrato vennero imposte tasse troppo alte e le terre furono sottoposte alle devastazioni delle truppe che obbligarono i contadini ad abbandonarle e a mendicare il pane, il cui prezzo fu notevolmente aumentato dal governo ma la voce pubblica accusò i fornai di nascondere la farina per avere maggiore profitto.

Per risolvere la situazione il cancelliere Ferrer impose un calmiere, novità che venne accolta con favore dal popolo di Milano, ma lasciò insoddisfatti i fornai costretti a produrre una gran quantità di merce e a venderla sotto costo, con ingenti perdite economiche. La revoca del provvedimento ad opera di una commissione fece respirare i fornai, ma inasprì il popolo che, esasperato dalla penuria, cercò un pretesto per dare inizio alla rivolta.

Assalto al forno delle grucce

Nel capitolo XXVIII, dopo i tumulti di San Martino sembrava che l’abbondanza a Milano fosse improvvisamente tornata. Il pane venne prodotto in grosse quantità e venduto sottocosto, la popolazione, perciò, assediò nuovamente i forni per fare scorta di pane e farina. Iniziò ad arrivare in città anche gente dalla campagna per godere dei benefici provvisori, accelerando così la nuova carestia e peggiorando la situazione.

Alcune leggi tentarono inutilmente di evitare il consumo sfrenato, altre cercarono di limitare l’acquisto di pane da parte degli abitanti della provincia, in ogni caso si vietò ai fornai di interromperne la produzione del pane e di rivederne il prezzo.

Gli effetti della carestia erano oramai gravissimi: botteghe e fabbriche erano deserte, le strade si riempirono di mendicanti di ogni sorta e venivano abbondate nella sporcizia. Persino il forte contrasto tra ricchezza e povertà venne fortemente smorzato: i ricchi si distinguevano solo per la loro mediocrità e giravano per la città con abiti e modi dimessi.

L'AVVENTO DELLA PESTE

A peggiorare ancora di più le condizioni in cui versava la popolazione, già stremata dalla carestia e dalle guerre, si scatenò la peste che nel 1630 colpì soprattutto il nord Italia ed è stata resa celebre dal romanzo de “I Promessi Sposi”. Di fatto i capitoli XXXI e XXXII sono interamente dedicati ad una digressione storica nella quale il Manzoni descrive le principali cause del contagio.

Il contagio fu portato in Lombardia dalla discesa delle truppe tedesche al comando di Albrecht von Wallenstein, i lanzichenecchi, che penetrarono dalla Valtellina dirette a Mantova per porre sotto assedio la città e nelle cui fila covava da tempo la peste in forma endemica. Le autorità sanitarie di Milano temevano che il passaggio delle soldatesche potesse diffondere la malattia, perciò Alessandro Tadino, membro del Tribunale di Sanità, presentò al governatore milanese don Gonzalo Fernandez de Cordoba il rischio incombente sulla città chiedendo provvedimenti di prevenzione, ma l'uomo politico rispose che la discesa delle truppe era dovuta a esigenze belliche imprescindibili e che bisognava confidare nella Provvidenza.

Occasionali casi di peste vennero riscontrati in tutto il territorio percorso dai lanzichenecchi e il famoso medico Lodovico Settala, che già aveva visto la precedente epidemia del 1576, informò il Tribunale di Sanità che la peste si stava diffondendo nel territorio di Lecco confinante con il Bergamasco ma nonostante ciò non venne preso nessun provvedimento in merito. Successivamente il Tadino e un altro funzionario del Tribunale si recarono nel territorio di Lecco, in Valsassina e sulle coste del lago di Como, riscontrando casi diffusi di contagio e informando le autorità di Milano affinché isolassero la città, per impedirvi l'ingresso alle popolazioni provenienti dalle zone in cui l'epidemia stava già infuriando. Essi riferirono tutto anche ad Ambrogio Spinola, che nel frattempo aveva sostituito don Gonzalo nella carica di governatore dello Stato, ma si sentirono rispondere che le preoccupazioni della guerra erano più pressanti. Pochi giorni dopo vennero celebrate feste pubbliche per la nascita del primogenito di Filippo IV re di Spagna, senza alcun timore che il concorso di folla nelle strade potesse facilitare la diffusione del morbo.

Il popolo accusò di incompetenza il Tadino, Settala e tutti gli altri medici che dichiaravano il pericolo della peste: li ricoprivano di insulti e sassate e li accusarono di diffondere voci infondate per dare lavoro alla Sanità. Secondo gran parte della popolazione, infatti, i decessi erano causa di febbri malariche o altre malattie e, come unico provvedimento, il Tribunale costrinse tutti i malati o le persone sospette alla quarantena nel lazzaretto, il che spingeva molti a nascondere i casi di peste e i decessi, contribuendo però al propagarsi dell'epidemia.

Quando la peste inizia a diffondersi anche tra le famiglie aristocratiche, la popolazione si convince della presenza della malattia ma essa non viene attribuita alle reali cause naturali ma ad atti di stregoneria o avvelenamenti criminosi da parte degli untori.

Gli untori erano persone qualunque che venivano indicati dal popolo come complici del demonio, e da lui incaricati di ungere le porte e i muri delle case per spargere il morbo della peste. Gli unguenti pestiferi erano a base di sterco umano, di cenere o carbone, di topi e altri veleni.

Accuse contro gli untori durante la peste del 1630 a Milano

L'UNGUENTO DELL'IMPICCATO

Il lazzaretto a Milano

Il lazzaretto viene descritto da Manzoni nel capitolo XXVIII: il progetto risale al 1489 e venne realizzato in parte con denaro pubblico e in parte con lasciti e donazioni testamentarie di privati cittadini, su iniziativa del governo di quello che era il Ducato di Milano, allo scopo di realizzare uno spazio dove tenere in quarantena gli ammalati di peste. Al tempo dei fatti del romanzo era un recinto di forma rettangolare, coi lati maggiori lunghi circa cinquecento passi e gli altri più corti di quindici, che sorgeva appunto lungo le mura cittadine dal lato di Porta Orientale. Era circondato da un fossato e da un canale per il deflusso delle acque, nonché da una strada che lo costeggiava, e lungo tutti i lati aveva delle piccole stanze o celle del numero di circa duecentottantotto, mentre in tre lati interni c'era un lungo porticato sostenuto da piccole colonne. Al centro dello spazio era presente una chiesetta di forma ottagonale, ancora esistente ai tempi di Manzoni.

Fino al 1629 il lazzaretto viene utilizzato come deposito per le merci tenute in quarantena perchè si temeva fossero infette. Poi il Tribunale della Sanità propone di ricoverare lì gli accattoni: il luogo viene liberato alla bell'e meglio, con disinfezioni e controlli superficiali e vengono acquistati viveri nella quantità e della qualità che è possibile reperire. Le precarie condizioni igieniche e la mancanza di cibo, unitamente alle cattive condizioni atmosferiche e dal caldo precoce e intenso dell'estate del 1629 e alla massiccia concentrazione di tante persone nello stesso luogo, favorisce il diffondersi di malattie infettive tra i ricoverati e la mortalità inizia a crescere.

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Il tema della peste accompagna il lettore per tutti i capitoli successivi, continuando da quando Renzo, nel capitolo XXXIV, ritorna a Milano e assiste alla desolazione della città, alle scene repellenti nelle strade, le case inchiodate con i segni di riconoscimento per il carro dei monatti (grazie al quale riuscirà poi a fuggire dalla folla per arrivare nel lazzaretto per cercare Lucia).

La peste porta via molti personaggi importanti della storia, tra cui don Rodrigo, il Griso, padre Cristoforo, Perpetua, ma la scena che più rappresenta il dolore e le tragedie conseguenza dalla peste è quella della madre di Cecilia, dove la donna chiede ai monatti di prendersi cura della figlia di soli nove anni.

Federigo Borromeo, figura simbolo della carità

Il cardinale Federigo Borromeo è stata una figura molto importante durante la carestia e la peste del 1628, la stessa importanza che riveste nel romanzo del Manzoni.

Infatti durante la carestia, come spiegato nel capitolo XXVIII, il cardinale incarica sei preti di dividersi in coppie e di girare nelle strade, seguiti da facchini che portano cibo, medicinali e vesti con cui soccorrere i bisognosi. Talvolta tutto ciò che possono fare è dare ai poveri moribondi i conforti religiosi, mentre in altri casi riescono a distribuire uova, pane, minestra, oppure brodo e vino per ristorare gli affamati o persino danno un po' di denaro a quelli che riescono a rimettersi in piedi per cercare un ricovero in qualche casa signorile vicina o alloggiare altrove pagando la pensione.

Federigo si interessò molto anche al problema della peste tanto da scrivere il libro “De pestilentia”, dal quale lo stesso Manzoni prese fatti di cronaca narrati poi nel romanzo (come l'episodio della madre di Cecilia).

Egli stesso aveva ceduto ai pregiudizi del tempo e credeva che la peste fosse in realtà opera degli untori, tant'è che aveva accettato di condurre la processione dell'11 giugno 1630 per le vie di Milano con le reliquie di San Carlo ma a causa della riunione di una così grande massa di persone aumento incoscientemente il pericolo di contagio.

Created By
Sara White
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