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Designers for Bergamo Un tributo alla città attraverso immagini e interviste ai grandi protagonisti di DimoreDesign

Puntata 14

CTRLZAK INCONTRANO PALAZZO MORONI

CTRLZAK

CTRLZAK è UNA SCORCIATOIA DI TASTIERA, SI RIFà AL COMANDO CTRL+Z CHE VIENE USATO PER ANDARE INDIETRO E RIPARTIRE PER ANDARE AVANTI...

Intervista a cura di Giacinto Di Pietrantonio

Giacinto Di Pietrantonio: Prima di incontrarvi cosa facevate?

Katia Meneghini: Studiavo allo IUAV a Venezia, proveniente da studi artistici classici.

Thanos Zakopoulos: Io venivo dalla Grecia, passando da Londra, dove avevo studiato alla scuola di design di Southampton. Strada facendo ho capito che mi interessava mettere insieme l’arte e il design, così mi sono iscritto anch’io allo IUAV.

G.D.P.: Perché hai scelto l’Italia?

T.Z.: Dopo l’esperienza in Inghilterra volevo vivere in un altro posto dove c’era una forte cultura dell’arte. Volevo andare a Barcellona, ma i corsi non erano interessanti, mentre allo IUAV trovavo i corsi interessanti che cercavo.

G.D.P.: Per cui vi siete conosciuti all’università; come si dice: arte e vita?

K.M.: Più o meno, perché i nostri percorsi erano un po’ diversi. Io provenivo da esperienze legate al sociale, progetti che interagivano con la comunità. Studiavo con Cesare Pietroiusti, arte relazionale.

T.Z.: Pur avendo studiato design, ero interessato alla fotografia, ai new media, all’installazione. Eravamo più giovani e cercavamo le nostre strade. Katia interessata all’arte relazionale, io a quella più rappresentativa, ma sempre con l’idea di unire le due discipline: arte e design. Ricordo che ne parlammo con Angela Vettese, l’idea era quella di unire arte e design appunto e lei ci disse

No, non ha senso, meglio scegliere l’una o l’altra

La nostra carriera dice che non l’abbiamo ascoltata, perché eravamo troppo testardi e intenzionati a lavorare tra questi due mondi. Così è nato CTRLZAK.

K.M.: Quando eravamo ancora all’Università abbiamo risposto a un bando della Comunità Europea per partecipare alla Biennale di design di Saint Etienne in Francia con una installazione fatta insieme. Siamo stati presi e da lì è partito tutto.

T.Z.: Nel frattempo Katia collaborava con Cittadellarte - Fondazione Pistoletto, mentre io avevo fatto una residenza artistica in Cina. Tutte queste cose sono confluite alla nascita del nostro duo che allora sembrava strana. Ma noi ci siamo detti: proviamo a metterci insieme, mettendo insieme i processi dell’arte e le forme del design. Per questo abbiamo scelto di venire a Milano.

G.D.P.: Perché avete scelto di chiamarvi CTRLZAK, un nome che proviene dal mondo del computer?

K.M.: CTRLZAK è una scorciatoia di tastiera, si rifà al comando CTRL+Z che viene usato per andare indietro e ripartire per andare avanti, in quanto a noi interessa la tradizione, guardare a quello che è stato fatto nel passato per confrontarsi e procedere avanti. Guardare il passato con occhi contemporanei per andare verso il futuro. Allo stesso tempo CTRLZAK è simile a un anagramma che racchiude le iniziali dei nostri nomi.

T.Z.: L’idea di dare un nome neutro ti dà anche la possibilità di coinvolgere altre persone, perché ad oggi in studio non ci siamo solo noi due, ma anche altri collaboratori. Tuttavia è un nome un po' complicato, non tutti lo riescono a pronunciare.

G.D.P.: Arte e design, dunque, ma una è prevalente sull’altra?

T.Z.: Cerchiamo sempre di aver l’arte come filtro.

G.D.P.: Qual è la vostra metodologia?

K.M.: Indaghiamo di volta in volta ciò che ci interessa, tradizioni, problematiche, questioni su cui vogliamo far riflettere con una metodologia che non può essere standardizzata ma che parte sempre da una accurata ricerca di base.

T.Z.: Ad esempio questa è una mostra che abbiamo curato per una galleria d’arte a Milano, un’esposizione che racchiudeva il nostro concetto di lavoro intorno all’ibridismo culturale, che partiva da una nostra ricerca sulla storia della porcellana. Abbiamo preso delle collezioni di porcellana antica cinese e tagliato a metà piatti, tazze, vasi, eccetera incollando queste metà con altre metà di piatti, tazze, vasi occidentali, creando un risultato di ibridazione di 24 pezzi unici, creando, così, delle nuove narrazioni.

K.M.: Questo progetto di ibridazione è piaciuto molto ed è stato acquistato da collezionisti e gallerie. Quando abbiamo realizzato che c’era richiesta anche dal largo pubblico abbiamo cercato un’azienda che potesse adattare l’opera alla produzione. Infatti la linea di divisione non è più fisica, ma grafica, identificata da un segno. L’idea era quella di portare l’arte nella vita quotidiana.

G.D.P.: Chi li produce?

T.Z.: Seletti.

G.D.P.: Un’azienda molto interessata a portare l’arte nel design?

T.Z.: Per noi era interessante lavorare con Seletti, perché è un’azienda che produce in Cina. Questo progetto nasce da una ricerca sulla Cina, perché nel settecento gli europei copiavano le porcellane cinesi. Le nostre porcellane parlano di questo, del fatto che nel passato noi copiavamo i cinesi, mentre oggi loro copiano noi. Per cui già all’epoca si può parlare di ibridazione. Seletti ha permesso di realizzare questi pezzi nella patria storica del Bone China permettendo così di portare l’arte nella vita quotidiana, cosa che si conferma anche con la loro più recente collaborazione con Maurizio Cattelan e Toiletpaper.

G.D.P.: E sull’ibridazione tra presente e passato avete lavorato per DimoreDesign a Bergamo?

K.M.: Si, questa riflessione l’abbiamo fatta anche a Bergamo, a Palazzo Moroni abbiamo collocato questi oggetti ibridi in diverse sale che a loro volta avevano disposti nello spazio oggetti in ceramica d’epoca.

Infatti, in alcuni casi, non si capiva quali erano i nostri pezzi e quelli del passato.

Poi questo è un concetto che si può allargare a tante cose come il progetto Flagmented; delle bandiere culturali, esposte sempre a DimoreDesign.

In queste, una sorta di collage di stoffe, facevamo convivere sete cinesi con merletti e trine occidentali, ancora una volta oriente e occidente che, a loro volta, si confrontavano con le stoffe arabescate, fiorate delle carte da parati e delle sedute, divani e poltrone, interrogandoci sul senso dei confini culturali e geografici.

G.D.P.: Siete caratterizzati anche dell’ironia?

T. Z.: A noi interessa far pensare, far riflettere le persone. In questo progetto presentato al museo di Lissone, intitolato EXTINCTO, frutto di una lunga ricerca sul rapporto creazione ed evoluzione, usiamo anche l’ironia. Parliamo del fatto che molte specie si sono estinte e che oggi se ne estinguono delle altre e la causa principale sembra derivare dall’uomo. La mostra era il sunto della ricerca di vecchi e nuovi oggetti, come ad esempio l’opera-rifacimento del martello di Darwin. L’intento è quello di creare consapevolezza sui pericoli dell’estinzione ma attraverso un approccio creativo, come ad esempio gli specchi Fendo, rappresentano delle teste di animali estinti, o, altro esempio, Perfect-knife che è un coltello affilato su tutta la sua superficie e che per questo non puoi afferrare, perché se lo fai ti tagli. Il discorso non è sul fare e sul non fare le cose, ma sull’essere consapevole che certe azioni hanno determinate conseguenze.

G.D.P.: Una consapevolezza processuale che mi pare venire dall’arte?

K.M.: Per noi è importante il processo di ciò che ci porta alla consapevolezza di quanto facciamo e questo, sì, deriva dall’arte. Infatti tutti i nostri progetti nascono come pezzi unici. La nostra sensibilità è sempre artistica anche quando ci confrontiamo con il mondo della produzione.

Nel momento in cui c’è la possibilità di trasferire nel campo della riproducibilità un’opera, per noi il prodotto non cambia perché il messaggio rimarrà lo stesso.

T. Z.: Anche perché con l’arte si ha una visione più ampia, è più inclusiva.

G.D.P.: Tutto questo mi sembra rientri perfettamente nel progetto per e con JCP Universe di cui siete soprattutto art director.

T. Z.: JCP è un universo particolare, chi lo guarda dal mondo dell’arte definisce design i prodotti JCP, mentre i designer addirittura non capiscono bene cosa siano. Abbiamo creato, insieme al proprietario Livio Ballabio, JCP da zero. Lui ci ha dato carta bianca dicendo solo che voleva qualcosa di nuovo, che andasse contro la “norma”. Noi abbiamo coinvolto artisti, scrittori, designers, architetti, video makers e un regista creando questo piccolo mondo, un universo in espansione. Inizialmente abbiamo invitato dei designer come Alessandro Zambelli ed Emanuele Magini oltre a noi e successivamente anche Richard Hutten e Sam Baron. Ci sono anche dei musicisti contemporanei che scrivono la musica per questi pezzi e uno scrittore che li descrive attraverso delle storie. Quest’anno collaboriamo tra gli altri con Nanda Vigo, una creativa molto in linea con lo spirito JCP.

K.M.: Sì, sono oggetti che si presentano più come opere d’arte, apparentemente defunzionalizzate per l’uso comune, come una seduta ad esempio, ma semioticamente forti. Tuttavia, se le nostre sedute a prima vista invitano a non sedersi, in realtà una volta che superi lo shock iniziale e ti siedi sono estremamente comode e ben fatte.

Si tratta di un lavoro sulla percezione come è il lavoro dell’arte.

T. Z.: Curiamo la direzione artistica, ma non in modo tradizionale, perché usciamo dai canoni del design.

K.M.: Certo, perché teniamo conto della storia del design, ma andiamo a toccare anche altri campi espressivi, come ad esempio con la mostra alla galleria Bianconi Worlds Unseen in cui abbiamo chiesto a diversi artisti di interpretare il linguaggio JCP su una tela di seta. Artisti chiamati a interpretare attraverso una loro personale chiave di lettura il mondo JCP.

G.D.P.: C’è anche l’aspetto performativo che caratterizza fortemente il vostro lavoro.

K.M.: Ci piace innescare meccanismi di riflessione con modalità differenti, ci diverte giocare con le nostre opere, per cui non è che facciamo un bel disegno, una bella sedia e la diamo in bocca al mercato. Per noi è molto di più.

Il progetto Transubstantial Paganus ad esempio è una collezione di suppellettili realizzate in ostia, allo spazio Adiacenze di Bologna abbiamo realizzato una performance dove dopo aver indetto un banchetto con uova e sale abbiamo dato in pasto l’occulto risultato al pubblico che oltre all’uovo si cibava anche del contenitore.

Questo rapportarsi in prima persona, immedesimarsi nel processo con quello che è il significato finale e tenere conto di chi andrà ad interfacciarsi con il nostro lavoro è importante.

Per cui quando raccontiamo la storia di una sedia, di un tavolino o di un piatto ci mettiamo personalmente in gioco col pezzo, è anche un modo per sottolinearne alcuni significati attraverso la nostra interazione e personale narrazione. Poi siccome immettiamo tanti livelli di significato, ognuno può vederci quello che vuole. Questo è un qualcosa in più. Ci piace esserci, ci piace travestirci e interagire con i nostri progetti, anche se in passato lo facevamo molto di più.

BIO

CTRLZAK - Katia Meneghini e Thanos Zakopoulos.

CTRLZAK è uno studio ibrido che integra diverse discipline e forme di espressione. Fondato dagli artisti e designer Katia Meneghini e Thanos Zakopoulos, le creazioni dello studio si basano su un'ampia ricerca sulla storia culturale dell'umanità e sul mondo naturale che ci circonda per creare un futuro significativo.

Grazie al suo approccio interdisciplinare, CTRLZAK è specializzato nella direzione artistica, creando opere d'arte, oggetti e spazi, ma soprattutto punti di riflessione dove la forma segue il significato. Attraverso l'uso di strumenti semiotici all'interno del processo creativo lo studio concepisce progetti e orchestra situazioni che superano i comuni valori estetici operando su un livello cognitivo più profondo, aspirando a far considerare alle persone le loro azioni e il pianeta in cui viviamo.

www.ctrlzak.com

PALAZZO MORONI

Il giardino lussureggiante, le ampie sale barocche e la posizione panoramica sulla pianura sono solo alcuni dei tratti che rendono palazzo Moroni un unicum nel panorama bergamasco. L’edificio, risalente alla prima metà del ‘600, venne realizzato su iniziativa del “proto-industriale” serico Antonio Moroni con l’obiettivo di mostrare alla città la ricchezza che raggiunse l’omonima famiglia con l’industria della seta. Non poche furono le difficoltà da superare nella fase di costruzione: venne scavato il colle retrostante, si abbatté il palazzo dirimpettaio e si innalzò l’edificio creando più livelli sovrapposti. Nonostante i vincoli, il risultato ottenuto fu una residenza spettacolare: una dimora sorta dalla forza di volontà e dalla lucida follia del carattere bergamasco che dietro ad ogni impedimento trova la possibilità di superarlo.

Intervista a cura di Giacinto Di Pietrantonio | Testi a cura di Leone Belotti | Fotografie: Ph. dell'installazione di CTRLZAK a Palazzo Moroni © Michele Lamanna | Editing di Roberta Facheris