Washington D.C.: Cronache da oltreoceano Alberto pellicanò

Washington D.C.: Cronache da oltreoceano

Quando sei oltreoceano, ti pare quasi che, in Italia, non ci ritornerai mai più. Arrivi il 4 gennaio nella fredda e ventosa Washington, e ancora sotto l’effetto del jet lag, senti tutto il peso di quelle migliaia di chilometri che ti dividono dalla terra natia. Cinque mesi, sembra un’eternità, anche se in cuor tuo sei consapevole che trascorreranno in un battibaleno.

Adesso, seduto nella mia stanza di Milano in un caldo pomeriggio estivo, cercando disperatamente di trovare la concentrazione per studiare diritto civile, mi sembra di aver vissuto un sogno. Vi suonerà scontato e stereotipato, ma davvero ancora non realizzo quanto possa essere stato fortunato ad aver vissuto un’esperienza che mi ha portato dalle fredde e spoglie pendici di Capitol Hill alle assolate spiagge della California, passando tra la foresta di metallo di Manhattan e i romantici scorci sulla baia di Boston.

Non saprei da dove cominciare: sono tante, troppe le immagini che ancora continuano ad affacciarsi con prepotenza nella mia mente. La signora delle Honduras che mi faceva trovare un cortado pronto di prima mattina (“solo per te un triple espresso shot – a te che sei Italiano il caffè non basta mai”); i professori che mi hanno fatto sentire apprezzato e gratificato come mai in tanti lunghi anni di studio; i compagni belgi, francesi, messicani, norvegesi, argentini, brasiliani, americani naturalmente, con cui abbiamo condiviso davvero tutto, le feste del giovedì sera, il pranzo di Pasqua, il dolore degli attentati di Bruxelles, la gioia della cerimonia di laurea.

Penso ai prati del campus in cui abbiamo giocato a frisbee e abbiamo preparato i vari papers, ai tramonti struggenti sul Potomac, alla maestosità del Lincoln Memorial, alla dolcezza dei ciliegi in fiore, all’infinita tranquillità di un cimitero, quale quello di Arlington, dove mai come lì mi sono sentito tanto attaccato alla vita - ma penso anche alle ingiustizie di un Paese che con tutti i suoi paradossi continuo ancora a non capire, e che tuttavia ringrazio per avermi offerto l’opportunità di scoprire gente, emozioni, luoghi meravigliosi ed ineguagliabili.

Mi scuso con i lettori per questo incontenibile flusso di coscienza, probabilmente un po’ insensato e sgrammaticato, ma a distanza di un mese sono ancora incapace di razionalizzare e di ripensare con freddezza a tutte le incredibili esperienze di cui sono stato protagonista. Aver vissuto cinque mesi in un Paese con cui, nel bene e nel male, abbiamo a che fare davvero tutti i giorni, lo considero quasi un privilegio.

L’amore spassionato per il diritto da cui i miei compagni erano infervorati, e la disgrazia delle diseguaglianze che ancora affliggono il Paese più potente al mondo, hanno aumentato la mia sete di giustizia, e hanno reso questi mesi un’esperienza incredibile anche dal punto di vista accademico. Tuttavia non provo rabbia, ma un’irrefrenabile voglia di affrontare con serenità la sfida con cui noi Millenials ci dovremo confrontare: rendere il mondo un posto degno da vivere per tutti.

D'altronde, l’esperienza all'estero ti mette in contatto con la vita, e te la fa amare ancora di più. Ti rende cittadino del mondo, e ti rende consapevole delle infinite differenze che ci contraddistinguono, e che rendono il nostro pianeta un luogo così bello da scoprire. Non ho nulla da raccomandare e insegnare. Semplicemente partite, e rendetevi protagonisti dell’incomparabile lezione di vita che ne trarrete.

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