Orlando, Olimpia, l'archibugio IX - XI

IX

Orlando spinto dall’amore per Angelica, dimentica il suo imperatore e il suo Dio. Avvolto nelle sue nere insegne, va errando di notte nel campo saraceno, dove i nemici, per effetto della recente pioggia, si trovano sparsi qua e là sotto alberi e tetti, immersi nel sonno.

Egli avrebbe potuto ucciderli, ma sdegna di assalirli così all'improvviso, e, quando viene il giorno, favorito dalla buona conoscenza della lingua africana, interroga questo e quello per sapere qualche cosa della sua donna.

In quel luogo cercò dappertutto, ne fece la sua dimora per tre interi giorni, con il solo scopo di ritrovare Angelica. Non solo esplorò tutte le regioni della Francia nei dintorni di Parigi, ma anche l’Avernia ed anche la Guascogna fino all’ultimo sperduto villaggio.

Un giorno, passando, come era ormai solito, di paese in paese, arrivò dove i Normanni vengono separati dai Bretoni da un fiume, il Quesnon e cerca il modo di poter mettere piede dall’altra parte del fiume. Alla fine vede che un battello gli viene incontro, alla cui poppa siede una fanciulla, la quale fa segno ad Orlando di voler proprio arrivare dove lui si trova.

Orlando chiede aiuto alla ragazza al comando dell'imbarcazione. La donna in cambio del favore chiede però ad Orlando di unirsi all’esercito che sta allestendo il re d’Irlanda, per muovere guerra agli abitanti dell’isola di Abuda, e porre quindi fine ai loro saccheggi ed al rapimento delle donne più belle, che vengono ogni giorno sacrificate da quel popolo ad una orca.

Orlando accetta subito, sia perché è contrario ad ogni ingiustizia, sia perché si convince subito che anche Angelica sia stata fatta da loro prigioniera, visto che in nessuno luogo della Francia era riuscito a trovarla. Viene subito accolto da un vecchio che invita il paladino a dare il proprio aiuto ad una donna in difficoltà lui accetta subito e si lascia condurre al castello di lei.

La donna, di nome Olimpia, vestita a lutto e piena di dolore, racconta al conte Orlando la propria storia. Figlia del conte d’Olanda, si era innamorata del duca Bireno, che era poi dovuto andare in Spagna per prendere parte alla guerra contro gli arabi. Il re di Frisia, Cimosco, aveva deciso di fare sposare il proprio figlio Arbante con Olimpia, e ne chiede quindi la mano al conte d’Olanda. La donna, per non venire meno all’amore ed alla parola data a Bireno, risponde però di preferire la morte, ed il re di Frisia, in tutta risposta, invade l’Olanda ed uccide in guerra tutti i familiari di Olimpia.

Olimpia spiega che oltre ad essere robusto e anche molto astuto nel fare del male, porta con se un arma di fuoco, chiamata archibugio.

L'ARCHIBUGIO

Ariosto introduce il tema delle armi da fuoco col personaggio fantastico di Cimosco, un malvagio re-negromante che ha creato con l'aiuto delle arti magiche un archibugio grazie al quale vince ogni battaglia e sconfigge tutti i nemici, fino a invadere l'Olanda e a sottrarre il regno ad Olimpia, la promessa sposa di Bireno.

Le armi da fuoco vengono mal giudicate dall'autore, che attraverso la metafora di questo episodio condanna l'uso delle artiglierie in quanto contrarie allo spirito della cavalleria e in grado di offrire un vantaggio militare che non ha nulla a che fare col valore e la lealtà, che sono invece le qualità di cui il cavaliere (il prode cavaliere dell'epica cortese, rappresentato nel poema proprio da Orlando) è investito e di cui dà prova nei duelli, in cui chi è più abile e coraggioso prevale sull'avversario.

Tale punto di vista è espresso dallo stesso Orlando, che dopo aver appreso da Olimpia la sua triste storia la aiuta a sconfiggere Cimosco e, dopo essere venuto in possesso del micidiale archibugio, lo getta in fondo al mare pronunciando parole molto dure verso i creatori di una simile arma.

O maladetto, o abominoso ordigno, / che fabricato nel tartareo fondo / fosti per man di Belzebù maligno / che ruinar per te disegnò il mondo, / all’inferno, onde uscisti, ti rasigno.

Affermando in sostanza che tale strumento è stato prodotto dal diavolo al fine di distruggere il mondo e accusandolo di rendere forte e vincente anche chi non ha valore e prodezza, quindi di cancellare i valori della cavalleria in cui lo scrittore fortemente crede.

XI

Orlando ha gettato nel più profondo del mare la diabolica arma da fuoco del re Cimosco. Ma, purtroppo, essa fu ritrovata qualche secolo dopo da un negromante e portata tra gli Alemanni, che ne diffusero l'uso. Ora le armi da fuoco si sono moltiplicate di forma e di grandezza, rendendo inutile il valore individuale e senza onore il mestiere delle armi. L'inventore di questa macchina maledetta merita di essere cacciato accanto a Giuda nel più profondo dell'inferno.

Realizzato da Ylenia Postiglione e Maria Tumolo

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