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La Teoria Polivagale

Questo articolo vuol mettere l’attenzione su alcune dinamiche intercorrenti tra Terapista e Paziente durante un trattamento. Molti contenuti dell’articolo sono stati tratti dall’articolo originale di Bernhard Schlage e dalla sua traduzione di Massimo Soldati.

Ho cercato di ”sfrondare” l’eccesso di nozioni di psicologia e di concentrarmi sull’aspetto che risulta più aderente alle nostre “Core Competences” di terapisti manuali.

Buona lettura

Conscio ed inconscio nella relazione terapeutica: La teoria poli-vagale alla base della nostra relazione con il paziente

La teoria polivagale collega l'evoluzione del sistema nervoso autonomo all'esperienza affettiva, l'espressione emozionale, la mimica del viso, la comunicazione vocale e l'effettivo comportamento sociale.

Il sistema nervoso autonomo è la parte del sistema nervoso che controlla le funzioni viscerali del corpo, innervando le ghiandole, il cuore, la muscolatura liscia e governando così l'attività cardiovascolare, la digestione, il metabolismo e la termoregolazione.

Il sistema nervoso autonomo funziona primariamente a un livello subcosciente, e si divide tradizionalmente in due sottosistemi, il simpatico e il parasimpatico.

Il simpatico è formato dalle fibre autonome che escono dai segmenti del torace e lombari del midollo spinale.

Il parasimpatico è formato dalle fibre autonome che escono dal tronco cerebrale con i nervi cranici oppure dai segmenti sacrali del midollo spinale.

Poiché la maggior parte degli organi nei visceri riceve input sia dal simpatico sia dal parasimpatico la regolazione del sistema nervoso autonomo è modulata come un sistema bilanciato.

Il vago, decimo nervo craniale, è il principale componente del sistema nervoso autonomo.

Non è soltanto un nervo motore diretto dal trono cerebrale ai diversi organi periferici controllati, ma ha anche una parte sensoriale afferente che informa dello stato dei visceri: il vago costituisce un sistema neurale integrato che comunica in modo bidirezionale fra i visceri e il cervello.

L'area del tronco cerebrale che regola tramite il vago l'attività cardiaca, controlla anche i muscoli del capo (volto, orecchio medio, bocca, laringe, faringe).

Questo gruppo di muscoli funziona come un sistema integrato che controlla lo sguardo, l'ascolto, la parola e la mimica facciale; se la sua regolazione neurale è difettosa, verrà a mancare la comunicazione sensoriale: mancanza di espressione del viso, palpebre cadenti, difficoltà di parola e di ascolto della voce umana.

Il complesso ventro-vagale (vago mielinico) è definito da Porges come “sistema d’ingaggio sociale” (social engagement system) ed è presente già alla nascita, per cui si suppone che intervenga nell’interazione madre-bambino e quindi nelle modalità di attaccamento (Tagliavini, 2011).

Ma poiché il sistema ventro-vagale necessita di tempo per maturare (devono mielinizzarsi le fibre nervose) è stato anche ipotizzato che la qualità di cure precoci del caregiver possa influenzare il funzionamento successivo del sistema nervoso autonomo; in effetti bambini precocemente maltrattati mostrano a distanza di anni alterazioni anche gravi nella regolazione dell’arousal, nella risposta agli stimoli di fame, sete, sonno, dolore e propriocezione (Perry, 2005).

Secondo la teoria del “darwinismo neurale” proposta da Gerald Edelman, il neonato nascerebbe dotato di un surplus di neuroni che, nel corso dei primi mesi di vita, subirebbero un processo di selezione in base alle esperienze, generando così circuiti neurali stabili e duraturi nel tempo. In effetti la ricerca ha evidenziato che neonati provenienti da ambienti poveri di stimoli presentano, nei casi peggiori - rispetto alla norma - una massa encefalica leggermente ridotta con una serie di rigidità e deficit funzionali difficilmente recuperabili.

La carenza di affettività ricevuta, o al contrario il suo eccesso, può impattare fortemente sulla psiche dei nostri pazienti e sulla nostra psicologia.

Ciò può condizionare pesantemente l’esito dei nostri trattamenti.

Esaminiamo insieme le fasi di un trattamento.

Il primo contatto con il paziente

La situazione iniziale: diamo uno sguardo al primo contatto tra paziente e terapista: in primo luogo abbiamo un contatto tramite e-mail, social o telefono. Leggiamo le righe scritte dal paziente, o sentiamo la sua voce e iniziamo sempre a relazionarci ai segnali che abbiamo ricevuto:

- In che modo il paziente ha espresso il suo interesse per la terapia: è stato principalmente in termini tecnici? Era più in termini di bisogni e desideri, o il paziente aveva difficoltà a farsi capire a causa di interferenze emozionali?

- Oppure al telefono: cosa nel suono della voce del paziente risuona dentro di noi come terapisti? Ricordiamo che, grazie al nostro "sistema di ingaggio sociale" (Porges 2001), associamo spesso un volto e un corpo ad una persona solo ascoltando la loro voce: quali sentimenti sorgono rispetto a quest’altra persona - anche se non sei allenato a "sentire l'elemento primario cinese(MTC o GDS) in quella voce"?(Ohashi, 1992; capitolo 3);

- O dove risuona nel tuo corpo la voce del paziente mentre la ascolti?

- Quali canali di senso usano i pazienti: sono più in "visualizzazione", in "dialogo vocale interiore" o parlano dei loro sensi e sensazioni corporee? Tante informazioni che potresti percepire dai tuoi pazienti in questa situazione ancor prima di incontrarti effettivamente.

L A SCENA INIZIALE

E poi la scena iniziale. La prima interazione dal vivo. La relazione tra la visione interiore che potresti aver creato del tuo paziente e la realtà; quali espressioni facciali mostra il nuovo paziente in questo contatto: Sta sorridendo? O è vicino alle lacrime!? O nel contatto faccia a faccia sembra che ci sia una grande distanza tra te e gli occhi scettici che ti osservano!?

Com'è la qualità della stretta di mano? Forte come se un bulldog stringesse le tue ossa ... o flaccida, come uno straccio!? E in che modo questo si collega alla tensione generale della persona di fronte a te!?

Questa scena iniziale è piena di informazioni sensoriali dettagliate sullo stile di interazione dei tuoi pazienti. Nella psicoterapia corporea (Diamond et .al 1963, Shore 2001b) si usa il corpo come regolatore interattivo e psicobiologico di tutte le emozioni che possono sorgere in questa situazione: potremmo imparare qualcosa anche noi terapisti manuali.

Courtois (1999) descrive che pazienti particolarmente traumatizzati, a causa delle loro esperienze dolorose, hanno grandi difficoltà a stabilire una comunicazione meno timorosa nella relazione terapeutica.

Pertanto, i terapisti hanno bisogno di sviluppare creatività riguardo ai modelli di interazione sia consci che inconsci.

Ad un livello di base, percepiamo per esempio che non c'è sentimento. Solo una maschera di interazione più o meno amichevole, le emozioni sono in uno stato di ipoeccitazione, non c'è nulla con cui relazionarsi veramente; o ancora meno: forse un silenzio che non riusciamo a capire; o qualcosa come un profondo buco nero/vuoto che si apre nel contatto, ma non può essere toccato in alcun modo; o è il caso opposto: il livello base dell'interazione è in uno stato di ipereccitazione: molto dolore sta venendo fuori in questo primo contatto con il paziente: lacrime causate da qualcosa che è accaduto sulla strada per lo studio; o negli ultimi giorni prima del nostro incontro; o i pazienti hanno fantasie riguardo alle tue capacità di terapista manuale: leggono qualcosa su Internet che li ha profondamente toccati; o vedono qualcosa nei tuoi occhi che fa sorgere la loro sfiducia di base …

Come, in quanto terapista, ti relazioni a questa situazione di legame [bonding] ? Prendi il feedback emozionale sul piano personale, ad esempio come il risultato delle tue strategie di marketing buone o cattive!? Ti rilassi sulla poltrona con “un viso tranquillo" (Hornak et al.,1996), semplicemente osservando ciò che percepisci?! Usi diversi schemi interattivi per scoprire come affrontare questa situazione: sei consapevole del cambiamento nella tua voce mentre parli in questo primo contatto!?

Che dire della auto-organizzazione del tuo corpo durante il contatto con i pazienti: ti senti a tuo agio!? Le tue braccia sono incrociate!? Le tue gambe!? Oppure la tua reazione a questo paziente è di gesti semplici e aperti: rilassi le braccia, ti siedi di fronte al paziente e rispecchi ed

adotti le sue espressioni facciali? Sei in grado di seguire i suoi gesti per avvicinarti a coglierne il significato? Dai un feedback al tuo paziente sulla sua espressione facciale e gestuale!? Inizi a regolare le emozioni durante questo primo contatto o ti senti sopraffatto dalle emozioni!? (Circa l'intento diretto endogeno del cervello umano di rimanere in

relazione vedi: Dunn, 1995, p.724)

La prima fase

Durante questa prima fase sostieni il tuo sistema di ingaggio sociale e quello dei tuoi pazienti (Porges 2001) allo scopo di trovare le regolazioni facilitanti una buona interazione che permetta sia una situazione di condivisione dei sentimenti profondi, che un sostegno alla necessità di chiari confini o regole, che sono una necessità per entrambi in quanto esseri umani adulti. Per fare ciò abbiamo bisogno solo di poca gerarchia e di un affidabile sistema di feedback reciproco in un setting di relazione quasi simmetrico. Questo differisce completamente dal vecchio paradigma del terapista come una tabula rasa che vede i problemi del paziente da una prospettiva oggettiva. "L'osservatore di una situazione è parte della situazione" (Greene 2004, capitolo 4: Heisenberg and the vagueness).

Il nostro sistema di ingaggio sociale è un buon regolatore interno rispetto a tutte le questioni di contatto e interazione che possono sorgere. In questa prima fase iniziamo a dare un feedback sulle interazioni corporee con i pazienti, su quelle di cui entrambi siamo consapevoli, come il suono della loro voce, la forza o la velocità dei loro movimenti, o sui nostri sentimenti in questa situazione di legame mentre stiamo condividendo spazio e tempo all’interno del setting terapeutico. Cerchiamo di nutrire la capacità del paziente di ricevere e dare feedback con una certa consapevolezza corporea.

Successivamente, includeremo anche le componenti inconsce dell'interazione. Soprattutto la “lettura del corpo" (Kurtz e Prestera 1976) seguirà in una fase successiva, quando è cresciuta una base sicura di confidenza, il che non può assolutamente essere il caso nella situazione iniziale di un setting terapeutico.

Monitorare

Nella seconda fase, monitorare (Ogden et al; 2010; capitolo 9) la consapevolezza corporea è l'obiettivo principale. Supportare le risorse dei pazienti nel trovare luoghi buoni e sicuri, la loro sensazione di una migliore centratura/migliorare il loro senso di essere centrati nel loro corpo e soprattutto rafforzare la loro capacità di differenziare tra un'interpretazione emotiva di un segnale corporeo e la sensazione corporea stessa. Questo più tardi sosterrà la loro capacità di calmare l'ipereccitazione emotiva; oppure, se si trovano in una situazione di ipoeccitazione, supportare l'autoattivazione emozionale.

Qualunque sia il tipo di terapia corporea in cui sei specializzato, d'ora in poi dovrai gestire tutti i dettagli della scena iniziale nella situazione di legame con i pazienti- ad esempio:

- La distanza a cui scegli di lavorare con un paziente.

- Supporto alla gestualità: quale tipo trovi significativo per il lavoro che vi aspetta. Forse vuoi incoraggiare un paziente ad ingrandire un gesto per scoprirne il significato ...

- Oppure inizi a giocare con i segnali del corpo inconsci che hai percepito nella scena iniziale.

- Oppure puoi portare più consapevolezza in una certa area del corpo del paziente dove si sentono più a proprio agio.

- Invitarli a respirare in quella zona.

- Attirare la loro attenzione su piccoli cambiamenti: differenze di temperatura o percezione di colori sotto la pelle.

Tutto questo può anche essere descritto in termini di "radicamento", che è un termine originario della bioenergetica (Lowen 1975; Ogden et al 2010, capitolo 10) e successivamente è stato sviluppato nel concetto di “embodiement“ dell'esperienza (Hüther 2011). Non è solo un termine, è un paniere pieno di tecniche, ognuna delle quali consente di individuare buone, forti risorse somatiche, accanto o al di sotto delle memorie traumatiche che i pazienti possono avere. [La parola embodiement ha un ricco e vasto significato e non è traducibile facilmente in italiano, potrebbe essere “incarnazione”,“incorporazione”. Essa indica lo sviluppo del canale cenestesico, propriocettivo, la capacità perciò di sentirsi attraverso il movimento e le sensazioni interne del corpo, ma insieme la capacità di essere presente nel corpo.]

Durante questa fase, la relazione dà la possibilità di allenare entrambi: il terapista nella scelta dei suoi interventi ed i pazienti nel mantenere l'eccitazione emotiva in un intervallo ottimale all'interno della "finestra della tolleranza" (Ogden, et., 2010; p. 67 ) nel loro lavoro sulle memorie. Una certa quantità di emozione è necessaria per lavorare (secondo Breuer/Freud i ricordi senza sufficiente affetto non hanno alcun impatto sul processo di guarigione 1895; GW1; P. 85) ed una regolazione sufficiente avviene per via del sistema di ingaggio sociale che aiuta a mantenere la carica delle emozioni ad un grado di intensità che consente ad entrambi di regolare il processo.

Il sistema di ingaggio sociale insegna ad entrambi: al terapeuta sulla scelta delle tecniche che supportano la regolazione con il singolo paziente, ed ai pazienti, su come gestire l'eccitazione emotiva senza cadere nelle cascate di reazioni che avevano sperimentato in passato.

Sostenere la consapevolezza dei pazienti significa primariamente stabilire aree corporee dove i pazienti possano sentirsi sicuri e confortevoli, dove in seguito possano regolare la loro paura di memorie traumatiche anche quando si innescano sensazioni di separazione dal corpo (se hanno tendenza verso la ipereccitazione) o stabilire qualcosa come una presenza cinestesica in un'area del corpo che in seguito potrà essere sviluppata in una reazione emotiva (se hanno tendenza a rimanere nella ipoeccitazione).

L’IMPORTANZA DEL TOCCO NEL NOSTRO LAVORO

L’approccio manuale

Il tocco fa parte del processo di autoregolazione del paziente. (Vedi anche i concetti di Bion 2004: "contenimento" e Winnicott: 1990: "ambiente facilitante”).

Alcuni anni prima Bandler e Grinder (1976, p. 37, Ogden 2010, capitolo 8) hanno scoperto durante la videoregistrazione delle sedute di Virginia Satir, Fritz Perls e Milton Erikson che il dialogo inconscio del corpo tra terapista e paziente è un fattore primario per il successo della

terapia. Bowlby (1995) dimostra la parte che i nostri corpi giocano nella regolazione del contatto e della guarigione terapistica. Gelder (2004) spiega anche in seguito che le posizioni di rispecchiamento attivano parti simili del cervello in tutti i partecipanti in una situazione e questo è stato chiamato "risonanza posturale". E infine Rizzolati (et al., 1996) ha scoperto l'attività dei "neuroni specchio" come parte della nostra attività cerebrale per adattarsi ai sentimenti delle persone con cui comunichiamo.

In questa fase, iniziamo implicitamente a fare qualcos'altro che in seguito, nella terza fase di lavoro, inizieremo a fare esplicitamente: per i pazienti, iniziamo a sviluppare una storia di buon contatto, contatto che i nostri pazienti ricevono e di cui divengono competenti. Alcuni dei pazienti traumatizzati hanno frammenti di memoria riguardo la "situazione originale" (Rosenberg 1985) della loro esperienza traumatica. Altri hanno appreso da un'altra fonte che qualcosa deve essere successo, o durante il colloquio anamnestico all'inizio del lavoro, hai scoperto che alcuni dei criteri per una situazione traumatica irrisolta potrebbero essere trovati con questo paziente. Tuttavia, spesso la "situazione originale" non può essere richiamata... In realtà, è vero il contrario: i pazienti soffrono di mancanza di memoria di lunghi periodi di vita e soprattutto di ricordi della prima infanzia.

Pertanto iniziamo a rendere i pazienti sensibili alla storia/esperienza del contatto che possono aver ricevuto: ad esempio le madri toccano durante l'allattamento; il contatto delle mani della madre/nonna con il bambino mentre cambia pannolini; la sensazione sulla pelle del loro peluche; il contatto manuale o corporeo con i loro fratelli e sorelle; i ricordi delle zampe degli animali domestici se ce n'erano nella loro infanzia, come i porcellini d'India... conigli...cani o gatti; il contatto fisico con i parenti in famiglia mentre leggono fiabe o guardano la TV; esperienze di contatto fisico mentre si fa sport o si balla; o, ultimo ma non meno importante, i buoni contatti che i pazienti possono ricordare da relazioni precedenti o attuali.

Nel fare ciò, il terapista sviluppa gradualmente una mappa di contatti corporei buoni o benefici ricevuti dai pazienti - ad esempio l’insieme delle sensazioni tattili provenienti dai loro parenti. Inizi a creare un puzzle della memoria; all'inizio potrebbe essercene ben poca; ma passo dopo passo, si svilupperanno alcune isole di memoria in un posto speciale nella loro infanzia; intorno a una fotografia che hanno; od una certa età... talvolta è solo un piccolo dettaglio: il colore di una carta da parati, l'odore in una stanza... senza nemmeno sapere da dove proviene. Quello che iniziamo a fare è sia riattivare l'attività della memoria del proencefalo (von der Kolk 1996) che rompere il modello delle reazioni traumatiche dominate dall'amigdala (Brewin 2001; p. 381), attivando maggiormente anche altre aree cerebrali in questa fase di lavoro.

Ciò si ottiene non solo parlando: in un processo parallelo, mentre iniziamo a risvegliare l'interesse dei pazienti per i diversi tipi di tocco ed per le aree tattili e del corpo che si sentono protette, stiamo anche mirando ad un nuovo tipo di "tracciamento": il tracciamento del contatto stesso e da parte dei pazienti delle diverse qualità di tocco. All'inizio, è un tocco senza alcuna intenzione e questo può ricordare la pelle delle mani della madre...

Mappatura e guida

Quando alcuni cambiamenti cominciano a manifestarsi, nella terza fase del processo terapeutico, supportiamo le risorse dei pazienti allo scopo di apprendere a ricevere un contatto: tenendoli nel "qui e ora" (Stern 2004), aiutandoli ad essere consapevoli della differenza tra la sensazione del corpo e la interpretazione emotiva (emozione); aiutandoli a sentire le qualità del contatto stesso: è caldo o freddo? La superficie della pelle si fonde nel contatto o rimane la capacità del paziente di essere separato/incapace di connettersi con il tocco; sente il bisogno di relazionarsi con il tepore delle mani del terapista - o al contrario, teme che qualcosa si stia intromettendo nel loro corpo con questa mano!? (vedi anche le proposte per diversi tipi di contatto manuale in: Busch 2006).

Con i pazienti che hanno dolore spesso emerge uno schema inconscio per usare il tocco di qualcuno come un "parafulmine" per scaricare il loro dolore, ed è interessante quello che succede quando il terapista manuale dà loro un feedback su questo schema. Questo processo allena la consapevolezza della differenza tra l'interpretazione dei pazienti dell'intenzione di contatto del terapista e la loro propria reazione emotiva alla qualità del tatto. Cambia la qualità: fai un po’ di leggero movimento, cambia il calore o la pressione della mano (Schlage 2016) e ancora e ancora supporta l'autoregolazione dei pazienti, o la regolazione attraverso il sistema di ingaggio sociale del terapista con strategie che entrambi hanno imparato nelle precedenti fasi di lavoro. Stabilire risorse somatiche (Hermann 2003, Bundy, Lane & Murray 2002), identificare memorie peritraumatiche (Janet 1925) e mappare le qualità del tatto (Sollier 1897, Lowen 1967, capitolo 3) sono gli obiettivi principali all'inizio di questa fase.

E tieni a mente bene: i ricordi possono essere visivi, possono essere uditivi (il suono della voce materna, il suono del motore della macchina del padre o il suono delle voci dei dialoghi interiori dei pazienti...), alcuni pazienti possono concentrarsi su memorie olfattive ma molti pazienti hanno ricordi cinestetici: da precedenti sessioni osteopatiche o Shiatsu ricevute, dove possono evocare sentimenti di essere respinti, forse essere manipolati attraverso il tocco. I terapisti supportano il monitoraggio percettivo di queste esperienze profonde, o il senso dei micro movimenti autonomi per ristabilire la consapevolezza del proprio corpo in aree in cui i pazienti si sentono rigidi o lontani... è possibile monitorare questi aspetti quando i pazienti muovono le parti del loro corpo, magari durante un massaggio.

Esploriamo ciò in diverse aree del corpo: centro / periferia; parte anteriore; gambe, braccia; faccia o testa ... e lì i terapisti possono usare mappe conoscitive di quale possa essere il background emotivo in queste aree (Marcher 2010; Painter 1987) influenzato dall'input sensoriale per la regolazione dell'eccitazione diadica e la regolazione degli affetti allo scopo di stabilire una relazione sicura per entrambi: terapista e paziente.

La stabilizzazione del modello neurofisiologico della corteccia orbitofrontale è fondamentale per una migliore autoregolazione del paziente, per un sistema di ingaggio sociale più differenziato e per un modello di legame più sicuro del paziente. È l'input sensoriale che rende possibile lo sviluppo. (Schore, 2003, 219)

Essendo consapevoli del fatto che ci sono circa 700 recettori nervosi in 1 metro quadrato di pelle (Juhan 1987, capitolo 2), i terapisti manuali esperti scelgono anche diversi tipi di contatto per stimolare attraverso questi recettori la regolazione di base del sistema nervoso autonomo: ad esempio gli organi del Golgi, per diminuire tensione delle fibre motorie dei muscoli; i recettori di Pacini per aumentare il feedback propriocettivo dei pazienti e in particolare i recettori Ruffini per l’inibizione dell'attività simpatica. (Rywerant 1983; Schleip 2012; p. 151)

Probabilmente, in questo modo, le reazioni emotive del sistema limbico emergeranno e superando il vecchio paradigma terapeutico dell’"acting out" (van der Hart, 1993, p. 165), ora siamo consapevoli delle diverse fasi di carica emotiva: stiamo lavorando con il modello del ciclo affettivo (Erken, R. & Schlage, B., 2012, vedi Eckert, A.A. e Kloers, K pp. 209-223) che mostra come ogni emozione possa essere vista in diverse fasi e che ci sono alcune fasi in cui devi essere particolarmente attento nel trattare pazienti traumatizzati: per esempio alcuni di loro sono in uno stato di ipereccitazione e probabilmente sono invasi dalle emozioni prima che sia stato raggiunto un sufficiente radicamento nell’esperienza, la capacità di distinguere il luogo nel loro corpo, di distinguere tra l'interpretazione emotiva di una sensazione corporea e la sensazione stessa. In questo caso, riattiviamo le strategie delle precedenti fasi di lavoro per rallentare l'eccitazione, od anche nel caso che stiano correndo molto velocemente da un'eccitazione all'altra senza essere sufficientemente in grado di separarsi dal segnale/relazione di innesco. In questi casi abbiamo bisogno di usare più tecniche per migliorare il centramento (centering) e il distacco al fine di regolare l'eccitazione emotiva. Oppure usiamo diversi modi per caricare il respiro e l'attività motoria dei pazienti per ristabilire la loro energia emotiva nelle aree del corpo che sono bloccate o si sentono congelate o rigide.

Il contatto corporeo nell'integrazione posturale elabora le emozioni nelle cosiddette sedute "rapide". (Levine 1997) Noi sosteniamo un processo di "fusione dell'energia congelata”, che è una metafora per indicare la riattivazione dei micro movimenti, e sviluppiamo la fiducia dei pazienti nelle onde emozionali: dall'autoregolazione alla riattivazione del modello di attacco e fuga. In questo modo continuiamo a utilizzare le strategie di autoregolazione e quelle relative al sistema di ingaggio sociale che sono stati addestrate in precedenti fasi.

Ogden (2010) descrive la necessità di correlazione tra i muscoli interni profondi e i muscoli superficiali del corpo (citato in Kurtz e Prestera 1979). È necessario anche lo sviluppo ed il completamento di reazioni difensive non portate a termine: se i pazienti hanno impulsi di lotta o fuga, indicati ad esempio dal modo in cui le braccia sono utilizzate per guadagnare più distanza, o le gambe stanno calpestando qualcosa o mostrano il desiderio di scappare, cerchiamo modi per aiutare a completare questi movimenti incompiuti.

La fase finale del lavoro

Noi terapisti possiamo imparare che radicamento, centratura, bonding, sounding e contatto oculare, e il nostro sistema di ingaggio sociale, rendono possibile la regolazione il contatto e l'intimità in relazione a una determinata situazione e al tipo di relazione in cui si trovano.

Juhan (1987, P. XXIX) scrisse che i terapisti creano un'onda di informazioni sensoriali e motorie verso la mente dei pazienti che va oltre il limitato repertorio della loro esperienza di vita. Nuove informazioni, che nutrono la loro mancanza di conoscenza delle possibilità sensoriali e motorie dei loro corpi, supporteranno i pazienti nell’affrontare nuovi modi di relazionarsi con l'ambiente e le relazioni.

Janet ha scritto (1925, p.988) che la caratteristica principale di un trattamento terapeutico di successo è la migliore capacità dei pazienti di provare felicità e gioia. Per i pazienti con forte dolore o traumatizzati questo è difficile da raggiungere benché abbiano estremo bisogno di queste esperienze di vita. Sappiamo che - probabilmente a causa di problemi di neurotrasmettitori con il sistema dopaminergico (Cabib & Puglisi-Allegra 1996) – è difficile aiutare i pazienti a lasciarsi andare a questo tipo di sensazione, dopo il lavoro soprattutto. Per via del fatto che questi sentimenti hanno la tendenza ad aprire le persone alle situazioni e relazioni, questi pazienti sono naturalmente profondamente spaventati dal processo di apertura.

Frijda (1986, p 368) scrive che "le sensazioni piacevoli informeranno inconsciamente il corpo stesso perché si aprirà alle possibilità di nuovi modelli comportamentali". Quindi, in questa fase del lavoro, dobbiamo invitare i pazienti a perseguire attivamente sensazioni positive sia nelle relazioni che nell'autoregolazione.

Questo può portare a nuovi hobby come ballare, fare sport, ascoltare buona musica, scegliere nuovi colori di vestiti o creare cambiamenti nel loro ambiente. Sosterremo i nostri pazienti in tutto ciò che scopriamo li sta aiutando a seguire questa nuova ondata di energia, un nuovo orientamento delle loro funzioni cerebrali e le intenzioni del sé personale.

Nella fase finale del lavoro, i terapisti devono anche sviluppare una nuova visione dei loro pazienti: smettere di guardarli attraverso gli occhi diagnostici orientati al deficit, anzi al contrario, iniziare a guardare nella direzione del potenziale umano (Dychtwald 1977, capitolo 9) ed alla realizzazione di un “modello archetipico della loro anima”. (Jung 1978)

In questo, le Catene Muscolari GDS rappresentano, secondo me, il migliore degli approcci terapeutici che si occupano di “personalizzazione della cura” nel pieno rispetto dell’identità e delle preferenze del paziente.

Solo così si potrà generare una buona relazione terapeutica che genera, a propria volta, guarigione reale e successo professionale.

Fabio Colonnello

Autore dell’articolo originale: Bernhard Schlage

Traduzione: Massimo Soldati

Quaderni Aipt di Formazione e Crescita Personale

Tecniche e strumenti per la Psicoterapia a mediazione corporea

Versione adattata per i terapisti manuali: Fabio Colonnello

Created By
Fabio Colonnello
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