I reduci del gruppo alpini villa guardia

Nel nostro gruppo, ci sono due reduci della campagna di Russia, Ferruccio Vittani e Pietro Bianchi. Entrambi furono richiamati nel 1940 come soldati di leva, Ferruccio nel Btg. Morbegno e Pietro nel Gruppo di artiglieria da montagna Bergamo. Sono stati sul fronte occidentale (Monte Bianco ), in Albania e poi la campagna di Grecia. Rientrati in Italia, dopo un periodo di riposo e di riorganizzazione dei loro reparti, sono partiti con migliaia di altri giovani per la sciagurata avventura della campagna di Russia, patendo le tribolazioni che tutti conosciamo. In questa pagina alcune loro testimonianze, tratte dal libro edito dalla Sezione ANA di Como "Comaschi in guerra".

Bianchi Pietro in Albania 1941
Ferruccio Vittani 1940
Ferruccio Vittani prima di partire per la Grecia
Ferruccio Vittani ad Aosta nel 1940
Ferruccio Vittani al rientro dalla Russia (Brennero)
Ferruccio Vittani 1940 - Piemonte
Memorie di guerra di Ferruccio Vittani

Reduce della campagna di Russia.

Rossosch 15 gennaio 1943.

Fu così che mi trovai, sperso con alcuni commilitoni, praticamente abbandonato ( o forse dimenticato) dal nostro Comando che in tutta fretta, con armi e bagagli, ma senza di noi, aveva lasciato la zona operativa per l’incombere terrificante dell’Armata Rossa. Eravamo venticinque giovani alpini al comando di un altrettanto giovane sottotenente; nessuno di noi sapeva cosa fare, ci mancavano automezzi e viveri. Le uniche cose che abbondavano erano la neve, il vento sferzante e le temperature polari.

Forse il gelo rallentando il ”girare” delle nostre rotelline del cervello impediva che lo scoraggiamento si trasformasse in disperazione. A poche centinaia di metri da noi si intravedevano le sagome dei carri armati russi e si sentiva l’impressionante sferragliare dei loro cingoli seppure in parte attutito dalla neve. In lontananza si sentivano esplodere colpi di cannone e sventagliate di mitragliatrici, anche se non ci minacciavano direttamente. Il mio dramma personale, in quel momento, era sentire che i piedi si stavano lentamente congelando. Riparato dietro uno sperone di muro, anche per nascondermi alla vista del nemico, ebbi la malaugurata idea di togliermi gli scarponi per cercare di massaggiarmi i piedi: immediatamente gli scarponi divennero due blocchi di ghiaccio e non riuscii più a calzarli. Mi vidi morto, trasformato a mia volta in un ghiacciolo gigante; le lacrime mi scendevano sulle guance e si rapprendevano in strisce gelate, mi dissi: sono morto.

Non so come fu ma dal nulla (almeno così mi parve) si presentò una figura goffa, ricurva, che mi parlò in italiano e mi regalò un paio di valenki(stivaletti di panno pressato usati dai contadini Russi) che mi salvarono i piedi dal congelamento, e la vita, perché dopo una serie infinita di traversie, mi permisero di tornare a casa. Ancora oggi a distanza di oltre settant’anni dall’avvenimento non so dare una spiegazione più dettagliata e razionale di quanto mi successe in quel momento: pregavo la mamma, pregavo Dio, piangevo, e qualcuno mi è venuto in aiuto. Superato il primo momento di smarrimento ci siamo accorti che insieme a noi avevano dimenticato anche alcuni automezzi; un alpino era in grado di guidare uno dei camion Lancia RO34 a muso piatto, e così, caricati sul cassone e protetti in qualche modo con delle coperte iniziammo il nostro “quasi privato ripiegamento. Dopo poche ore di viaggio facemmo una terribile scoperta: i nostri commilitoni che ci avevano preceduti nell’abbandonare Rossosch, e che facevano parte con noi del presidio della cittadina, erano stati sterminati dai carri armati Russi e giacevano senza vita, abbandonati nella neve: la nostra partenza ritardata ci aveva salvato la vita! Sulla pietà’ prevalse l’istinto di conservazione e velocemente ci allontanammo dal luogo della strage. Viaggiammo per un giorno intero; la notte sostammo in uno sconosciuto paesino incontrato lungo la via e chiedemmo ospitalità in qualche ISBA: i contadini russi si sono sempre comportati bene con noi Alpini, condividendo quel poco cibo che avevano e soprattutto ci permisero di stare un po' al caldo.

Durante la notte sentimmo un gran baccano: degli alpini sciatori ci avvertirono che erano in arrivo i soldati russi: ci precipitammo fuori e cercammo di richiamare i nostri compagni di viaggio suonando il clacson; solo tre o quattro risposero (forse gli altri preferirono rimanere ancora un po’ al caldo) e così ripartimmo di gran carriera per sfuggire alla sicura cattura (se non peggio) da parte del nemico. Non ho più saputo nulla di quelli che non sono ripartiti con noi. Dopo poche ore di viaggio ci accodammo ad una lunga colonna i camion ferma sulla strada, senza soldati a bordo. Il più coraggioso di noi decise di procedere a piedi lungo la strada per capire il motivo di questa sosta ; tornò dopo qualche tempo e ci spiegò che i camion erano tutti immobilizzati dall’impossibilità di attraversare un ponte che scavalcava un fiume ghiacciato; il ponte era di legno e i Russi, per impedire la nostra ritirata ,avevano scardinato le tavole che facevano da pavimento; qualche nostro commilitone ingegnoso era riuscito a posizionare alcune tavole che aveva recuperato giusto in corrispondenza alla larghezza della carreggiata dei camion, ma una manovra sbagliata di un autista aveva fatto precipitare un camion sulla travi portanti del ponte, bloccando definitivamente il transito. Ci rassegnammo quindi alla malasorte e continuammo la nostra ritirata a piedi. Davanti a noi si scorgeva un’infinità di puntini neri che risaltava sul biancore glaciale del paesaggio circostante, e così, con l’angoscia nel cuore e una grande paura iniziammo a seguire quell’irreale tracciato come se fosse una indicazione stradale lunga chilometri e chilometri impressa sulla neve: erano soldati come noi, senza guida, che camminavano in direzione dell’Italia.

Nikolajewka distava da noi un centinaio di chilometri e pochi giorni dopo, sotto l’urlo trascinante del generale Reverberi e la carica eroica di migliaia di alpini sacrificatisi per la salvezza degli altri, avvenne quella terribile battaglia che permise ai sopravvissuti di raggiungere la Patria.

Dopo l’8 settembre, nell’esercito Italiano privo di direttive, regnava il caos. Dalla nostra caserma a San Candido scapparono tutti. Abbandonata la caserma con la divisa addosso vagai, assieme ad alcuni commilitoni per i paesi finché una signora mi diede gli abiti del figlio con cui potei cambiarmi per dare meno nell’occhio e cercare di avvicinarmi a casa. Incontrai altri come me e dopo molto girovagare ci ritrovammo in tre e riuscimmo a giungere fortunosamente fino a Vicenza, dove ci dirigemmo verso la stazione ferroviaria per vedere se era possibile trovare un passaggio verso casa. La data rimarrà per sempre nella mia mente: era il 13 settembre del 1943. Cercavamo di nasconderci ai Tedeschi, che dopo l’otto settembre compivano rastrellamenti alla ricerca dei soldati Italiani sbandati e noi cercavamo di non farci prendere. Ironia della sorte: prima fuggivamo dai Russi nostri nemici mentre ora fuggivamo dai Tedeschi nostri ex alleati. La nostra libertà durò poco: poche ore dopo fummo facilmente catturati. Ero nascosto sotto la scrivania nell’ufficio del capostazione in attesa del passaggio di qualche treno verso Milano, quando sentii sul collo qualcosa di freddo: era la canna di un mitra tedesco: mi avevano preso! Senza tanti complimenti, assieme ad altri, fummo sbattuti su un vagone merci che in breve si aggiunse ad un lungo convoglio diretto verso la Germania. In ogni vagone c’erano circa 40 alpini. Potevamo solo stare seduti perché lo spazio era ristretto e non ci permetteva di sdraiarci; il disagio maggiore era dovuto alla mancanza di cibo ed acqua e soprattutto alla inesistenza di servizi igienici (un angolo del vagone, non separato, era stato adibito alla bisogna. Il viaggio durò due giorni e ci condusse fino ad una cittadina Tedesca che si chiamava Hermer, dove fummo prontamente internati nello Stalag (campo di prigionia) sorvegliato dalle SS. Le condizioni di vita nel campo erano disumane, quelle igienico sanitarie pessime, l’alimentazione gravemente insufficiente. Da lì iniziò la mia nuova vita di lavoratore coatto meglio dire schiavo ed ebbe inizio la mia nuova carriera di addetto agli altoforni metallurgici della ditta Martinwerk e cambiò anche la mia identità: non più Ferruccio Vittani ma n° 61433.

Memorie di guerra di Pietro Bianchi, reduce della campagna di Russia.

Pietro Bianchi chiamato Rino, nato a Villa Guardia (Maccio) il 1/10/1920. Fui chiamato alle armi il 17/03/1940 e inviato a Bergamo in un reparto di artiglieria alpina. Dopo un breve periodo di addestramento fui inviato a Merano, alla 32°batteria del Gruppo Bergamo, matricola 10429. Alcuni giorni dopo il mio arrivo, il reparto fu inviato a Fiorano Canavese, località del vicina ad Ivrea per addestramento. Fummo accolti molto bene dagli abitanti del paese con i quali condividevamo alcune abitazioni, non essendoci strutture militari in loco. Il 10 giugno ci fu comunicato che erano scoppiate le ostilità con la Francia e il nostro reparto fu inviato a Courmayeur e poi sul Col de la Seigne in Val Veny. Operavamo su un terreno particolarmente impervio e innevato e nonostante fosse giugno, in quota il freddo era intenso e ben presto furono segnalati numerosi casi di congelamento. Gli alpini furono sottoposti a grandi sforzi per riuscire a trasportare i pezzi in linea. Anche a me fu ordinato, ma riuscii a fare solo pochi passi, poi caddi a terra sotto il peso del ferro. Con grande sforzo riuscii a trattenere il pezzo, evitando che scivolasse nel dirupo, fortunatamente arrivarono presto i miei compagni che mi liberarono. Mentre ritornavo alla tenda, avvertii un dolore lancinante allo sterno, toccando con la mano mi accorsi di avere una pretuberanza causata dallo sforzo, che mi è rimasta.

Nel giugno del 1940 fu siglato l’armistizio con la Francia, così cessarono i combattimenti su tutto il fronte. Qualche mese dopo fummo trasferiti da Salbertrand in alta Valle di Susa a Venaria Reale e poi a Cles in Val di Non e infine a Merano dove siamo rimasti circa tre mesi per completare l’addestramento.

Nel mese di novembre partimmo alla volta di Brindisi, li giunti fummo imbarcati con destinzione Durazzo in Albania. In questa terra inospitale iniziarono le marce di trasferimento verso Tirana attraversando la valle del Devoli, passando per Coritza, sotto una pioggia incessante che ci accompagnò per molti giorni. Da Tirana proseguimmo per Elbasan senza particolari disagi, essendo la strada in buone condizioni, ma in seguito il viaggio divenne avventuroso: il fango era ovunque, a volte i muli sprofondavano fino alla pancia gravati del peso dei pezzi che trasportavano. Grandi furono gli sforzi degli alpini per liberare quelle povere bestie altrimenti condannate.

Il freddo era molto intenso, tanta neve, sferzati dalla tormenta, costretti a dormire in tende piantate in mezzo al fango: solo un leggero strato di rami di betulla divideva il fondo della tenda dal terreno intriso d’acqua. A causa di queste precarie condizioni di vita furuno numerosi gli episodi di dissenteria fra i soldati.

Dopo la visita del Duce ai reparti, ci traferirono a Durazzo, in attesa del traghetto che ci avrebbe riportato a Valona e in fine a Bari. Rientrato in Italia, fui trasferito a Venaria Reale, quindi a Druento un paesino a pochi chilometri da Torino dove rimanemmo circa un mese, ben accolti dagli abitanti. In paese c’era un bar nel quale viveva una vecchietta ingobbita dal tempo e dalle fatiche che per diletto faceva la chiromante. Sapevamo di essere destinati al fronte russo, e molti soldati per scaramanzia andarono da questa signora per un consulto. Anch’io l’interrogai sul mio futuro, dopo avere visto le carte, mi disse:”tu ritornerai con una ferita leggera”.

Nel mese di giugno partimmo da Torino, con una lunga tradotta, carica di uomini, mezzi e muli. Il lungo treno attraversò l’Ungheria, la Bulgaria, la Romania e dopo diversi giorni la Polonia. Il treno man mano che si avvicinava al fronte, andava sempre più lento, si cominciavano a vedere i segni della guerra: vagoni rovesciati, carrozze bruciate; segni inequivocabili dell’avanzata tedesca. Non c’erano più case, solo boschi immensi e infiniti campi di girasoli. All’improvviso uno stridore di freni seguito da una scarica di fucileria fece preoccupare tutti. Alcuni riferirono di avere sentito i cosacchi sparare e di avere risposto al fuoco. Tornata la calma il treno riprese il suo viaggio finchè giunse in un piccolo paese chiamato Carcischi dove si vedevano enormi pile di carbone. Iniziammo a scaricare i muli dai carri treno, evidenti erano i segni di insofferenza degli animali dovuta alla lunga inattività, anche i soldati non erano da meno. Era il mese di luglio, dopo qualche giorno di sosta, iniziò la lunga marcia verso il fronte: la marcia proseguiva lenta e interminabile, su un terreno friabile, poco compatto dove gli scarponi degli alpini affondavano senza fare presa, rendendo più faticoso il cammino. Dopo giorni e giorni di cammino, con il fardello dello zaino da portare, il sudore si compattava con la polvere della strada creando una spece di maschera sul volto. Tutti i giorni sveglia all’alba, si spiantavo le tende e via in marcia fino a sera, si piantavano le tende e così via. Attraversammo molte città: Millerovo, Carcof, Recovo e tante altre di cui non ricordo il nome, fino a quando abbiamo raggiunto la prima linea, poco distanti da Podgornye dove vista la situazione non stavamo tanto male. Abbiamo occupato le trincee abbandonate dai reparti ungheresi. Le trincee non erano state costruite molto bene e pertanto abbiamo dovuto lavorare per renderle efficienti, per fortuna senza troppa fatica essendo il terreno molto soffice. IL rancio era buono, trovavamo facilmente patate e grano che riuscivamo a macinare grazie all’ingenio di alcuni soldati. Abbiamo improvvisato anche un forno dove facevamo cuocere il pane. Faceva freddo ma quando c’era il sole si stava bene. Poco lontano dai nostri accampamenti c’erano dislocati un reparto di sussistenza e il reparto veterinario dove venivano portati i muli bisognosi di cure. Seppi che nel reparto veterinario c’era un maniscalco che si chiamava Arturo Valli di Villa Guardia , così un giorno lo andai a trovare. In quell’occasione Valli preparò la polenta che mangiammo insieme, ricordo che aveva utilizzato le mammelle della mucca per preparare il condimento. Passammo qualche ora insieme e mi raccontò che la situazione volgeva al peggio. Prima di salutarci mi regalò alcune pastiglie di chinino per il mio amico Molteni che si era ammalato. Camminai per circa un’ora per rientrare alla mia trincea, qui giunto sentii altri soldati raccontare le stesse tristi notizie che avevo sentito poco prima dal mio compaesano. Il capitano ordinò l’adunata e spiegò la situazione. Il giorno successivo distruggemmo tutto quello che avrebbe potuto servire ai russi,compreso la nostra trincea che con tanto lavoro avevamo sistemato. Nello zaino solo lo stretto necessario, per lasciare spazio per le munizioni. Poco dopo si videro arrivare i primi gruppi di soldati sbandati di ogni nazionalità.

La mia batteria comandata dal capitano Gallarotti era ancora operativa e in perfetta efficienza e pronta per ogni eventuale impiego. Dopo cinque sei giorni di cammino con l’incessante tormenta che cancellava ogni traccia del nostro passaggio la mia divisa si era vetrificata. Arrivammo nei pressi di un paesino, dalle isbe poste ai lati della strada uscirono alcuni alpini, l’ho ricordo come ora: ero dietro al secondo pezzo con il mio amico Molteni, sentii gridare “Ghe quaiched’un da Com?” dissi al mio amico: questa voce non mi è nuova, mi avvicinai , appena mi riconobbe mi chiamò per nome, era il sergente Piero Bianchi anch’egli di Villa Guardia, ci abbracciammo commossi. Lo invitai a seguirmi, mi rispose: “non posso ci sono feriti e congelati ” mi fece entrare nell’isba, vidi una decina di alpini avvolti nelle coperte in pessime condizioni. Mi ripetè che non poteva abbandonarli. Non potendo trettenermi oltre ci scambiammo un forte abbraccio e raggiunsi la mia colonna che nel frattempo aveva proseguito.

Dopo molti giorni di marcia, arrivammo nella piana di Nikolajewka dove era già in corso un’aspra battaglia, il generale Reverberi salì sopra a un semovente tedesco e gridò a squarciagola “ Tridentina avanti ! “ . Sul costone si vedevano gli alpini morti o feriti, la neve era rossa di sangue di questi caduti. I russi sparavano con le Katiusha incessantemente, io ero con il mio amico Molteni, mi si avvicinò il sergente Rotoli che mi disse: “dai Bianchi lascia Molteni e vieni giù con me”, vedendo intorno a me innumerevoli morti, esitai a seguirlo, fu la mia fortuna, era a circa 10, 15 metri di distanza, fu colpito mortalmente, mi avvicinai, gli feci il segno della croce e poi via di corsa verso il ponte della ferrovia, passando in mezzo a morti e feriti. Riuscii a raggiungere una grande isba dove c’erano dei miei compagni, fu allora che mi accorsi che usciva sangue dalla coscia destra, fortunatamente era presente un tenente medico, che riuscì a togliermi tre piccole schegge, quindi mi disse di andare dall’infermiere Venturelli a farmi medicare, questi che era presente disse: “ io non ho più niente” allora il medico mi suggerì di urinare sulla ferita, uscii dall’isba e lo feci. Mentre stavo facendo quello che il medico mi aveva detto, notai due zaini tedeschi abbandonati, ne raccolsi uno e lo portai nell’isba, lo aprii:c’erano due maglie e una scatoletta di plastica con dentro una benda, delle suole da scarpa, delle tomaie e tutta l’attrezzatura da calzolaio. Trattenni le maglie e il resto del contenuto lo diedi alla donna dell’isba che mi regalò tre cipolle e quattro carote.

Dopo una lunga marcia, giungemmo a Gomel, qui c’era l’infermeria. Fui denudato e cosparso di una polvere bianca che assomigliava alla calce e bruciava, gli indumenti furono sterilizzati. Fummo caricati su una tradotta in partenza per l’Italia insieme a innumerevoli feriti e congelati, dopo molti giorni di viaggio arrivammo a Udine. Trascorso il periodo di contumacia, ottenni una licenza e finalmente riuscii a rivedere la mia casa e i miei cari. Al mio rientro, la batteria fu dislocata a Brunico ma io ricevetti l’ordine di presentarmi alla caserma di artiglieria di Dobbiaco dove dopo alcuni giorni giunse anche il resto della batteria. Furono giorni di scarsa attività, poi ci trasferirono a San Candido, eravamo sempre più incerti sul nostro futuro.L’indomani un reparto tedesco circondò la caserma e ci intimò di arrenderci e di consegnare le armi. Fummo imprigionati e il giorno successivo caricati su dei vagoni destinati in Germania. Il viaggio fu molto faticoso: condizioni igieniche pessime, ne cibo ne bevande, il fetore era insopportabile. Dopo circa due giorni di viaggio arrivammo a Custrì dove era stato preparato un grande campo di concentramento, qui mi fu assegnato il numero di matricola 31616. Il giorno dopo fecero l’adunata, fra tanti alpini presenti scelsero una ventina di uomini e fra questi c’ero anch’io. Caricati su uno furgone, dopo circa due ore di viaggio giungemmo in una fattoria, il proprietario ci fece un’ispezione accurata, quindi scelse me e altri due miei compagni. Assegnò a ciascuno una mansione: uno alle mucche, uno ai maiali e io ai cavalli. La sveglia era alle sette, ma io dovevo alzarmi prima per dare da mangiare ai cavalli che in seguito dovevano essere utilizzati nei campi. Direi di essere stato fortunato, in quella fattoria c’erano molte galline che depositavano le uova nella paglia a volte la signora polaccha incaricata di raccoglierle ne dimenticava qualcuna, così potevo berle e tenermi in forma. In quel periodo stavo abbastanza bene ma dopo circa un mese, ci radunarono nel cortile e io e altri quattro fummo caricati su un furgone,dopo circa tre ore di viaggio arrivammo nei pressi del fiume Oder. C’era un grosso barcone già parzialmente carico di prigionieri di varie nazionalità, salimmo sull’imbarcazione preoccupati del nostro destino. Dopo qualche ora di navigazione, attraccammo, ci fecero scendere e cominciammo a camminare in una fitta boscaglia per circa un’ora fino ad una fabbrica di prodotti chimici chiamata Sebetrip. Fummo affidati ad un interprete che ci unì ad altri 35 italiani che già lavoravano nella fabbrica, questi ci aggiornarono sul da farsi. Il giorno successivo mi diedero una giacca e un paio di pantaloni usati e mi accompagnarono in un grande salone, dentro c’erano quattro centrifughe in fila a due metri di distanza una dall’altra. Mi assegnarono alla prima vicina allo studio del capo il quale mi indicò la clessidra che misurava il tempo di lavorazione e il funzionamento della centrifuga. Feci conoscenza dei mie compagni di lavoro. Vicino a me c’era un russo che già lavorava alle centrifughe da otto giorni, aveva la faccia tutta bruciacchiata, mi fece intuire che anch’io sarei diventato così dopo qualche giorno di lavoro. Gli altri erano: uno ungherese e l’altro bulgaro.L’edificio era a tre piani: al piano superiore c’erano le ragazze russe e ungheresi che miscelavano la cellulosa con l’acido nitrico o solforico a seconda delle necessità, il prodotto veniva versato in quattro vasche che erano perpendicolari alle centrifughe che stavano sotto collegate da un grande tubo. Cominciai il mio lavoro, trascorso il tempo indicato dalla clessidra sollevai il coperchio, dalla centrifuga uscì un fumo rossastro che mi causò un forte bruciore in faccia. Il materiale si era attaccato alle pareti della centrifuga e io con la sola forza delle braccia aiutandomi con un forcone a denti piatti dovevo staccarlo e farlo scendere in una specie di grosso imbuto, il prodotto passava per questo tubo e cadeva in un recipiente sottostante in un salone a ventilazione forzata, quindi steso su dei grandi tavoli per l’essicazione. Alcuni dicevano che si trattasse di polvere da sparo, o dinamite ma noi prigionieri non abbaimo mai saputo cosa fosse veramente. Mentre stavo scaricando la centrifuga, mi si avvicinò un dottoressa in tuta mimetica, prelevò un campione e se ne andò, il russo mi chiese se avevo fermato la macchina rispettando i tempi, io gli risposi di si. Due giorni dopo arrivò ancora la dottoressa e io le chiesi se il campione che aveva prelevato era giusto, lei si mise a ridere, il suo sguardo era a metà fra compassione e simpatia, allora le dessi che avevo fame, mi promise che l’indomani mi avrebbe portato il pane. Il giorno dopo arrivò con un panino avvolto in una carta, lo misi sotto la giacca, avvisai il russo, mio vicino, di controllare la macchina mentre io ero a via. Giunto alla porta mi si avvicinò il capo e mi disse: “Bianchi dove vai? “risposi “vado in bagno” lui mi chiese cosa avevo sotto la giacca, io feci finta di non capire, allora lui con uno strappo prese il pane lo buttò per terra e con un piede lo schiacciò, maledicendo la dottoressa che me lo aveva dato. A quel punto persi il controllo, lo afferrai per la gola premendo forte deciso ad ucciderlo. Il russo e l’uomo delle pulizie vista la situazione mi costrinsero a liberarlo. Non ci furono conseguenze e ripresi il mio lavoro preoccupato per quello che sarebbe potuto accadere in seguito. La fabbrica era in un grande bosco, le incursioni aeree erano frequenti ma senza riuscire a colpirla, spesso suonava l’allarme e noi prigionieri ci disperdevamo nel bosco e per arrivarci dovevamo passare dal cancello dove passavano anche i tedeschi che raggiungevano il loro bunker. Il caso volle che vicino al cancello ci fosse la dottoressa che mi chiese se era buono il pane, io le feci capire quello che era successo, lei mi disse che avrebbe fatto qualcosa per aiutarmi. Il giorno seguente il capo mi disse: “ Bianchi devi andare dal grande capo”. L’edificio distava circa venti metri, i compagni di lavoro mi guardavano con una faccia compassionevole pensando a cosa mi avrebbero fatto. Arrivato davanti alla porta, usci un soldato rumeno che mi diede uno spintone facendomi entrare, il capo era seduto dietro una grande scrivania, sulla parete una grande fotografia del fuhrer, a un certo punto alzò la testa, guardandomi mi disse:” Bianchi tua madre è tedesca ?” senza riflettere risposi “si” pensando a quello che mi aveva detto la dottoressa. Mi guardò di nuovo e disse:”tu domani non andrai a lavorare alla Sebetrip, andrai con Corsia (un tedesco che faceva l’autista di un grosso camion) il quale mi disse che ero fortunato ad essere stato raccomandato dalla dottoressa che era tenuta in grande considerazione dalle autorità perché il padre era un generale rimasto ferito in Africa e poi morto in Germania e il fratello era capitano delle SS morto anch’egli a Stalingrado. Così cominciò il mio nuovo lavoro, attrevesavamo numerose città per la consegna del materiale della fabbrica e di ritorno caricavamo altro materiale per la manutenzione della stessa. Spesso rientravamo tardi così potevamo mangiare alla mensa dei tedeschi dove c’era anche la dottoressa. Una sera si avvicinò e mi disse che presto sarebbero arrivati i russi se volevo partire mi avrebbe aiutato, mi diede anche il suo indirizzo ( Inghe Maier, Oberbarnistrasse 17, Dusseldorf) io però non accettai perchè ero certo che anche se in possesso del permesso non avrei superato i controlli sul treno. Venni a sapere che tanti prigionieri della fabbrica furono presi e portati in Polonia. Dopo due o tre giorni abbiamo trovato tutte le porte della fabbrica aperte e nessun tedesco. Così a gruppi siamo fuggiti, abbiamo girovagato senza meta per giorni. Giunti in una fattoria dove c’erano dei polacchi che ci diedero del pane ma non ci permisero di restare, ci indicarono un’altra fattoria poco lontana dove avremmo potuto trovare lavoro. Il nostro gruppo era composto da sei uomini e e cinque donne e tre di loro parlavano più lingue, questo ci fu di grande aiuto per evitare strade percorse dai russi. Dopo circa un mese abbiamo saputo che era in partenza una tradotta per l’italia, così ci mettemmo in cammino, raggiunta la stazione, a fatica riuscimmo a salire essendo già pieno. Dopo un’ora finalmente il treno partì. Giunti a Pescantina le strade di quello strano gruppo di persone si dividevano: le ragazze volevano rimanere in Italia ma era possibile solo se sposati. Uno solo del nostro gruppo lo fece, un certo Tisoco Orlando di Vicenza, sposò una dottoressa bulgara laureata in dermatologia e io feci loro da testimone.

Deciso a tornare a casa, a Pescantina trovai altri soldati comaschi e con loro prendemmo il primo treno diretto a Milano e poi a Como. Era la prima domenica di settembre, giorno in cui i parrocchiani di Maccio si recano in processione alla chiesa del Santo Crocefisso, così incontrai alcuni miei compaesani che si premurarono di telefonare alla signora Anna addetta del centralino Stipel di Maccio e questa gentilmente avvertì i miei famigliari. I miei fratelli Enzo e Fernando e mio cugino Felice presero il tram per Como per raggiungermi. Ci incontrammo al caffè Cova in piazza Garibaldi e dopo un forte abbraccio ripartimmo per Maccio dove rividi i miei genitori e le mie sorelle. Dopo qualche tempo seppi che la famiglia Tisoco aveva vissuto per circa un anno a Vicenza dove la moglie prestava servizio in ospedale, poi si trasferirono a Chicago. Nonostante tutto sono riuscito a mantenere un costante contatto epistolare con loro. Circa venti annai fa, ricevetti una telefonata, erano i Tisoco, venivano in Italia e sarebbero passati a salutarmi. Provammo una gioia immensa nel ritrovarci dopo tanti anni, in quell’occassione li accompagnai con il battello a visitare le bellezze del lago di Como. Dopo una bella giornata trascorsa insieme ci salutammo con nel cuore il ricordo dei momenti a volte felici a volte tristi e avventurosi trascorsi insieme.

Made with Adobe Slate

Make your words and images move.

Get Slate

Report Abuse

If you feel that this video content violates the Adobe Terms of Use, you may report this content by filling out this quick form.

To report a Copyright Violation, please follow Section 17 in the Terms of Use.