Una biblioteca in testa

Sulla cruciale importanza di leggere libri si è detto e ridetto. Ma, se di solito il troppo stroppia, qui alla Scuola Holden il troppo non è ancora abbastanza. Non ci accontentiamo della solita ammonizione: non si può essere scrittori, o narratori, se prima non si è lettori. Quello che serve, è avere una biblioteca in testa.

Una biblioteca è una raccolta ordinata di libri, organizzati secondo un metodo. Quello più conosciuto è la classificazione di Dewey, che cataloga i libri per argomento, in modo gerarchico – e piuttosto noioso.

A Londra però, esiste una biblioteca fuori dal comune, la Biblioteca Walburg.

Aby Walburg aveva organizzato i suoi libri secondo un metodo molto simile a quello con cui organizziamo i contenuti nella nostra mente: per analogia.

(Sul pensiero associativo anche Frank Rose ci ha detto la sua)

Ma perché è così importante avere una biblioteca in testa?

La risposta arriva Marco Belpoliti: perché i libri nascono dai libri.

E per renderla più convincente, ci ha infilato un po’ di sano gossip.

Nabokov – racconta - non ha mai scritto un libro in maniera progressiva, dall'inizio alla fine. Piuttosto, collegava tra loro varie schede di cartone (che lui stesso ritagliava) sulle quali aveva preso vari appunti a matita.

Un altro scrittore con la fissa dei foglietti e della colla era Primo Levi. La seconda edizione di Se questo è un uomo (1958) è nata da un – letterale - taglia e incolla sul corpo – fisico- della prima edizione (1947). In particolare, sulla copia regalata dallo stesso Levi a sua moglie.

Di fatto, quasi tutti gli scrittori costruiscono storie collegando frammenti.

In tutta la storia della letteratura, i libri scritti dall'inizio alla fine si contano sulle dita di una mano.

Dunque, i libri nascono dai libri. Li abbiamo letti, li abbiamo organizzati nella nostra mente. Adesso, non ci resta che stabilire le connessioni, mettere insieme i tasselli...

Il nostro direttore didattico, Martino Gozzi, ce lo aveva detto fin dall'inizio: nulla è solo nostro, tutto è tradizione.

Il suo suggerimento era di seguire un percorso molto interessante, cioè la genealogia delle forme di narrazione di cui fruiamo.

Un po’ come ha fatto lui per noi, con il discorso di Reagan del 1986.

«Non li dimenticheremo mai né dimenticheremo l’ultima volta che li vedemmo, questa mattina, mentre si preparavano per il loro viaggio, salutavano e fuggivano dalla “scontrosa superficie della Terra” per “sfiorare il volto di Dio”».

Noi, scrittori e scriventi, dobbiamo unire i puntini e la sequenza dei nostri puntini, rispecchierà noi stessi.

Sull’argomento Belpoliti ha un' altra chicca, ancora riguardo Levi, suo bersaglio preferito.

Anche Garofalo ci raccomanda una strada simile: costruire un albero genealogico dei propri idoli e porsi le domande giuste. In questo modo potremo intravedere dei denominatori, delle connessioni. E, piano piano, scoprire il nostro DNA creativo.

È tutto spiegato meglio in Ruba come un artista di Austin Kleon.

Insomma, bisogna avere fiducia nel moltiplicarsi costante delle storie e per farlo è necessario essere ossessivi e ostinati. Le cose che si possono fare non sono tante, non è vero che tutto è possibile. È la combinazione dei possibili ad essere infinita.

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