MACHIAVELLI maggio 1469- giugno 1527

Il Principe composto nel 1513 durante l'esilio a San Casciano, pubblicato a Venezia nel 1532 è in 26 capitoli e si può dividere in 4 parti:

- nella prima si parla delle varie forme di principati (ereditari e nuovi; i nuovi si dividono poi in nuovi e misti cioè risultanti dall'unione di un dominio nuovo allo Stato ereditario) e dei modi con cui vanno mantenute (I - XI)

- nella seconda si esaminano varie forme di milizie (proprie, mercenarie, ausiliarie e miste) allo scopo di dimostrare l'eccellenza delle "proprie" (XII - XIV)

- nella terza si indicano le qualità necessarie ad un principe e i metodi che egli deve seguire per garantire la libertà e la potenza del suo stato (XV - XXIV)

- nella quarta dalla considerazione dell'importanza della "fortuna" si passa all'esortazione finale rivolta a Lorenzo dè Medici, nipote del Magnifico (al quale il trattato è dedicato) a liberare l'Italia dai barbari (XXV - XXVI)

Il Principe non costituisce un'innovazione dal punto di vista del genere letterario. La rottura rivoluzionaria avviene invece sul piano dei contenuti e del metodo di analisi, non uno scritto occasionale, ma una riflessione teorica di grande spessore, in polemica con la precedente precettistica perchè condotta attraverso un'indagine rigorosa e scientifica sulla realtà così com'è ( la realtà effettuale) e non su come si immagina che sia.

Il principe di Machiavelli ha contributo allo sviluppo del pensiero politico nell'etá moderna.

Machiavelli propone una concezione di realismo politico. Ma si sofferma su dei punti in particolare

  • ARTE DEL POTERE
  • CONVERSIONE E STABILITÀ
  • ESERCITARE IL POTERE A PARTIRE DAI DATI CONCRETI

Questi tre concetti si possono evincere nei seguenti tre capitoli: 15-18-25

Capitolo 15:

"Resta ora a vedere quali debbano essere i modi e governi di un Principe con li sudditi e con gli amici. E perchè io so che molti di questo hanno scritto, dubito, scrivendone ancor io, non esser tenuto presontuoso, partendomi, massime nel disputare questa materia, dagli ordini degli altri. Ma essendo l’intento mio scrivere cosa utile a chi l’intende, mi è parso più conveniente andare dietro alla verità effettuale della cosa, che all’immaginazione di essa [...]"

Machiavelli, forte dell’esperienza che gli ha dimostrato la distanza che esiste tra l’ideale secondo cui si dovrebbe vivere e quello secondo cui si vive realmente, afferma il principe deve saper essere buono o non buono, seguire la morale o immergersi nel male, solo in base alla situazione specifica e concreta che gli si pone innanzi.

"Io so che ciascuno confesserà, che sarebbe laudabilissima cosa un Principe trovarsi di tutte le sopraddette qualità, quelle che sono tenute buone; ma perchè non si possono avere, nè interamente osservare per le condizioni umane che non lo consentono, gli è necessario essere tanto prudente, che sappia fuggire l’infamia di quelli vizi che li torrebbono lo Stato, e da quelli che non gliene tolgano, guardarsi, se egli è possibile; ma non potendosi, si può con minor rispetto lasciare andare. Ed ancora non si curi d’incorrere nell’infamia di quelli vizi, senza i quali possa difficilmente salvare lo Stato; perchè, se si considera bene tutto, si troverà qualche cosa che parrà virtù, e seguendola sarebbe la rovina sua; e qualcun’altra che parrà vizio, e seguendola ne risulta la sicurtà, ed il ben essere suo."

Se per mantenere lo stato e il potere le condizioni necessitano che ci si comporti male, bisogna avere il coraggio di farlo. Questa scelta tra morale e bene politico, é in perenne conflitto, non è una scelta fatta a cuor leggero da Machiavelli, ma profondamente sofferta, e dettata solo da esigenze pratiche. Sono infatti le condizioni umane, secondo l’autore, che non permettono l’osservanza della morale davanti all’esigenza di salvare lo stato.

CAPITOLO 16:

"Quanto sia laudabile in un Principe mantenere la fede, e vivere con integrità, e non con astuzia, ciascuno lo intende. Nondimeno si vede per esperienzia, ne’ nostri tempi, quelli Principi aver fatto gran cose, che della fede hanno tenuto poco conto, e che hanno saputo con astuzia aggirare i cervelli degli uomini, ed alla fine hanno superato quelli che si sono fondati in su la lealtà.[...]"

Machiavelli spiega che sarebbe bello se i Principi governassero soltanto mantenendo la parola data e che vivano con integrità e non con astuzia, ma secondo Machiavelli l'esperienza ci insegna che i più grandi principi si sono serviti anche dell'astuzia nel momento del bisogno.Dato che per regnare e conservare il potere e lo Stato spesso la prima modalità, quella umana, non risulta sufficiente, bisogna che il Principe sappia attingere anche dalla seconda via quella dell'astuzia ; come dice l'autore: “Pertanto ad un Principe è necessario saper ben usare la bestia e l’uomo”. Nell’ usufruire del comportamento del regno animale, il Principe deve distinguere tra l’atteggiamento della volpe e quello del leone, ovvero avvalendosi talvolta dell’astuzia e altre volte della forza.

"E però bisogna che egli abbia un animo disposto a volgersi secondo che i venti e le variazioni della fortuna gli comandano; e, come di sopra dissi, non partirsi dal bene, potendo, ma sapere entrare nel male, necessitato." [...]

Qui si capisce l'idea di Machiavelli secondo cui la condotta del principe va valutata di volta in volta e in base alla situazione concreta che ci si trova ad affrontare.

CAPITOLO 25

"Nondimanco, perchè il nostro libero arbitrio non sia spento, giudico potere esser vero, che la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre, ma che ancora ella ne lasci governare l’altra metà, o poco meno, a noi. Ed assomiglio quella ad fiume rovinoso, che quando ei si adira, allaga i piani, rovina gli arbori e gli edifici, lieva da questa parte terreno, ponendolo a quell’altra; ciascuno gli fugge davanti, ognuno cede al suo furore, senza potervi ostare; e benchè sia così fatto, non resta però che gli uomini, quando sono tempi quieti, non vi possino fare provvedimenti e con ripari, e con argini, immodochè crescendo poi, o egli andrebbe per un canale, o l’impeto suo non sarebbe sì licenzioso, nè sì dannoso.[...]"
KUNTZ KONICS (1754)

Il contesto storico che ha ispirato in Machiavelli la stesura de Il Principe era quello della crisi che l’Italia stava vivendo. L’opera si pone infatti come una soluzione concreta alla situazione di forte sconvolgimento politico del paese. Nel capitolo XXV del Principe, viene analizzato in modo definitivo il complesso e problematico rapporto tra la virtù e la fortuna che caratterizza tutto il trattato.

In questo passo in particolare Machiavelli dice che la fortuna "arbitra" quindi decide metà delle nostre azioni e la paragona ad un fiume in piena che allaga i piani, a cui gli uomini non possono riparare per evitare danni neanche quando sono in tempi "quieti", ossia tranquilli.

~PANARIELLO GAIA~

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