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Il nodo

Che cos'è un nodo?

Un nodo certo serve per legare, per allacciare, per assicurare.

Attaccare, unire, connettere, agganciare.

Per serrare, per fasciare, per appendere, per adescare, per catturare.

Il nodo serve sia a stringere sia a costringere.

Annodare è vincolare ciò che è libero e connettere ciò che è sciolto. Altrimenti il mondo sarebbe fatto di entità alla deriva.

Il nodo, dunque, serve. E quindi, in quanto servo, noi lo definiamo in funzione del suo servizio. Il nodo è funzione della sua funzione.

Ma la risposta (il nodo serve) è slegata dalla domanda (cos’è il nodo?) e questa rimane da sciogliere.

Ripartiamo da capo, o dalla cima: Che cos'è un nodo?

Per svolgere il tema, dobbiamo prima distinguere cosa il nodo non è, anche se ad alcune cose, in qualche modo, il nodo può essere ricollegato.

La colla ad esempio. Il nodo ha alcune funzioni simili a quelle della colla: attacca, fa aderire, unisce. Ma la colla è una cosa: è materia sensibile dotata di corpo e massa, sottomessa alle leggi della chimica e della fisica. Queste ultime, quando sembrano agire sul nodo, agiscono in realtà sulle corde annodate, non sul nodo.

Chiediamo cos’è il nodo. Ma il nodo non è una cosa. Non è un oggetto, non è materia. Non è sensibile: quando pensiamo di toccare un nodo in realtà tocchiamo i lacci che lo formano. Si dice sciogliere un nodo, ma non c'è materia che si dissolva e si sciolga come lo zucchero nel caffè: quando affermiamo di avere sciolto un nodo, in realtà abbiamo sciolto le corde che lo formano.

Il nodo, per esistere, ha certo bisogno di un filo, di un laccio o di una corda. Ha bisogno di un supporto nel mondo della materia, perché senza non potrebbe esistere: eppure, ad essa, alla materia, il nodo non può essere ricondotto. Il nodo è vincolato alla realtà materica, ma da essa è pur sempre slegato.

Ecco, come può una cosa, che esiste perché le abbiamo dato un nome, esistere in modo al contempo vincolato e slegato rispetto a un'altra come il nodo rispetto alla corda?

Attenzione, dire vincolato non significa “dipendente”: se il nodo fosse dipendente dalla corda o dal filo ciò significherebbe che ha un'esistenza - una soggettività oggettiva - comunque propria, autonoma, pur avendo bisogno di altro per esistere e poi sussistere. Sarebbe allora un'entità biologica: un animale o un vegetale che ha bisogno di altra materia organica con la quale cibarsi. Oppure sarebbe un'entità fisica in movimento: un fiume che ha bisogno, per esistere, della pioggia e della montagna. Ma il nodo non è una catena - alimentare o fisica -: è piuttosto l’incatenamento.

Il nodo non prova il bisogno di esistere prima di esistere.

A dare vita al nodo non è una semplice evoluzione dell'esistente: a dare vita al nodo è un atto sul reale. Il nodo non è: il nodo si fa.

Il nodo è forma. Forma di un contenuto distinto, come un filo o una corda, che può esistere indipendentemente dal nodo stesso, ma che cambia qualitativamente nel momento in cui il nodo esiste. Una corda annodata o due corde legate sono qualitativamente qualcosa di diverso da delle semplici corde: sono più lunghe o più corte, sono più resistenti o più deboli, sono sciolte o sono attaccate ad altro.

Se il nodo non è una cosa; se il nodo è solo funzione di qualcos'altro; se il nodo è al contempo vincolato e sciolto rispetto al mondo fisico; se il nodo è prodotto dall'atto; e se il nodo è forma che trasforma qualitativamente il suo contenuto materiale: allora, che cos'è concretamente un nodo? E' forse spirito?

Sì, ma non è che lo spirito del nodo preesista il nodo stesso, come un fantasma o un'anima eterea che aspetti solo di incarnarsi.

Se il nodo preesiste sé stesso in quanto tale, è solo come "sapere": come capacità e come volontà di fare dei nodi.

Se volessi tirare la corda, direi da subito che il nodo è pari forse solo alla cucina e alla casa come simbolo della cultura umana: la corda starebbe al cibo e alla pietra come l'annodare al cuocere e al costruire. Il nodo, allora, è simbolo dell'atto immateriale, alla congiunzione della teoria ("ora faccio un nodo così") e della pratica ("ora lo sto facendo ed è venuto così"), con cui l'uomo, svolgendo il suo compito, passa dall’intenzione al fatto, dal voluto allo svolto, e dà forma al mondo esterno, costringendolo alla propria volontà e slegandolo da altre costrizioni. Così lo trasforma qualitativamente: dandogli nuova funzione, ridefinendone le frontiere, rimescolandone i rapporti tra le parti, conferendogli nuovo valore. Ecco, il nodo è valore: la corda svolta in tutte le sue possibilità.

Ma se affermassimo da subito che il nodo è "cultura umana" staremmo correndo troppo. Nel dirimere la matassa prima o poi i nodi vengono al pettine. Si potrebbe facilmente controbattere, infatti, che il “fare un nodo” - o i suoi simili che sono "l'intreccio" e "l'incastro" - è presente tra le facoltà di alcuni animali. Esempio tipico è il nido degli uccelli. Il nido è un nodo? Se sì, allora come può il nodo essere cultura se esso è, anche se in forma primitiva, facoltà animale?

Il fatto è che l'uomo può pensare il nodo. Per l'uomo, infatti, il nodo diventa nesso. Il mondo non è solo una base materiale alla quale dare forma, interagendo con essa in maniera strumentale. O meglio, se di strumenti si tratta è per comporre qualcosa di nuovo legando parti dell’esistente. Il mondo, infatti, è anche una trama di significati, di nessi tra la parola e il reale, tra il simbolo e la materia. I significati si danno all'esistente, ma con una parte di senso che l’eccede: questa parte sta, appunto, nel nesso - e non nello scarto - tra creato e creazione, tra materia e azione, tra teoria e prassi, tra idea e storia. Una trama di significati all'interno della quale l'esistenza di ogni entità deve trovare senso, nella misura in cui essa è in rapporto - cioè è connessa o annodata - alle altre entità: solo un nodo ulteriore può darci sostegno, altrimenti la corda sciolta cade nel vuoto.

Capito il nesso?

E' così che l'afferrare ha a che vedere con il comprendere.

Il legare con il leggere.

Lo sciogliere con lo scegliere.

Il riannodare con il ricordare.

L'esperienza umana, infatti, è fatta di legami: dell'"uomo" nel suo insieme con il resto del creato e della persona singola nella sua connessione con gli altri esseri umani, anche quelli passati e pure quelli futuri (alcuni la chiamano "società").

E' così che viviamo tutte le contraddizioni della storia. Proprio mentre ci adoperiamo per districare i fili di un mondo aggrovigliato, incrociamo in modo nuovo le nostre corde e moltiplichiamo i nostri nodi: così certo espandiamo la nostra tela, ma ci irretiamo anche in nuovi garbugli e nuovi viluppi. La storia non è né una fune lineare e sviluppata da seguire, né un filo raggomitolato su sé stesso. La storia è una trama: ad ogni epoca le sue tensioni, ad ogni società le sue connessioni e ad ogni persona la sua matassa da sbrogliare e poi da ordire.

Siamo tanti nodi e come tali viviamo tutte le contraddizioni dell'essere legati: al contempo distinti e vincolati agli altri.

E' così che lo stringere ha a che vedere con l'accordarsi.

Ma il costringere con il sottomettere.

Il tessere con l'associare.

Ma il tramare con il tradire.

Lo svincolarsi con il redimersi.

Ma l'obbligazione con il debito.

Il districare con l'orientare.

Ma l’ordire con l’ingannare.

Il connettere con il mettere in relazione.

Ma l'intricare con il confondere.

L'incatenare con il privare.

Ma infine, lo slegarsi con il liberarsi.

Perché la vita sociale dell'uomo è un nodo: appesa a un filo.

Created By
Riccardo Ciavolella
Appreciate

Credits:

Photo by R. Ciavolella, Benin, 2017

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