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Viaggio all'inferno Il genocidio in Ruanda

Il Ruanda è un piccolo Stato africano, quasi invisibile nell'immensità del continente, che si trova nella regione dei grandi laghi, caratterizzato dalla presenza della savana e da zone ricoperte da lussureggiante vegetazione lungo i corsi d'acqua. Poche sono le grandi città e la popolazione vive prevalentemente nelle campagne. Si tratta di un Paese povero e arretrato, un tempo colonia del Belgio, dall'indipendenza in poi ha conosciuto forti tensioni a causa della forzata convivenza tra le due principali etnie: gli Hutu e i Tutsi.

Che cosa sta succedendo? Che cosa guarda il bambino? Perché si mette un lembo della maglietta sdrucita sulla bocca?

Ma prima di rispondere dobbiamo fare un passo indietro

...e tornare al passato coloniale del Ruanda, quando i Belgi, dopo essersi impossessati dei territori precedentemente sotto il dominio tedesco, in un'ottica di terribile sfruttamento delle risorse locali (essenzialmente piantagioni), affidarono alcune mansioni di gestione della colonia a una delle tre etnie che vivevano in quel territorio, i Tutsi, applicando invece una politica di segregazione nei confronti delle altre due, Twa e Hutu (di gran lunga la più numerosa), e gettando le basi dell'odio razziale che si sarebbe brutalmente scatenato a più riprese nel corso del XX secolo.

I Belgi sulla base delle teorie razziste in voga all'epoca che prevedevano l'esistenza di "razza" superiori e "inferiori", dando ovviamente per scontato che la loro fosse la "razza superiore" e perciò dominante, decisero di servirsi per i compiti più prestigiosi dei Tutsi, sostanzialmente perché dalla pelle più chiara, più alti e dai lineamenti meno marcati (e più "europei") rispetto agli Hutu, generalmente di statura inferiore e dalla pelle più scura; i Twa, popolazione dalle caratteristiche simili a quelle dei Pigmei per la propria bassa statura, erano invece sostanzialmente ignorati, anche per la loro inconsistenza numerica. Fu così che l'odio iniziò a serpeggiare tra gli Hutu che vedevano oltretutto nei Tutsi dei collaboratori dei colonialisti e degli sfruttatori del loro stesso popolo.

Quasi improvvisamente nel 1994 iniziarono a diventare familiari sui tg di tutto il mondo immagini simili a questa. Colonne di profughi in fuga dal Ruanda, persone sfinite dalle lunghe marce e dalle violenze subite, spesso sotto gli occhi insensibili del mondo! Come orde impazzite, possedute da una forza diabolica, bande armate di hutu con machete e armi da taglio di ogni tipo, bastoni e bastoni chiodati si diedero alla più bieca ferocia contro la minoranza tutsi e gli hutu moderati che non approvavano queste violenze. Iniziò una terribile caccia all'uomo, volta all'annientamento di un'intera etnia, uno sconvolgente massacro che in soli quattro mesi ha causato, a seconda delle stime, tra le 800.000 e il milione di vittime. Ma come è stato possibile tutto ciò?

Il machete è un grosso coltello con una lama appuntita, tagliente da un solo lato, usato dalle popolazioni dell'America centromeridionale durante la raccolta della canna da zucchero si è diffuso con molte varianti in quasi tutta la fascia intertropicale.

Quest'uomo è Juvénal Habyarimana, presidente hutu del Ruanda dal 1973 al 1994. Dopo aver ottenuto la carica in seguito a un colpo di Stato e dopo aver attuato una politica discriminatoria verso i Tutsi, nel corso degli anni mutò atteggiamento dicendosi propenso a una politica di pacificazione interetnica e di aperture verso la minoranza tutsi che, dopo la decolonizzazione, aveva perso i propri privilegi e per reazione aveva subito le prepotenze degli hutu che in questo modo pensavano di riprendersi una rivincita per le ingiustizie subite. Il 6 aprile 1994 l'aereo sul quale viaggiava fu abbattuto da un missile terra-aria. Allora il principale movimento hutu, "Potere Hutu", accusò dell'attentato la minoranza tutsi e i suoi capi scatenarono una vera e propria persecuzione volta all'annientamento e alla cacciata totale dei Tutsi dal Ruanda. Ricorrendo ai mass media e in particolare alla trasmissione massiccia di deliranti messaggi via radio i capi hutu davano precise disposizioni alla propria popolazione per scovare e annientare gli "scarafaggi" (così gli esaltati Hutu chiamavano i Tutsi). E la violenza si impadronì di un intero popolo che vide improvvisamente divisi nei ruoli di carnefici e vittime parenti, amici, conoscenti, vicini di casa ecc.

A rendere ancora più facile il compito dei carnefici contribuirono i documenti d'identità ruandesi che riportavano sotto la fotografia, ancor prima del nome, l'etnia di appartenenza, eredità questa del regime coloniale che aveva accentuato le differenze "razziali" che invece storicamente non erano sentite dalla popolazione la quale si riconosceva piuttosto sulla base delle proprie tradizioni e professioni: Tutsi allevatori (e più ricchi), Hutu contadini e Twa artigiani).

Questa donna è Pauline Nyiramasuhuko, all'epoca del genocidio ministro del Ruanda qui ritratta durante una seduta presso il Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda per le gravi imputazioni che le vengono mosse: pulizia etnica, genocidio e incitamento allo stupro. E' la prima donna imputata per simili crimini contro l'umanità. Colpisce in particolare il suo ruolo nel genocidio poiché da donna conosceva indubbiamente meglio degli altri responsabili, quasi tutti uomini, le già gravi difficoltà che le donne incontrano per l'affermazione dei propri diritti e della propria dignità.

Colonne di disperati in fuga si ammassavano lungo i confini dove tra l'altro spesso venivano bloccate dalle guardie di frontiera e la clandestinità era una delle poche possibilità concrete di salvezza, insieme al sistematico ricorso alla corruzione, ovviamente per chi aveva una condizione economica sufficientemente agiata da poter ricorrere a questo mezzo. La gente si ammassava in campi profughi improvvisati in condizioni disumane e nella disperazione. I corridoi umanitari funzionarono in maniera inadeguata e gli stessi caschi blu dell'ONU non riuscivano a gestire una situazione esplosiva. Si moltiplicarono le denunce contro i Tutsi e contro chi li proteggeva, molte volte solo per vendetta o con l'intento di appropriarsi dei beni delle vittime. Ma l'aspetto più sconcertante fu la ferocia con la quale le bande hutu, spesso supportate e incoraggiate dall'esercito regolare, infierivano sulla popolazione civile senza distinzioni: il massacro non risparmiò nessuno. Nemmeno le chiese salvarono i fuggiaschi che qui cercavano rifugio, eppure il Ruanda, dopo la colonizzazione, era diventato un Paese cristiano e quindi la religione non ha rivestito nessun ruolo nei massacri.

Uno dei tanti campi profughi

I segni della violenza erano evidenti sui volti dei sopravvissuti, episodi di brutale ferocia erano all'ordine del giorno...

come il saccheggio delle case delle persone appena uccise, che veniva praticato in pieno giorno sotto gli occhi di tutti, come se fosse la più naturale delle pratiche. Spesso i massacri colpirono anche i membri di una stessa famiglia in cui gli hutu erano costretti a scegliere se eliminare i propri parenti o essere a loro volta uccisi.

A seguito dei massacri vi fu l'intervento del RPF, l'organizzazione dei ribelli tutsi, che sconfissero esercito e milizie ruandesi, ponendo così fine al genocidio nel mese di luglio e, tuttavia, dando il via a sua volta alla caccia ai responsabili (ma spesso con violenze gratuite anche contro gli Hutu estranei alle violenze). Gli Hutu fuggirono nei Paesi vicini, in particolare nello Zaire (l'attuale Repubblica Democratica del Congo), dove i Tutsi, ora al potere con Paul Kagame, li incalzarono costringendoli a inoltrarsi in zone sempre più interne e dando così il via a una vera e propria guerra, subito seguita da una seconda (le cosiddette Prima e Seconda guerra del Congo), che portò a un sanguinoso cambio di regime nel grande Paese africano, da allora scosso da una profonda instabilità politica e sociale.

Al massacro non furono estranei i bambini che furono arruolati addirittura dall'esercito (hutu) ruandese e dalle milizie ribelli tutsi.

Non sappiamo chi sia questo bambino. La sua storia è probabilmente la stessa di migliaia di altri bambini come lui, rimasti orfani. Possiamo solo immaginare. L'orrore che lo circonda, la paura, la solitudine. Forse indugia davanti ai resti di una persona cara. Forse si asciuga le lacrime, forse è sopraffatto dall'insopportabile odore dei rifiuti e dei corpi privi di vita ammassati disordinatamente. E tutto questo è avvenuto nella sostanziale indifferenza del resto del mondo.

All'epoca i governi dei principali Paesi come scusante del mancato intervento usarono espressioni come "violenza improvvisa", "massacro imprevedibile" ecc., eppure il piccolo Ruanda risultava essere all'epoca il terzo Stato africano per importazioni di armi: un fiume di denaro aveva permesso il rifornimento massiccio di armi e proiettili all'esercito e alle milizie estremiste hutu. Dalla Cina giunsero migliaia e migliaia di machete, i lunghi coltelli usati quotidianamente nei lavori agricoli e quindi non classificabili come armi, ma che adoperati come armi provocarono morti, sofferenze e torture indicibili. Proprio queste "non armi" furono il principale strumento di terrore nel genocidio ruandese, dove non bastava uccidere il "nemico", ma bisognava farlo nel modo più doloroso possibile con ferite e mutilazioni di ogni tipo. Spesso le ferite più terribili erano provocate da chi era costretto a partecipare forzatamente ai massacri e non se la sentiva di uccidere, ma in tal modo le vittime erano condannate a una lenta agonia. Molti testimoni poi hanno raccontato di come le persone più inesperte dovettero seguire una specie di macabro apprendistato per dimostrare di essere dei bravi "cacciatori di Tutsi"

Le inaudite sofferenze cui le vittime furono sottoposte prima di essere uccise sono testimoniate dallo stato dei loro resti, con i crani spesso sfondati da bastonate e armi da taglio. Le conseguenze sulla vita dei sopravvissuti e sulla convivenza tra le varie etnie sono state e sono ancora enormi. Carnefici e vittime sono tornati a vivere fianco a fianco e dietro l'apparente normalità, conseguita tra l'altro grazie al ruolo ricoperto dalle donne ruandesi data la grave mancanza di uomini a seguito del genocidio e alla fuga di molti dei responsabili, covano in realtà risentimento, volontà di rivincita e desiderio di riscatto. Le ossa qui rappresentate sono raccolte nel Kigali Memorial Centre - Memoriale del genocidio di Kigali, nella capitale ruandese.

A ricordo del genocidio sono stati prodotti vari film e libri. Qui ricordiamo "Hotel Rwanda" che per molti è stato il primo (se non l'unico) momento per conoscere quello che è accaduto.

Sembra regnare la pace, a vederlo così, nel Paese delle mille colline. Eppure stando agli analisti ci sono sintomi che la situazione non sia affatto rosea e che possa esplodere ancora una volta la violenza. Le cose non dipendono semplicemente dal fato, dal destino e nemmeno soltanto dalla volontà dei singoli responsabili. Per poter anche solo pensare a un'Africa pacificata è necessario in primo luogo una moratoria nella vendita di armi. Poi bisognerebbe cominciare a riconsiderare il valore della vita umana a prescindere da tutto e non calcolarne il valore in base a ricchezza, reddito, religione, colore della pelle. Sarebbe un primo passo sulla via di guarigione per questo gigante malato che è l'Africa.

Saperne di più:

D. Scaglione, Rwanda. Istruzioni per un genocidio

J. Hatzfeld, La strategia delle antilopi

J. Hatzfeld, A colpi di machete. Parlano gli esecutori del genocidio in Ruanda

C. Ruggeri, Dall'inferno si ritorna

Created By
stefano rocci
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