Memories Tito latitudine 40.5829384° / longitudine 15.6766531°

L'abitato sorgeva originariamente in posizione prospiciente all'attuale zona industriale sulle alture a sud della Piana di Santa Loja. A seguito della distruzione dello stesso (come riportato da Tito Livio), i titesi si spostarono più a valle, verso sud, nei pressi della Fiumara di Tito dove sorge l'attuale cittadina la cui popolazione si incrementò anche grazie alla distruzione della non lontana Satrianum (1420-1430) della quale sono presenti importanti resti archeologici oggetto di campagne di ricerca. A Tito, in Piazza del Seggio, durante la rivoluzione napoletana del 1799, gridando per l'ultima volta: “Viva la Repubblica, viva la libertà” venne fucilata Francesca De Carolis Cafarelli, diventando un'eroina repubblicana per il paese lucano.
Francesca de Carolis nata nel 1755 a Foggia, si sposa con il nobile Scipione Cafarelli nel 1774. L'eroica donna, madre di sette figli, abbracciò con la sua famiglia le idee rivoluzionarie antiborboniche, partecipando nel marzo 1799 ad innalzare nella pizza di Tito "l'albero di libertà". Il suo credo politico ne decretò una fine orribile,infatti dopo essere stata barbaramente torturata finì con l'essere giustiziata in piazza mentre gridava "viva la repubblica,viva la libertà". All'eroina è stata intitolata una strada e anche la scuola elementare del paese.

pietra della memoria

Su di una gradinata in pietra si erge il monumento caratterizzato da una base quadrangolare che presenta, sulla facciata principale, alle due estremità laterali, due bassorilievi tondi a motivi vegetali, e sulla facciata posteriore, nella zona centrale, un decoro in bronzo caratterizzato da due tralci di ulivo incrociati , al di sopra di tale base si erge un cippo marmoreo sulla cui facciata principale è l'iscrizione dedicatoria seguita da un decoro in bronzo raffigurante lo stemma della città di Tito. le facciate laterali invece, presentano i nomi dei soldati caduti nel corso della prima guerra mondiale, cui si sono aggiunti successivamente quelli della seconda, incisi sulla facciata posteriore. al di sopra del cippo marmoreo, un gruppo bronzeo rappresenta una donna vestita all'antica che offre una corona d'alloro ad un soldato steso a terra morente. il monumento è circondato da una recinzione in pietra e ferro battuto. Data di realizzazione 1926 - 1929

personaggi storici

La chiesa si trova nell'omonimo rione. La chiesa di San Vito Martire completamente distrutta dal terremoto del 1980 è stata ricostruita nel 2000. All'interno si custodiscono su una colonna in marmo la statua lignea di San Vito martire del 1892 e le statue dell'Immacolata e del Cuore di Gesù. La festa in onore di San Vito martire si svolge ogni anno il 12 giugno. È molto frequentata la parrocchia dalla pietà popolare del rione. Le spoglie mortali, venerate come reliquie, sono state disperse a causa delle invasioni barbariche prima e saracene poi. Una parte importante dei resti andò perduta nel corso della distruzione della città di Satriano ordinata da Giovanna II d'Angiò (nel 1424 o nel 1430). Alcuni abitanti Satrianesi scampati alla distruzione si riparono a Tito, portando con sé anche un osso del braccio del Santo, unica reliquia rimasta. I Titesi accolsero i profughi ed anche il Santo, al punto da farlo patrono della propria città. Dal 1465 circa la cittadina di Tito venera come suo patrono e protettore. Dopo pochi anni iniziò la costruzione della nuova chiesa madre del paese che sarà intitolata a San Laviero martire della Lucania.
Don Giuseppe Spera nacque a Tito il 12 agosto del 1835 da Raffaele e Caterina Salvia. Dotato di non comune intelligenza e spirito vivace fu avviato al Sacerdozio compiendo lodevolmente i suoi studi nel Seminario Vescovile di Potenza. Divenuto sacerdote, gli si conferì subito l’incarico di insegnante per gli alunni dello stesso Seminario fino al 1869. Per i dodici anni successivi fu insegnante di italiano nel liceo classico della Badia benedettina di Cava dei Tirreni e, nel 1882, in quello della Badia benedettina di Montecassino. Nel 1888 partecipò, vincendo il primo premio, al certame poetico dei Jeux Floreaux de Provence che si tiene a Tolosa dal 1323. Uomo di grande cultura e devozione, diede lustro al suo paese nel campo della cultura letteraria: nel 1886 scrisse un volumetto “Saggio di letteratura comparata italiana e straniera”, nel 1887 pubblicò “Il Conte Verde”, poema epico dedicato alla famiglia reale dei Savoia, e nel 1889 diede alla luce una raccolta di poesie religiose dal titolo “Gratulazio”, oltre a numerose altre pubblicazioni poetico-religiose e storiche (L’antica Satriano). Intorno all’anno 1900 rientrò a Tito e fu nominato parroco della locale comunità. Dopo circa 4 anni abbandonò l’incarico per motivi di salute e morì il 18 maggio del 1908 all’età di 73 anni. La sua nutrita produzione letteraria ebbe numerosi apprezzamenti sia in Italia sia all’estero, tanto che Don Giuseppe Spera fece parte come socio di varie Accademie letterarie italiane e francesi.
LA FESTA PATRONALE DI SAN LAVIERO MARTIRE è il santo patrono e protettore del paese. Viene invocato in caso di malattie o di pubbliche calamità. i festeggiamenti partono partono dal 4 e finiscono il 7 settembre, mentre il 17 novembre è il giorno della festa patronale nel quale si ricorda il suo martirio avvenuto nell'antica città romana di Grumentum nel 312 d.C. Molto suggestiva è la processione con la statua del santo che percorre le vie cittadine del centro storico e della città moderna.

Il piatto del buon ricordo di Tito

Sgusciate le fave e sciacquatele in acqua fredda, sbucciate le patate, lavatele e tagliatele. pulite i carciofi, tagliateli e privateli del fieno interno; sciacquateli e riduceteli a fettine. Mondate e affettate le cipolle, mettetele in casseruola con pancetta, olio e soffriggete, unitevi fave, carciofi e patate. Salate e cuocete per 40', unendo acqua tiepida. Togliete dal fuoco, lasciate riposare e servite.Il nome deriva da “Cialdella”, la fetta di pane arrostito che, secondo la tradizione, accompagnava il piatto, ben condito con olio.Un tempo veniva usato come colazione nei mesi freddi per permettere ai contadini di andare a lavorare nei campi sazi. E nulla poteva riscaldare meglio di un piatto di verdure, magari accompagnato da un bel po’ di peperoncino, protagonista della dieta povera contadina, chiamato in questo territorio in almeno tre modi, diavulicchiu, frangisello, cerasella.
Created By
giovanni iannelli
Appreciate

Credits:

tito(pz)

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