AnNiversario di Halabja Sono dunque passati 29anni da quel giorno ma l’immensità dell’orrore non può cadere nell’oblio.

GUERRA CHIMICA IN IRAQ

Vittime Civili nella mattina del 16 marzo 1988

L’uso di armi chimiche da parte del regime iracheno nei confronti della regione kurda risale al 1961. Dopo l’abbattimento della monarchia (14 luglio 1958) e un anno di aperture democratiche il presidente della repubblica, generale Kassem, sceglie la dittatura: mette al bando il Partito comunista e in seguito apre le ostilità nei confronti del Partito Democratico del Kurdistan d’Irak. La conduzione della guerra da parte governativa comprende il bombardamento aereo dei raccolti con il napalm, l’inquinamento batteriologico delle acque e la liberazione nel territorio di migliaia di topi resi portatori del bacillo del tifo. La guerra, alternata a periodi di non belligeranza,continuerà con gli stessi metodi fino alla sconfitta kurda, nel marzo 19751. In seguito, e fino al 1989, il regime rade al suolo circa 5.000 villaggi e una ventina di città; viene nuovamente fatto uso in un primo tempo di napalm per bruciare campi e foreste. Le sorgenti sono chiuse con colate di cemento. I resti dei villaggi, campi e boschi vengono cosparsi di mine; almeno venti milioni, su una superficie distrutta grande quanto il Belgio, che ancora oggi continuano a mietere vittime. La popolazione è deportata in “villaggi strategici”: campi di concentramento, controllati dall’esercito2. Dal 1987, a questi sistemi si aggiungono i bombardamenti con gas letali per eliminare la popolazione.

I ricordi di Halabja non sono semplici indumenti , qualcosa di cui ci si può spogliare e mettere nell'armadio , sono incisi nella nostra pelle

L’Irak fa uso sporadico di bombardamenti aerei con armi chimiche nel corso della guerra che il nuovo presidente Saddam Hussein, insediato nel 1979, aveva scatenato contro l’Iran su ispirazione di Washington, nel 1980. Nel 1979 all’impero dello Scià Reza Palhevi, custode degli interessi statunitensi del Golfo Persico, era subentrata la repubblica islamica dell’ayatollah Khomeini, ostile agli Usa, mentre l’Irak, in precedenza vicino all’Unione Sovietica, aveva completato il suo percorso di avvicinamento all’orbita americana: la guerra con l’Irak avrebbe dovuto in breve tempo stabilire la supremazia irachena nell’area, in rappresentanza degli interessi del potente alleato occidentale.

Cimitero delle vitime di Halabja

L’uso di armi chimiche nella guerra tra i due stati non venne negato dall’Irak: alle denuncie iraniane e ai richiami internazionali il ministro degli esteri Tarik Aziz aveva risposto che è diritto di uno stato sovrano utilizzare le armi ritenute più opportune.

Monumento di Halabja

Nel corso della guerra con l’Iran, il primo attacco con armi chimiche del regime iracheno nei confronti della propria popolazione kurda risale al 15 aprile 1987. Vennero bombardati alcuni villaggi in provincia di Sulaimania e in seguito anche in provincia di Arbil; i feriti furono successivamente prelevati dall’esercito, eliminati e frettolosamente sepolti insieme ai morti negli attacchi, che continuarono.

HALABJA, LE EMOZIONI E IL SILENZIO

Quando non si riesce a dimenticare

L’uso di armi chimiche da parte del regime iracheno nei confronti della regione kurda risale al 1961. Dopo l’abbattimento della monarchia (14 luglio 1958) e un anno di aperture democratiche il presidente della repubblica, generale Kassem, sceglie la dittatura: mette al bando il Partito comunista e in seguito apre le ostilità nei confronti del Partito Democratico del Kurdistan d’Irak. La conduzione della guerra da parte governativa comprende il bombardamento aereo dei raccolti con il napalm, l’inquinamento batteriologico delle acque e la liberazione nel territorio di migliaia di topi resi portatori del bacillo del tifo. La guerra, alternata a periodi di non belligeranza,

Noi sopravvissuti al massacro di Halabja siamo inchiodati : vogliamo liberarci da questo peso insopportabile e invece siamo costretti a riviverlo ogni volta che dobbiamo testimoniare per evitare che quanto successo scompaia dalla memoria dell'umanità !

continuerà con gli stessi metodi fino alla sconfitta kurda, nel marzo 19751. In seguito, e fino al 1989, il regime rade al suolo circa 5.000 villaggi e una ventina di città; viene nuovamente fatto uso in un primo tempo di napalm per bruciare campi e foreste. Le sorgenti sono chiuse con colate di cemento. I resti dei villaggi, campi e boschi vengono cosparsi di mine; almeno venti milioni, su una superficie distrutta grande quanto il Belgio, che ancora oggi continuano a mietere vittime. La popolazione è deportata in “villaggi strategici”: campi di concentramento, controllati dall’esercito2. Dal 1987, a questi sistemi si aggiungono i bombardamenti con gas letali per eliminare la popolazione.

I primi giornalisti accorsi sul luogo dell'attacco

L’Irak fa uso sporadico di bombardamenti aerei con armi chimiche nel corso della guerra che il nuovo presidente Saddam Hussein, insediato nel 1979, aveva scatenato contro l’Iran su ispirazione di Washington, nel 1980. Nel 1979 all’impero dello Scià Reza Palhevi, custode degli interessi statunitensi del Golfo Persico, era subentrata la repubblica islamica dell’ayatollah Khomeini, ostile agli Usa, mentre l’Irak, in precedenza vicino all’Unione Sovietica, aveva completato il suo percorso di avvicinamento all’orbita americana: la guerra con l’Irak avrebbe dovuto in breve tempo stabilire la supremazia irachena nell’area, in rappresentanza degli interessi del potente alleato occidentale.

L’uso di armi chimiche nella guerra tra i due stati non venne negato dall’Irak: alle denuncie iraniane e ai richiami internazionali il ministro degli esteri Tarik Aziz aveva risposto che è diritto di uno stato sovrano utilizzare le armi ritenute più opportune.

Nel corso della guerra con l’Iran, il primo attacco con armi chimiche del regime iracheno nei confronti della propria popolazione kurda risale al 15 aprile 1987. Vennero bombardati alcuni villaggi in provincia di Sulaimania e in seguito anche in provincia di Arbil; i feriti furono successivamente prelevati dall’esercito, eliminati e frettolosamente sepolti insieme ai morti negli attacchi, che continuarono.

Scappare e lasciare tutto

HALABJA, LE EMOZIONI E IL SILENZIO

Tra le operazioni con armi chimiche condotte dall’Irak nei confronti della sua stessa popolazione kurda, la prima a rompere la barriera del silenzio fu la strage di Halabja. Halabja era un florido centro agricolo di 70.000 abitanti, capoluogo della regione di Hawraman, separata dal vicino Iran dalla catena dei monti Shabo. La città era stata il centro del piccolo, leggendario principato di Hawraman, rimasto indipendente nell’impero Ottomano fino alla prima guerra mondiale, noto a diplomatici e viaggiatori occidentali per essere governato con saggezza, negli ultimi decenni della sua esistenza .

Da una donna dinamica e ospitale, la principessa Adela. Il 16 e il 17 marzo 1988 Halabja è bombardata a tappeto da successivi stormi di aerei con un composto di iprite, gas nervino e altri agenti letali. Viene sganciata una bomba chimica ogni venti metri, in modo da non lasciare scampo. In un primo tempo le vittime sono calcolate in oltre cinquemila; poco dopo si parlerà di dodicimila, tutte fra i civili. Uomini, donne, bambini sorpresi nella loro vita quotidiana, senza alcuna possibilità di difesa. Dopo gli attacchi chimici, Halabja è distrutta con la dinamite, edificio per edificio, come già era successo ad altre città del Kurdistan (e come accadrà ancora, l’anno successivo, a Kala Dize).

Il dolore è muto, ma non dev'essere sordo chi lo guarda.

Oltre il confine iraniano si rifugiarono i feriti e gli scampati al massacro. E fu la televisione iraniana a fornire al mondo le prime atroci immagini di bambini e bambine falciati all’uscita dalle scuole, di giovani mamme strette nell’ultimo abbraccio al neonato che stavano allattando, dell’uomo riverso sulla strada che stringe al petto, cercando di proteggerla, la figlioletta di pochi mesi. Nella città ora in parte ricostruita dopo la Guerra del Golfo del 1991, quest’ultima immagine, che aveva fatto il giro del mondo sugli schermi televisivi, nella stampa illustrata e perfino sui francobolli, è diventata l’unico monumento e, posta all’ingresso della città, accoglie i visitatori nella memoria delle vittime di quei giorni di marzo.

Baghdad dichiarò che la città era stata punita perché non aveva opposto adeguata resistenza ad una (temporanea e parziale) occupazione dell’area da parte di alcuni reparti dell’esercito iraniano: la guerra con l’Iran infatti non si era risolta nell’auspicato blitz, durava ormai da otto anni e vedeva l’Irak in difficoltà. In realtà, l’attacco ad Halabja era la prosecuzione della campagna di genocidio Anfal, (dal Corano: “prede di guerra”) fino ad allora segreta, che il regime aveva intenzione di completare non appena concluso lo sforzo bellico, al fine di giungere ad una “ristrutturazione del Kurdistan” che prevedeva la distruzione dell’ intero territorio, l’eliminazione dei suoi abitanti e la deportazione dei superstiti nei campi di concentramento.

Le terribili immagini del mattatoio di Halabja fecero il giro del mondo, suscitando le proteste internazionali; durissima fu la risoluzione di condanna del Parlamento europeo. Il PE, nella “Risoluzione sull’uso delle armi chimiche nella guerra Iran-Irak”, citando le 5.500 vittime della città morta, si dichiara “oltraggiato dal governo iracheno, che ha incommensurabilmente aumentato gli orrori di questa guerra con l’uso di armi chimiche, in particolare durante gli attacchi aerei del 16-17 marzo 1988 sulla città kurda di Halabja e su altri luoghi situati in territorio iracheno” e si dice “profondamente impressionato dall’evidenza che il governo iracheno ha iniziato quella che assurge ad una guerra di sterminio contro i kurdi d’Irak, usando armi chimiche e perpetrando esecuzioni di massa dei prigionieri (...); condanna nei termini più forti possibili l’uso di armi chimiche in Irak in flagrante violazione della legge internazionale”.

Tuttavia l’ONU, dopo aver inviato una missione ad Halabja (arrivata nella città attraverso il confine iraniano) che confermò il massacro chimico, si produsse soltanto, e con grande ritardo, in una risoluzione debole, generica e non adottò nei confronti dell’Irak le sanzioni obbligatorie previste dal capitolo 7 della sua stessa Carta. Inutilmente le associazioni internazionali letteralmente supplicarono, per giorni e giorni, in quell’occasione, la Commissione delle Nazioni Unite per i diritti umani a Ginevra, di adottare un comportamento più incisivo. Si disse, allora, che in mancanza di una chiara condanna e della minaccia, almeno, di sanzioni, l’Irak avrebbe continuato nel genocidio chimico della sua popolazione kurda. I successivi eventi confermarono le peggiori previsioni.

LA SOLUZIONE FINALE DEL PROBLEMA KURDO

La strage di Halabja aveva avuto un impatto deterrente nei confronti dell’Iran: venne recepito il messaggio che i missili iracheni, in grado di raggiungerne le principali città, compresa la capitale, potevano essere armati con testate chimiche. E infatti all’accordo del cessate il fuoco - peraltro mai perfezionato in un trattato di pace - si arrivò poco dopo, nel luglio dello stesso anno. All’armistizio la repubblica islamica si era piegata non soltanto per l’intervento diretto nel conflitto delle forze statunitensi (con l’occupazione, tra l’altro, dell’isolotto di Faw da parte dei Navy Seals e con l’abbattimento di un aereo civile e conseguente morte di oltre 300 persone, da parte di una nave da guerra americana) ma anche - come ammisero alcune autorità di Teheran - per la minaccia di guerra chimica contro obiettivi civili, che dopo l’atroce caso di Halabja terrorizzava la popolazione dell’Iran e minava la sua determinazione a resistere nello sforzo bellico.

Appena il cessate il fuoco diventa ufficiale, il 20 agosto 1988, Baghdad scatena l’”operazione finale” contro la regione kurda del Badinan, un’impervia area montana di 10.000km2 ai confini con la Turchia. Sono bombardati centinaia di villaggi; la popolazione in fuga è attesa e falciata dai militari appostati sulla via dell’esodo e dagli elicotteri da guerra. Sessantamila soldati, non più impegnati contro l’Iran, sono impiegati nell’operazione, appoggiati da bombardieri e elicotteri da guerra. Non si è mai potuto calcolare con esattezza il numero delle vittime, stimato comunque in diverse decine di migliaia; nella sola località di Baze Gorge le truppe irachene attrezzate con tenute e maschere antigas massacrano all’arma chimica 2.980 civili, bruciandone poi i cadaveri. Dopo i gas, nell’”assalto finale”, i villaggi vengono rasi al suolo. La distruzione chimica del Badinan - esseri umani, ed anche gli animali (compresi pesci, uccelli, api da miele, che morirono perfino in Turchia), il terreno, la vegetazione, le acque - continua dal 25 agosto al 9 settembre, quando le forti denuncie del genocidio da parte delle associazioni per i diritti umani, l’emozione dell’opinione pubblica (giornalisti e osservatori non sono ammessi nel Kurdistan, ma si possono raccogliere le testimonianze dei profughi oltre il confine iracheno), le proteste di molti paesi democratici e la minaccia di concrete sanzioni costringono l’Irak a sospendere la “soluzione finale” del problema kurdo.

CONTAMINAZIONE NEL TEMPO

Quali sono le armi chimiche usate da Saddam Hussein?

Dopo la strage di Halabja, si tenta di indagare. Il dottor Jean Brière, in una conferenza all’Università di Lyon, elenca iprite, acido cianidrico e gas neurotossici, come Sarin e Soman. Il professor Aubin Heyndrickx, tossicologo belga di fama mondiale, ritiene trattarsi di un miscuglio di iprite e di gas neurotossico, probabilmente Tabun, utilizzato sia ad Halabja che nel Badinan. Il dottor Kamal Keituly, chimico kurdo ricercatore a Glasgow, ricorda che, mentre negli anni 60-70 si trattava di gas solfurici, fosfori e nitriti, conservati in tubi che venivani sganciati dagli elicotteri, oltre all’iprite e ai gas all’idrogeno vengono usati ad Halabja i gas nervini Sarin, Soman, Tabun e VX. I gas iracheni provocano una morte atroce; a volte la cecità e lesioni incurabili. Nel dicembre 1991, ad Halabja, un medico mi aveva presentato una delle pazienti dell’ospedale da campo (26 letti, installato dai francesi). Amina Khan, una madre quarantenne, aveva perso 34 parenti il 16 marzo dell’88. Mi mostrò una estesa ferita al fianco che non si rimarginava. Era stata curata a Teheran e poi a Londra, ma la piaga non si era mai chiusa. Non solo. Dopo Halabja e dopo il Badinan, esperti di vari paesi avevano avvertito che gli effetti della contaminazione avrebbero agito attraverso le successive generazioni. Christine Gosden, docente di genetica medica all’Università di Liverpool, ha svolto una ricerca sul campo nel decennale del massacro e ha pubblicato sul Washington Post (21 marzo 1998) una sintesi dei risultati.

“Ero preoccupata sui possibili effetti di malformazioni congenite, fertilità e cancro, in donne e bambini e nell’intera popolazione” scrive la genetista. “Temevo anche effetti a lungo termine, come cecità e danni neurologici, per i quali non si conoscono cure. Quel che trovai era molto peggio di quanto temessi. Gli agenti chimici avevano colpito seriamente gli occhi, l’apparato respiratorio e il sistema neurologico. Molti erano diventati ciechi. Le anomalie della pelle erano frequenti e spesso si evolvevano in cancro della pelle. Lavorando con i medici del luogo, trovammo che la frequenza di infertilità, malformazioni congenite e cancro, anche nei bambini, erano tre o quattro volte maggiori di quanto si verifica in una città non esposta nella stessa regione. Ancora dieci anni dopo. Un crescente numero di bambini muore ogni anno di leucemia e linfoma. Il cancro si sviluppa nei giovanissimi più che altrove, e molti hanno tumori aggressivi, con tassi elevati di mortalità. Non esiste chemio o radio terapia nella regione (...) Le conseguenza neuropsichiatriche sono evidenti, con casi di grave depressione o con allarmanti tendenze suicide.

La scoperta di serie malformazioni congenite con cause genetiche nei bambini nati anni dopo l’attacco chimico suggerisce che gli effetti della guerra chimica si trasmettono alle generazioni successive, causando aborti, mortalità neonatale e infertilità. Molti hanno più di un male, come problemi respiratori, danni agli occhi, disordini neurologici, problemi di pelle, cancro e sono numerosi i bambini con malformazioni congenite e handicap mentali (...)

C’è scarsissima conoscenza medica o scientifica sulle cure delle vittime di un attacco chimico come questo, con esposizione a strane combinazioni di gas tossici. Ci sono condizioni che non sono state mai viste o riferite prima.”4

Questa era una buona terra, ma è stata avvelenata dalle armi chimiche e da quasi cinque anni è abbandonata. Vede quegli alberi? Erano alberi da frutta”.

Un’altra conseguenza a lungo termine è la distruzione dell’ambiente. Campioni di acqua prelevati dai pozzi di Halabja circa cinque anni dopo l’attacco chimico dal dottor Carlo Boldrini (ACIK - Associazione Culturale Italia-Kurdistan) si erano rivelati contaminati; l’ACIK si fece promotrice di interventi di ONG italiane per migliorare la situazione dell’acqua nell’area. Sempre nel 1991 un profugo tornato dall’Iran, ex agricoltore, mi aveva indicato, in una regione devastata dai bombardamenti iracheni, distante da Halabja, tra Shaklawa e Sulaimania, degli scheletri di alberi rinsecchiti: “Questa era una buona terra, ma è stata avvelenata dalle armi chimiche e da quasi cinque anni è abbandonata. Vede quegli alberi? Erano alberi da frutta”.

Saldami Hussain con Ali Chimico

LA DEBOLEZZA DEI POTENTI

Indubbio è il fatto che l’inadeguata reazione della comunità internazionale abbia incoraggiato Saddam Hussein a portare avanti il progetto di genocidio. Il regime di Baghdad contava innanzitutto sulla segretezza: fino al 1991 giornalisti, osservatori, diplomatici non avevano accesso in Kurdistan (se non clandestinamente, attraverso confini provvisoriamente controllati dai pesh merga; e si rischiava - come accadde in effetti ad un giornalista britannico nella primavera del 1989 - di essere impiccati dal governo). Quando Teheran, che all’epoca controllava in quell’area la frontiera irachena, dopo aver diffuso le prime immagini di Halabja, consentì l’ingresso della stampa estera nella città della morte, avvenne anche una mobilitazione dell’opinione pubblica nel mondo.

Anche nel caso del Badinan il dittatore contava sul silenzio. Ma la presenza di una grande massa di profughi e feriti in Turchia e in Iran non poteva passare inosservata. Si intensificano le condanne verbali del mondo democratico.5 Fino alla proposta di un provvedimento concreto. Il senato americano invia al confine turco una delegazione, che conferma dettagliatamente il massacro chimico. Il 9 settembre, diventa legge un progetto del senatore Clairbone Pell, votato a tempo di record dal senato e dal congresso. La legge prevede tagli per 200 milioni di dollari ai crediti forniti all’Irak dalle banche statunitensi, crediti attraverso i quali Baghdad può comprare armi e altro materiale tecnico e strategico, e interrompe altri crediti per 600 milioni di dollari in beni agricoli, nonché le importazioni di petrolio. Inoltre, gli USA porranno il veto a qualsiasi prestito di istituzioni finanziarie internazionali nei confronti di Baghdad.

Il mondo arabo, già schierato con Saddam Hussein (compresa l’OLP, la cui dirigenza all’epoca era ospitata a Baghdad) insorge. Il Consiglio ministeriale della Lega Araba, riunito il 13 settembre a Tunisi su richiesta di Baghdad, proclama la sua “totale solidarietà con l’Irak”. In sintonia con Baghdad, che organizza manifestazioni per denunciare “il complotto americano-sionista contro la nazione araba e la causa palestinese”, i singoli paesi arabi e la Lega proclamano a gran voce che l’allarme internazionale per il massacro dei kurdi è soltanto il frutto di una “campagna menzognera, gestita da una lobby americana e israelita”.

L’amministrazione Reagan, in ossequio al mondo arabo e preoccupata che altre nazioni occidentali potessero continuare i lucrosi affari con l’Irak in cui si profilava anche il business della ricostruzione post-bellica, si oppone alla legge, e il presidente non la ratifica.6

Infine, gioca ancora una volta nella questione kurda l’inerzia delle Nazioni Unite. L’ONU, che tante risoluzioni aveva adottato a favore di altri popoli perseguitati, rimane in silenzio. Vince la tesi (di Baghdad) secondo la quale le Nazioni Unite non sono legittimate ad intervenire perché si tratta di una questione interna dello stato iracheno. Nessuno dei paesi membri osa chiedere la convocazione di una riunione ad hoc. Vi è soltanto una richiesta di indagine presentata il 12 settembre da Giappone, Gran Bretagna, RFT e Stati Uniti e controfirmata da otto paesi europei, inclusa l’Italia. Il 15 settembre il gruppo di esperti designati dall’ONU è pronto a partire. Il regime iracheno oppone una “irricevibilità categorica” alla domanda di ispezione, e il tentativo si estingue.

La dittatura irachena nel 1988 esce immune da uno degli episodi più atroci del secolo. Non solo: all’Irak si continueranno a fornire prestiti, a vendere legalmente e illegalmente armamenti, oltre a tecnologie e sostanze tossiche cosiddette a doppio uso, civile e militare, ben sapendo che esse vengono impiegate soltanto o soprattutto nella fabbricazione di ordigni bellici. E in prima fila tra i partner commerciali di Saddam Hussein si trovano le grandi democrazie occidentali, che sarebbero fondate sul rispetto dei diritti umani e delle leggi internazionali, e che continuano i loro affari anche dopo l’invasione del Kuwait e fino alla vigilia della guerra del Golfo.7

Si deve appunto all’invasione del Kuwait il fatto che l’eliminazione del popolo kurdo e la distruzione del Kurdistan, continuata nel 1989, non siano stati completati. E probabilmente la debole reazione dei potenti del mondo nei confronti di un evidente genocidio e di una contaminazione ambientale che aveva lambito anche gli stati confinanti fu tra i motivi che fecero ritenere a Baghdad di poter uscire indenne anche dalla nuova impresa. Il che sostanzialmente è avvenuto, poiché l’isolamento e l’embargo internazionale hanno rafforzato il potere del dittatore anziché intaccarlo.

GENOCIDIO DEL POPOLO KURDO E CONTINUA..............
Halabja Sarà Thomsone
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Governo Regionale Del Kurdistan Rappresentanza In Italia
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