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Designers for Bergamo Un tributo alla città attraverso immagini e interviste ai grandi protagonisti di DimoreDesign

Puntata 13

FORMAFANTASMA INCONTRANO CASA TRUSSARDI

FORMAFANTASMA

Intuizione e creatività sono sempre necessari per trovare nuove soluzioni sia formali che concettuali.

Intervista a cura di Giacinto Di Pietrantonio

Giacinto Di Pietrantonio:Simone Farresin e Andrea Trimarchi, da dove venite? Mi pare dal centro Nord e dal profondo Sud dell’Italia.

FORMAFANTASMA:Si io (Simone) sono Veneto mentre io (Andrea) sono Siciliano.

G.D.P.: Quale i vostri percorsi prima di incontrarvi nel 2003, intorno ai vostri vent’anni? Come e perché vi siete incontrati, e cos’è successo? Colpo di fulmine, amore professionale a prima vista?

FORMAFANTASMA:Solita vita di provincia tra profondo sud e profondo nord. Poi ci siamo incontrati all’ISIA di Firenze dove abbiamo studiato design. Abbiamo scelto apposta di studiare lì perché entrambi non volevamo andare al Politecnico. Se non ci fossimo incontrati probabilmente non faremmo questo lavoro. È dalle nostre conversazioni, viaggi, esibizioni visitate insieme, che abbiamo capito di avere una visione comune.

G.D.P.: Perché avete poi deciso di andare a studiare insieme in Olanda alla Design Academy di Eindhoven?

FORMAFANTASMA:Si, entrambi prima all’ISIA e poi alla Design Academy di Eindhoven. Qui ci siamo iscritti mandando un portfolio congiunto e siamo stati accettati come team. La decisione di continuare gli studi fuori dall’Italia è nata perché trovavamo il modo di lavorare dei designer della nostra generazione in Olanda più simile a noi e al nostro modo di esplorare il design come disciplina. A Eindhoven abbiamo approfondito la nostra attitudine concettuale e avuto modo di esplorare maggiormente tematiche non necessariamente o direttamente legate alla produzione di massa. Con la globalizzazione, la velocizzazione dei mezzi di trasporto e la decrescita dei costi dei voli, le distanze si sono molto accorciate.

G.D.P.: Dopo tanti anni in Olanda vi sentite un po’ olandesi?

FORMAFANTASMA: Non saremo mai olandesi perché non abbiamo nessuna necessità di esserlo. Le migrazioni quasi forzate dei nostri antenati verso molti paesi nord europei o persino verso Australia o gli Stati Uniti presupponevano la necessità di cambiare radicalmente, di lasciare alle spalle una cultura e di abbracciarne un’altra come forma di sopravvivenza. Noi non abbiamo tali necessità. Non abbiamo nemmeno bisogno di un permesso di soggiorno per vivere in Olanda.

G.D.P.: Il fatto di aver scelto un nome italiano Formafantasma vi ha aiutato, ostacolato, o nessuno dei due?

FORMAFANTASMA: Nonostante utilizziamo un nome italiano abbiamo difficoltà a definirci in termini nazionalistici. Ci sentiamo italiani e alcuni nostri lavori riferiscono direttamente a elementi appartenenti alla cultura italiana (come per esempio in Moulding Tradition), ma non sapremmo dire precisamente quali sono tali influenze. Come progettisti abbiamo un profondo rispetto per quelle aziende italiane che hanno saputo dimostrare il valore del design nella società e nella produzione come per esempio Flos e, nel passato, Olivetti.

G.D.P.: Cosa mancava alle varie pluridecorate scuole di design italiane da avervi fatto propendere per una fuori?

FORMAFANTASMA: In Italia molto spesso si educa attraverso il trasferimento di nozioni. Lo studente è interpretato come un vaso vuoto da riempire di conoscenza.

Educare al design invece ha molto più a che fare con aiutare chi studia a “estrarre” conoscenza, consapevolezza e pensiero indipendente.

G.D.P.: Questo vi ha portato a fare una sorta di manifesto?

FORMAFANTASMA: Non so se abbiamo fatto un manifesto, o forse lo potremmo chiamare un manifesto aperto e in progress.

G.D.P.: Nel mondo del design vi sono autori che lavorano insieme firmando con due o più nomi i loro lavori, perché voi avete deciso di non firmare con i vostri nomi e chiamarvi con un nome inventato, e perché proprio Formafantasma?

FORMAFANTASMA: Volevamo porre distanza tra noi e il nostro lavoro. Ovviamente le nostre vite e il nostro lavoro sono connesse in modo determinante ma non ci interessava metterci in prima linea nella rappresentazione/comunicazione del nostro lavoro. Al nome Formafantasma siamo molto affezionati perché lo abbiamo deciso ancora prima di avere lo studio e di trasferirci in Olanda, quando ancora i nostri lavori erano più grafici e bidimensionali.

Il nome riferisce il nostro approccio concettuale dove la forma di volta in volta può cambiare, adattarsi al contenuto. Se pensi ai nostri oggetti molto spesso le forme utilizzate sono degli archetipi.

G.D.P.: Qual è il vostro modo di lavorare e come riuscite ad appianare gli attriti che sicuramente ci sono quando si sviluppa un progetto?

FORMAFANTASMA: Dipende sempre da progetto a progetto: se è un lavoro indipendente, o dove la commissione non è specifica a volte capita che riprendiamo dei temi o delle idee che provengono da un progetto precedente.

Si tratta di una specie di processo a catena: cominci un progetto, poi trovi altre cose per strada; sia il pensiero che il fare crescono insieme.

Tra l’altro, noi siamo in due per cui è abbastanza complesso. Semplificando possiamo dire che c’è uno sviluppo molto intuitivo di un’idea generale alla quale siamo interessati che nasce sempre dalla discussione e dal confronto. Il nostro modo di progettare in realtà è molto verbale ed è anche molto intimo: ci capiamo bene e visto da fuori il modo che abbiamo di lavorare è scarsamente comprensibile. Molto spesso capita che raccogliamo delle immagini e ci confrontiamo visivamente, cercando di trovare un territorio comune, poi le selezioniamo in modo da creare una specie di mappa visiva, è un po’ come creare una trappola per un animale: costruisci una serie di strutture per condurre l'idea a destinazione. Arrivati a metà strada scriviamo: ci aiuta a definire l’idea. Non si tratta di un testo personale ma è come se cercassimo di guardare l’idea da fuori e scrivessimo un testo più o meno descrittivo del progetto. Poi torniamo a fare...e quindi materiali, campioni, modelli e via dicendo.

Palleggiamo tra l’idea, quello che abbiamo scritto, e il fare, affinando man mano le due cose. Il nostro è un processo basato sull’alternanza di intuizione e verifica pragmatica.

Certamente in alcuni progetti c’è bisogno di maggior rigore anche concettuale, ma dire che quando lavoriamo prima ci addentriamo nella ricerca e solo successivamente passiamo alla sua formalizzazione non è vero. Ai nostri studenti alla Design Academy di Eindhoven diciamo sempre che se sperano che da una buona ricerca esca necessariamente un buon progetto, si illudono! Intuizione e creatività sono sempre necessari per trovare nuove soluzioni sia formali che concettuali.

G.D.P.: Oltre a voi due quante altre persone lavorano in studio con voi e con quali mansioni?

FORMAFANTASMA: Abbiamo una persona fissa che ci aiuta sia con l’amministrazione che con la gestione dei lavori, poi in media due freelance e uno, o massimo due interni.

G.D.P.: Avete voglia di raccontare quali i lavori che facevate da soli e quale il primo lavoro che avete fatto insieme?

FORMAFANTASMA: Come designer, a parte il percorso educativo in Italia, abbiamo iniziato subito a lavorare insieme da quando abbiamo spedito un portfolio congiunto per l’accesso al master alla Design Academy di Eindhoven. La prima cosa che abbiamo fatto insieme era un oggetto in cemento armato. Pesava quasi 300 Kg. Lo avevamo fatto noi a mano, dallo stampo al colaggio del cemento. Era il nostro primo esame alla Design Academy di Eindhoven.

G.D.P.: Cosa pensate di aver lasciato e cosa di aver acquisito dal lavorare insieme?

FORMAFANTASMA: Non abbiamo lasciato nulla, siamo semplicemente diventati noi. Sicuramente essere in due posiziona il lavoro fuori da sé. Lo rende più oggettivo.

Noi sappiamo dove cominciamo, ma mai dove andremo a finire.

G.D.P.: Comunque vedo anche un relazionarvi, trarre ispirazione alle arti visive contemporanee?

FORMAFANTASMA: Non in modo conscio. Siamo sicuramente interessati a quello che succede nel contemporaneo in generale, dal punto di vista politico, sociale, dell’ecosistema e nelle arti visive. Ci sono alcuni artisti contemporanei di cui siamo curiosi di vedere i nuovi lavori come Camille Henrot e Magali Reus. Amiamo molto Pierre Huyghe.

G.D.P.: Se ci sono, quali le ispirazioni al design?

FORMAFANTASMA: Ci ha sempre affascinato il design radicale ma come autori amiamo designer molto diversi come Nakashima, Castiglioni, Sarfatti, Jongerius ma anche il lavoro di Dieter Rams.

G.D.P.: E l’artigiano che posto, che importanza occupa nel vostro lavoro?

FORMAFANTASMA: Si certo e in genere diremmo che la produzione artigianale ha un ruolo fondamentale nel design. La generazione più recente di designer come Max Lamb, Peter Marigold, o anche noi stessi, in alcuni casi producono direttamente i loro progetti. In questo caso il fare manuale coincide con il processo creativo. In altri casi ancora il designer lavora con contesti artigianali precisi dove il suo apporto ha il fine di spingere verso la contemporaneità attività produttive altrimenti relegate all’industria del souvenir o del folklore.

Per finire, possiamo ancora incontrare l’artigianato all’interno della produzione industriale per lo sviluppo di prototipi o processi produttivi più sperimentali che necessitano di essere testati, o raffinati. In tal caso il saper fare manuale coincide con la ricerca. La cosa interessante della produzione artigianale è che lo sviluppo può avvenire in modo molto più processuale e istintivo. La produzione industriale richiede un atteggiamento più cerebrale.

G.D.P.: Per questo date molta attenzione ai materiali?

FORMAFANTASMA: A parte le qualità prestazionali dei materiali, ci interessa la loro capacità di comunicare con l’utente in modo intimo e personale.

Ci sono alcuni materiali, come ad esempio quelli che appartengono alla tradizione, che hanno la capacità di evocare nell’utente immagini o referenze precise. Attraverso il design ci interessa riuscire a manipolare o controllare tali referenze.

Spesso nel nostro lavoro ci sono citazioni storiche precise. Ad esempio in questi giorni stiamo concludendo un lavoro per il Museo del Tessuto di Tilburg in Olanda dove abbiamo tracciato, sia visivamente che materialmente in una serie di stoffe stampate a mano, la storia del rosso turco e dell’ossessione storica per questo colore. Abbiamo visualizzato le sue origini, la sua scomparsa con la scoperta dell’alizarina e la sua recente rivalutazione.

G.D.P.: Possiamo dire che voi lavorate essenzialmente per tre mondi, o in tre mondi espressivi: arte, design e moda. Che differenze trovate e dove vi sentite meglio?

FORMAFANTASMA: Non abbiamo mai fatto questa distinzione nel nostro lavoro che riconduciamo in ogni caso al design, semplicemente non siamo interessati a una lettura del nostro lavoro nel contesto artistico né della moda. La disciplina a cui ci riferiamo è, comunque, il design.

G.D.P.: Anche il passato, la storia, è nel vostro lavoro. Perché e per come si differenzia dall’uso del passato fatto dai designer postmoderni?

FORMAFANTASMA: Non siamo interessati al pastiche. Il passato è fonte di conoscenza e strumento per la comprensione del presente e del futuro. Come disciplina il design non è mai stato molto interessato al passato perché perennemente ossessionato dal futuro e dal qui ed ora. Probabilmente il nostro interesse al passato rientra in una nuova fase autocritica e consapevole dei designer contemporanei. Ovviamente non ci interessa in alcun modo l’idea di revival.

G.D.P.: E in che modo vi svincolate, se vi svincolate, progettualmente da esso?

FORMAFANTASMA: Non sentiamo nessun bisogno di svincolarci dal passato. È passato. In quanto tale possiamo solo interpretarlo, non viverlo, non esserci all’interno.

L’ossessione italiana per il passato (anche nel design) è curiosa. Presuppone una totale mancanza di consapevolezza dell’irripetibilità degli eventi. Quello che era corretto ieri non lo sarà oggi, ma forse quello che era corretto 2000 anni fa lo è.

G.D.P.: A questo punto mi pare evidente che dobbiamo addentrarci nella proposta espositiva che avete installato per DimoreDesign a Casa Trussardi a Bergamo.

FORMAFANTASMA: Abbiamo fatto una selezione di lavori accomunati non tanto formalmente ma più dall’attitudine progettuale. La ricerca materiale e la messa in discussione di alcuni cliché legati alla produzione. Abbiamo deciso di inserire gli oggetti nello spazio senza creare un vero dialogo tra l’architettura e gli oggetti. Abbiamo preferito lasciarli lontani dai muri o dalle superfici di appoggio esistenti. Sono esposti come degli estranei anche se in alcuni casi abbiamo optato per dei supporti tradizionali (piedistalli).

G.D.P.: Anche qui, allora, avete messo in evidenza una caratteristica del vostro lavoro che è quella di non lavorare per l’industria.

FORMAFANTASMA: A dire il vero ci stiamo lavorando proprio ora. In generale il bisogno di produrre nuovi oggetti nella nostra società non corrisponde più all’esigenza funzionale alla base del modernismo, che mirava a consegnare prodotti acquistabili da tutte le fasce sociali.

Avendo ottenuto questo risultato, almeno nel mondo occidentale, come designer ti ritrovi in modo quasi istintivo a considerare gli oggetti in una prospettiva più complessa, come veicolo di significati, come strumento critico o come stimolo per nuovi modelli comportamentali, di consumo e produzione.

Ovviamente tutti gli oggetti sono portatori di significati e comunicano con l’utente a vari livelli. Una sedia comunica visivamente la sua funzione, un trono comunica la sua funzione di seduta ma allo stesso tempo è adorno di stilemi che definiscono valori più simbolici come il potere, regalità eccetera. I progetti sviluppati in edizione limitata con una galleria hanno senso quando funzionano come strumento critico o stimolano una discussione. A livello di produzione industriale ovviamente si possono veicolare dei significati ma la componente funzionale, performativa e di efficienza è primaria. Inoltre non bisogna dimenticare che il lavoro sviluppato per l’industria è frutto di uno sforzo congiunto del designer con l’azienda. I parametri sono pertanto diversi.

G.D.P.: Come vi piacerebbe chiudere quest’intervista?

FORMAFANTASMA: Lasciandola aperta...

BIO

FORMAFANTASMA - Andrea Trimarchi (1983) e Simone Farresin (1980) sono i designers italiani Formafantasma, con studio in Amsterdam.

Attraverso Formafantasma, dopo il loro master del 2009 alla Design Academy di Eindhoven, hanno sviluppato un lavoro di indagine su materiali sperimentali affrontando i problemi della relazione tra tradizione e cultura locale, sostenibilità e significato culturale dell’oggetto. La loro ricerca delle relazioni tra artigianalità e industria, oggetto e fruitore, hanno prodotto lavori commissionati da: Fendi, Droog, Nodus Rug, J&L Lobmeyer, Gallery Libby Sellers e Established and Sons.

Rigorosa cura nel procedimento produttivo e ai dettagli sono applicate sia nel lavoro per un cliente che nello studio di nuove applicazioni progettuali. Sono noti internazionalmente in musei come: Victoria and Albert di Londra, Chicago Art Institute….etc. e presenti in collezioni permanenti al Mint Museum of Craft and Design (North Carolina) e al Mak Museum di Vienna. Recentemente annoverati tra i designers del futuro presso il Museum of Modern Art di new York, Andrea e Simone tengono conferenze e laboratori oltre che insegnare presso la Design Academy Eindhoven.

www.formafantasma.com

CASA TRUSSARDI

L’edificio sorge in posizione defilata lungo il Viale delle Mura, dove un tempo, prima della costruzione delle stesse, le attuali vie “interrotte” Osmano e Pelabrocco costituivano l’antica via Magna, la principale arteria di collegamento con i borghi della città bassa.

Intervista a cura di Giacinto Di Pietrantonio | Testi a cura di Leone Belotti | Fotografie: Ph. dell'installazione di FORMAFANTASMA a Casa Trussardi © Ezio Manciucca | Editing di Roberta Facheris