Canto VI Purgatorio

Dante si trova al secondo balzo dell’Antipurgatorio, tra i morti di morte violenta. In questo canto la figura centrale è Sordello da Goito che - in virtù dell’affetto che dimostra nei confronti di Virgilio dopo aver saputo che anch'egli è originario di Mantova - stimola in Dante una celebre e dolorosa apostrofe contro l’Italia e Firenze, che costitusce il tema politica del canto.

O Mantoano, io son Sordello de la tua terra!
Sordello nel Purgatorio viene caratterizzato come un uomo fiero e nobile, dal forte attaccamento alla patria natia e cultore della buona politica, che deve assicurare pace ed equilibrio a tutti.

Proprio dopo questi elementi prende avvio l’invettiva contro l’Italia, attraversata da violenze e lotte intestine.

Dante, vedendo l’affetto tra i due concittadini ritrovatisi nel Purgatorio, ripensa alla situazione dell’Italia e prorompe in un’amarissima apostrofe in cui parla non più solo come personaggio (e cioè come figura allo stesso livello delle altre del mondo di finzione), ma soprattutto come poeta.

Canto VII Purgatorio

Il canto è strettamente legato al precedente, non solo per la presenza dello stesso protagonista Sordello, ma anche perché entrambi hanno argomento politico (il VI era dedicato all'Italia, bersaglio polemico dell'invettiva di Dante, mentre la seconda parte del VII è occupata dalla rassegna dei principi della valletta che vengono mostrati da Sordello ai due poeti).

«...Io son Virgilio; e per null'altro rio lo ciel perdei che per non aver fé". Così rispuose allora il duca mio...»

L'apertura si collega col penitente che si felicita col concittadino Virgilio e poi ne apprende il nome, gettandosi ai suoi piedi in segno di rispetto e dedicandogli un commosso elogio per i suoi meriti di poeta.

In seguito Sordello dice che il sole sta per tramontare e salire col buio è impossibile, quindi è bene pensare a dove trascorrere la notte. Il poeta latino è stupito e chiede a Sordello se salire di notte è di fatto impossibile o è vietato da qualcuno. Allora l'altro spiega che solo le tenebre impediscono l'ascesa, perché le anime rischierebbero di tornare in basso o di vagare senza meta lungo il monte.

I tre si allontanano di poco e Dante vede che il monte è incavato sul fianco, ospitando un'ampia valletta; Sordello spiega che in quel luogo conviene trascorrre la notte.

Sedute sul prato e sui fiori Dante vede più di mille anime (i principi negligenti) che intonano il Salve, Regina, non visibili fuori dalla valle.

Realizzato da Antonio Parziale

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