Loading

Designers for Bergamo Un tributo alla città attraverso immagini e interviste ai grandi protagonisti di DimoreDesign

Puntata 4

ANNA GILI INCONTRA VILLA GRISMONDI FINARDI

ANNA GILI

HO CERCATO DI CREARE UNA SORTA DI DIALOGO TRA IL PASSATO E IL PRESENTE IN UN LUOGO IN CUI LE PERSONE POSSONO ANCHE NON ESSERCI...

Intervista a cura di Giacinto Di Pietrantonio

Giacinto Di Pietrantonio: Tu vieni dall’Umbria, cuore verde, d’Italia, dove inizi a compiere gli studi in un liceo scientifico. Come e perché decidi di entrare nel mondo del design?

Anna Gili: Mi sentivo e mi sento artista, ma ai miei genitori, che avevano una piccola azienda locale, la parola arte li spaventava, tant’è che hanno influenzato i miei studi veicolandoli verso una scuola d’arte legata all’industria. Tuttavia mi sono laureata con un progetto di abito sonoro, molto discusso.

G.D.P.: Questo sempre in Umbria?

A.G.: No all’I.S.I.A., Istituto Superiore per le Industrie Artistiche di Firenze.

G.D.P.: Dunque una tesi che era una sorta di installazione, performance?

A.G.: Si, i quattro anni di una scuola tecnico-artistica non avevano cancellato in me il desiderio e la memoria dell’arte. La forte cultura umanistica continuava a resistere dentro di me. Mi sono laureata con un progetto di abito sonoro, tesi molto discussa, perché non volevano laurearmi, dicevano che non era un progetto di tesi da ISIA, ma nel frattempo questo mio abito era stato pubblicato su Domus da Alessandro Mendini.

G.D.P.: Quindi il progetto di tesi ti è stato pubblicato prima ancora che tu la sostenessi a scuola?

A.G.: Si, prima che mi laureassi, ma è stata proprio la pubblicazione su Domus a far sì che, dopo accese discussioni, si convincessero a laurearmi con quel progetto, in quanto alla fine decisero di non poter ignorare che la più importante rivista di architettura e design avesse pubblicato questo mio progetto.

G.D.P.: E come avviene che Mendini viene a conoscenza di questo tuo lavoro di studente? Era venuto in visita a scuola? Te lo chiedo, perché quando ero studente al Liceo Artistico di Pescara un giorno venne Mendini a tenere una lezione-conferenza sull’Architettura Radicale invitato dal professor Franco Summa.

A.G.: L’occasione fu la mostra Conseguenze Impreviste, a mio avviso la prima esposizione trasversale di cultura creativa multidisciplinare di arte, moda, design, tenutasi agli inizi degli anni ottanta, organizzata da Studio Alchimia a Prato. Io partecipai con un lavoro collettivo dell’università di Firenze coadiuvato dal professor Paolo Bettini. In quell’occasione ho conosciuto Alessandro Guerriero di Studio Alchimia e Alessandro Mendini a cui è piaciuto il progetto e da quel contatto poi è venuto il resto.

G.D.P.: E da qui anche la pubblicazione del tuo Abito sonoro?

A.G.: Si, questo avviene successivamente, Mendini mi propose anche di fare insieme una mostra dal titolo Nulla. La prima fu nella galleria fiorentina Memorie e Luoghi del XX° secolo, poi alla galleria Speciale di Bari e ancora al PAC di Milano nel 1984.

G.D.P.: Insomma, un ingresso dalla porta principale.

A.G.: Si, sono andata in tournée anche a Düsseldorf. In una di queste performance è venuto anche Carlo Massarini autore e presentatore RAI a cui è interessata molto la mia performance “Persone Dipinte”.

Persone dipinte - Museo Alchimia, Milano 1986

G.D.P.: Certo, Massarini è uno dei pochi autori RAI che ha portato la sperimentazione dell’avanguardia e Neoavanguardia in televisione. Ricordo in tal senso il suo programma Mister Fantasy in cui erano coinvolti autori di design dell’ambito di Studio Alchimia e alcuni autori di fumetto della squadra di Frigidaire come Pazienza, Liberatore.

A.G.: Infatti aveva coinvolto anche me.

G.D.P.: Tornando alla performance?

A.G.: Nel 1985 ho presentato un’installazione dal titolo “Abito Monumentale” alla Triennale di Milano, un costume basato sulla geometria dell’origami che si rifletteva all’interno di un cubo nero, le cui pareti erano di specchi. Nell’86 c’è stata la performance “Persone dipinte” al museo Alchimia, in cui ho progettato il famoso ritratto di Alessandro Guerriero, dipingendogli il volto con dei miei decori. Erano state esposte sei persone come sculture-pitture viventi su dei piedistalli contro una parete di mosaico. I loro volti erano stati dipinti con anche abiti e i gioielli creati da me. Nell’87 ho realizzato la performance del “Vestito di fiori” esposto in uno spazio di via Torino e anche presso la galleria la Polena di Genova. Ho introdotto progressivamente il concetto della performance nella progettazione.

G.D.P.: In che senso?

A.G.: Ad esempio il ritratto di Alessandro Guerriero nasceva dallo studio dei suoi tratti somatici, ne è derivato un ritratto d’impronta post futurista. Nel progetto d’interni “Wonderloft” del 2005, ho utilizzato la stessa metodologia, ma anziché al volto umano, l’ho applicata allo spazio architettonico. Ho impostato il lavoro cercando di non cancellare dallo spazio i segni del tempo, come di solito fanno gli architetti, ma al contrario ho voluto evidenziarli attraverso l’utilizzo del colore. Una peculiarità del mio metodo progettuale che mi piace definire come: “Uso ingegneristico del colore nell’Interior Design”.

Ritratto di Alessandro Guerriero

G.D.P.: Conoscevi la storia della performance delle arti visive?

A.G.: Si, mi interessavano tutti i movimenti di avanguardia e ho fatto alcuni studi sulla storia del ritratto nelle arti visive e nel teatro Kabuki e anche sulle maschere del teatro Nō. Mi ero interessata al Bauhaus, a Schlemmer, mentre l’abito sonoro affondava le sue radici anche in ricerche di costumi etnici come quello dei Mamutones sardi fino all’artista Rebecca Horn. Ricerche che andavano dall’antropologia alle avanguardie artistiche.

G.D.P.: Quand’è che si sposta il tuo modo di lavorare nel campo del design?

A.G.: Diciamo che all’inizio volevo andare a New York, perché avevo lavorato con gli artisti del gruppo Fluxus: musicisti Giuseppe Chiari e Davide Mosconi con cui c’era l’idea di fare un concerto di abiti sonori. Milano allora era un po’ il centro del mondo per la creatività e dunque è stato naturale fermarmi. C’era nella città un grande fermento, entusiasmo, era un palcoscenico internazionale con Alchimia, Memphis, la moda, l’arte, le riviste.

G.D.P.: C’era un’atmosfera creativa internazionale borderline che si esprimeva tra le arti, infatti Alchimia, Memphis erano dei gruppi di autori che fondevano insieme l’arte, l’architettura, il design, la letteratura, la musica…

A.G.: Esattamente, e questo approccio borderline mi riguardava e mi riguarda completamente. Ripeto che lavoro nell’ambito del design con molta fatica, proprio perché borderline. Non amo il design, non mi appartiene il suo sistema.

G.D.P.: In che modo ti muovi al suo interno?

A.G.: Mi muovo più all’estero. Lavoro molto con la Corea del Sud, dove amano molto i miei progetti senza classificarli come design, o arte. Prima lavoravo molto nel Nord Europa. Con le aziende italiane ho lavorato a mio modo, perché grandi numeri non ci sono mai stati, sempre pochi pezzi, a volte unici, pezzi artistici. Ho avuto la possibilità di fare molta ricerca con le aziende leader Italiane come Alessi, Bisazza, Cassina, Cappellini, Carlo Poggio Design, Swarovski, Swatch, Slamp, TREND Group e varie altre. Con la Salviati ho svolto un bel percorso di vetri d’arte che si presta molto al mio modo di progettare. Ho lavorato con il vetro sabbiato con la ceramica nei siti storici come Sesto Fiorentino e Nove, dove è stata realizzata la collezione di ceramiche che si chiama Animalove. Ho avuto anche occasione di lavorare nel settore orafo con una ditta di Vicenza, Nicolis Cola, facendo una bella esperienza nel mondo del gioiello.

G.D.P.: Un amore, quello per gli animali, molto presente e caratterizzante.

A.G.: Due sono le linee caratterizzante il mio lavoro: da un lato la ricerca sul colore nell’interior design e dall’altro il mondo degli oggetti con la ricerca del segno animale. Quindi Animalove è un brand identity che guarda tutto ciò che ha a che fare con il segno, con la zoosemiotica, mente il colore con tutto ciò che a che ha a che fare con lo spazio, le luci, e gli ambienti.

G.D.P.: Che sono due aspetti complementari.

A.G.: Si, ho fatto anche un libro Animalove che raccoglie tutti i miei lavori legati al tema della zoosemiotica e in seguito ne farò anche uno sul colore.

G.D.P.: C’è anche una serie di mosaici.

A.G.: Si, i quadri dello zodiaco occidentale e cinese che sono una collezione di quadri-mosaico.

G.D.P.: Che sono gli animali simbolici?

A.G.: Un interessante aneddoto riguarda l’Accademia di Brera, dove ho insegnato con gli studenti cinesi. Parlavo di segni e loro hanno riconosciuto tra i miei, quello della tigre. A noi sembra più un albero, mentre per loro è il segno della tigre. Un fatto casuale, dato che, io non ero a conoscenza della simbologia cinese. Io tiro fuori, sintetizzo i segni attraverso linee che per me sono significative. Si può dire che il segno e il simbolo sono riconoscibili al di là delle culture e tradizioni, scavalcano la barriera spazio temporale.

G.D.P.: Il tuo sistema di segni ha in sé qualcosa di universale, transculturale?

A.G.: Sono segni che ottengo attraverso un metodo di sottrazione dalla figurazione. Possono essere più grafici o simbolici. In genere li applico a forme che appartengono all’arredo, o al mondo della luce, oppure al gioiello o al mosaico. Ecco, questa collezione di sedie che ha che fare con i segni degli animali le ho fatte nel 2007 per Memphis.

G.D.P.: Infatti vediamo che le spalliere hanno le forme-viso di vari animali come la scimmia, il leone...

A.G.: Diciamo che il mio rapporto con ciò che faccio è un anche un modus operandi, da antropologa visiva.

G.D.P.: In che senso?

A.G.: Nel senso che mi piace la relazione con varie culture e persone di mondi diversi. In un certo senso ricerco quello che appartiene alla storia dell’umanità attraverso segni e significati.

Non mi interessano gli oggetti all’interno della storia del design, che comunicano uno stile e di conseguenza dichiarano un’appartenenza a uno status sociale. In questo sono un’outsider.

G.D.P.: Comunque esiste uno stile Anna Gili sia nell’arte che nel design. E comunque dici di considerare i mosaici come dei mandala?

A.G.: Si, è vero, però il mio vuole essere uno stile artistico, il cui obiettivo non è la vendita. I miei oggetti comunicano un’appartenenza, un’identità, una testimonianza spirituale piuttosto che una presenza materiale nel mondo al quale appartengono.

Alcuni mosaici che ho realizzato per Bisazza li considero dei mandala, perché il ritratto degli animali su tondi in mosaico è iconico, essi, ci guardano e in questo senso fanno da centro catalizzatore.

G.D.P.: All’inizio parlavi del rapporto con la musica. Vedo che hai decorato anche dei violini. In questo caso porti solo il segno del tuo lavoro, ma senza il suono?

A.G.: Il violino su cui ho decorato il ritratto di un asino è stato realizzato dalla maestra liutaia Ezia Di Labio. Il violino è stato realizzato per un quartetto, fatto a mano e anche il colore è stato trattato in modo che non possa disturbare il suono. Il tema dell’asino è legato al rapporto con la forma del violino, un po’ ironico, divertente. Ma l’asino è anche un animale di grande importanza a livello simbolico, cito a questo proposito il libro “L’asino d’oro” di Apuleio.

G.D.P.: Nel senso che la forma del violino ha un po’ la forma della faccia dell’asino?

A.G.: Si.

G.D.P.: Tra tutti gli animali ne hai uno che preferisci?

A.G.: Il gatto, perché ci vivo da tanti anni e lo conosco meglio. Sono sempre stata appassionata di ritratti, e delusa dall’essere umano, ho finito per avere molta empatia col mondo animale. Vivendo con molti gatti, perché ne ho avuti vari, è stato naturale rappresentare questa forma di dialogo empatico con l’animale, nei vari oggetti che ho disegnato, cercando di far emergere quel lato emozionale che nel design non c’è più o forse non c’è mai stato. Questi oggetti come gli oggetti primitivi, hanno una valenza simbolica.

Mi interessa lavorare sull’aspetto identitario a volte con un lato animista o shintoista. Perché l’altro tema dominante nel mio lavoro è il rapporto con la natura che sento molto forte. È una cosa per me genetica, che sta nel mio DNA e che cerco di portare nel progetto.

G.D.P.: Come e perché rientra nel tuo lavoro il fatto a mano?

A.G.: Diciamo che se nell’oggetto vedo una cosa è perché esso rappresenta qualcosa di più della semplice funzionalità d’essere una sedia per sedersi. La metto in casa perché si instaura una strana relazione che non è quella della funzionalità, ma della simbolicità, dell’empatia. Ad esempio mi è capitato di vedere tante cose uguali, o simili, in un mercato, ma una mi ha colpito particolarmente. Mi è capitato a Noto in Sicilia, dove mi ha colpito un vaso-testa tra molti, forse perché quello che l’aveva realizzato non era solo un artigiano ma qualcosa di più, un artista. Questo può riguardare tutti gli oggetti del mondo e l’artigianato ha molta più storia del design.

G.D.P.: Per cui i tuoi riferimenti non stanno nel mondo dell’architettura del design?

A.G.: No, ho sempre guardato altrove. Ad esempio per strada spesso si trovano venditori di cose africane, fra cui sgabelli a forma di zampa d’elefante, e una volta ne ho visto uno che mi ha colpito particolarmente e che ho comprato, perché in quel caso non era solo la riproduzione di un modello. Forse chi aveva disegnato quella particolare zampa conosceva l’elefante, l’aveva accarezzato e l’aveva saputo riprodurre.

Che cosa contengono gli oggetti? Forse hanno una memoria.

G.D.P.: Ma questi oggetti che vedi, e che in alcuni casi acquisti, li tieni poi a casa solo per piacere o diventano anche fattori di ispirazione per il tuo lavoro?

A.G.: Chi aveva fatto quello sgabello probabilmente conosceva l’elefante e oggi nel mondo delle copie è importante che qualcuno si distingua. A me non interessa copiare quella cosa, ma notare una diversa sensibilità, una sua perfezione e memoria.

G.D.P.: Che sono due aspetti complementari.

A.G.: Si, mi circondo di questi oggetti, perché mi piace esplorare le cose che hanno senso. Poi non so quanto di esse possono passare nel mio lavoro. La mia lampada Elefante ad esempio è caratterizzata da un segno grafico.

G.D.P.: Anche perché di molti degli animali che interpreti non ne hai una conoscenza diretta a differenza del gatto che invece hai in casa.

A.G.: Nel fare la lampada Scimmia ho associato degli aspetti di empatia verso persone che ho rappresentato nel ritratto dell’animale, così come Esopo rappresentava nelle Favole alcuni tratti del carattere umano, sotto forma di metafora del comportamento animale. In questo caso non ho avuto contatti con l’animale scimmia, ma si è trattato della rappresentazione dei suoi tratti psicologici.

G.D.P.: Alla lampada hai applicato anche forme di altri animali?

A.G.: Oltre alla scimmia, sono stati scelti il gatto e l’elefante, ma con forme diverse.

G.D.P.: Prodotti in serie, o pezzi unici?

A.G.: Le cose che ho fatto con le aziende sono delle operazioni sperimentali, di ricerca. Oggetti prodotti in serie limitata. Le aziende, devo dire che sono state al gioco della sperimentazione, forse anche per loro si è trattato di una forma di ossigenazione dalle logiche del mercato che non permettono lo sviluppo di una ricerca libera. Devo anche dire, che non si sono però mai applicati seriamente alla trasformazione degli esiti della ricerca in prodotti. Le logiche commerciali hanno vinto sulla visionarietà dell’imprenditore, a volte schiacciata dall’area commerciale.

G.D.P.: Una delle tue attività è quella dell’insegnamento, ma non mi è chiaro se questo continua, oppure è un’esperienza passata.

A.G.: In Italia ho impostato il piano didattico della NABA, ho fondato la scuola di design dell’Accademia di Verona nel 2002 e ho insegnato all’Accademia di Brera, mentre al Politecnico di Milano conduco workshop con aziende. Sono visiting professor alla CAA, China Academy of Art in Cina e alla Kookmin University in Corea del Sud.

G.D.P.: Che differenze trovi con l’Italia?

A.G.: L’insegnamento è diverso perché al Politecnico, insegnando nella specialistica, vengono attivate delle relazioni con le aziende e dunque io sono una sorta di art director tra l’azienda e il Politecnico. Con le università straniere si lavora in maniera molto diversa, perché la loro formazione culturale è differente e in genere cerco sempre di impostare la mia lecture con un’ottica molto critica, rapportandomi alla cultura del luogo.

G.D.P.: È una progettazione libera, oppure le aziende fanno delle richieste specifiche?

A.G.: È l’azienda a dare il tema della tesi, un briefing preciso.

G.D.P.: E qui come intervieni?

A.G.: Sviluppo il concept, dò un’impostazione teorica e poi seguo lo sviluppo del progetto dall’inizio alla fine e devo dire che spesso i lavori degli studenti sono sorprendenti.

G.D.P.: E fuori dall’Italia?

A.G.: Cambia tutto, perché la mentalità è diversa, in alcuni casi devono recuperare parte delle conoscenze che ancora non hanno, perché dal Bauhaus passano direttamente alla contemporaneità. In Cina, esiste un’imponente cultura artigianale, che loro dovrebbero a mio avviso sfruttare maggiormente. Tuttavia gli studenti cinesi e coreani sono molto bravi. Hanno dei laboratori che mancano nelle nostre accademie, ma che non sfruttano per avviare una propria produzione come nel caso olandese. Hanno anche dei musei interni di design molto belli, ma che si fermano al Bauhaus. E i numerosi docenti che hanno studiato in Italia e nel nord Europa, sono molto capaci di intrecciare contatti internazionali.

G.D.P.: Come nasce un tuo progetto?

A.G.: Ho una mia modalità, che applico in varie tipologie di progetti, sia che me le chiedono, o che ricerco da sola. Ad esempio ora sto progettando delle borse che mi sono state commissionate da un’azienda coreana.

G.D.P.: Andando ora alla mostra fatta per DimoreDesign a Villa Grismondi Finardi di Bergamo come hai lavorato nell’inserire le tue opere contemporanee in un contesto ambientale antico in cui architettura e arredo è molto forte?

A.G.: È stata una bella e forte esperienza.

Mi sono trovata a lavorare su un ambiente con una cultura preesistente, intesa dal punto di vista progettuale con un arredo codificato, preciso. Allora mettere degli oggetti in quel luogo richiedeva la costruzione di una relazione molto mirata tra le due cose. Io non ho trovato difficoltà in questo, perché le mie cose sono anche classiche e dunque si inserivano molto bene.

Poi il mio lavoro ha anche a che fare con il decorativo, con i segni e quindi si colloca bene all’interno di uno spazio antico.

G.D.P.: E com’è avvenuta la scelta degli oggetti da collocarvi?

A.G.: Dopo un sopralluogo ho pensato di ravvivare l’ambiente un po’ austero e ottocentesco, quindi ho messo queste mie sedie con le spalliere Animalove dello zodiaco intorno al tavolo nero del salone, creando un contrasto interessante, più gioioso. Poi ho posizionato la scultura Elephant Planet 180, un tappeto e dei mosaici anch’essi dello zodiaco. Ho creato una compresenza di oggetti diversi votati alla convivenza. Ho inserito maschere e ritratti, dal momento che, nelle sale di Villa Grismondi Finardi vi sono diversi ritratti ottocenteschi.

Ho cercato di creare una sorta di dialogo tra il passato e il presente in un luogo in cui le persone possono anche non esserci, perché luogo incantato in cui gli arredi antichi e moderni si parlano e dove la persona è una specie di testimone di questo dialogo muto tra gli oggetti.

Una casa così, ha una storia che sopravvive anche a chi ci abita, ha tante vite che non terminano con quella del proprietario, per questo mi sono concentrata sulla memoria del luogo dialogandoci.

BIO

ANNA GILI (1960). Nata a Orvieto, si interessa di ricerca sui materiali nella creazione di oggetti dal grande potere comunicativo e simbolico. Il suo modo di pensare il design è fortemente influenzato dalla cultura Rinascimentale ereditata dalle sue origini Umbre e dall'impatto e intensa partecipazione alla cultura Milanese del design.

L'inizio del suo percorso risente dell'influenza dei vari mondi creativi che hanno portato il lavoro di Anna Gili a manifestarsi attraverso Performance d'arte e installazioni d'ambiente, divenute poi l'humus per la creazione dei suoi primi oggetti di design come il vaso Cro 1985 e la poltrona Tonda1991.

Per Anna Gili, gli oggetti che ci circondano non sono neutri e impersonali, ma partecipano alla vita, sono interattivi e, mantengono legami con il nostro immaginario più profondo, che riflette anche le differenti culture dei luoghi del mondo. Gli oggetti ci rimandano, attraverso la loro storia e simbologia, non solamente alle nostre modalità di vita ma anche tempi più antichi. Dal 1989 lo Studio Gili lavora per importanti aziende nel settore del mobile e dell'arredo domestico.

Tra i suoi clienti figurano le ditte: Alessi, Bisazza Mosaici, Cappellini, Cassina, Dornbracht, Nicolis Cola Gioielli, Ritzenhoff, Salviati, Slamp, Swarovski, Swatch, TDK Europe s.a., Trend, Byblos Art Hotel Villa Amistà.

www.annagili.com

VILLA GRISMONDI FINARDI

Raccontare la storia di Villa Grismondi Finardi significa avventurarsi nella scoperta delle radici più intime del panorama intellettuale italiano dal settecento in avanti. Il Conte Luigi Grismondi, la moglie Paolina Secco Suardo, il matematico Mascheroni e il garibaldino Giovanni Finardi sono solo alcuni degli eccentrici personaggi che hanno frequentato le stanze di questa dimora negli anni. La Villa, rimodulata con il passare dei secoli, si presenta attualmente come un incrocio tra il settecentesco luogo di villeggiatura e l’antica abitazione rurale bergamasca. Il suo androne d’ingresso, dove si conservano affreschi sacri di epoca medievale, l’ampio e ombroso giardino, così come la collocazione della dimora nel quartiere “liberty” della città, la rendono una testimone eccezionale delle epoche passate e un luogo che con la sua quiete è capace di farci immergere in un’atmosfera d’altri tempi.

Intervista a cura di Giacinto Di Pietrantonio | Testi a cura di Leone Belotti | Fotografie: Ph. dell'installazione di Anna Gili a Villa Grismondi Finardi © Ezio Manciucca e © Anna Gili – Ph. Progetti e Performance di Anna Gili © Anna Gili – Ph. ritratto di Anna Gili © Silvia Amodio | Editing di Roberta Facheris