XIX canto del PURGATORIO

Il XIX Canto è diviso in due parti, la prima dedicata al sogno della femmina balba e all'incontro con l'angelo della sollecitudine, la seconda all'ingresso nella V Cornice e all'incontro con papa Adriano V, incentrato prevalentemente sulla condanna del peccato di avarizia.

L'inizio dell'episodio è sostenuto, con l'indicazione dell'ora (siamo in prossimità dell'alba, il momento in cui i sogni secondo la tradizione medievale sono veritieri) Dante sogna una donna deforme e balbuziente, che il suo sguardo trasforma in una donna bellissima e seducente: essa si presenta come una sirena capace di incantare i marinai, come già fece con Ulisse, finché sopraggiunge una santa donna che fa intervenire Virgilio, il quale mostra come essa abbia il ventre marcio. È Virgilio stesso a spiegarne il significato a Dante, presentando la femmina balba come il simbolo dei beni materiali concupiti dall'uomo: essi danno una falsa illusione di felicità ed è l'occhio avido degli uomini a renderli appetibili, mentre la ragione umana ne svela la reale natura e il carattere vile.

Si è molto discusso sull'identità da attribuire alla donna che si oppone alla femmina balba, che è stata interpretata come Beatrice (il che è poco probabile, in quanto Dante l'avrebbe riconosciuta), la Ragione (ma essa è raffigurata dal poeta latino), la Temperanza (cioè la virtù opposta alla cupidigia, ipotesi che forse è la più verosimile).

Nella V Cornice sono puniti gli avari, stesi sul pavimento roccioso e con le spalle rivolte a cielo.

Significativa è la scelta del protagonista, papa Adriano V che fu pontefice per pochi giorni e si rese conto dell'enorme responsabilità di portare il gran manto: la sua figura è speculare rispetto a quella di papa Niccolò III, il protagonista del Canto XIX dell'Inferno dedicato ai simoniaci e condannato a causa delle sua corruzione nell'esercitare la stessa carica. Sia Niccolò III sia Adriano V erano nobili, entrambi ambiziosi e cupidi di ricchezze materiali, ma mentre papa Nicolò III è diventato pontefice per arricchirsi, Adriano V ha capito che quei beni terreni non danno la vera felicità. Diverso e opposto anche l'atteggiamento di Dante, che contro Niccolò aveva rivolto un'aspra invettiva dai toni biblici e solenni, mentre qui si inginocchia in segno di rispetto verso il penitente, che si affretta a farlo rialzare: nella dimensione ultraterrena si è tutti uguali, le dignità terrene non contano più nulla e tutto ciò che interessa al peccatore è espiare prima possibile la sua colpa, per cui Dante è invitato ad allontanarsi per non rallentare la sua purificazione.Il discorso intorno all'avarizia proseguirà nel Canto successivo, strettamente legato a questo tema, il cui protagonista sarà il re di Francia Ugo Capeto.

L'avarizia era il peccato più di ogni altro responsabile, secondo Dante, del degrado morale del suo tempo, tanto in campo ecclesiastico quanto in quello politico.

A cura di Affinito Martina-D'Alessandro Martina

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