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Il senso delle parole laboratorio di inteRcultura

Perché un laboratorio di intercultura?

Intercultura è un termine intorno al quale si promuovono tanti dibattiti, iniziative, il cui elemento chiave e propulsore, sia nella scuola che nella società, è rappresentato dalla presenza dell’altro, inteso come il migrante, lo straniero. L’accelerazione degli spostamenti umani, spinta da un’altrettanta accelerata espansione di mercati e di interessi politici globali, ha implicazioni economiche, sociali e culturali. Gli attori del mutamento sono gli individui che attraversano i diversi contesti culturali. L’Italia in particolare sta diventando luogo prescelto per cambiare vita. La sfida consiste nell'abbandonare vecchie appartenenze e costruirne di nuove che includano molti aspetti della cultura con cui si viene a contatto, perché si ha in comune il territorio in cui abitare. Questo processo interessa sia gli Italiani, sia coloro che oggi sono stranieri, perché le future generazioni saranno inevitabilmente il frutto di continue relazioni e contaminazioni tra persone di diversa provenienza. Nella scuola l’approccio interculturale in ambito educativo deve pertanto curare la nascita di forme di riconoscimento reciproco personale e collettivo.

Il laboratorio

Il linguaggio cinematografico contro pregiudizio e razzismo

Il laboratorio di intercultura è una vera e propria officina di idee e riflessioni, in cui le persone si incontrano con le loro storie individuali e in cui si diventa consapevoli del modo in cui reagiamo nei confronti degli altri. Ad aiutarci in questo difficile compito, il nostro ormai amico, Elia Moutamid!

il regista Elia Moutamid

Elia, italiano di origini marocchine, è un regista di cortometraggi e lungometraggi che ha partecipato recentemente ad un importante festival del cinema a Torino, ottenendo un importante riconoscimento per le finalità interculturali del suo lavoro.

Quando è entrato in classe la prima volta, guardando il suo aspetto, ci siamo fatti subito un’idea delle sue origini; quando poi ha iniziato a parlare, ci siamo resi conto che il suo accento era più che lombardo. Siamo convinti che lui abbia capito che eravamo un po’ sconcertati di queste sue combinazioni “interculturali” e a quel punto ne ha subito “approfittato” per parlare dei meccanismi che scattano nelle nostre menti di fronte a qualcuno che non conosciamo. Subito è iniziato un confronto. Inizialmente eravamo molto timidi, ma Elia, anche scherzando e mettendoci molta allegria, è riuscito a coinvolgerci e farci parlare!

E' attraverso il magico mondo del cinema, dei cortometraggi da lui realizzati che Elia ci ha portato a riflettere su tematiche come dialogo, pregiudizio, clandestinità, reciprocità e rispetto.

Tante le cose che abbiamo imparato, ma una in particolare è stata il filo conduttore di ogni venerdì: il potere delle parole nel dialogo e nella conoscenza autentica dell’altro.

IL POTERE DELLE PAROLE

Pronunciare una parola è molto importante per chi ti ascolta; perché ogni parola ha un peso, un valore che determina l’esito di un dialogo. Prima bisogna sempre pensare a quello che si dirà, perché una persona potrà interpretare in diversi modi ciò che si dice. Quando ci riferiamo a una persona che non conosciamo bene, occorre pesare le parole per non incorrere nel pregiudizio.

IL PREGIUDIZIO è una caratteristica del tutto umana e letteralmente indica l’atto del giudicare avventatamente qualcosa o qualcuno senza averlo prima conosciuto davvero.

Il pregiudizio è un veleno dell'intercultura e impedisce il dialogo vero. In un confronto tra due persone che hanno culture diverse, è sempre meglio ascoltare l’altro, mettersi nei suoi panni e cercare di capire per evitare qualsiasi giudizio affrettato che lo possa ferire. E questo atteggiamento deve essere reciproco.

INTERCULTURA: INSIEME DI TUTTE LE AZIONI CHE SERVONO A FAR INCONTRARE DUE CULTURE DIVERSE, COMPRENDENDO LE REAZIONI E GLI ATTEGGIAMENTI CHE SI HANNO DI FRONTE ALL’ALTRO, PRIMO PASSO PER UN VERO DIALOGO.

Il riconoscimento reciproco deve essere sia personale che collettivo, ma non si deve dimenticare la propria identità. Se osserviamo la nostra classe, vediamo che ci sono alunni che, nati o no in Italia, sanno sia l’italiano che la lingua madre, quella parlata dai propri genitori. Un ragazzo bilingue ha un potenziale importante per il proprio futuro, ma spesso non lo sa.

Quindi c’ è chi sa sia l’italiano che l’arabo, sia l’italiano che l’hindi, sia l’italiano che il tailandese, sia l’italiano che il kosovaro, sia l’italiano che il rumeno e infine sia l’italiano che l’urdu.

Tutti i nostri compagni di classe di origine straniera, da piccoli hanno pronunciato le loro prime parole nella lingua della loro madre.

MAMMA: ‘um, maè, nene, mata, maman, mom

Continuando a parlare le due lingue, i nostri compagni nella maggior parte dei casi si sentono in qualche modo legati a tutti e due i Paesi e alle sue culture. Conservare la lingua madre significa comprendere la propria origine che permetterà di riconoscere in futuro la propria identità.

IL CINEMA E IL CORTOMETRAGGIO

Il cortometraggio è un film lungo meno di 15 minuti. l’elemento fondamentale per costruirne uno è l’idea. la scrittura la mette su carta facendola diventare sceneggiatura che permette agli attori di recitare un copione. La realizzazione è il componimento di tutto il film. Ci sono diversi strumenti per creare un video e sono la videocamera per le riprese, il computer, la musica di sottofondo, la location per ambientare il tutto.

CONOSCERE IL VERO SIGNIFICATO DELLE PAROLE

ALLAH U AKBAR

ALLAH U AKBAR è un'espressione araba che significa “Dio è il più grande”. Queste parole sono solitamente pronunciate dai musulmani nelle preghiere. Ultimamente però, chi non professa la religione musulmana e non conosce il vero significato di tale espressione, associa queste parole agli attentati dell’ultimo decennio, durante i quali i terroristi gridano queste parole prima di aggredire la folla. La gente comune perciò è convinta che chiunque usi questa parola sia un potenziale terrorista. I media, tra cui giornali, la rete, la TV, hanno contribuito ad alimentare tale convinzione. Spesso le persone prendono alla lettera quello che sentono. È questo il motivo per cui è importante attribuire il significato appropriato a ciascuna parola. Si deve sempre cercare da sé quello che le parole significano e non ascoltare solo quello che ci viene detto.

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Queste sono solo alcune delle moltissime frasi che abbiamo trovato in rete e sui giornali. Abbiamo capito che spesso si manifesta una paura immotivata al solo sentire per strada l'espressione ALLAH U AKBAR e che i titoli dei giornali contribuiscono a diffondere questa paura..

Titoli ed articoli dovrebbero contenere anche una spiegazione del vero significato di queste parole e non solo quello che alcuni vogliono farci credere. Il potere delle parole!

Salam Aleikum

Attraverso l’ironia, il regista Elia Moutamid ci spiega che “Salam Aleikum” è un’espressione che indica un saluto, un augurio e una benedizione. Significa “pace su di voi ”e dunque rappresenta tutta la pace e la tranquillità del popolo arabo.

È un saluto che ha lo scopo di unire più popoli, più tribù e tutto il genere umano.

Nel video, un generale, che ha l’aspetto di un dittatore tutt’altro che buono, parlando ad alta voce in arabo, affronta il tema della pace: è alquanto strano vedere un militare così esporre questo tipo di concetto! Sta qui l’ironia del nostro amico regista, che oltre a far sorridere, permette di riflettere su temi significativi.

La caratteristica di parlare con un tono di voce alto mentre ci si cimenta in una conversazione, non è tipica solo dei popoli di lingua araba del Nord Africa, ma anche di tutti i Paesi affacciati sul Mar Mediterraneo, che mette in comunicazione più culture.

Del resto il Mediterraneo è il collante di tutte le terre e i popoli che vi si affacciano. Infatti, non a caso, Mediterraneo significa “medius terra”, “in mezzo alle terre”, dove vi sono lo stesso clima mediterraneo, la vite, l’ulivo, che ci accomunano pur nelle nostre diversità. A conferma di ciò basterebbe pensare al Sud Italia, dove ritroviamo il tono di voce molto alto quando si parla o si telefona, alcuni piatti di origine araba, come il “cous-cous”, e altri segni delle tradizioni portate dalle altre occupazioni straniere in Italia tra cui quelle normanne, arabe, bizantine e spagnole.

Non esiste una cultura perfetta, ma ve ne sono tante che si completano integrandosi l’un l’altra.

GAIWAN

“Gaiwan” è un termine asiatico-cinese che indica la tazza utilizzata nella cerimonia del tè

E’ un cortometraggio registrato in esterni, in un cimitero (Elia ci ha svelato che si tratta del cimitero di Brescia). Niente è lasciato al caso, in un filmato così breve ma intenso, ogni elemento ha un significato ed è una scelta precisa del regista, tutto deve comunicare qualcosa: una fila di lapidi divide esattamente la scena in due parti separate e inserisce gli unici due personaggi ognuno nel proprio spazio.

A fare da sfondo un colonnato.

Protagonisti sono due uomini che dall’ aspetto e dai gesti sembrerebbero uno di origine orientale e uno di origine occidentale, il primo infatti prepara la cerimonia del tè e lo sorseggia in onore del suo defunto, mentre il secondo fa il segno della croce e porta i fiori sulla lapide del suo caro.

La scena è breve e si concentra su un breve dialogo in cui l’uomo occidentale mette in discussione l’ utilità del gesto dell’ uomo orientale che offre del tè al suo caro defunto; ma l’uomo orientale si difende e ribatte dicendo che la sua cerimonia del tè, vale tanto quanto il suo gesto, ovvero quello di porgere fiori al suo defunto che non ne sentirà mai il profumo.

Tutti gli uomini della terra hanno le loro convinzioni in fatto di vita e di morte, ognuno le sue cerimonie funerarie e non è possibile giudicare le proprie come giuste e le altre sbagliate.

Il cortometraggio è davvero breve, ma dimostra chiaramente come attorno a quelle parole ci sia un grande messaggio per chi ascolta…Di nuovo…Il potere delle parole!

KLANDESTINO

Il video “Klandestino”, creato dal regista Elia Moutamid, affronta il tema della clandestinità, parola di cui negli ultimi anni si sente parlare molto. Ma sappiamo il vero significato della parola “clandestino”?

CLANDESTINO: dal latino “clandestinus”, cioè “di nascosto”. 1) Colui che agisce senza l’autorizzazione delle autorità o andando contro le leggi. 2) Colui che viaggia abusivamente a bordo di un mezzo di trasporto.

Spesso sentiamo che questo termine viene utilizzato in maniera impropria, accusando tutti i migranti stranieri di essere clandestini, come se migrante straniero significasse clandestino e viceversa, utilizzando i due termini come sinonimi: niente di più sbagliato.

E così spesso si sente dire: “tutti i migranti clandestini stranieri sono la causa di ogni problema”. Nel video si vede una giornalista che intervista un presunto operaio clandestino che parla con accento bresciano e gli vengono formulate varie domande sulle sue condizioni di lavoro. Il video ironizza su questa questione, ma serve a riflettere su quanto molti stranieri in realtà siano presenti regolarmente e siano integrati nei nostri paesi e non siano la causa di ogni problema. Non bisogna fare di tutta l’erba un fascio, ma soprattutto dobbiamo conoscere il vero significato delle parole ed utilizzarle in modo appropriato, affinché non facciano danno a nessuno.

E ORA TOCCA A NOI….

AFFASCINATI DAL MONDO DEL CINEMA, CI SIAMO MESSI ALLA RICERCA DI FILM CHE POTESSERO INSEGNARCI IL POTERE DELLE PAROLE, DEI LORO CONTENUTI, SCOPRENDO COME IL LINGUAGGIO DEL CINEMA POSSA ESSERE UTILIZZATO PER CONTRASTARE IL RAZZISMO E IL PREGIUDIZIO

DAL FILM: “IL BUIO OLTRE LA SIEPE”, 1962

“Voglio insegnarti un trucco: se vuoi capire una persona devi cercare di metterti nei suoi panni e andarci a spasso”.

Questo è ciò che possiamo trarre dalla scena del film ”Il buio oltre la siepe”, che ci insegna a non imporci dei limiti nella conoscenza di una persona e a non basarci sul pregiudizio. Non si deve trattare una persona diversamente da un’altra, anche nelle piccole cose, ma mettersi nei suoi panni, vedere dal suo punto di vista e conoscerla, prima di darle un giudizio.

È molto più facile superare un ostacolo e interagire con gli altri, piuttosto che lasciare che “la siepe” ci separi l’uno dall'altro. Ci si deve impegnare ad accogliere chiunque e a scoprire le bellezze che i “diversi” possiedono. Ognuno deve collaborare ed essere disposto a superare i limiti che ci impediscono di comunicare con altri, per interagire con persone di culture e provenienze diverse. Importante e fondamentale è l’integrazione, cioè lo scambio con altre culture, fondata sul rispetto.

È questo ciò che Harper Lee vuole farci capire nel suo romanzo da cui è tratto il film: sono il dialogo e l’essere aperti verso una persona gli unici mezzi favorevoli all'integrazione e alla stessa Intercultura, cioè la convivenza pacifica tra persone portatrici di culture differenti.

È utile accettare una persona e conoscerla, prima di farle ogni tipo di osservazione o di critica. Solo così si evitano le incomprensioni, veleni dell’Intercultura.

Dal film “Indovina chi viene a cena”, 1967

Il tema di questa scena è il pregiudizio nei confronti degli afro-americani da parte dell’uomo bianco.

Negli Stati Uniti degli anni sessanta, le persone afro-americane erano discriminate dagli americani bianchi secondo una politica razzista che prevedeva regole precise: i neri non potevano andare nella stessa scuola dei bianchi, il loro stipendio era inferiore, etc…

Nel film una ragazza bianca americana si innamora di un giovane medico afro-americano e i due decidono di sposarsi.

La scena che abbiamo scelto coglie come protagonista la vicina di casa che non vede di buon occhio l’unione tra i due e sfodera il peggio di sé, mostrandosi come un concentrato di stereotipi e pregiudizi, sventolati contro le persone di colore e sottolineando come dovrebbe essere la società americana.

Ci è piaciuto tanto la reazione della madre della ragazza, che si è offesa dei giudizi espressi dall’amica contro le scelte delle propria figlia e del futuro genero e esprime la sua contrarietà alle sue parole, al punto tale da mandarla via! Brava! Ha avuto il coraggio di rifiutare giudizi, pregiudizi e stereotipi, battendosi con decisione in difesa della coppia multiculturale! Immaginiamo che in quegli anni deve essere stata considerata alquanto eroica!

Dal film “LA CRISI”, 1992

Nella scena tratta dal film “La Crisi”, il protagonista dichiara ad alcuni conoscenti di avere un approccio razzista verso gli stranieri della sua città. Giustifica il suo atteggiamento facendo ricadere tutte le sue sventure sugli stranieri affibbiandogliene la colpa e utilizzando stereotipi e pregiudizi per descriverli. I suoi amici però lo “deridono” e gli danno dello stupido.

Il protagonista cercava solo conforto per la sua situazione di vita difficile, ma non riceve altro che scherno e poca comprensione da parte di quelli che credeva fossero suoi amici, e questo non fa altro che aumentare il suo pensiero razzista che lo porta a ritenere che la colpa di ogni sua sventura siano gli stranieri.

E’ impressionante inoltre il fatto che gli amici professino tanto l’uguaglianza e “Francia terra d’asilo”, ma nel momento in cui devono confortare e aiutare un uomo disperato, ci si accorge della loro vera natura. E forse sono solo ipocriti. Il potere delle parole!

Dal film NUOVO MONDO, 2006

Gli Italiani tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900 furono protagonisti di una massiccia migrazione nel continente americano. Gli Americani avevano un’idea proprio negativa degli Italiani, perché non appena quest’ultimi sbarcavano, venivano messi in quarantena per paura di malattie, ma soprattutto venivano subito sottoposti a dei test d'intelligenza.

Il tema principale di questa scena è il pregiudizio. Dopo averla vista, è stato inevitabile confrontare gli Italiani migranti di ieri con i migranti africani di oggi che giungono in Italia. Credersi superiori ad un altro uomo, quando questo si trova in difficoltà, è ai nostri occhi da vigliacchi. Ma quello che ci sconcerta, è capire che la storia si ripete, che gli atteggiamenti degli uomini, pur di diversa epoca, non cambia di fronte al diverso, allo straniero che è in difficoltà! Si ha paura, non lo si vorrebbe, lo si vorrebbe allontanare. Che il pregiudizio sia davvero nel patrimonio genetico dell’uomo? Che cosa si può fare? Una cosa è certa: almeno ora veniamo educati a non essere pregiudizievoli e ciò ci conforta, forse abbiamo fatto un passo avanti.

DAL FILM: ‘‘THE HELP’’, 2011

Il film è ambientato negli anni ’60 e ha come protagonista una ragazza bianca scrittrice che guardandosi intorno vede sempre più il diffondersi del razzismo degli americani nei confronti delle persone di colore. Molte donne afroamericane, lavorando come domestiche presso le famiglie bianche benestanti, sono costrette a subire umiliazioni e trattamenti discriminanti, come quello di mangiare con stoviglie proprie e stando ben lontane dal tavolo dove tutta la famiglia si serve, fino ad arrivare alla separazione delle toilettes destinate ai bianchi e a quelle destinate esclusivamente ai neri. Questa scena trasmette l’orrore del razzismo di quel tempo e il modo di pensare inappropriato verso la gente di colore. Li trattavano come se avessero delle malattie, solo perché erano di colore diverso. Schiavi dei bianchi, tra l’indifferenza generale, erano costretti a una vita disumana. Non esiste la cultura perfetta, tutti valiamo allo stesso modo.

Dal film: “12 anni schiavo”, 2013

La scena del film “12 anni schiavo” è un dialogo tra un padrone di schiavi neri e un suo collaboratore che mette in discussione la tradizione americana della schiavitù. Il padrone si giustifica dicendo che poteva trattare i suoi servi come voleva, in quanto li aveva pagati e perciò gli appartenevano: in una frase si concentra l’atteggiamento di superiorità dell’uomo bianco su quello africano.

Il padrone definisce “scimmie” i suoi schiavi. All'epoca la legge, a uomini come lui, permetteva di sottomettere le persone e farne degli schiavi. La legge degli uomini però poteva essere cambiata! Ma la schiavitù durò ancora a lungo.

E’ interessante notare come l’interlocutore provi a chiedere al padrone di mettersi nei panni dei loro schiavi, privati di ogni libertà, ma la risposta che ottiene è solo un ribadire la superiorità dell’uomo bianco. E’ questa incapacità degli uomini a mettersi nei panni degli altri e il loro senso di superiorità che hanno prodotto la schiavitù nel mondo di ieri, del passato, ma anche di oggi!

Forse oggi le disuguaglianze possono essere meno evidenti in alcuni luoghi del mondo occidentale, ma nei paesi più poveri e meno sviluppati ci sono ancora persone ridotte in schiavitù dai grandi interessi economici che toccano anche i nostri stili di vita purtroppo.

Non è possibile intercultura là dove prevale il senso di superiorità che crea solo disuguaglianze.

CORTOMETRAGGIO: IL PREGIUDIZIO

La scena avviene in un ospedale. Protagonista è una famiglia, la cui figlia ha subito un’operazione per ricevere midollo osseo. Nello stesso studio medico, un ragazzo di colore è in attesa, ma il modo in cui viene guardato dai presenti fa trapelare che abbiano l’idea che lui si trovi nel posto sbagliato o fa pensare che siano convinti che lui non ne abbia il diritto.

La tensione diminuisce quando viene rivelato che quel ragazzo è il donatore di midollo osseo. Lo stupore della famiglia che ne ha beneficiato non è seguito da un gesto di gratitudine, cosa che invece lo spettatore si aspetterebbe. Il video sembra concludersi con un continuo interrogativo: ma perché quella famiglia bianca ha reagito così, nonostante il ragazzo abbia fatto un bellissimo gesto?

Dal film “QUASI AMICI”, 2011

Il film è l’esempio di come si possa creare un legame tra due persone diverse socialmente ed economicamente, infatti racconta di un uomo bianco, Philippe, ricco aristocratico che assume come domestico Driss, un uomo di colore. Tra i due nasce un’amicizia pazzesca, nonostante tutti li criticassero. Un’amicizia resa possibile dalla totale assenza di pregiudizio o paura delle differenze di origine, o colore della pelle. Sapere che una storia così è avvenuta veramente e che due amici così esistono ancora, è stato sbalorditivo. Ci ha aperto lo sguardo su una possibile società che vedrà noi come protagonisti!

E alla fine, i ragazzi che hanno animato il laboratorio e sviluppato le riflessioni che avete letto, hanno ricevuto il seguente attestato, primo passo verso una cittadinanza consapevole e aperta:

Istituto comprensivo E. Donadoni, Sarnico

anno scolastico 2017 - 2018

Laboratorio di Intercultura

attività didattica a cura di Elena Valaperta

Created By
vincenzo sciacca
Appreciate

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