La pazzia di Orlando XXIII, 100-136; XXIV, 1-13

Il famosissimo episodio della follia di Orlando viene volutamente collocato da Ariosto alla metà esatta dell’Orlando furioso, tra la fine del ventitreesimo canto e l’inizio del ventiquattresimo. L’impazzimento per amore dell’eroe cristiano completa infatti la trama interrotta dell’Orlando innamorato di Matteo Maria Boiardo (1441-1494) e sviluppa i due temi fondamentali dell’opera di Ariosto: l’amore e l’avventura.

Tra le varie avventure, Orlando ha perso di vista il pagano Mandricardo, con cui deve battersi. Cercandolo, giunge nel bosco dove si sono amati Angelica e Medoro: qui scopre le iscrizioni tracciate dai due, ma l’eroe, per non soccombere al dolore, si illude che ciò che vede non sia vero. Afflitto, trova riparo in una casa lì vicino: è quella che aveva ospitato i giovani innamorati. Credendo di poterlo rinfrancare, il pastore gli narra appunto la loro storia; e, come se non bastasse, gli mostra il braccialetto donato da Angelica. Di fronte all'evidenza, Orlando non può più illudersi e impazzisce. La sua furia devastatrice si abbatte su ogni cosa.

La crisi del protagonista verrà risolta solo dall’intervento di Astolfo (XXIV)

Lo strano percorso che compì il cavallo del saraceno [Mandricardo] nel bosco senza sentieri, fece sì che Orlando andasse a vuoto per due giorni, e non lo trovò e non poté scoprirne traccia. Giunse ad un ruscello così limpido che sembrava cristallo, sulle cui sponde c'era un bel prato fiorito, con bei fiori variopinti e in cui crescevano molti begli alberi.
Il pomeriggio rendeva gradevole la frescura per il duro bestiame e il pastore svestito; così Orlando non sentiva alcun brivido, avendo ancora la corazza, l'elmo e lo scudo. Egli entrò nella radura per riposarsi, ma vi ebbe un soggiorno travagliato e crudo, e peggiore di quanto si possa dire, quel giorno infelice e sfortunato.
Volgendo lo sguardo lì attorno, vide che molti alberi erano incisi sulla riva ombrosa del fiume. Non appena vi ebbe fissato gli occhi, fu certo che le scritte fossero della mano della sua donna [Angelica]. Questo era uno di quei luoghi già descritti dove spesso la bella donna regina del Catai veniva con Medoro, dalla casa poco lontana del pastore.
Orlando vede i nomi di Angelica e Medoro legati insieme con cento nodi e in cento luoghi diversi. Quante sono quelle lettere incise, sono altrettanti chiodi con cui l'Amore gli punge e gli ferisce il cuore. Cerca in mille modi col pensiero di non credere a ciò che, pur non volendo, deve credere: si sforza di credere che sia un'altra Angelica quella che ha inciso il suo nome in quella corteccia.
Il poeta insiste sulle sofferenze e sull'irrazionalità della passione, esplorando in profondità il carattere complesso, e ossessivo della psicologia amorosa.
Poi dice tra sé: «Eppure io conosco questa scrittura: l'ho vista e letta tante volte. Ma forse Angelica si è inventata questo Medoro: forse attribuisce a me questo soprannome». Cercando di ingannare se stesso con queste ipotesi lontane del vero, il povero Orlando rimase nella speranza che seppe così procurare a sé.
Ma riaccende e rinnova sempre più il terribile sospetto, quanto più cerca di spegnerlo: come l'incauto uccello, che è incappato in una ragnatela o in una trappola col vischio, quanto più sbatte le ali e prova a liberarsi, tanto più strettamente si trova legato. Orlando giunge dove il monte fa un'ansa simile a un arco sul limpido fiume.
Edere e viti erranti avevano decorato il luogo all'ingresso [della grotta] coi loro rami contorti. Qui i due felici amanti [Angelica e Medoro] erano soliti stare abbracciati quando il sole era cocente. Vi avevano scritti i loro nomi dentro e tutt'intorno, più che in qualunque altro luogo lì intorno, a volte col carbone e a volte col gesso, e a volte l'avevano inciso con la punta di un coltello.
Il triste conte [Orlando] smontò qui da cavallo e vide all'ingresso della grotta molte parole, che Medoro aveva scritte di suo pugno e che sembravano scritte allora. Egli aveva trascritto in versi questo testo, che narrava del gran piacere che aveva preso in quella grotta. Io penso che fosse scritto nella sua lingua e nella nostra il senso era questo:
«Liete piante, erbe verdi, acque limpide, grotta ombrosa e gradevole per le fresche ombre, dove la bella Angelica che nacque da Galafrone, amata invano da molti, spesso giacque nuda tra le mie braccia; io, povero Medoro, per la comodità che mi avete offerto qui, non posso ricompensarvi se non lodandovi sempre:
e [posso solo] pregare ogni signore amante, e i cavalieri e le dame e ogni persona, del posto o straniera, che la sua volontà o il caso conduca qui, affinché dica alle erbe, alle ombre, alla grotta, al fiume, alle piante: vi siano benevoli il sole e la luna, e il coro delle ninfe possa proteggervi a che nessun pastore conduca mai da voi il gregge».
Era scritto in arabo, che il conte [Orlando] conosceva bene come il latino: fra le molte lingue che sapeva bene, di quella era espertissimo e spesso gli evitò danni e sconfitte, quando si trovò tra il popolo saraceno: ma non se ne vanti, se un tempo gli fu utile, poiché ora ne ha un danno che può fargli scontare tutto.
Quell'infelice lesse lo scritto svariate volte, pur cercando invano di non trovarci quello che diceva; e lo vedeva invece sempre più chiaro ed evidente: ed ogni volta si sentiva il cuore in mezzo al petto stretto da una mano gelida. Rimase infine con gli occhi e la mente fissi sulla roccia, non molto diverso da essa [impietrito].
Allora fu sul punto di uscire di senno, tanto era in preda al dolore. Credete a me che l'ho sperimentato, questo è il dolore che supera tutti gli altri. Il mento gli era caduto sopra il petto e la fronte era bassa, priva di audacia; e non poté trovare voce per lamentarsi, o lacrime per piangere, a tal punto era pieno di dolore.
Il dolore impetuoso gli rimase dentro, poiché voleva uscire con troppa fretta. Così vediamo l'acqua che resta nel vaso con il ventre largo e l'apertura stretta, infatti quando lo si capovolge l'acqua che vorrebbe uscire si concentra e si ferma nell'apertura stretta, cosicché ne esce a fatica, goccia a goccia.
Poi torna alquanto in sé e pensa come sia possibile che quella cosa non sia vera: pensa che qualcuno voglia infamare in tal modo il nome della sua donna, e lo desidera e lo spera, oppure che qualcuno voglia far soffrire lui con l'insopportabile peso della gelosia, fino a farlo morire; e pensa che quel qualcuno, chiunque sia, abbia molto ben imitato la mano di Angelica.
In una speranza così scarsa e debole risveglia il suo spirito e lo rinfranca un poco; quindi sprona il suo Brigliadoro, quando il sole ormai lascia spazio alla luna [è il tramonto]. Non va molto lontano, quando dai camini sui tetti vede uscire il fumo, sente abbaiare i cani e muggire le bestie: giunge a una fattoria e prende qui alloggio
Smonta stanco e lascia Brigliadoro a un bravo ragazzo perché ne abbia cura; un altro gli leva le armi, un altro gli toglie gli sproni d'oro, un altro va a pulire l'armatura. Questa era la casa dove Medoro giacque ferito e dove visse la sua avventura amorosa. Orlando chiede di coricarsi senza cenare, sazio di dolore e di nessun altro cibo.
Ma quanto più cerca di trovar riposo, tanto più trova travaglio e dolore; infatti vede ogni parete, ogni porta, ogni finestra piena di quelle odiate scritte. Vorrebbe chiederne, poi tiene la bocca chiusa, poiché teme di rendere troppo chiara la cosa che cerca di tenere avvolta nella nebbia, per soffrire di meno.
Tuttavia gli serve a poco cercare di ingannarsi, poiché anche se non domanda c'è chi gliene parla. Il pastore, che lo vede così triste e che vorrebbe sollevarlo, incominciò senza alcun rispetto a narrargli la storia che lui sapeva e che raccontava spesso a chi voleva ascoltarla, quella di quei due amanti che a molti fu piacevole da ascoltare:
[narrò] come alle preghiere della bella Angelica aveva condotto Medoro alla sua fattoria, ferito gravemente; e che lei gli curò la ferita e la guarì in pochi giorni: ma Amore ne aprì un'altra nel cuore a lei, assai più grande; e da una piccola scintilla l'accese un fuoco così grande e cocente che ne bruciava tutta e non poteva soffocarlo:
e senza pensare che lei fosse la figlia del più grande re d'Oriente, costretta da quell'amore assoluto decise di diventare la moglie di un povero fante. Alla fine della storia il pastore fece portare la gemma che Angelica, alla sua partenza, gli aveva dato come compenso per l'ospitalità.
Questa conclusione fu la scure che con un colpo solo tagliò la testa di Orlando, quando il malvagio Amore si vide soddisfatto di averlo colpito innumerevoli volte. Orlando cerca di nascondere il dolore, e pure quello lo preme e non riesce a celarlo: alla fine è inevitabile che, volente o nolente, gli esca dalla bocca e dagli occhi sotto forma di sospiri e lacrime.
E quando può allentare il freno al dolore, essendo rimasto solo e senza riguardo per altri, sparge dagli occhi un fiume di lacrime che gli rigano le guance e gli cadono sul petto: sospira e geme e va rigirandosi per tutto il letto facendo ampi movimenti; e lo sente più duro di un sasso, e più pungente di un'ortica.
In quel grande travaglio gli viene in mente che anche l'ingrata Angelica doveva essersi sdraiata più volte col suo amante in quello stesso letto in cui giaceva. Ora odia quel letto non diversamente, e se ne alza con rapidità non minore, del contadino che si è messo a dormire nell'erba e veda vicino a sé un serpente.
Quel letto, quella casa, quel pastore gli vengono subito in odio, tanto che senza aspettare la luna, o che spunti l'alba del nuovo giorno, prende l'armatura e il cavallo ed esce fuori, inoltrandosi nel fitto della boscaglia; e quando poi pensa di esser solo, apre le porte al dolore con grida ed urli.
Non cessa mai di piangere, né di gridare, né si dà mai pace giorno o notte. Evita le città e i borghi e dorme nella foresta, all'aperto sul duro terreno. Si meraviglia del fatto che in testa abbia una fontana d'acqua così viva e come possa sospirare tanto; e spesso dice tra sé così nel pianto:
«Queste, che faccio uscire dagli occhi in così gran quantità, non sono più lacrime. Le lacrime non bastarono al dolore: finirono quando il dolore era appena a metà. Ora l'umore vitale, spinto dal fuoco, fugge attraverso quella via [i condotti lacrimali] che porta agli occhi; ed è quello, non le lacrime, che si versa, e porterà il dolore e la vita alla loro fine.
Questi che mostrano il mio tormento non sono sospiri, né i sospiri sono così. Quelli talvolta si arrestano; io, invece, non sento mai che il mio petto esali in misura minore la mia pena. Amore, che mi brucia il cuore, produce questo vento mentre sbatte intorno al fuoco le sue ali. Amore, com'è questa meraviglia, che alimenti il fuoco e non lo fai mai consumare?
Io non sono, non sono quello che sembro in viso: colui che era Orlando è morto ed è sottoterra; la sua donna ingrata lo ha ucciso: infatti, mancandogli di parola, gli ha fatto guerra. Io sono il suo spirito diviso da lui, che erra tormentandosi in questo inferno, affinché sia di esempio con la sua ombra, che sola si conserva, a chi pone la sua speranza in amore».
Il conte errò nel bosco tutta la notte; allo spuntare del sole il suo destino lo fece tornare sul fiume dove Medoro scolpì nella roccia l'epigramma. Vedere la sua offesa scritta nel monte lo accese a tal punto, che in lui non restò proprio nulla che non fosse odio, rabbia, ira e furore; non indugiò più e sguainò la spada.
Distrusse lo scritto e la roccia e fece alzare le schegge minute sino al cielo. Infelice quella grotta ed ogni albero in cui si legge di Angelica e Medoro! Quel giorno furono ridotti in tale stato, che non offriranno mai più ombra né frescura a pastori o a greggi: e quel fiume, prima così chiaro e limpido, fu poco sicuro da una tale ira:
infatti Orlando non smise di gettare rami, ceppi, tronchi, sassi e zolle nelle belle acque, finché le turbò tutte a tal punto che non furono mai più terse né pulite. E alla fine, stanco e bagnato di sudore, quando le forze non rispondono più allo sdegno e al grande odio e all'ira ardente, cade sul prato e sospira verso il cielo.
Afflitto e stremato alla fine cade sull'erba, e fissa gli occhi al cielo e sta in silenzio. Per tre giorni e tre notti rimane così, senza assumere cibo e senza dormire. La pena aspra non cessò di aumentare, fino a fargli perdere completamente il senno. Il quarto giorno, spinto da gran furore, si staccò di dosso le maglie e le piastre dell'armatura
L'elmo rimane qua e lo scudo là, le armi lontane e la corazza ancora più lontana: insomma, per farla breve tutte le sue armi si sparsero negli angoli del bosco. E poi si stracciò le vesti e denudò il ventre ispido e tutto il petto e la schiena; e cominciò la grande follia, così orrenda che non se ne sentirà mai raccontare una maggiore.
Gli venne una tale rabbia, un tale furore che ogni suo senso rimase offuscato. Non pensò a prendere in mano la spada; e con quella avrebbe fatto cose straordinarie, penso. Ma al suo immenso vigore non serviva né quella, né una scure, né una bipenne. Qui diede subito prova della sua forza, poiché al primo tentativo divelse un alto pino:
e dopo quello ne estirpò molti altri, come se fossero finocchi, ebbi o aneti; e fece lo stesso con querce e vecchi olmi, con faggi, orni, lecci e abeti. Quello che un cacciatore, per tendere le reti, fa per liberare il campo strappando i giunchi, le stoppie e le ortiche, Orlando lo faceva con i cerri e le altre antiche piante.
I pastori che hanno sentito quel fracasso, lasciando le greggi sparse nel bosco, vengono tutti qui a vedere che cosa succede, chi da una parte chi dall'altra. Ma io sono arrivato a quel punto, superato il quale, la mia storia potrebbe recarvi fastidio; ed io la voglio rimandare, piuttosto che possa riuscirvi molesta.
Chi mette il piede nella trappola di amore cerchi di tirarlo indietro e non vi si invischi con le ali; infatti, secondo il giudizio unanime dei saggi, non c'è amore senza follia: e anche se non tutti danno in ismanie come Orlando, chi ama mostra la sua pazzia in qualche altro modo. E c'è forse una segno di pazzia più evidente del perdere se stessi per volere un altro?
Gli effetti sono vari, ma la pazzia che li fa uscire di senno è sempre la stessa. È come una gran foresta dove chi si addentra deve per forza sbagliare strada: ognuno si smarrisce in luoghi diversi. Per concludere, insomma, vi voglio dire questo: chi ama per molto tempo, oltre ad ogni altro dolore, deve indossare ceppi e catene [deve ammattire].
Certo mi si potrebbe dire: «Amico, tu insegni agli altri e non vedi il tuo errore». Io vi rispondo che capisco bene, ora che godo di un intervallo di lucidità mentale; e cerco in ogni modo, e ormai spero di farlo, di riposarmi e sottrarmi alle pene amorose: ma non posso farlo subito come vorrei, poiché il male mi è penetrato fin nelle ossa.
Signore [Ippolito], nel canto precedente vi dicevo che Orlando, ormai fuori di senno, si era tolto le armi e le aveva sparse per il campo, si era strappato le vesti e gettata via la spada, aveva divelto le piante e faceva risuonare le grotte e le profonde selve; quando alcuni pastori furono richiamati da quella parte dalla loro cattiva stella, o da qualche loro grave peccato.
Dopo aver visto le incredibili azioni del pazzo, più da vicino, e la sua estrema potenza, si voltano per fuggire ma non sanno dove, proprio come accade quando si ha improvvisamente paura. Il pazzo si muove rapido a inseguirli: ne prende uno e gli spicca la testa dal collo con la facilità con cui si potrebbe staccare un frutto dall'albero, o un bel fiore dal pruno.
Prese il tronco pesante per una gamba e lo usò come mazza contro gli altri: ne stese un paio a terra storditi, che forse si sveglieranno il Giorno del Giudizio. Gli altri se ne andarono subito via, avendo il piede e l'intelligenza pronta. Il pazzo sarebbe stato svelto a seguirli, se non che si era già rivolto al loro bestiame.
Gli agricoltori, vedendo l'esempio dei pastori, lasciano nei campi gli aratri, le marre e le falci: alcuni montano sulle case e sui templi, poiché gli olmi e i salici non sono sicuri, da dove possano vedere l'orrenda furia [di Orlando] che distrugge e fa a pezzi cavalli e buoi a pugni, a urti, a morsi, a graffi, a calci; e quelli che scappano da lui devono correre veloci
Già si potrebbe sentire come rimbomba nelle fattorie vicine il gran rumore delle urla e dei corni e delle trombe rustiche, e più frequente ancora il suono delle campane; e si potrebbero vedere mille uomini scendere dai monti con aste, archi, spiedi e fionde, e altrettanti salire dal basso in alto, per condurre un assalto da contadini al pazzo.
Come sull'arena del mare l'onda spinta dal vento austro suole venire all'inizio debole, mentre la seconda è più violenta della prima, e la terza segue con maggior forza, e ogni volta l'acqua è più copiosa e colpisce con veemenza via via più grande la sabbia: così contro Orlando cresce lo stuolo di villani, che scende dai monti e sale dalle valli.
Orlando fece morire venti persone, che gli finirono in mano a caso: e questo dimostrò chiaramente che era meglio stargli alla larga. A nessuno è lecito far uscire sangue da quel corpo, che è percosso e colpito invano dal ferro. Il re del cielo diede questa grazia [l'invulnerabilità] al conte, per porlo a guardia della sua santa fede.
Orlando avrebbe rischiato di morire, se ne fosse stato capace. Poteva imparare cosa vuol dire gettar via la spada e poi voler essere audace senz'armi. La turba si stava ormai ritirando, vedendo che ogni suo colpo non andava a segno. Orlando, visto che nessuno bada a lui, prende il cammino verso un borgo di case.
Dentro non vi trovò nessuno, né piccolo né grande, poiché ognuno aveva lasciato il borgo per paura. C'era una gran quantità di poveri cibi, che si addicevano alla condizione dei pastori. Senza distinguere il pane dalle ghiande, spinto dal digiuno e dall'impeto, Orlando avventò le mani e i denti su quello che trovò prima, crudo o cotto
E vagando da lì per tutto il paese, dava la caccia a uomini e bestie; e correndo per i boschi, talvolta catturò capri snelli e agili capriole. Spesso lottò con orsi e cinghiali, e li sopraffece a mani nude: e più volte si riempì avidamente il ventre con la loro carne e tutta la pelliccia.
Percorre tutta la Francia in lungo e in largo; e un giorno arriva a un ponte, sotto al quale scorre un fiume largo e pieno d'acqua, da una riva scoscesa. Accanto era costruita una torre che mostrava ogni luogo lì intorno e lontano. Quello che Orlando fece qui, lo sentirete più avanti; prima devo raccontare di Zerbino.

Rosa Maria Apetino

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