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La brigantessa vita e morte di michelina di cesarE

Faccia d'angelo, sguardo fulminante... la pistola, il fucile, il pugnale...

Michelina di Cesare

Voglio raccontarvi la storia, d'amore e di morte, di una donna del sud...

... ma prima serve fermare lo sguardo su alcuni aspetti del periodo storico in cui visse e morì tragicamente...

Il brigantaggio

Subito dopo l’unità d’Italia nel meridione esplode il “brigantaggio”, un fenomeno in realtà già esistente da tempo (un famoso brigante pre-unitario era stato, ad esempio, Angelo Duca, soprannominato Angiolillo, catturato nel 1774 e impiccato a Salerno) ma che adesso assume una maggiore ampiezza e, soprattutto, un nuovo carattere, ossia quello di una rivolta popolare contro il nuovo governo unitario, appoggiata e organizzata dai Borboni in esilio.

Perché l'ex Regno delle Due Sicilie si riempie di briganti?

La causa principale fu il forte malcontento popolare verso i nuovi dominatori piemontesi, che non avevano mantenuto la promessa di una maggiore giustizia sociale, non avevano distribuito le terre demaniali ai contadini, avevano portato nuove tasse senza eliminare quelle vecchie e avevano reso obbligatorio il servizio di leva che, durando ben otto anni, sottraeva braccia al lavoro nei campi per un periodo intollerabilmente lungo.

Chi erano e cosa facevano i briganti?

Tra i briganti, accanto a tanti delinquenti abituali che erano dediti al brigantaggio già prima dell'arrivo dei "piemontesi", c’erano contadini delusi dal Risorgimento, che non volevano più pagare le tasse o non volevano partire per il servizio di leva, e anche ex soldati borbonici che non volevano prestare servizio nel nuovo esercito.

I briganti vivevano alla macchia, assaltavano le fattorie dei possidenti e dei politici locali, liberavano i prigionieri dalle carceri e bruciavano gli archivi con le liste di leva, in modo da impedire la chiamata al servizio militare.

Insieme ad azioni contro l'esercito italiano, che avevano un preciso significato antiunitario, i briganti spesso commettevano crimini molto gravi (furti, estorsioni, sequestri di persona), che servivano al mantenimento della banda e colpivano i loro stessi conterranei.

Una lettera del 30 giugno 1861, tanto sgrammaticata quanto minacciosa, spedita dal brigante Chiavone, autonominatosi "generale in capo", al sindaco di Balsorano (L' Aquila):

Signor Sindaco. Alla vista di questa lettera (….) si togliono le bandiere di Savoi, e si alzano quelle di Francesco Borboni se non altrimenti il paese sarà dato saco e fuoco e pronte di trovare duemila razioni di pane e formaggio, pronti nella mia venuta in Balsorana.

Il Tenente generale in capo CHIAVONE

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Luigi Chiavone

Stabilire il numero esatto delle bande di briganti è impossibile, furono comunque molto numerose, secondo alcuni calcoli più di 300.

Le bande più famose ed attive erano quelle della Basilicata e delle province vicine, capitanate da Crocco e da Summa (detto Ninco Nanco), ma bande di diversa dimensione erano presenti ovunque nel meridione. Le più grandi potevano essere composte da varie centinaia di uomini e da migliaia di fiancheggiatori che, pur non facendo parte in senso stretto di una banda, fornivano comunque ai briganti aiuto, protezione e riparo.

Carmine Crocco
Ninco Nanco

Le brigantesse

La storia del brigantaggio meridionale è anche una storia di donne che seguirono i loro uomini nella vita alla macchia, diventando esse stesse brigantesse, e in alcuni casi raggiungendo tale prestigio all'interno delle bande da esserne considerate il capo.

I piemontesi le chiamavano, con termine dispregiativo, "drude" (amanti, donnacce).

Tra le “drude” più note ricordiamo Maria Oliviero, detta Ciccilla, calabrese, lunghe chiome nere e occhi corvini, andata in sposa a Pietro Monaco, ex soldato borbonico. E naturalmente Michelina Di Cesare, con la quale abbiamo iniziato questo racconto e con la quale lo chiuderemo.

La brutale repressione

Nell'immagine di sfondo, la fucilazione di Domenico Petruzziello

Il brigantaggio fu represso dal governo unitario con un impiego massiccio dell’esercito. Per favorire la repressione nel 1863 fu emanata la Legge Pica (dal nome del deputato abruzzese che la formulò), rimasta in vigore fino al 1865, che istituiva nelle province dell’ex Regno delle Due Sicilie i tribunali speciali e rendeva possibile punire con i lavori forzati, la deportazione e la fucilazione (anche senza processo) i briganti e i loro fiancheggiatori.

Quella legge trasformò per oltre due anni l’Italia meridionale in una terra in cui l’esercito dei Savoia poteva fare alla popolazione qualunque cosa, anche sulla base di un semplice sospetto non verificato, di una denuncia anonima, di una “spiata”: bastava essere trovati in una zona lontana da un centro abitato con del cibo o un pugnale per essere considerati fiancheggiatori, se non proprio briganti, e rischiare il carcere o la fucilazione.

I briganti fucilati (o uccisi in altro modo) furono migliaia, molti altri furono condannati ai lavori forzati o deportati nelle terribili carceri del nord, dove spesso trovarono la morte per le spaventose condizioni in cui erano costretti a vivere.

La Fortezza di Fenestrelle, nei pressi di Torino. Qui furono deportati migliaia di ex soldati borbonici che non avevano accettato di prestare servizio nell'esercito italiano e migliaia di briganti e di fiancheggiatori veri o presunti. La maggior parte di loro non sopravvisse più di tre mesi, a causa del freddo e della fame. I corpi dei deceduti non ricevevano nemmeno una sepoltura ma venivano disciolti nella calce viva, collocata in una grande vasca situata all'ingresso della Fortezza, ben nascosta da una Chiesa.

Guarda almeno i primi 4 minuti di questo video.

L'esercito italiano non si limitò alle azioni contro singoli individui o bande, ma assaltò e distrusse interi villaggi accusati di proteggere o nascondere i briganti,

Con questi metodi, il brigantaggio fu debellato.

Nel meridione restarono però radicati, anzi aumentarono ancora di più, il malcontento nei confronti del governo unitario e un profondo sentimento di avversione rispetto al progetto di unificazione nazionale.

Una delle fotografie più tragiche della repressione del brigantaggio: Nicola Napolitano, detto il Caprariello, che agiva nell'Avellinese. Probabilmente è già morto e il bersagliere che lo ha ucciso lo tiene fermo per i capelli perché la testa non cada in avanti. Il soldato, se ce ne fosse bisogno, è comunque pronto a colpire il bandito con il calcio del fucile.

Così visse, così morì

Michelina Di Cesare, una fiera brigantessa dell'ex Regno delle Due Sicilie, per circa tre anni seminò il terrore in Terra di Lavoro, una provincia tra la Campania, il Molise e il Lazio.

La Terra di Lavoro in una cartina del 1868

Nata a Caspoli nel 1841, Michelina ebbe un'infanzia segnata da una miseria disperata. Secondo una testimonianza del sindaco di Caspoli, fin da bambina avrebbe compiuto, insieme al fratello, piccoli furti di animali, segnalandosi per la sua ostinata e "naturale" tendenza a delinquere.

Anche se il sindaco di Caspoli non se ne rendeva conto, quella di Michelina probabilmente, più che "naturale" inclinazione al crimine, era fame, tentativo di sopravvivere.

Nel 1861 Michelina sposò un certo Rocco Zenga, che però si ammalò di tifo e morì l'anno seguente, lasciandola vedova. Per qualche mese svolse l'attività di manutengola. Nel 1862 conobbe Francesco Guerra, ex soldato borbonico che, per sfuggire alla leva imposta dal nuovo Stato sabaudo, si era dato alla macchia unendosi alla banda di Rafaniello, fino a diventarne il capo.

Di Francesco Guerra Michelina divenne la "druda" e in seguito lo raggiunse in clandestinità, dando una svolta definitiva alla propria vita.

Francesco Guerra. Come sergente dell'esercito borbonico aveva preso parte alla battaglia del Volturno, contro le truppe di Garibaldi.

I due amanti arrivarono a sposarsi? Non lo sappiamo con sicurezza ma da alcune testimonianze sembrerebbe di sì. Pare infatti che Michelina fosse nota come Michelina Guerra e non come Michelina di Cesare.

Nella banda Michelina ebbe un ruolo di primo piano, quasi quello di un capo, come emerge chiaramente dalla deposizione di Domenico Compagnone, un brigante finito sotto processo: "La banda è composta in tutto di 21 individui, comprese le due donne che stanno assieme a Fuoco e Guerra, delle quali quella di Guerra è anch'essa armata di fucili a due colpi e di pistola. Solo i capi della banda sono armati così"

Le armi e l'atteggiamento di un capo

Forte della sua conoscenza dei luoghi, Michelina aiutò il suo uomo a programmare gli attacchi contro i soldati italiani e i ricchi possidenti della Terra di Lavoro, e a sfuggire alla caccia senza respiro che l'esercito dava a tutta la banda.

Tre anni di scontri a fuoco, fughe precipitose, assalti alle case dei benestanti...

Di tanto in tanto, Michelina e il suo uomo si concedevano una tregua, rifugiandosi per qualche giorno a Roma. Qui Michelina amava farsi fotografare con il costume tradizionale da ciociara.

Una posa elegante, da modella, ma il braccio sinistro è appoggiato ad un fucile a tromba, arma simbolo del brigantaggio

Queste fotografie, oltre a soddisfare la vanità di Michelina, che allora era una bella ragazza di poco più di vent'anni, venivano utilizzate dai borbonici a scopo propagandistico: i piemontesi diffondevano foto spaventose che mostravano i cadaveri straziati dei briganti; i borbonici rispondevano facendo circolare foto che mostravano una brigantessa in atteggiamento di sfida, vestita col costume tradizionale per sottolineare il legame con la sua terra.

Nel 1868 in Terra di Lavoro arrivò il generale Emilio Pallavicini per guidare la lotta contro il brigantaggio. Questo carabiniere scaltro e deciso, che nel 1962 aveva addirittura arrestato Garibaldi per impedirgli di guidare una spedizione contro lo Stato pontificio, si servì largamente di spiate e delazioni, che ricompensava lautamente.

Fu proprio una spia che fece sorprendere Michelina, il suo uomo e altri due briganti.

L'uomo che guidò i militari al nascondiglio di Michelina si chiamava Giovanni di Cesare, ed era suo cugino.

Vecchio rancore familiare? Non lo sappiamo.

Era il 20 agosto del 1868: Guerra e Michelina, sorpresi mentre cercavano riparo dalla pioggia dentro il tronco cavo di un grosso albero, furono crivellati di colpi dai soldati. La stessa fine toccò ad altri due briganti, Francesco Orsi e Giacomo Ciccone, che si nascondevano a poca distanza da loro.

I corpi dei quattro furono denudati ed esposti sulla piazza di Mignano, come monito terribile per la popolazione. I cadaveri erano così martoriati e pieni di tumefazioni, specie quelli di Michelina e dell'Orsi, da far sospettare che fossero stati torturati prima di essere uccisi.

Del cadavere sfigurato di Michelina resta una foto, terribile nella sua crudezza, che preferisco non mostrarvi.

Il resoconto dei mililitari:

"Erano le 10 di sera, pioveva a dirotto ed un violentissimo temporale accompagnato da forte vento, da tuoni e lampi, favoriva maggiormente l'operazione, permettendo ai soldati di potersi avvicinare inosservati al luogo sospetto; da qualche tempo si stavano perlustrando quei luoghi accidentati e malagevoli perché coperti da strade infossate, burroni ed altri incagli naturali, già si perdeva la speranza di rinvenire i briganti, quando alla guida (Giovanni Di Cesare, cugino di Michelina) venne in mente di avvicinarsi a talune querce che egli sapeva alquanto incavate, ed entro le quali poteva benissimo nascondersi una persona". Dopo aver scorto due briganti appoggiati agli alberi secolari, il capitano Cazzaniga si gettò all'attacco: "Afferratone uno pel collo, lo stramazza al suolo e con lui addiviene ad una lotta a corpo a corpo, finché venne ordinato ad un soldato di puntare il suo fucile contro il brigante e di renderlo cadavere...Quel brigante fu subito riconosciuto pel capobanda Francesco Guerra, ed il compagno che con lui s'intratteneva, appena visto l'attaccò, tentò di fuggire; una fucilata sparatagli dietro dal medico di Battaglione Pizzorno lo feriva, ma non al punto di farlo cadere, tanto che continuando invece la sua fuga, s'imbatteva poi in altri soldati per opera dei quali venne freddato. Esaminatone il corpo, fu riconosciuto per donna e quindi per Michelina Di Cesare, druda del Guerra...". Poco distante vari soldati con qualche Carabiniere s'incontravano con altri due briganti pure appoggiati ad un albero; attaccati risolutamente ne cadeva subito ucciso uno, che poi riconosciuto per Orsi Francesco di Letino; l'altro poté sfuggire, ma inseguito da vicino da un Carabiniere, s'ebbe una prima ferita, finché capitato negli agguati di altra pattuglia, cadde anch'egli colpito da due colpi di revolver sparatigli a brevissima distanza dal Sottotenente Ranieri. Anche questo brigante venne poi riconosciuto per Giacomo Ciccone, già capo di sanguinosissima banda ed ora unitosi al Guerra".

Il giorno dopo, guardando i cadaveri dei quattro briganti esposti nella piazza di Mignano, Il generale Pallavicini andava ripetendo sfregandosi le mani: "Ecco i merli, li abbiamo presi".

Eroina, "partigiana"?

Su Michelina di Cesare si sono scritti libri e canzoni che la celebrano come un'eroina che lottò per la libertà della sua terra, come una "partigiana".

Non so condividere questo entusiasmo.

La sua storia mi interessa, mi riempie di pietà e mi lascia incerto, tentennante: più che una "partigiana", Michelina mi sembra una donna, libera ed autentica, che fece quello che la miseria e l'amore la spingevano a fare; e mentre mi perdo nello sguardo determinato che lampeggia dalle fotografie che la ritraggono armata, mi sembra evidente che provare a comprenderla, in modo onesto ed equilibrato, abbia più senso che celebrarla e celebrare attraverso la sua tragica ed emblematica vicenda, senza senso storico, quel fenomeno ambiguo, controverso, che fu il brigantaggio.

Created By
vincenzo sciacca
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