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Designers for Bergamo Un tributo alla città attraverso immagini e interviste ai grandi protagonisti di DimoreDesign

Puntata 29

DONEGANI E LAUDA INCONTRANO PALAZZO TERZI

DONEGANI E LAUDA

D.D: Siamo affezionati a un design basato sulla relazione con l’industria e l’imprenditore, arte e scienza, arte e mercato con un dialogo di continuo di scambio / G.L: AUTOPRODUZIONE E NUOVO ARTIGIANATO FIN AD OGGI NON CI HANNO MAI AFFASCINATO.

Intervista a cura di Giacinto Di Pietrantonio

Giacinto Di Pietrantonio: Visto che siete una coppia di autori dal 1992, mi interessa chiarire cosa facevate prima di lavorare insieme, creando il marchio Donegani e Lauda.

Giovanni Lauda: Studiavo architettura nella mia città, Napoli, dove seguivo particolarmente le discipline storiche, in special modo De Fusco, Gravagnuolo e personaggi un po' laterali tipo Dalisi.

Dante Donegani: Io studiavo alla Facoltà di Architettura di Firenze, perché ero interessato a professori legati alla composizione e al gruppo dei Radicali tra cui Adolfo Natalini, Toraldo di Francia con cui ho anche lavorato. Poi la grande scoperta di Remo Buti, anche lui dell’area radicale, un personaggio laterale, sottile, l’unico rimasto a Firenze.

G.L.: Ancora studente vengo a fare un giro a Milano per vedere che cosa succedeva dopo il settantasette e vidi che alla facoltà di architettura vi era un gran caos: non si faceva più composizione, non si parlava più di architettura diventata urbanistica, quello che era urbanistica era diventata sociologia. Quindi, non ti dava più nessuna formazione in architettura, per questo me ne tornai tutto contento a Napoli.

G.D.P.: Ma a Napoli hai iniziato a fare la professione, o ti sei trasferito subito a Milano dopo gli studi?

G.L.: Qualcosina, ma nel frattempo il design era presente a Napoli, anche se in maniera indiretta con degli showroom che iniziavano a fare le mostre di Alchimia, Memphis. Una ribalta del design milanese tramite cui iniziai ad apprezzare il design. Sono state queste occasioni espositive a cambiarmi. Bisogna poi aggiungere che a Napoli c’era una vivacità del mondo delle arti visive con gallerie come Lucio Amelio, Trisorio, Lia Rumma che esponevano artisti tra i più interessanti del momento da quelli dell’Arte Povera a Warhol, Beuys da cui ero molto attratto. In quelle occasioni espositive di design conobbi Andrea Branzi, che mi sollecitò a trasferirmi a Milano. Iniziai a collaborare con Modo, allora diretta da Branzi. Avevo una mia rubrica di interviste a protagonisti del design.

D.D.: Come dicevo, a Firenze la situazione era molto interessante, c’era un grande fermento. Era nato un gruppo abbastanza folto di persone, tra cui Stefano Giovannoni, Guido Venturini, Maurizio Corrado, Iosa Ghini, Fabrizio Galli e Anna Perego, Giacomo Giannini, Pierangelo Caramia e in qualche modo ci consideravamo gli eredi dei gruppi Radicali. Io ero parte del gruppo Elettra, Iosa Ghini dei Zak Ark, Giovannoni e Venturini dei King Kong e anche lavorando in maniera in maniera molto diversa decidemmo di riunirci con il nome Bolidismo. Avevamo un bellissimo studio vicino Ponte Vecchio messo a disposizione da un’azienda di mobili per la quale avremmo dovuto disegnare mobili. Disegnavamo oggetti o istallazioni spesso dedicati a mostre, c’era una galleria di design contemporaneo in cui esponevano un po' tutti. Arrivavano Guerriero, Branzi, Mendini, ecc. Noi lavoravamo con degli artigiani realizzando prodotti che in parte venivano anche commercializzati.

G.D.P.: Da architetti siete tutti scivolati verso il design?

D.D.: Sì, perché l’architettura era vecchia, tardo modernista. Un’estate Maurizio Castelvetro, che faceva parte dei Bolidisti, organizzò a Cattolica la mostra Design balneare in cui chiamò ad esporre molti dei gruppi fiorentini un po' tutti i grandi: Branzi, Mendini, Guerriero, Santachiara, ecc., e per la prima volta esponemmo anche i nostri oggetti. Ci sembrava di toccare il cielo poter esporre con questi grandi. Lì abbiamo capito molte cose. Successivamente Branzi venne a fare una lezione a Firenze al termine della quale lo portammo nello studio in cui c’erano tutti i nostri oggetti. La cosa lo colpì molto, ricordo che disse:

Siete pazzi, cosa fate qui imbucati. Facciamo subito un articolo su Modo.

G.D.P.: E tu Giovanni?

G.L.: Come dicevo frequentavo il mondo dell’arte e facemmo una performance da Lucio Amelio io, Maurizio Cannavacciuolo, artista, e Marina Suma, promessa del cinema. Era un finto programma televisivo, in cui facevo il presentatore e Marina faceva la valletta. Una sorta di pre Vezzoli. Branzi fu determinante, perché venne a fare una presentazione di un progetto da cui fui attratto e mi invitò ad andare a Milano alla Domus Academy.

G.D.P.: Come insegnanti?

D.D.: No, a studiare. Branzi ci disse: “Ci sono delle borse di studio della Comunità Europea a cui il vostro portfolio vi permetterà sicuramente di accedere.” E così fu.

G.L.: Io andai in macchina da Napoli a Milano durante una forte nevicata per frequentare il master alla Domus.

G.D.P.: E lì che vi conoscete?

D.D.: Sì.

G.L.: Eravamo venti persone.

G.D.P.: Ma che tesi avevate fatto a Firenze e Napoli?

D.D.: Una chiesa con tutti gli oggetti ecclesiastici.

G.L.: Una tesi di architettura sulla Piazza del Duomo di Cefalù.

G.D.P.: E alla Domus?

D.D.: Una tesi di scenografia urbana con Branzi. Feci delle grandi coperture urbane per il commercio, un po' riferito alla No-stop City di Archizoom. Un progetto non esattamente architettonico, ma più di interior legato ad accogliere servizi, merci, eventi.

G.L.: Avevo fatto dei carriponte che muovevano scenografie per le strade per spettacoli, eventi. Una città teatro. Comunque ancora molto architettonici con riferimenti a Cedric Price e Dante a Koolhaas.

D.D.: Secondo Branzi bisognava superare l’arredo urbano attraverso una visione più scenografica della città. Per cui io intensifico la città con strutture negli spazi urbani liberi dedicandoli alla distribuzione di merci e servizi, Giovanni lavora sugli eventi, mentre Pierangelo Caramia rifà grandi elementi di arredo urbano archetipici e scenografici.

G.D.P.: Siamo intorno all’87?

D.D.: Sì, e non avevamo mai fatto veramente architettura, allora con Branzi nel 1988 abbiamo partecipato ad un concorso sul Muro di Berlino che vinciamo, ma non è stato mai realizzato. La proposta era di trasformare lo spazio tra i due muri in una grande “Enciclopedia del XX secolo”, così abbiamo chiamato il progetto: un lungo edificio a tratti coperto contenente arte e storia del XX secolo e che doveva segnare la città come una lunga cicatrice. Un grande museo enciclopedico continuo. Poi un altro progetto dove arriviamo secondi per il Waterfront di Manhattan e poi un altro in Italia. Dopo queste esperienze vado a lavorare allo studio di Marco Zanuso, Massimo Morozzi e in seguito quattro anni alla Olivetti.

G.D.P.: Di cosa ti occupavi alla Olivetti?

D.D.: Progettavo allestimenti per le mostre.

G.L.: Io invece non avevo ancora deciso cosa era meglio fare per me, per cui continuavo a fare su e giù da Milano a Napoli. Ad un certo punto ho lavorato con Libeskind a Milano, l’aiutai nel concorso per il Museo Ebraico di Berlino. Poi finalmente mi trasferisco definitivamente a Milano, lavorando stabilmente per alcuni anni con Morozzi con cui ho avuto un bellissimo rapporto. In quel momento si lavorava molto per il Giappone, ma anche in Italia per Edra, un’azienda che lui ha contribuito a creare.

G.D.P.: A questo punto arriva il momento di lasciare i maestri ed aprire lo studio insieme?

D.D.: Non ancora, perché nel frattempo vengo chiamato dalla Domus Academy per coordinare una nuova agenzia la DDA con la Mitsubishi. Coordinavo training di design, formazione e consulenze di lavoro in Giappone mettendo assieme team di designer e architetti italiani. Questo per tre anni.

G.L.: Pur non avendo nessuna prospettiva certa, dopo tre anni lasciai lo studio Morozzi, sempre mantenendo un buon rapporto con lui.

D.D.: Finita l’esperienza con il Giappone vengo nominato direttore del Corso di Design sempre alla Domus e contemporaneamente il lavoro si intensifica, per cui propongo a Giovanni di andare avanti insieme aprendo il nostro studio.

G.D.P.: Solo allestimenti di mostre?

D.D.: No, anche allestimenti di grandi eventi commerciali.

G.L.: Si, molti allestimenti, non ancora progettazione di design che è quello che più desideravamo fare.

D.D.: Comunque anche gli allestimenti davano gratificazioni. Ricordo che per quello della mostra “Il giardino di San Marco” nel Museo di Casa Buonarroti di Firenze arrivò Paolucci, allora soprintendente a Firenze, che dà un’occhiata e poi torna fuori… noi, incuriositi ci preoccupiamo ma un attimo dopo vediamo che si toglie le scarpe, rientra dentro e dice: “Ma questa è un’installazione di Paolini.” Infatti avevamo fatto un allestimento bianchissimo, astratto.

G.D.P.: Nel frattempo insegnate alla Domus?

D.D.: Collaborando soprattutto con Branzi da cui impariamo molto.

G.L.: Si, perché la didattica di Domus è particolare. Bisognava fare ricerca, introdurre sempre tematiche nuove.

D.D.: Branzi sostiene che la vera didattica è quella che fai per te e questo vuol dire fare ricerca. Solo in questo senso visionario la didattica può diventare utile. Un approccio rivolto a tirare fuori il meglio dagli studenti.

G.L.: Il che voleva dire navigare a vista. Oggi che insegno alla NABA, so già cosa faccio dall’inizio alla fine dell’anno, mentre in quegli anni la ricerca era quotidiana, si iniziava e non si sapeva dove si sarebbe andati a finire, ma questa libertà sperimentale dava sempre ottimi risultati.

G.D.P.: Ma il primo prodotto che progettate e realizzate qual è?

G.L.: Vi erano temi nuovi che non avevano ancora avuto una narrazione che ora ti racconta Dante.

D.D.: Il 20 dicembre veniamo chiamati da Giampiero Bosoni, dicendo che stava lavorando ad un numero per la rivista Ottagono per celebrare la mostra Italy, the new domestic landscape, tenutasi al MoMA nel 1972. Per la ricorrenza invita alcuni protagonisti del 1972 a fare un intervento e in più una decina di giovani designer a cui chiede se esisteva un’eredità di quella mostra e un nuovo paesaggio domestico italiano.

Lavoriamo su un primo progetto di modello abitativo a scomparsa.

Sono elementi che si estraggono dalla parete, trasformando e interfacciando le diverse funzioni abitative in modi sempre diversi offrendo la possibilità del pieno o del vuoto. Il progetto lo chiamiamo “azioni a scomparsa” ed una di queste azioni è appunto una chaise longue che poi con Edra chiameremo Passepartout.

G.D.P.: Tipo la rastrelliera per i quadri?

G.L.: In un certo senso. L’idea era di lavorare sullo spazio vuoto e sul pieno degli oggetti. Una casa vuota dove tiri i fuori i locali a seconda delle esigenze. Moduli abitabili.

D.D.: È un po’ l’idea del computer, dove puoi avere tanti file da aprire di volta in volta secondo le necessità.

G.D.P.: Pareti attrezzate?

D.D.: Elementi a cavallo tra prodotto e interior realizzati con i linguaggi elaborati dai grandi maestri dell’architettura e del design da Alvar Aalto ad Albini, da Breuer a Panton, usando tutti i linguaggi della modernità.

G.L.: La vide Massimo Morozzi che ci chiamò per realizzarla per Edra. È stata realizzata solo la seduta, anche se lui voleva realizzare tutto. È stato soprattutto un oggetto mediatico utilizzato in molte pubblicità, dai collant Filodoro con Anna Valle al concerto di David Bowie, senza nessuna possibilità di farsi pagare. Ricordo che una volta chiamai l’azienda del Filodoro per avere un cd con la pubblicità per il nostro archivio e loro ce la negarono arrabbiandosi.

G.D.: Ma è mai stata realizzata completa, voglio dire non solo la seduta “divano”?

D.D.: Una sola volta per due mostre a Kobe e Yokohama “Italia-Giappone. Design come stile di vita” in Giappone nel 2001.

G.D.P.: Tanta modernità… e il vostro rapporto con il passato? Ad esempio l’allestimento a DimoreDesign a Bergamo, come l’avete vissuto?

G.L.: Era inevitabile che mettessimo la seduta Passepartout nella terrazza, perché si prestava ad inquadrare il paesaggio davanti con Bergamo bassa fino al Kilometro Rosso firmato Jean Nouvel.

D.D.: Poi avevamo molti prodotti su cui lavorare e anche qui ci siamo lasciati ispirare dagli spazi.

G.L.: Nella sala della musica abbiamo messo la lampada Diva che fa musica e richiama il Futurismo, una sorta di tromba alla Depero.

G.D.P.: Tornando indietro, quale è stato il vostro primo progetto da singoli?

D.D.: Un set da barba per un artigiano fiorentino e una lampada per una galleria a tagli di luci, ispirata un po' a Lucio Fontana.

G.L.: Una sedia per Sedie & Company che mi fece fare Massimo Morozzi così come ad altri giovani designer. Ebbi anche la copertina di Modo.

G.D.P.: Andando avanti, dopo il successo di Passepartout come procedete?

D.D.: Riprendiamo contatto con Luceplan per la quale avevo disegnato la lampada Strip.

G.L.: Anche con una falegnameria industriale che si chiama Radice e per la quale abbiamo disegnato mobili da ufficio, dove ritornavamo al tavolo con quattro gambe, un archetipo che non si usava più.

G.D.P.: A cosa state lavorando ora?

D.D.: Soprattutto alle lampade con Rotaliana, un’azienda che faceva lampade in stile di ottima qualità. Dunque avevano la tecnologia, ma gli mancava il design.

G.D.P.: Per la quale siete anche art director?

G.L.: Sì, non solo progettisti del singolo prodotto, ma coordinatori.

D.D.: Insieme al proprietario abbiamo portato l’azienda da produttori terzisti a vero e proprio brand design.

G.D.P.: Che cos’è per voi il design?

D.D.: Siamo affezionati a un design basato sulla relazione con l’industria e l’imprenditore, arte e scienza, arte e mercato con un dialogo di continuo di scambio.

G.L.: Autoproduzione e nuovo artigianato fin ad oggi non ci hanno mai affascinato.

G.D.P.: Voi avete lavorato molto con aziende turche?

D.D.: Lì ci ha aiutato anche la nostra propensione alla didattica. Loro ci chiedono di lavorare anche sul marketing. Siamo riusciti a portarle verso l’innovazione. Si tratta di grandi aziende completamente a digiuno di design. Per cui all’inizio era difficile farsi capire.

G.L.: Ora iniziamo a lavorare anche con alcune aziende coreane, cinesi.

G.D.P.: Una delle cose che mi interessa capire e la vostra gestione dell’ego. Come riuscite a lavorare da così tanti anni andando d’amore d’accordo?

D.D.: Mettendo da parte l’ego e devo dire che in questo ci aiuta la nostra esperienza didattica. L’importante è l’obiettivo e la personalità è in continua evoluzione.

BIO

Dante Donegani è nato a Pinzolo (Tn) nel 1957; si laurea in Architettura a Firenze (1983). Ha lavorato dal 1987 al 1991 nella Corporate Identity Olivetti. Dal 1992-2012 è stato Direttore del Corso di Master in Design di Domus Academy e dal 2013 è Direttore del Dipartimento di Design di NABA.

Giovanni Lauda è nato nel 1956 a Napoli dove si laurea in Architettura. Ha fatto parte dal 1988 al 1991 dello studio Morozzi & Partners.

Nel 1992 hanno aperto a Milano il loro studio D&L di architettura, interni e design. Hanno realizzato allestimenti commerciali e di mostre d’arte e disegnato prodotti per numerose aziende tra cui Edra, Gufram, Luceplan, Playpiù, Radice, Rotaliana, Viceversa.Nel 2001 hanno curato la sezione “Casa” nella mostra “Italy-Japan: Design come stile di vita”, allestita a Kobe e Yokohama; nel 2004 hanno partecipato con il progetto “La casa liberata” alla IX Biennale di Architettura di Venezia “Metamorphosis”. La chaise longue “Passepartout”, realizzata per Edra, è entrata nelle collezioni permanenti della Triennale di Milano e del San Francisco MOMA. La lampada “Lisca” di Rotaliana ha ricevuto un IF Design Award nel 2005. Il Multipot, progettato per Rotaliana, ha ricevuto la segnalazione al Premio Compasso d’Oro 2008. La ricerca “LivingKitchen. Nuovi standard in cucina” con Veneta Cucine ed Electrolux, è stata selezionata per l’ADI index 2009.

PALAZZO TERZI

Palazzo Terzi, realizzato nel XVII secolo, è il più importante edificio barocco della parte alta di Bergamo. La sua storia, così come quella della città, è una storia stratificata, fatta di continui mutamenti. Proprio per questo motivo furono necessarie per la sua realizzazione due fasi edilizie e quasi un secolo di costruzioni, soluzioni tecniche, abbellimenti e rifiniture. L’edificio si presenta oggi con un ampio terrazzo e un colonnato antico nella parte esterna, mentre all’interno è caratterizzato da un susseguirsi di sale che si differenziano per forme e colori rendendo il palazzo un vero e proprio sfoggio di ricerca dell’eccellenza. Tra i personaggi illustri passati dalla dimora vanno menzionati i due imperatori austroungarici Francesco II e Ferdinando I, e lo scrittore tedesco Herman Hesse che scrisse di palazzo Terzi: "si scorgeva un cortile con piante e una lanterna, oltre il quale due grandi statue e un'elegante balaustra si stagliavano nitidi, in un'atmosfera trasognata, evocando, in quell'angolo stretto tra i muri, il presagio dell'infinita lontananza e vastità dell'aere sopra la pianura del Po".

Intervista a cura di Giacinto Di Pietrantonio | Testi a cura di Leone Belotti | Fotografie: ph. installazione di Donegani e Lauda a Palazzo Terzi © Ezio Manciucca | Editing di Roberta Facheris