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Sepolto vivo Vita e morte di Giovanni Passannante

Un cervello sotto formalina, un teschio con il cranio segato... In una teca del Museo criminologico di Roma, fino al 2007 era possibile imbattersi in questi sconcertanti reperti. Su un cartiglio accanto al teschio, si leggeva questa scritta: “Giovanni Passannante, criminale abituale”.

Passannante… chi era costui? Cosa ci facevano il suo teschio e il suo cervello nella teca di un museo?

Una famiglia poverissima

Giovanni Passante nasce nel 1849 a Salvia di Lucania, un piccolo Borgo in provincia di Potenza, da una famiglia scannata dalla miseria. È l’ultimo di dieci figli e ha una mano storpia a causa di una scottatura che si è procurato con l’acqua bollente. A quattro-cinque anni, non è raro vederlo elemosinare per i vicoli di Salvia, avvolto nei suoi cenci miserabili.

Salvia di Lucania, oggi

Scuola, quasi niente: frequenta soltanto la prima elementare, ma è molto intelligente e ha desiderio di imparare. Con l'aiuto di uno zio conquisterà perciò ugualmente l'alfabeto e imparerà a leggere e a scrivere speditamente.

A Potenza, poi a Salerno

Per vivere, ben presto viene mandato a Potenza a fare lo sguattero. Qui conosce Giovanni Agoglia, ex capitano dell’esercito napoleonico, che resta impressionato dalla sua intelligenza e se lo porta a Salerno come domestico. Agoglia non si limita a dargli un tetto e a sfamarlo ma cura anche la sua istruzione. Passannante ha così la possibilità di leggere: la Bibbia e gli scritti di Mazzini sono i suoi libri preferiti, insieme ai giornali che raccontano le vicende travagliate dell’unificazione italiana. Il giovane domestico si infiamma a quelle letture e freme per le ingiustizie sociali, maturando una confusa e appassionata ideologia evangelica, anarchica, repubblicana e socialista, caratterizzata da una intensa avversione per la monarchia.

L'esempio dei patrioti che hanno sacrificato la vita per l'idea repubblicana alimenta il suo fuoco interiore. Più di tutti, Passannante ammira Felice Orsini, il sovversivo che nel 1858 aveva organizzato un fallimentare attentato contro Napoleone III (reo, secondo Orsini, di proteggere il papa e di ostacolare dunque l'unificazione dell'Italia) finendo ghigliottinato a Parigi.

L'estremo saluto di Felice Orsini prima di essere ghigliottinato

L'esempio di Orsini presto avrebbe spinto Passannante ad un gesto avventato e clamoroso, che lo avrebbe fatto sprofondare in un abisso di sofferenza dal quale non sarebbe mai più riemerso.

Il carcere e la Trattoria del Popolo

A Salerno Passannante comincia a frequentare gruppi anarchici e mazziniani e finisce per la prima volta in carcere. Nella notte tra il 15 e il 16 maggio del 1870 due guardie lo pescano ad affiggere proclami rivoluzionari contro la monarchia e il papato e a favore di Mazzini e della repubblica. Viene arrestato con l’accusa di sovversione e sbattuto in carcere per tre mesi.

Uscito di prigione trova un impiego come cuoco, che lascia dopo qualche tempo per aprire un locale, La Trattoria del Popolo, in cui elargisce spesso pasti gratuiti ai poveri.

L'attentato a Umberto I di Savoia

17 novembre 1878: la famiglia regnante (Umberto I di Savoia, la moglie Margherita e il figlio, il futuro Vittorio Emanuele III), assieme al primo ministro Benedetto Cairoli, era in visita a Napoli.

Il corteo si faceva largo tra la folla festante e straripante: tante persone, in particolare donne, si dirigevano verso la carrozza per porgere suppliche al Re. Passannante si muoveva guardingo nella ressa: anche lui attendeva il momento opportuno per avvicinarsi alla carrozza del sovrano, ma non certo per rivolgere al re una supplica. Nella tasca dei pantaloni aveva un piccolo coltello, che aveva acquistato poco prima con gli otto soldi ricavati dalla vendita della sua giacca, avvolto in un fazzoletto rosso sul quale c'era scritto: “Morte al Re, viva la Repubblica Universale, viva Orsini”.

Accoltellare il re per richiamare l’attenzione sulle disastrose condizioni di vita degli italiani, sui drammatici problemi dell'Italia postunitaria - era questa l'intenzione di Passannante.

Un murale realizzato a Salvia, nel quale è rappresentato il momento dell'attentato a Umberto I. La stessa scena è raffigurata nell'immagine di sfondo, ricavata da un giornale spagnolo dell'epoca. Nota le piccole dimensioni del coltello, del tutto inadeguate a compiere un omicidio.

Quando gli sembrò il momento giusto, l'attentatore tirò fuori il coltello dal fazzoletto rosso, sgomitò verso la carrozza e vibrò un colpo al monarca urlando: "Viva Orsini! Viva la Repubblica Universale!".

Il re riuscì a difendersi, riportando soltanto un graffio al braccio sinistro. La regina lanciò in faccia all'aggressore il mazzo di fiori che aveva in grembo e urlò al primo ministro: "Cairoli, salvi il re". Il primo ministro afferrò per i capelli Passannante ma ricevette una pugnalata sulla coscia. Accorsero subito i corazzieri: l'attentatore, colpito da una sciabolata alla testa, fu bloccato e tratto in arresto sanguinante. Tutto era stato velocissimo: la maggior parte della folla non si accorse nemmeno di quello che era accaduto.

La berretta del cuoco e la bandiera

L'attentato produsse nel giovane regno d'Italia sentimenti contrastanti: per le strade di molte città si ebbero cortei a favore del re che condannavano "l'assassino" ma anche manifestazioni a favore dell'attentatore.

Il poeta Giovanni Pascoli, intervenendo in una riunione di socialisti a Bologna, diede pubblica lettura di una sua Ode a Passannante. Subito dopo la lettura, Pascoli distrusse l'ode. Di tale componimento conosciamo soltanto il contenuto degli ultimi due versi, di cui è stata tramandata la parafrasi: "Colla berretta d'un cuoco, faremo una bandiera". Per questi versi Pascoli scontò poi tre mesi di carcere.

Salvia chiede perdono al re

Alcuni giorni dopo l'attentato, Il sindaco di Salvia prelevò denaro dalle casse comunali per affittare un abito decente e si recò a Napoli per chiedere perdono al re a nome di tutta Salvia. Umberto I accettò le scuse, dicendogli: "Gli assassini non hanno patria". In seguito, i consiglieri del monarca imposero al sindaco, come riparazione, il cambiamento di nome della città: da Salvia di Lucania a Savoia di Lucania, come si chiama ancora oggi.

Tutti pazzi?

La madre, una povera donna analfabeta e provata dagli stenti, e i fratelli dell'attentatore furono dichiarati folli, e finirono nel manicomio criminale di Aversa, colpevoli di essere consanguinei del "mostro". Si cercò di far passare per pazzo anche Passannante: ma quello dell'anarchico era stato un gesto politico, non quello di un folle.

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Il processo

Il 6 e il 7 marzo 1879, in un'aula gremita di folla, venne celebrato il processo, che si concluse con la pena prevista per l'attentato alla persona del Re: la condanna a morte.

L'avvocato di Passannante preparò allora una domanda di grazia, ultima alternativa rimasta. Il re fu apparentemente clemente: tramutò la pena nel carcere a vita.

Passannante sconterà la sua pena a Portoferraio, sull'Isola d'Elba.

Sepolto vivo

Passannante arriva a Portoferraio - Illustrazione d'epoca

Arrivato sull'isola, Passannante venne condotto nella prigione della Torre del Martello (in seguito ribattezzata Torre di Passannante - immagine di sfondo). La cella in cui fu rinchiuso era piccolissima, alta un metro e cinquanta, umida, buia, senza servizi igienici e posta sotto il livello del mare.

L'interno della torre

Attaccato a una corta catena di 18 chilogrammi, che gli consentiva di fare solo due o tre passi, e in completo isolamento, il prigioniero non riceveva mai visite o lettere.

Passannante visse in quelle condizioni per 10 terribili anni.

Con il passare dei mesi le condizioni spaventose della detenzione gli distrussero completamente il fisico e la mente: impazzì, prese a cibarsi dei propri escrementi, si gonfiò, si ammalò di scorbuto, perse i peli del corpo; la pelle gli si scolorì, le palpebre gli si rovesciarono sugli occhi, l'intestino gli si riempì di vermi. I barcaioli che passavano nelle vicinanze della torre udivano spesso le urla di strazio del detenuto.

Dopo due anni, i carcerieri lo fecero salire in una cella al di sopra del livello del mare, ma le condizioni di vita rimasero sostanzialmente immutate.

Nel 1885 l'onorevole Agostino Bertani ottenne il permesso di recarsi a Portoferraio per visitare il prigioniero. Il politico, che aveva molto a cuore le condizioni della sanità e delle carceri in Italia, era accompagnato dalla giornalista Anna Maria Mozzoni. A Bertani fu imposto di vederlo solo attraverso la serratura e nel massimo silenzio, poiché il detenuto, per qualche incomprensibile motivo, non doveva accorgersi della presenza di altre persone.

Bertani rimase sconvolto dalle condizioni in cui versava Passannante, fino a perderci il sonno. Egli e la Mozzoni denunciarono il trattamento disumano inflitto al prigioniero, suscitando un enorme scandalo mediatico. A seguito della loro campagna politica e di informazione, Passannante fu finalmente portato via dalla torre maledetta e trasferito nel manicomio criminale di Montelupo Fiorentino.

1896. Passannante in manicomio

La decapitazione del cadavere

1910. Passannante, cieco da due anni, muore all'interno del manicomio di Montelupo Fiorentino ma il suo corpo continua ad essere straziato.

Il cadavere sarà infatti decapitato, il cervello verrà estratto dal cranio e conservato sotto formalina. I poveri resti saranno custoditi in varie sedi e in epoca fascista passeranno al Museo criminologico di Roma per essere esposti al pubblico.

Perché questo trattamento?

Nella seconda metà dell'Ottocento si afferma in italia l'antropologia criminale (pseudoscienza che studia le caratteristiche biologiche e psicologiche dei criminali). Cesare Lombroso (1835-1909) ne è stato il fondatore e il massimo esponente. Egli sostenne che i delinquenti si caratterizzavano, tutti, per la cosiddetta fossetta occipitale mediana, un'anomalia delle ossa craniche. Per l'antropologia criminale di Lombroso non erano quindi le condizioni sociali e ambientali a spingere qualcuno a delinquere ma una determinata conformazione del cranio.

Il cranio di Passannante e il suo cervello dovevano quindi essere una prova "scientifica" delle idee proprie dell'antropologia criminale.

Cesare Lombroso
Secondo Lombroso i criminali avevano, a parte la fossetta occipitale, determinate caratteristiche fisiche precisamente individuabili, quali le grandi mandibole, i canini forti, gli incisivi mediani molto sviluppati a discapito dei laterali, i denti soprannumerari o in doppia fila (come nei serpenti), gli zigomi sporgenti, le arcate sopraccigliari prominenti. Questa pagina mostra un repertorio di criminali tratto dall'edizione francese di una delle sue opere principali.

Oggi queste idee sono naturalmente ritenute prive di qualunque fondamento. Sappiamo ad esempio che la fossetta occipitale mediana è caratteristica non certo dei criminali ma più o meno di tutti i meridionali.

Nel 2007, in seguito a una petizione lanciata dall'attore Ulderico Pesce (che alla figura di Passannante ha dedicato uno spettacolo teatrale e un film) e firmata da numerosi artisti e giornalisti, i resti di Passannante sono stati trasferiti a Savoia di Lucania e tumulati nel locale cimitero.

Created By
vincenzo sciacca
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