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Designers for Bergamo Un tributo alla città attraverso immagini e interviste ai grandi protagonisti di DimoreDesign

Puntata 12

ALESSANDRO GUERRIERO INCONTRA PALAZZO MORONI

ALESSANDRO GUERRIERO

non volevamo fare un bel mobile, ma proporre una nuova progettualità.

Intervista a cura di Giacinto Di Pietrantonio

Giacinto Di Pietrantonio: Iniziamo parlando dei tuoi inizi. Del fatto che, arrivato alla laurea in architettura al Politecnico di Milano, decidi di abbandonare.

Alessandro Guerriero: La tesi verteva sull’esperienza fatta in parte con Alchimia.

G.D.P.: Ma quando nel 1976 hai fondato Alchimia eri ancora studente?

A.G.: Si, studente fuori corso da tanto tempo, perché quando studiavo architettura al Politecnico lavoravo per mantenermi. Di giorno andavo all’università e la sera lavoravo come redattore al quotidiano L’Unità, di cui allora era direttore Giorgio Napolitano.

G.D.P.: Com’era la facoltà di architettura allora?

A.G.: C’erano docenti straordinari, che andavano dai Castiglioni a Rogers a Umberto Eco: docenti a cui devo tutto, meno che a Gregotti. Le sue lezioni, io e un altro gruppo di persone tra cui Gianni Braghieri, Carlo Oliva, Beppe Boatti, eccetera, le avevamo prese proprio male, tant’è che quando lui terminava noi facevamo le contro-lezioni come per dire:

Ragazzi svegliatevi: c’è anche altro nel mondo oltre che il modernismo strutturalista di Gregotti!

Per fare questo abbiamo fatto molta fatica, perché dovevamo prepararci moltissimo per essere più bravi. Questo modo di fare le cose bene, meglio degli altri, lo devo al fatto che ero iscritto al Partito Comunista che allora sosteneva l’ipotesi che quelli del Partito Comunista dovevano essere più bravi degli altri. Non so se ci sia riuscito, ma ci ho provato. In questo stava il gioco della contrapposizione di una cultura, di un paradigma contro l’altro.

G.D.P.: E lì che avviate la svolta verso il postmoderno?

A.G.: Certo, lui era un modernista della struttura, mentre a noi interessava lavorare sui sensi, sull’espressività. Per questo all’esame ho rifiutato il voto, dicendo:

Rifiuto il voto, perché è un voto che mi viene dato dal capitalismo

Con questo ho rinunciato anche alla laurea.

G.D.P.: E dunque fondi Alchimia?

A.G.: Si, ma non è stato semplice: in quel tempo c’erano due parti in me che contrastavano; da un lato quella politica, sociale e dall’altra quella legata alla libertà espressiva. Per questo frequentavo gli architetti radicali come Ettore Sottsass, Alessandro Mendini, Franco Raggi e Davide Mosconi e insieme facevamo performance nella casa di Mosconi in via dell’Orto a Milano. Ma in quel momento tenevo ancora i piedi in entrambi i campi, senza capire come mi sarei mosso in futuro. Finché ho optato – anche se quella politica non si è dileguata, ma era lì, forse in attesa – per quella non politica.

G.D.P.: Aprendo Alchimia come luogo che accoglieva la progettualità postmoderna?

A.G.: Si inizia con una mostra chiamata Le Valige: avevo invitato una trentina di autori, artisti, designer, architetti a progettare un’opera contenuta dentro una valigia. L’obiettivo era di fare una mostra sul concetto di viaggio.

G.D.P.: Poi nel 1978 fai le mostre che scardinano il progetto moderno, Bauhaus 1 e Bauhaus 2, che diventano paradigma mondiale dei tempi nuovi. Ricordo che tutti ne parlavamo in Italia e all’estero.

A.G.: Si, c’erano Sottsass, Raggi, Puppa, Haussmann, Mendini, gli UFO, Branzi, De Lucchi, eccetera.

G.D.P.: Con questo fai fare il salto successivo all’Architettura Radicale.

A.G.: Diciamo che l’Architettura Radicale e il radical design si erano estinti alla fine degli anni ’70, con il fallimento dei Global Tools. Alchimia fa da catalizzatore di molte forze disperse, che si ritrovano, ad esempio, riunite nella grande mostra Il Mobile Infinito.

G.D.P.: Ecco questo fu un altro grande momento progettuale.

A.G.: Era un progetto complesso e antieroico: su ogni pezzo lavoravano diversi autori, designer, stilisti, artisti e nessuno ne poteva reclamare la paternità, visto che era un progetto collettivo. C’erano Chia, Clemente, Cucchi, De Maria, Paladino, i cinque artisti della Transavanguardia (forse è l’unica volta che lavorarono insieme), che fecero i decori magnetici.

L’idea complessiva era: ciascuno può calare il proprio progetto su uno stesso pezzo in maniera separata. Così uno faceva la gamba, l’altro il piedino, l’altro ancora il piano, e così via.

Un’operazione che nella storia del design viene fatta normalmente, e lentamente, in uno/due anni. Noi l’abbiamo compiuta in uno/due mesi.

G.D.P.: Si chiamava Mobile infinito perché continuava all’infinito progettualmente e formalmente?

A.G.: Esatto, il nostro obiettivo non era quello estetico:

non volevamo fare un bel mobile, ma proporre una nuova progettualità.

G.D.P.: Una volta realizzato decidete di presentarlo al Politecnico. Come e perché?

A.G.: Il Politecnico era il centro dell’architettura e dunque era lì che doveva essere portata la sfida. Noi lo installammo nella Fossa del quadrifoglio, invitando il gruppo teatrale dei Magazzini Criminali a fare uno spettacolo-performance tra e con i pezzi del Mobile Infinito. Loro portarono anche un’automobile decappottabile prestata da Franco Raggi, che incendiarono. Cinzia Ruggeri aveva fatto i costumi della performance incendiaria.

G.D.P.: Quale fu la reazione?

A.G.: Venne tanta gente, ma non potemmo fare lo spettacolo, perché i pezzi che componevano il Mobile Infinito non arrivarono a causa di un incidente che aveva bloccato il camion che li trasportava. Naturalmente la gente si arrabbiò molto, ma la cosa venne fatta il giorno dopo, sempre con grande partecipazione di pubblico.

Eravamo sopra le righe. I mobili erano improbabili, perché stavano a malapena in piedi; erano talmente complessi ed esagerati che c’erano librerie alte tre metri e lunghe otto che si reggevano su piedini sottilissimi e che non avevano alcun equilibrio. Pagherei per rifare queste cose.

G.D.P.: Queste operazioni, dicevamo, diventarono un riferimento mondiale della nuova progettualità?

A.G.: Si, parlavano tutti di noi dall’Europa all’America al Giappone. Abbiamo fatto una tale quantità di mostre che quando ci ripenso mi chiedo ancora come abbiamo fatto.

G.D.P.: Ma era anche un fenomeno di comunicazione, perché di tutti gli oggetti che avete prodotto per le mostre non è rimasto nulla, o quasi di fisico. Ma cosa credi sia rimasto a livello di insegnamento, cosa è passato e come alla produzione?

A.G.: È passato il fenomeno di lavorare sulla superficie di cui si sono impossessate molte aziende, da Abet Laminati a Zanotta ad Alessi. Il fatto di lavorare in gruppo come Droog Design. La stessa Memphis nasce da Alchimia, pur distaccandosene: Sottsass ha pensato di lasciare Alchimia perché a lui interessava rendere produttive le cose che progettava, metterle a profitto, mentre noi in realtà facevamo operazioni più vicine all’arte che al design.

G.D.P.: L’altro aspetto è quello delle riviste. Hai lavorato con diverse riviste come Domus e alcune ne hai anche fondate come Ollo. Rivista Senza Messaggio.

A.G.: A Domus ci portò Mendini quando ne divenne direttore. Io ho lavorato su vari piani, ma soprattutto a ideare le copertine.

Queste erano veramente un’invenzione, perché si allestivano apposta vere proprie scenografie, ambienti di design con abiti in cui inserivamo il personaggio a cui era dedicata la copertina. Facevamo un vero e proprio progetto ambientale complesso.

G.D.P.: Era anche un progettare tenendo conto del corpo?

A.G.: Esattamente, perché c’è stato un momento in cui il corpo era diventato fondamentale e tutto quello che riguarda il corpo, la sua decorazione, il chiedersi se era più giusto fare architettura partendo dal corpo oppure partire dall’architettura per arrivare al corpo, ci interessava. Che era poi l’ipotesi già fatta contro la linea Gregotti all’università.

G.D.P.: Ritornando al fatto che tu lavori con i corpi fisici e sociali, qualunque essi siano, possiamo dire che è anche questo che ti spinge a lavorare con gli abiti? Hai fatto e continui a proporre diverse mostre in cui il soggetto è l’abito progettato da artisti, designer, stilisti?

A.G.: In questo rientra anche l’esperienza della scuola-non scuola TAM-TAM. Senza sede, senza costi, senza guadagni, con il luogo che viene determinato a seconda del workshop. Ne abbiamo fatto uno sugli Abiti da Lavoro, in cui abbiamo chiesto a quaranta stilisti da Missoni a Westwood e da Marras a Miyake di darci un disegno per un abito che sarebbe stato oggetto di workshop con dei disabili con sindrome di Down a Firenze. Hanno risposto tutti gli stilisti interpellati e gli abiti sono stati realizzati in esemplare unico. Lo scopo non era quello di vendere le opere, ma di provare a fare cose vere, costruite davvero. Abbiamo fatto una mostra che ha girato il mondo per un anno e mezzo.

G.D.P.: Ma hai fatto questo anche con artisti e designer. Insomma, l’abito è una tua costante progettuale?

A.G.: Sì, e anche questo parte da Alchimia con Arredo Vestitivo, abiti-opere, abiti-performance. Trenta abiti per YOOX esposti alla Triennale di Milano durante la mostra Dressing Ourselves: l’abito autoritratto fatto da Tuttofuoco, Paladino, Mendini, Branzi persino il cantante Antony e tanti altri. In questo caso abbiamo costruito la scultura-autoritratto dell’autore in vetroresina che indossava l’abito da lui progettato.

G.D.P.: Oggi ci sono tante scuole di design e si è passati da un design progettato da architetti a uno progettato da designer. Questo perché fino agli anni ottanta non esistevano praticamente scuole di design, che invece tu contribuisci a creare, prima con Domus Academy, poi con Futurarium e ora con TAM-TAM. Insomma non stai mai fermo?

A.G.: Domus Academy nasce come proposta che facemmo alla signora Mazzocchi, proprietaria della rivista Domus, a cui un giorno chiesi se voleva far parte di una scuola che poi si sarebbe chiamata Domus Academy. Lei accettò subito la proposta e allora chiesi a Giuseppe Cabassi se ci poteva dare uno spazio e lui ce lo concesse al Forum Assago, al prezzo simbolico di 1 lira all’anno….

G.D.P.: Ci fu un team molto forte da subito?

A.G.: Chiesi a Sottsass di fare il direttore, ma lui rifiutò, perché non credeva nella scuola in generale e quindi decidemmo per Branzi, che poi diede alla scuola un forte indirizzo.

G.D.P.: E le altre, come Futurarium?

A.G.: Nasce a Ravenna come corso estivo presso un edificio bellissimo progettato da Sottsass di proprietà dei Biagetti. Poi lo spostammo a Milano, in via Piranesi, dove fummo ospitati in un edificio di proprietà dei fratelli Cabassi, i famosi Frigoriferi Milanesi. Lì divenne una scuola annuale. Poi quando Bastogi, guidata da Marco Cabassi, comperò NABA (Nuova Accademia di Belle Arti) fui chiamato a fare il Presidente per darle un nuovo indirizzo teorico. In pochi anni NABA passò da 150 studenti a 2000. Io portai anche Futurarium in NABA, come luogo di sperimentazione laboratoriale e di gestione di mostre. Chiamammo anche molti nuovi docenti che vennero responsabilizzati per fare pubblicità alla scuola attraverso la pura docenza. In sintesi, ogni corso doveva auto-pubblicizzarsi.

G.D.P.: Hai fatto tanto e in tanti campi, perché non hai mai fatto un oggetto che entrasse in produzione presso una delle tante aziende con cui hai lavorato?

A.G.: Perché questo nostro atteggiamento anarchico ci ha escluso automaticamente. A me interessava fare una sorta di regia dei progetti. Ad esempio, con Alessi abbiamo iniziato a fare il progetto Tea & coffee piazza, che era più un’azione di comunicazione affidata a vari progettisti che una progettazione di oggetti vera e propria.

G.D.P.: Ma non ti è mai venuta voglia di progettare un oggetto da mettere in produzione?

A.G.: No: ho sempre trovato più interessante quello che facevano gli altri. Io faccio delle cose, ma per me: una produzione unica, come un artigiano.

Il mio ruolo è sempre stato particolare: gallerista, finto produttore, autore, artigiano, coordinatore…acquirente di me stesso.

E nonostante Alchimia abbia chiuso nel 1992, io continuo a lavorare sempre con quello spirito.

G.D.P.: Senza dimenticare che da anni lavori nel e con il sociale. È stato un recupero di quella parte di te che magari negli anni ’80 e in parte dei ’90 avevi messo da parte?

A.G.: La voglia è sempre rimasta e c’è da dire che se si rilegge con sguardo critico il Manifesto di Alchimia, e molti documenti prodotti in quegli anni, si vede questa voglia trasparire in modo netto. In ogni caso poi dipende delle occasioni, come quella durata 12 anni nel carcere di San Vittore, dove siamo riusciti a trasformare una stanzetta senza attrezzi in una vera e propria falegnameria, da far invidia a molte di quelle fuori. Abbiamo fatto prodotti che si mettevano in vendita, formato veri ebanisti che una volta fuori hanno trovato lavoro, fondato cooperative che operano da anni. Il primo anno abbiamo fatto 6 mobili di Macintosh, che sono stati messi all’asta incassando 24 milioni di lire, usati per finanziare la crescita del laboratorio.

È la dimostrazione che attraverso il progetto si può agire nel sociale, ridare fiducia, cambiare le cose.

Pensa che facevamo anche una rivista che si chiamava Il 5 dal numero civico del carcere, e che abbiamo aperto una pelletteria e poi una pasticceria che si chiamava Dai Pasticci ai Pasticcini.

G.D.P.: Senza dimenticare la collaborazione con la Sacra Famiglia, associazione che lavora con persone affette da disabilità.

A.G.: Ecco, quando mi approccio a situazioni di persone in difficoltà, io le tratto come normali per impegnarle a livello creativo, così da spingerle a ottenere risultati di qualità, come succede con i disabili della Sacra Famiglia.

Difatti, molti oggetti da loro prodotti erano la spina dorsale della mostra di Bergamo a Palazzo Moroni, dove avevo costruito una sorta di serpente di oggetti che attraversavano tutte le sale per creare una sorta di inciampo, in un confronto vivo e non da soprammobile con un ambiente così ricco e storicamente caratterizzato.

Queste esperienze creano anche delle teorie a posteriori come i miei testi, che hanno generato i ritratti per gli Uomini-nulla, fatti contemporaneamente da uno scultore e da un detenuto, o sulla fragilità.

La dimostrazione è che le cose si possono fare; la differenza è il tempo non la qualità: ci si mette più tempo, ma la qualità è egualmente alta.

G.D.P.: Per questo lo hai voluto proporre alla mostra a Bergamo, perché è una sintesi aggiornata del tuo modo di procedere?

A.G.: Quando siamo stati invitati a esporre a Palazzo Moroni abbiamo fatto dei ragionamenti con il mio gruppo di lavoro, pensando alle situazioni artigiane del periodo seicentesco, dove molte cose erano fatte da gente semplice.

I famosi maestri, le botteghe dei maestri Comacini, dei Fantoni, erano artigiani che mi hanno sempre affascinato. Nel ‘600 vi erano gruppi di famiglie che partivano per andare a lavorare sino in Russia, facendo cose straordinarie. Sapevano fare tutto: dalla decorazione al mobile, con consegne chiavi in mano ben 400 anni fa e questo mi ha sempre affascinato. Per me, proporre il lavoro di un gruppo di “ospiti” della Sacra Famiglia era un confronto interessante, perché ti sorprende. Qui sta la vittoria, la positività, la forza del Progetto Fragile. Se uno poi volesse saperne di più dico che è uscito il libro scritto da Giacomo Ghidelli: Alessandro Guerriero. Senza titoli nella storia del design.

BIO

ALESSANDRO GUERRIERO (1943) Nato a Milano, ha iniziato ad Alchimia nel 1976 con la sorella Adriana. Alchimia è diventato uno dei gruppi più vitali nell’evoluzione del design d’avanguardia italiano. Alchimia ha prodotto oggetti, mostre, seminari, video, musica, scenografie, architetture, decorazioni, pubblicazioni, interior design, gadget, abbigliamento, dipinti e mobili. Alchimia è stata intensamente coinvolta nell’organizzazione e nella produzione di mostre sia in Italia che all’estero. Le opere di Alchimia sono presenti nelle collezioni permanenti del Museum of Modern Art di Kyoto, la Twentieth Century Design Collection del Metropolitan Museum of Art di New York, il Museum für Angewandte Kunst di Vienna, il Groninger Museum in Olanda, il Louisiana Museum of Modern Art in Danimarca, il Kunstmuseum di Düsseldorf e il Museum of Modern Art di Boston.

Nel 1984 Guerriero è stato assegnato il prestigioso Compasso d’Oro per la ricerca nel design. Articoli e fotografie su Alchimia sono apparsi in tutti i principali organi di stampa internazionali (Domus, Abitare, Interni, Modo, Arkitektur und Wohnen, etc.). Alchimia ha prodotto molti libri, tra cui Elogio del Banale, Progetto Infelice, Disegni di Alchimia ed è stato oggetto di due grandi monografie. Nel 1988 Guerriero ha pubblicato Ollo - Magazine senza un messaggio che si occupava di architettura, design, moda e arte. Negli anni ‘90, ha diretto la rivista Décoration Internazionale ed è stato membro della redazione di Domus. Alchimia ha cessato le sue attività nel 1992 a Milano con una performance chiamata Il trono del Guerriero.

Nel 1987 Guerriero è uno dei membri fondatori di Domus Academy, la più importante scuola di design post-universitaria di Milano. Nel 2003 ha fondato Futurarium, una scuola innovativa di design, arte e architettura. Tra il 2004 e il 2010 è stato Presidente della Naba ora frequentato da circa 2000 studenti. Ha insegnato e fatto conferenze presso il Politecnico di Milano, Palermo e Firenze e anche a Boston, Los Angeles, Pasadena, Dallas, Città del Messico, Chihuahua, Monterrey, Düsseldorf, Parigi, Groningen, Sofia, Budapest e Mosca. Nel 2009 ha tenuto un dibattito con James Hillman presso la University West Virginia sul tema Psicologia Alchemica.

La maggior parte dell’impegno sociale di Guerriero è stato a favore dei detenuti. Nel corso degli anni ha iniziato molte cooperative e gruppi di lavoro per aiutare queste persone a tracciare la propria strada alla speranza.

Nel 2011 ha lanciato il premio Compasso di Latta insieme con la Triennale di Milano, un premio per la Decrescita, progetti ispirati dalle teorie di Serge Latouche. Nel 2013 ha iniziato a Tam Tam , una scuola d’arte “non-scuola”.

www.alessandroguerriero.net

PALAZZO MORONI

Il giardino lussureggiante, le ampie sale barocche e la posizione panoramica sulla pianura sono solo alcuni dei tratti che rendono palazzo Moroni un unicum nel panorama bergamasco. L’edificio, risalente alla prima metà del ‘600, venne realizzato su iniziativa del “proto-industriale” serico Antonio Moroni con l’obiettivo di mostrare alla città la ricchezza che raggiunse l’omonima famiglia con l’industria della seta. Non poche furono le difficoltà da superare nella fase di costruzione: venne scavato il colle retrostante, si abbatté il palazzo dirimpettaio e si innalzò l’edificio creando più livelli sovrapposti. Nonostante i vincoli, il risultato ottenuto fu una residenza spettacolare: una dimora sorta dalla forza di volontà e dalla lucida follia del carattere bergamasco che dietro ad ogni impedimento trova la possibilità di superarlo.

Intervista a cura di Giacinto Di Pietrantonio | Testi a cura di Leone Belotti | Fotografie: Ph. dell'installazione di Alessandro Guerriero a Palazzo Moroni © Ezio Manciucca - Ph. progetti Alessandro Guerriero © Alessandro Guerriero | Editing di Roberta Facheris