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Designers for Bergamo Un tributo alla città attraverso immagini e interviste ai grandi protagonisti di DimoreDesign

Puntata 20

BRUNO ROTA INCONTRA CASA PALMA CAMOZZI VERTOVA

BRUNO ROTA

ero e, continuo ad essere, innamorato dell’azione creativa

Intervista a cura di Giacinto Di Pietrantonio

Giacinto Di Pietrantonio: Tu nasci in Francia e poi vieni a vivere in Italia, come avviene?

Bruno Rota: Sono nato in Francia, ultimo di tre fratelli, da padre italiano emigrato e madre francese. Nel 1941 – avevo 4 mesi – a causa della guerra siamo tornati in Italia e per qualche tempo, prima di stabilirci a Bergamo, abbiamo abitato a Villa d’Almè, il paese originario di mio padre. Ho mantenuto la doppia nazionalità e a 23 anni ho fatto il militare in Francia.

G.D.P.: Dove e cosa hai studiato?

B.R.: Ho sempre avuto un rapporto turbolento con la scuola, fatto di conflitto e incomprensione reciproca.

Non riuscivo a stare fermo nel banco, non riuscivo ad accettare l’astrazione dell’insegnamento e la disciplina del comportamento.

Ora mi rendo conto che tutto quello che ho imparato nella vita parte dall’esperienza concreta. Sono sostanzialmente autodidatta.

Già da piccolo, nella cantina della casa di Via Carnovali dove abitavamo, avevo allestito un piccolo laboratorio per sperimentare e costruire. Realizzavo modelli di aerei e di barche e più tardi plastici di architetture.

Vista la mia irrimediabile allergia per la scuola mio padre, che era un artigiano della meccanica saggio e intelligente, quando avevo 14 anni mi trovò un impiego presso una tipografia di amici qui a Bergamo.

G.D.P.: In tipografia di cosa ti occupavi?

B.R.: Dalla composizione alla stampa. Mi piaceva moltissimo: ho saputo anni dopo, con orgoglio, che i miei datori di lavoro raccontarono a mio padre che ero bravo e che mettevo una grande passione nelle cose che facevo. La passione di un ragazzino di 14 anni. Mi affascinava il processo grazie al quale, con la tecnica e le sue macchine, si riusciva magicamente a dare forma alla ‘parola’, cioè a quanto di più astratto e liberamente interpretabile si possa immaginare.

G.D.P.: Cosa stampavate?

B.R.: Di tutto, libri, manifesti, dépliant… un giornale sulla boxe editato dal famoso manager Branchini…

G.D.P.: E sei rimasto fino a quando?

B.R.: Fino a che iniziai a frequentare la casa del mio amico per la pelle dove iniziai a disegnare sul suo tecnigrafo, imparando a tirar righe senza far macchie. Più tardi andai a lavorare da un ingegnere svizzero che aveva lo studio a Bergamo e fu disegnando cementi armati che a un certo punto e quasi improvvisamente intuii una legge fondamentale dell’architettura.

G.D.P.: Cioè?

B.R.: Due elementi verticali che ne portano uno orizzontale: il sistema trilitico.

G.D.P.: Quindi ti accosti all’architettura attraverso l’esperienza e non tramite lo studio?

B.R.: Si. Lavorando poi da un altro ingegnere ho avuto la fortuna di cimentarmi con maggiore libertà. Avevo le chiavi dello studio e orari flessibili. Era un ingegnere che costruiva primariamente per se stesso e che mi permetteva di svolgere, nonostante avessi soltanto 18/19 anni, un ruolo attivo e non passivo all’interno dello studio.

G.D.P.: Avevi dei riferimenti visti in giro o ti informavi anche leggendo libri, riviste d’architettura, di progetto?

B.R.: Ho iniziato a leggere le riviste che trovavo all’interno dello studio come Ville e Giardini, poi ho iniziato a leggere altre riviste in cui ho scoperto architetti come lo svizzero Beppe Brivio, che mi piaceva molto. Ho iniziato a guardarmi in giro con curiosità.

G.D.P.: Quali erano queste riviste?

B.R.: Architettura, Domus...

G.D.P.: Casabella, ...?

B.R.: Casabella era troppo difficile.

Era soprattutto la curiosità a spingermi verso la conoscenza e il lavoro.

Poi ho lavorato presso studi di architetti nell’intento di migliorarmi. Sono perfino andato una settimana a Milano presso lo studio di Viganò. Di quel brevissimo periodo ricordo ancora l’emozione che mi suscitarono i tavoli bassi alla giapponese e i grandi teleri dipinti appesi alle pareti. Vittoriano Viganò non c’era mai, in una settimana l’ho visto due volte.

G.D.P.: Ma come sei arrivato nello studio di Viganò?

B.R.: Attraverso un amico che era suo assistente.

G.D.P.: Cosa hai fatto in quella settimana, oltre ad attendere l’apparizione del maestro Viganò?

B.R.: Niente di importante che mi ricordi, ma iniziavo a respirare l’aria del progetto milanese, ad essere suggestionato. Poi tornato a Bergamo...

G.D.P.: Poi tornando a Bergamo cosa accade?

B.R.: Sempre attraverso un altro amico ho ottenuto la mia prima commessa per ristrutturare un appartamento..

G.D.P.: Come hai affrontato il problema?

B.R.: Ho progettato gli interni guardando quelli dei Castiglioni: forti, sobri ed eleganti. Questo mi ha dato il coraggio di mettermi in proprio, aprendo uno studio.

G.D.P.: E cosa accade con l’apertura dello studio?

B.R.: Iniziai ad interessarmi anche di design, perché disegnando interni veniva naturale disegnare anche gli oggetti, gli arredi.

G.D.P.: Di che arredi parliamo?

B.R.: L’amico Maurizio aprì un laboratorio, Kapu, per il quale ho iniziato a disegnare delle culle in faggio e tela grezza e delle sacche-contenitori da appendere alle pareti. Oggetti ispirati ai finlandesi e ai giapponesi. Viste oggi mostrano una certa ingenuità, ma era comunque un inizio.

G.D.P.: Così inizia la tua avventura di architetto?

B.R.: Non sono mai stato architetto, nel senso che non mi sono mai laureato e neppure mai iscritto all’università. Comunque nel 1971 ho progettato l’edificio dell’azienda Neon Color, ad Albano Sant’Alessandro, più volte pubblicato nelle riviste di architettura.

G.D.P.: Un progetto che ti ha dato delle soddisfazioni?

B.R.: Certo, ma la cosa interessante era che quest’azienda lavorava le materie plastiche e che mi chiesero di disegnare dei grandi contenitori con la tecnica dello stampaggio sottovuoto per un’azienda di Coccaglio, poi presentati al Salone del Bagno.

G.D.P.: Come furono accolti?

B. R.: Un disastro.

G.D.P.: Perché?

B.R.: Perché erano ingenui. Se non conosci il mercato fai delle cose per te, ma votate al fallimento. Tuttavia fu anche l’occasione per incontrare il mondo dell’allestimento, che come spesso accade, anche in quell’occasione, doveva costare poco e per questo realizzai pareti con le scatole di imballaggio della stessa azienda, mentre la copertura era fatta con tubolari di plastica gonfiati.

G.D.P.: Autocostruzione con materiali poveri, ecologici.

B.R.: Di certe cose ti accorgi dopo, non mentre le fai.

I temi dell’economicità, del riciclo dei materiali, dell’ecologia complessiva delle idee sono diventati naturalmente il mio modo di pensare soprattutto nel campo degli allestimenti.

È un campo che mi ha sempre appassionato e che mi ha consentito di realizzare esperienze che reputo particolarmente significative. Tra queste gli allestimenti delle mostre “Deserto” nella chiesa di Sant’Agostino (1981), la personale di Piccoli nel Teatro Sociale (1983) e, anni dopo, “Accademie in Europa” alla GAMeC, “Onori di casa” nella chiesa della Maddalena, “Transfer” in Sant’Agostino e altre.

G.D.P.: Come continui dopo questo progetto?

B.R.: Ho elaborato progetti per diverse ristrutturazioni pubblicate sulle riviste di settore, come la “Casa sulle Mura” di Bergamo (1974) e quella successiva, la “Casa sotto le Mura venete” del 1979. Il lavoro come interior designer mi ha portato presto a disegnare alcuni oggetti, inizialmente pezzi unici:

era il periodo del design democratico, libero.

G.D.P.: Avevi iniziato a frequentare Milano, l’ambiente del design, dell’architettura d’avanguardia, l’ambito radical?

B.R.: Non ancora, ma nel 1974 il proprietario di un negozio di mobili nella bergamasca che voleva riciclarsi, passando dai mobili in stile della Brianza a cose moderne e contemporanee, mi chiese di diventare loro consulente per un nuovo negozio a Bergamo.

G.D.P.: Solo consulente o disegnavi anche mobili?

B.R.: All’inizio solo consulente, poi mi chiese di disegnare dei mobili e fu così che progettai il Giunto. È un prodotto legato all’idea di “design democratico”, al voler progettare mobili per tutti, per alcuni versi un antenato precursore della filosofia Ikea. Che cosa serve per tenere insieme dei pannelli di truciolare a vista che poi si possano auto-montare? Ecco che progettai e brevettai il Giunto di plastica selezionato nel 1979 al Compasso d’oro, nella 1° edizione (dopo la sospensione di un decennio) che avvenne al Palazzo delle Stelline di Milano.

G.D.P.: Il Giunto è un sistema per assemblare?

B.R.: Sì, veniva fornito entro una scatola con pannelli già lavorati facilmente assemblabili grazie ai giunti di plastica.

Si potevano montare composizioni molto varie, con la volontà di dare una risposta alla flessibilità dei bisogni che caratterizzano l’abitare: armadi, cassettiere, letti, librerie, scrivanie, divani...

G.D.P.: In tal modo entri ufficialmente nel mondo del design con un prodotto di successo?

B.R.: Si e molto velocemente, perché questo sistema arrivò anche alla grande distribuzione, da Le Galeries Lafayette in Francia, alla grande distribuzione tedesca. La richiesta era molto alta e paradossalmente fu proprio questo che danneggiò il prodotto.

G.D.P.: L’azienda era troppo piccola per stare dietro agli ordini?

B.R.: L’azienda Structura per la quale avevo disegnato il sistema, non produceva nulla, semplicemente confezionava e vendeva il prodotto che veniva realizzato da altri soggetti: i giunti da un’industria di lavorazione della plastica, i pannelli da un’azienda che lavorava il legno. L’idea del proprietario di produrre autonomamente i pannelli nonostante lo avessi sconsigliato lo mise a confronto con una complessità che non conosceva sufficientemente e che infatti non fu in grado di controllare adeguatamente.

G.D.P.: Beh è stato un duro colpo anche se eri stato selezionato per il Compasso d’Oro?

B.R.: Si da un lato, mentre dall’altro mi ha dato la spinta per frequentare l’ambiente milanese del design, l’A.D.I. Questo mi ha molto incoraggiato nel consolidare la coscienza della professione.

G.D.P.: Quali erano i personaggi che hai potuto incontrare?

B.R.: Alfonso Grassi, Anty Pansera, Ugo La Pietra, Rodolfo Bonetto, Italo Lupi, Enzo Mari , Augusto Morello…

G.D.P.: Questo ti ha incoraggiato ad andare avanti in maniera diversa?

B.R.: Col senno di poi mi rendo conto che il mio limite maggiore è stato quello di non essere un buon imprenditore di me stesso e di non avere mai avuto una visione strategica riferita alla mia attività. Mi innamoravo dei singoli progetti:

ero e, continuo ad essere, innamorato dell’azione creativa.

Agli inizi degli anni Settanta ho anche aperto un negozio che si chiamava Cose e si trovava nella Torre del Gombito, cioè nel cuore di Bergamo alta.

Raccoglievo pezzi di artigianato di qualità delle culture popolari italiana, francese e tedesca: fu un’esperienza che mi consentì di viaggiare molto e di conoscere e approfondire il mondo dei segni come espressione dei territori.

Ancora oggi, molti ricordano il negozio Cose, perché ha anticipato contenuti e modalità che sarebbero più avanti, diventati di moda. Per alcuni anni nel mese di gennaio, in concomitanza col Salone di Colonia, avevo l’abitudine di esplorare 5 capitali europee – Colonia, Copenaghen, Amsterdam, Londra, Parigi – per annusare i trend del mio settore.

G.D.P.: Il tuo percorso però continua sempre a Bergamo?

B.R.: Ad un certo punto e molto all’improvviso ho deciso di andare a New York, portandomi dietro il mio catalogo del Giunto. Una segretaria della facoltà di Ingegneria della Columbia University, con sorprendente naturalezza e in tempo reale, mi ha consentito di incontrare il direttore della facoltà, l’italiano Mario Salvadori, uno dei più grandi strutturisti al mondo di cui allora ignoravo l’esistenza. Gli ho mostrato i miei studi sui giunti e gli ho parlato del mio interesse ad approfondire le opere di Buckminster Fuller.

G.D.P.: E cosa accadde?

B.R.: Guardando il Giunto mi disse:

Lascia stare Fuller.. Oltre che bravo sei fortunato, perché mio figlio dirige la Parsons School of Design di New York

Mi fece avere un appuntamento e riuscii ad incontrare anche Lella e Massimo Vignelli. La lezione fu che a New York, in qualche settimana erano avvenute cose che in Italia non sarebbero mai state possibili. Quindi sono rientrato con l’idea di studiare l’inglese e tornare a New York cosa che, purtroppo, non ho invece più fatto.

G.D.P.: Questo non più tornare in America come pensi abbia inciso nella tua carriera?

B.R.: È stato comunque un grosso stimolo, perché al rientro mi son detto: ora cominci una cosa e la finisci!

G.D.P.: In che modo, con cosa, con e per chi sei poi andato avanti?

B.R.: Nel 1980 ho progettato per l’azienda bergamasca Acerbis un armadio, Diante, sempre di “design democratico”, un sistema semplice, facile da muovere e spostare, riferito a uno stile di vita agile e informale. Vinse il primo premio alla Biennale Interieur di Kortrijk in Belgio e fu selezionato per il Compasso d’Oro nell’edizione del 1981 al palazzo della Triennale di Milano.

Nel 1981, a Londra, ho vinto il 1° premio per l’innovazione al Dunlopillo Design Award, bandito dalla Dunlop, con una poltrona trasformabile a comando.

G.D.P.: Uno dei tuoi must è il progetto per il contenitore del latte?

B.R.: L’azienda Lactis aveva abbandonato il Tetrapak a forma piramidale e i relativi impianti di movimentazione, per adottare la forma parallelepipeda e, poiché per ragioni sindacali i trasportatori non potevano sollevare 24 chili, pensarono di portare a 12 chili la portata massima. Progettai così delle casse aperte, flessibili, impilabili e facilmente lavabili. La trasportabilità del prodotto venne maggiorata del 20% e il contenitore per il latte è in produzione ancora oggi dopo 35 anni.

G.D.P.: Cosa altro successe negli Anni Ottanta?

B.R.: Le cose sono avvenute naturalmente, come ad esempio con l’azienda ESSE per la quale nel 1982 ho disegnato il Cabriolet, un divano pieghevole e leggero che ha avuto molto successo. È un prodotto nato per essere fresco e giovane. In Germania, però, ha avuto riscontro anche per le persone anziane, perché il piano della seduta è abbastanza alto e poi ha un’impugnatura forte per potersi alzare. L’anno dopo è nato il divano Traffic, in cui c’è la suggestione della lamiera dei grandi camion e grandi ruote che ti permettono di spostarlo agilmente.

G.D.P.: Poi vedo un altro mobile – seduta chiamato Rialto.

B.R.: Si caratterizza per lo svuotamento ad arco della base, che ricorda la campata di un ponte e la sua leggerezza.

G.D.P.: Hai progettato anche per marchi più noti come la B&B e altre aziende?

B.R.: Per la B&B progettai il tavolo allungabile Pantos. La cosa nacque per caso, in quanto Cassina aveva allestito mobili di sua produzione usando come set fotografico per una rivista una casa di Bergamo da me progettata e la signora Adele Cassina mi disse di andarla a trovare se avessi avuto qualche progetto da proporle. Qualche tempo dopo incontrai Francesco Binfarè, direttore artistico di Cassina, che però mi disse che il prototipo che avevo con me non rientrava nei loro programmi aziendali. Una volta uscito dall’azienda, anziché girare a destra all’incrocio verso Bergamo, decisi di andare a sinistra, a Novedrate dove ha sede la B&B, chiesi di parlare con Rolando Gorla, che mi ricevette anche senza appuntamento, perché conosceva il divano Cabriolet. Avevano appena acquisito da Dino Gavina la collezione Olinto progettato da Takahama e avevano bisogno di un tavolo da abbinare. Fu così che progettai un tavolo che andasse bene non solo per Olinto, ma anche per altre occasioni.

Era Pantos, con una base a pantografo che, aprendosi e chiudendosi, permette di modificare la superficie con grande semplicità. Il pantografo è il sistema più semplice e funzionale per ottenere tutto questo. Fu selezionato all’edizione del Compasso d’Oro del 1987 e premiato alla 10° BIO di Lubiana. Fu anche l’ultima edizione del Compasso d’Oro a cui ho concorso.

Nel 1988 ho elaborato il progetto per gli stand allo Smau della Toshiba e, l’anno successivo, per gli spazi di comunicazione del Seminario permanente Veronelli.

G.D.P.: Hai lavorato e lavori con le lettere-sculture che chiami Cromi?

B.R.: Negli anni Novanta avevo voglia di confrontarmi con altro. Mi aveva colpito l’esperienza di un’università americana dove avevano svolto un’indagine per fornire risposta a questi due quesiti: quale è la macchina a maggior complessità e minor valore d’uso? E quale è invece la macchina a più bassa complessità e maggior valore d’uso? Le risposte furono: il computer e la clava.

Ho pensato di lavorare con l’alfabeto: 25 lettere che consentono infinite variazioni di uso. Forse è riemersa la passione maturata da piccolo facendo il tipografo.
Cromi, che in realtà è la prima di una serie molto lunga di collezioni riferite all’alfabeto, è un omaggio alla scrittura, alla parola, al suo essere capace di dare senso, di produrre significati, comunicazione, poesia. Ma anche firme, identità, codici. L’alfabeto diventa corpo, scrive lo spazio, acquista volume e materia, può essere toccato, riflettere la luce.

E così le Grandi Firme che portano all’interno degli spazi l’unicità e la personalità del loro autore o i Profili che giocano ironicamente con il narcisismo dall’autorappresentazione specchiante. Il metallo, che appartiene alla grande tradizione della meccanica bergamasca, attraverso questi lavori assume un’inedita espressività poetica.

G.D.P.: A vederlo sembra essere un lavoro più vicino all’arte.

B .R.: Forse, ma non sono un artista, né voglio esserlo, perché crea equivoci. Io sono un designer che lavora con altre logiche.

G.D.P.: Sono questi ultimi lavori che esponesti a DimoreDesign?

B.R.: Sì, a casa Vertova Camozzi. Per l’allestimento ho recuperato cose preesistenti da me progettate, come i banks d’acciaio disegnati per l’esposizione fieristica di prodotti aziendali del gruppo Calvi di acciaierie, che ho collocato nel cortile esterno, dove hanno pure trovato collocazione i Contenitori per il latte impilati a formare suggestive architetture.

Nelle cucine ho appeso grandi pannelli/teleri con le fotografie di 50 tipi di pane, fatti per Aspan: mi piaceva ricordare in questa occasione, che tutti i palazzi nobiliari di Bergamo si reggevano sull’economia agricola delle campagne che avevano intorno.

Erano esposti anche i Cromi, i Ritratti e le Grandi Firme, allusioni al Grand tour che la nobiltà faceva nell’Italia del sette-ottocento come tappa irrinunciabile della propria formazione culturale.

Ho riutilizzato una serie di striscioni verticali di 30 cm x 2 metri ognuno, con i ritratti e i nomi dei collaboratori di un’azienda specializzata nella lavorazione della gomma, che avevo realizzato in occasione del festeggiamento dei 35 anni di attività: l’idea era quella di dare all’allestimento il senso della comunità. Alla fine tutto è ritornato al posto di provenienza, senza che nulla andasse perso. Un allestimento a km zero, a costi molto bassi, in cui tutto è stato recuperato una volta terminato l’evento della mostra.

BIO

BRUNO ROTA è designer, vive e lavora a Bergamo. Da molti anni attraversa con curiosità e ottimismo critico diversi settori della progettazione, dal design industriale al concept design, dall’architettura all’interior design. Numerosi sono i lavori nel campo dell’allestimento di mostre d’arte e spazi espositivi.

www.brunorota.it

CASA PALMA CAMOZZI VERTOVA

Casa Palma Camozzi Vertova, già Tini Guerrinoni, è forse tra le dimore storiche di Bergamo la meno nota e appariscente sia per la sua ubicazione sul versante nord delle Mura venete, il lato nascosto della città che non partecipa della posizione scenografica e dominante sulla pianura, sia per la conformazione architettonica chiusa, che in luogo di esibire una facciata presenta una cortina muraria continua, che ne evidenzia la natura originaria di casa fortificata.

Intervista a cura di Giacinto Di Pietrantonio | Testi a cura di Leone Belotti | Fotografie: Ph. installazione Bruno Rota a Casa Palma Camozzi Vertova © Bruno Rota | Editing di Roberta Facheris